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			<title>Si conclude il mese di maggio</title>
			<link>http://www.pierluiginatalia.net/1/si_conclude_il_mese_di_maggio_11592192.html</link>
			<description><![CDATA[<strong>Si conclude il mese di maggio</strong><br />Si avvia a conclusione questo mese di maggio che l&#039;italia ha vissuto con i primi passi per uscire dalla fase più dura più dura della pandemia del Covid-19, passi a volte incerti, a volte insufficienti, a volte persino sciocchi, come in certi assembramenti inutili e pericolosi o come in certe polemiche che ben poco hanno a che fare con il bene comune. Per i cattolici il mese di maggio è dedicato a Maria e Sosta e Ripresa ha avuto caro seguire questa tradizionale scelta della Chiesa. Lo ha fatto soprattutto proponendo ogni giorno ai suoi lettori le meditazioni mariane di Tommasa Alfieri, che di questo giornale fu fondatrice e al cui insegnamento chi vi scrive si sforza ancora oggi di rifarsi. 
Ma pure, chi questo giornale dirige sente l&#039;obbligo di ricordare, sul piano politico e sociale, che Maria non è solo un&#039;icona devozionale, ma una presenza che ci aiuta ogni giorno a mantenere viva l&#039;attenzione e determinato il rispetto per la donna, per tutte le donne, in qualunque condizione si trovino, nelle nostre case e nel mondo, qui e ora. E se è il caso a denunciarne la fatica che vivono e i pericoli ai quali troppo spesso sono esposte. 
Metà del mondo – anzi un po’ di più - è donna. Metà del mondo non fa quasi mai la guerra e quasi sempre la subisce. Metà del mondo è di fatto emarginata dai luoghi dove si prendono le decisioni, dove si impongono le strategie, dove si condiziona il futuro. Questa metà del mondo letteralmente sfama – o prova a farlo – le famiglie, i bambini, i vecchi. In Africa, in gran parte dell’Asia e dell’America Latina, l’agricoltura si coniuga al femminile. Nello sterminato subcontinente indiano, ma il discorso è valido per tutta l’Asia, un dato accomuna le diverse culture che vi si sono sedimentate nei secoli: la casa si costruisce intorno alla donna. Ma anche nel Nord ricco del mondo, il tessuto connettivo della società, famiglia, scuola, persino comunità ecclesiale è fatto soprattutto di donne. Ma non a misura – o meglio con la misura – delle donne.
È questo il dato fondamentale non sottolineato a sufficienza nelle analisi politiche, e al più relegato nelle ricorrenze celebrative, oltretutto senza sfruttarle davvero come l’occasione più propizia per proporre – per sostenere – una possibile svolta culturale. Anche in questi mesi la crisi provocata dalla pandemia sta avendo le sue ripercussioni più pesanti - sotto forma di rincari dei prezzi agricoli e di diminuzione degli aiuti allo sviluppo – soprattutto nei Paesi del sud del mondo, la cui stessa sopravvivenza è legata allo sviluppo rurale. Anche in questo contesto, la promozione della donna può essere scopo di civiltà e al tempo stesso strumento per mutare meccanismi che si sono rivelati nefasti. Difendere, tutelare, promuovere il ruolo della donna, nelle culture agricole come in tutte le altre, significherebbe sostenere i fondamenti della convivenza e di conseguenza dare un futuro all’umanità.
Da quasi trent&#039;anni, da quando al primo Vertice della Terra, quello a Rio de Janeiro del 1992, venne stilata sotto una grande tenda chiamata “Planeta Fémea” (pianeta donna) la cosiddetta “Agenda delle donne per il XXI secolo”, non c’è stato incontro internazionale, conferenza, vertice in cui non si sia ribadita la necessità di “investire sulle donne”, di coinvolgere maggiormente le donne nei processi di sviluppo. Ma si è quasi sempre trattato di una specie di nota a margine, espressa quasi protocollarmene, senza autentica convinzione. Ancora minori sono stati gli impegni – e i finanziamenti – profusi per realizzare concretamente quelle affermazioni. Di certo, le politiche istituzionali, dei vari governi o anche delle organizzazioni sopranazionali, da quella agenda non hanno depennato molte cose perché già fatte. 
Questa pandemia ha portato minacce dalle quali dobbiamo tutti imparare a difenderci, ma anche opportunità che possiamo e dobbiamo cogliere, per una scelta di convivenza sociale diversa che non è solo delle donne, ma nella quale le donne sembrano mettere un “supplemento d’anima”: quella della solidarietà da sostituire alla competizione, quella di una “sorellanza” estesa alla natura, alla tutela dell’ambiente, al rispetto dei ritmi biologici, della qualità del vivere.
Metà del mondo è donna. Eppure, da sempre, quasi in ogni cultura, la donna trova diritto di cittadinanza solo attraverso l’idea che se ne fa il maschio. Sbattuta nuda sulle copertine di una rivista patinata oppure ricoperta dal più fitto dei veli, sfoggiata o nascosta che sia, la donna sottostà allo sguardo del maschio, al punto di vista del maschio, all’interesse, persino alla violenza del maschio. Fatte le debite differenze, ciò vale nell’Occidente opulento del terziario come nella gran parte del mondo legata ancora sostanzialmente alla terra. Vale nel tribalismo africano come nell’urbanesimo europeo. Se c’è una vera, indiscutibile globalizzazione accanto a quella predatoria di una finanza rapace è quella dell’emarginazione della donna dai processi decisionali, dalla definizione degli stili culturali e dei modi di sviluppo. 
Per i cristiani accettare una simile impostazione significa, tra l’altro, rinnegare l’aspetto più nuovo e sconvolgente dell’Incarnazione. Maria non è solo lo strumento perfetto che Dio sceglie per assumere la natura umana. Se l’espressione è lecita, Maria è quella per la quale Dio si converte, quella – potremmo dire – di cui s’innamora. In Maria e per Maria il Dio degli eserciti si fa Dio povero. La somma potenza si fa sommo amore.
Si è detto che l’unica vera rivoluzione vincente del dopoguerra, in Occidente, è stata la rivoluzione femminista. C’è del vero, ma non è del tutto vero. Le donne hanno certo conquistato spazi pubblici, sociali (e oltretutto fino a un certo punto), ma di questo pubblico, di questo sociale, non hanno modificato né struttura, né prospettive. Anzi, a una sorta di competitività “al femminile” sempre esistita, sembra che le donne abbiano sommato – o siano state costrette a sommare – un’aggressività tradizionalmente maschile. Di fatto, lo schema imposto è sempre quello della corsa al successo “contro”, al successo “a costo di”, al successo “pagato con”. Basterebbe ricordare, in questo senso, l’estrema difficoltà di contemperare professione e famiglia, realizzazione di aspettative pubbliche e private, compreso il ritardo della maternità imposto – e da alcune aziende esplicitamente richiesto – alle donne presenti sul mondo del lavoro, con conseguente dilatazione, tra gli altri effetti nefandi, del divario generazionale con i figli.
Le risposte devono essere cercate in ogni campo, ciascuno secondo le proprie competenze. Ma è indubbio che la risposta fondamentale è quella della politica. Il servizio alla persona, alla sua crescita umana e quindi, in qualche modo, alla giustizia, alla pace, dovrebbe costituire il primo compito della politica, nella sua accezione letterale di governo della città, di gestione delle realtà locali, così come in quella più vasta dei rapporti internazionali. Sappiamo tutti che non è così, che la realtà è diversa, che solo in parte, minima per quanto lodevole, per l’applicazione dei grandi enunciati di principio sono disponibili chiari strumenti di intervento. 
Forse è tempo di invertire la tendenza. Forse è tempo di conversione. Forse è tempo di ascoltare Maria e di comprendere suo figlio: &quot;Fate quello che vi dirà&quot; (Gv 2, 5).]]></description>
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			<title>In Somalia torna la poliomielite dopo sei anni</title>
			<link>http://www.pierluiginatalia.net/1/in_somalia_torna_la_poliomielite_dopo_sei_anni_8779264.html</link>
			<description><![CDATA[<strong>In Somalia torna la poliomielite dopo sei anni</strong><br />In Somalia si sta diffondendo una nuova epidemia di  poliomielite. L’Ocha, l’ufficio dell’Onu per il coordinamento degli interventi umanitari, ha comunicato  che sono stati registrati 105 casi di contagio. Una decina di casi sono stati riscontrati anche nel nord del Kenya, dove milioni di  somali vivono  nei campi profughi, soprattutto nell’area di Dadaab. L’Ocha osserva che oltre ai 105 casi accertati — tutti bambini che hanno già mostrato segni di paralisi a causa del virus — probabilmente ci sono  migliaia di altri portatori del virus, asintomatici,  ma in grado di diffonderlo. 
Sei anni fa, in un periodo di relativa quiete della guerra civile che si protrae, con diverse fasi e appunto differente intensità,  da quasi un quarto di secolo, l’azione sanitaria degli operatori internazionali era stata tale da far dichiarare  dall’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) il Paese libero dal virus, almeno a livello endemico.  Ora, invece, il comunicato dell’Ocha sottolinea che «i dati sul numero di contagi non lasciano dubbi» sul fatto di essere in presenza  della  «peggior epidemia in corso nel mondo, in un Paese non endemico». 
A spiegare la gravità della situazione somala, del resto, bastano i numeri: secondo i dati ufficiali dell’Oms, nel 2012 i casi accertati di poliomielite sono stati  223 in tutto il mondo. 
Dopo la ricomparsa del virus nel centro e nel sud della Somalia sono state vaccinate circa  quattro milioni di persone, ma l’Ocha ammette che rimane molto difficile l’accesso ad alcune zone, formalmente tornate da un anno sotto il controllo delle autorità riconosciute e sostenute dalla comunità internazionale, e che non meno di  600.000 bambini non hanno ricevuto il vaccino. «L’impossibilità di accedere totalmente a queste regioni rimane l’ostacolo maggiore al controllo dell’epidemia» si legge nella nota dell’Ocha nella quale si sottolinea altresì che il Paese «rimane uno degli ambienti più difficili e pericolosi al mondo per gli operatori umanitari», oltre che ovviamente per la popolazione. 
Un anno fa, la comunità internazionale dichiarava conclusa la transizione somala con l’insediamento delle nuove autorità di Mogadiscio, e soprattutto con la fine dell’offensiva dell’Amisom, la missione dell’Unione africana in Somalia, che aveva obbligato le milizie ribelli islamiche di al Shabaab al ritiro dalle zone del sud e del centro che controllavano, a partire da Chisimaio, seconda città e secondo porto del Paese. 
Oggi a Chisimaio si danno battaglia milizie contrapposte di due dei tanti “signori della guerra” somali, mentre cresce la tensione tra il Governo di Mogadiscio e quello di Nairobi, accusato di sostenere una di tali milizie, la Ras Kamboni guidata da Ahmed Mohamed Islam, meglio conosciuto come Ahmed Madobe, contro quella del colonnello Bare Adam Shire, a sua volta meglio noto come Barre Hirale. Così come le fonti ufficiali somale e internazionali hanno dato  troppo frettolosamente per sconfitte le milizie di al Shabaab, che hanno conservato pressoché intatta  la capacità di colpire,  tanto con azioni di guerriglia quanto con attentati.
Il quadro è allarmante come se non di più di  un anno fa. Il portavoce dell’Ocha a Ginevra, Jens Laerke, ha ricordato sia la situazione epidemica — non solo poliomielite, ma anche altre malattie come il morbillo o il colera — sia le violenze crescenti alle quali sono esposte le popolazioni civili, in particolare le donne. Secondo Laerke, nella sola Mogadiscio, nei primi sei mesi del 2013 ci sono stati oltre ottocento episodi di  violenza sessuale e di genere perpetrati soprattutto  «da uomini armati non identificati e uomini che indossano l’uniforme militare». La stessa Amisom ha annunciato la scorsa settimana  l’avvio di un’inchiesta su alcuni suoi soldati per  l’accusa di stupro di gruppo di una donna somala. 
Per quanto riguarda il pericolo per gli operatori umanitari, se ne è avuta una conferma, sempre la scorsa settimana, con l’annuncio che l’organizzazione Medici senza frontiere (Msf) ha deciso di lasciare la Somalia, dove operava ininterrottamente da 22 anni. Il motivo è proprio la crescente mancanza di sicurezza per il suo  personale, in un contesto  «dove gruppi armati e autorità civili sempre più sostengono, tollerano, o assolvono l’uccisione, l’aggressione e il sequestro degli operatori umanitari», come si legge in una nota diffusa mercoledì scorso dal presidente dell’organizzazione,  Unni Karunakara.
Nei suoi 22 anni di attività in Somalia, spiega ancora la nota, Msf ha scelto di «tollerare un livello di rischio senza precedenti» e «di accettare grossi compromessi ai propri principi operativi di indipendenza e imparzialità», negoziando con gruppi armati e autorità di tutte le parti coinvolte, in nome degli «eccezionali bisogni medici nel Paese». Karunakara precisa, però, che  l’attuale situazione  «ha creato uno squilibrio insostenibile tra i rischi e i compromessi che il nostro personale deve affrontare e la nostra capacità di fornire assistenza alla popolazione». 
Nei progetti interrotti da   Msf  lavoravano oltre millecinquecento persone, fornendo una vasta gamma di servizi gratuiti, da quelli  sanitari di base, ai trattamenti per la malnutrizione, alla chirurgia, alla risposta, appunto, alle epidemie, con campagne di vaccinazione, oltre che alla fornitura d’acqua potabile e generi di prima necessità. Nel solo 2012, nei centri di Msf in Somalia  sono stati visitati e curati oltre seicentomila pazienti, per  41.000 dei quali si è reso necessario il ricovero, e sono state vaccinate quasi 59.000 persone, in massima parte bambini.]]></description>
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			<title>La lezione inascoltata del coronavirus</title>
			<link>http://www.pierluiginatalia.net/1/la_lezione_inascoltata_del_coronavirus_11592193.html</link>
			<description><![CDATA[<strong>La lezione inascoltata del coronavirus</strong><br />La stampa italiana - e non solo- e i dibattititi politici sono pieni da giorni e giorni di conti sulla pandemia del Covid-19; quanto è costata, quanto costerà rimettere in moto le attività lavorative, che tipo di sostegni andranno a famiglie e imprese, che tipo e che quantità di finanziamenti potranno essere impegnati. Si tratta come è ovvio di temi rilevanti, sui quali ci stiamo giustamente interrogando tutti. Tuttavia Sosta e Ripresa vuole provare a suggerire un altro tipo di conti, in linea con quanto pubblicato in questi mesi.
Gliene dà l&#039;occasione l&#039;intervento del Segretario generale delle Nazioni Unite, António Guterres, che ha aperto la 73ª assemblea generale dell&#039;Organizzazione mondiale della sanità (Oms) tenuta per la prima volta nella storia in video conferenza tra i rappresentanti di tutti i Paesi che aderiscono a tale agenzia dell&#039;Onu. Riguardo alla pandemia, Guterres ha detto che nella risposta internazionale, sebbene non siano mancati esempi di solidarietà, c&#039;è stata «pochissima unità». Non c&#039;è stata cioè la capacitò politica di apprendere la lezione fornita alla comunità mondiale da un viirus microscopico che «ci ha messo in ginocchio, condizionando tutti gli aspetti delle nostre società». E se non c&#039;è stata è tempo di di apprenderla: «Il covid-19 deve essere una sveglia. Non c’è stata molta unità nella risposta al virus e adesso stiamo pagando un prezzo alto; ci vuole uno sforzo unitario per aiutare adesso i Paesi più fragili».
Tra gli argomenti in discussione all&#039;assemblea dell&#039;Oms, che si concluderà oggi, c&#039;è la proposta di risoluzione presentata dall&#039;Unione europea che chiede al direttore dell&#039;agenzia, Tedros Adhanom Ghebreyesus, di iniziare «al primo momento opportuno un processo graduale di valutazione imparziale, indipendente e comprensiva» della risposta internazionale alla pandemia, delle misure e della tempistica dell’Oms. La mozione non menziona specificamente la Cina o la città di Wuhan, dove si ritiene che sia iniziata l’emergenza. Si esorta la comunità sanitaria globale «a identificare la fonte zoonotica del virus e l’introduzione nella popolazione umana, incluso il possibile ruolo di ospiti intermedi, anche attraverso sforzi come missioni sul campo scientifiche e collaborative». La portavoce dell’Ue per gli Affari esteri, Virginie Battu-Henriksson, ha dichiarato che l’Ue «mira a raggiungere un ampio consenso per l’inchiesta. Naturalmente abbiamo bisogno di avere il supporto di tutti i principali attori, e la Cina è uno di essi».
Il direttore di Sosta e Ripresa ha seguito nella sua purtroppo pluridecennale esperienza professionale troppi confronti internazionali per non poter dire ai lettori di questa testata che le parole chiave della bozza dell&#039;Ue sono &quot;al primo momento opportuno&quot;. E infatti il presidente cinese, Xi Jinping, che ha preso la parola subito dopo Guterres, prima ha sottolineato che «la Cina ha agito con trasparenza e rapidità, fornendo tutte le informazioni in tempo utile e aiutando con tutti i mezzi i Paesi che ne avevano bisogno» e subito dopo ha aggiunto che «ci vorrà un’indagine esaustiva sul covid-19 basata sulla scienza ed eseguita con professionalità, ma solo quando lemergenza sarà sotto controllo». E semmai il concetto della tempistica non fosse abbastanza chiaro, il portavoce del ministero degli Esteri cinese, Zhao Lijian ha ribadito che «La stragrande maggioranza dei Paesi su scala globale crede che la pandemia non sia ancora finita» e quindi occorre aspettare, concentrando invece gli sforzi sulla lotta contro il virus. In ogni caso, la Cina «stanzierà due miliardi di dollari in aiuti internazionali nei prossimi due anni» per la risposta al Covid-19 e per lo sviluppo economico e sociale dei Paesi colpiti.
Nel frattempo lasceranno il tempo che trovano - e magari saranno un tema della campagna elettorale per le presidenziali statunitensi di novembre, le varie teorie complottistiche sul virus creato in laboratorio - cinese o occidentale a seconda delle convinzioni di chi le sostiene - per colpire i rivali nella corsa all&#039;egemonia globale.
L&#039;assemblea dell&#039;Oms non è ancora conclusa al momento in cui scrive, ma il direttore di Sosta e Ripresa ritiene di poter anticipare che la mozione dell&#039;Ue sarà approvata. Poi, forse, ci sarà modo per cambiare tipo di matematica e per riflettere un po&#039; sui conti più importanti che l&#039;umanità e le sue istituzioni devono fare.]]></description>
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			<title>La scisi interna sfocia in uno scontro con l'Onu</title>
			<link>http://www.pierluiginatalia.net/1/la_scisi_interna_sfocia_in_uno_scontro_con_l_onu_9700099.html</link>
			<description><![CDATA[<strong>La scisi interna sfocia in uno scontro con l&#039;Onu</strong><br />La tensione politica, sociale e anche etnica in Burundi – dove il presidente in carica, Pierre Nkurunziza, sta tentando di far modificare la Costituzione per potersi candidare a un terzo mandato – ha avuto modo di accrescersi per la rivelazione, la scorsa settimana, di un rapporto confidenziale dell&#039;Onu nel quale veniva denunciata la consegna di armi ai cosiddetti imbonerakure, i giovani militanti del Consiglio Nazionale per la Difesa della Democrazia-Forze per la Difesa della Democrazia (Cndd-Fdd), il partito al potere. Il rapporto, destinato al Segretario generale dell&#039;Onu, Ban Ki-moon, è stato redatto dal responsabile dell&#039;ufficio dell&#039;Onu in Burundi (Bnub) Parfait Onanga-Anyanga ed era appunto riservato, ma la stampa locale ne è venuta in possesso. Il capo del Bnub – un ufficio costituito al termine della guerra civile e che entro quest&#039;anno sarà chiuso - si spinge a paventare la possibilità di un genocidio. A vent&#039;anni da quello in Rwanda che vide coinvolte le stesse etnie che popolano il Burundi, cioè hutu e tutsi, non è un allarme da poco.
Il Governo di Bujumbura, con una nota ufficiale in 19 punti, ha denunciato le «potenziali gravi conseguenze del rapporto in termini di instabilità e divisioni sociali» deplorando che «un documento su un argomento così sensibile sulla presunta distribuzione di armi per commettere un ipotetico genocidio, sia stato stilato senza alcuna collaborazione delle autorità e senza averle messe a conoscenza». Il comunicato governativo sottolinea che le accuse “in cattiva fede” sono emerse appunto mentre la locale sede delle Nazioni Unite è destinata a chiudere. 
La questione, oltre a creare problemi nei consessi internazionali, sta avendo forti ripercussioni interne. Secondo le attuali autorità, infatti, gli oppositori dell&#039;Alleanza dei democratici per il cambiamento (Adc-Ikibiri) «hanno soffiato sul fuoco per trarre vantaggio dell’immagine di un paese sempre sull’orlo della catastrofe, contenuta nel rapporto confidenziale», dato che «arma preferita di alcuni politici è la menzogna e la demonizzazione dei fatti locali presentati in modo globale».
Il comunicato governativo chiede poi all’Onu e alla comunità internazionale di assumersi tutte le responsabilità delle conseguenze che potranno scaturire dal rapporto e sostiene che sulla scia delle notizie rilanciate armi possa finire «nelle mani di vari gruppi criminali che seminano violenza dalle elezioni del 2010, a volte anche con la complicità di alcuni politici» decisi ad «alimentare l’insicurezza per destabilizzare il Paese» in vista delle presidenziali del 2015 «per sabotare le urne e accedere al potere in una situazione di caos». 
Come spesso accade – certo non solo e neppure principalmente in Africa – il Governo cerca cioè di trasformarsi da accusato in accusatore e ricorre a uno dei trucchi politici più vecchi (e più utili ai mercanti di armi): se hai problemi interni cerca nemici esterni da additare all&#039;opinione pubblica. 
La nota governativa da un lato afferma che «evocare lo spettro di un genocidio imminente mentre il Rwanda sta commemorando il ventennale dei massacri lascerà tracce, soprattutto tra la popolazione che vive in zone rurali e in piena riconciliazione». Dall&#039;altro, però, dopo aver rivendicato l&#039;impegno a portare avanti il processo di disarmo e a garantire la sicurezza del territorio nazionale, torna a usare una missiva destinata all&#039;Onu per sottolineare questioni interne. In particolare con l&#039;affermazione che il presidente del Movimento per la solidarietà e lo sviluppo (Msd, opposizione), il latitante Alexis Sinduhije, «è ricercato dalla giustizia» e con l&#039;accusa alle «bande dei suoi giovani sostenitori di violenze ai danni delle forze di sicurezza».
     Poche ore dopo la diffusione del comunicato governativo, il vicepresidente Prosper Bazombanza, in un incontro con il corpo diplomatico a Bujumbura, ha chiesto all’Onu non si basi «su dvoci di basso livello» ma svolga «inchieste approfondite per raccogliere prove e verificare la veracità delle accuse» o nel caso contrario ritiri il rapporto. Vi posso assicurare che qualunque azione che ci possa trascinare nella guerra in generale o portare «al genocidio in particolare non sarà tollerata ha aggiunto Bazombanza.
Il documento riservato dell&#039;Onu, inoltre, contiene un aspetto da non sottovalutare nell&#039;intrigata interconnessione tra le diverse crisi della regione dei Grandi Laghi, che incancreniscono da decenni, sempre a tutto vantaggio dei mercanti di armi e di quanti – soprattutto soggetti internazionali extracontinentali – lucrano sulla guerra per depredare impunemente le immense risorse di quella zona. In particolare, Parfait Onanga-Anyanga scriva a Ban Ki-moon che che alcuni gruppi, tra cui politici burundesi, sono coinvolti in traffici di armi da fuoco nell’est della Repubblica Democratica del Congo. 
Soprattutto questo aspetto ha trovato ascolto sia nell&#039;opposizione, compresa l&#039;ala del Cndd da cui a suo tempo si scisse quella guidata dal presidente Nkurunziza, sia tra alcuni esponenti della maggioranza, il che ha portato a suggerire di istituire una Commissione internazionale indipendente incaricata di indagare sulle accuse mosse dall’Onu. Un secco no è venuto dai ministri della Difesa e della Giustizia, secondo i quali «i servizi di sicurezza nazionali sono sufficientemente attrezzati tecnicamente, quindi non è il momento di cercare un sostegno esterno per indagare su un rapporto falso».
Quindi anche la potenziale minaccia di un nuovo genocidio tra hutu e tutsi rischia di diventare un mero argomento di campagna elettorale, dopo che il Parlamentio ha respinto la revisione della Costituzione chiesta da Nkurunziza per potersi ricandidare. Tanto più che molti osservatori non escludono che il presidente intenda indire un referendum popolare, ovviamente organizzato e controllato dal suo Governo, per superare il voto parlamentare che gli è stato contrario.
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			<title>L'introduzione alla Messa per il mio 60° compleanno</title>
			<link>http://www.pierluiginatalia.net/1/l_introduzione_alla_messa_per_il_mio_60_compleanno_10816261.html</link>
			<description><![CDATA[<strong>L&#039;introduzione alla Messa per il mio 60° compleanno</strong><br /> Grazie a tutti voi per aver voluto essere con me oggi e grazie ad Egidio per essere venuto a celebrare con noi e per noi questa Messa. L&#039;ho voluta in ringraziamento per i doni che ho ricevuto in questi sessant&#039;anni. E i più importanti sono le persone che ho avuto accanto e quelle che arricchiscono ancora la mia vicenda quotidiana. Le persone delle generazioni che mi hanno preceduto, di quella a cui appartengo e di quelle che seguono la mia.
Vale per la mia famiglia stretta, mia madre, mio fratello Vincenzo, mio nipote Andrea, Giovanna che le circostanze della vita hanno reso per me non una cugina ma una sorella, Gianluca che è ben più di più di un nipote. 
Vale per Stefano che non è solo un amico, ma un fratello. 
Vale per Massimo e Stefania della cui famiglia mi so da anni parte, e per i loro ragazzi dei quali – tutti, non solo il mio Fabio – so di essere qualcosa di più di un padrino e che, con Andrea e Gianluca, rappresentano la più cara delle mie eredità. 
Vale per i miei familiari di sangue, i Natalia dei quali porto con orgoglio un nome che illustrano meglio di quanto non faccia io, e le famiglie con le quali hanno stretto legami. Vale per i Trovato e per tutti i parenti che mi vengono da mia madre, con un pensiero particolare, oggi, alle mie cugine Lucia e Cecilia, che sono venute dagli Stati Uniti per festeggiarmi.
Vale per quanti, come Sergio che oggi è qui, mi sono stati e mi sono maestri di vita, con l’esempio e la parola. Ma forse dovrei parlare al femminile, dato che ho avuto e ancora ricevo insegnamenti significativi soprattutto dalle donne. 
Vale per coloro con i quali abbiamo stretto negli anni del liceo un&#039;amicizia che non si è dispersa.
Vale per quanti ho avuto con me sotto la tenda e per coloro che mi hanno accompagnato sul mare.
Vale per quei pochi colleghi che ho voluto qui oggi, proprio perché non li considero solo tali, ma amici.
Ma è inutile continuare l&#039;elenco: vale per tutti voi. E anche per quanti non hanno potuto accettare oggi il mio invito. Vale persino per quanti non hanno voluto farlo. Prendo atto dei motivi che hanno addotto e certo, smaltita la delusione – e, per dirla tutta, una delusione irata - posso dire in coscienza che in me non vi è ombra di risentimento, ma solo il dispiacere di non poterli abbracciare in questo giorno
Alcuni di voi, in diverse occasioni, mi hanno detto che porto sempre con me il mio passato. È vero. Ma questo non significa, non ha mai significato che io viva nel passato. Non sono fantasmi ad accompagnarmi, ma memorie d&#039;amore. Dalle donne che più ho amato e che mi hanno preceduto nell&#039;eternità a quei ragazzi e bambini che ho avuto la sventura di veder morire tanto giovani. E questa Messa è celebrata in suffragio di quanti partecipano alla mia personale comunione dei santi. Da mio padre ai nonni, da padre Bellincampi, nel cui nome anche oggi vedo raccolte qui tante persone, a tutti coloro che i vostri volti mi riportano in quest&#039;ora alla memoria, parenti e amici.
Nell&#039;Africa che rappresenta tanta parte della mia storia professionale si dice che il villaggio è abitato da tre gruppi di persone: quelle che si vedono, gli antenati che non si vedono più, le generazioni che non si vedono ancora. Io oggi ho la speciale benedizione di avere con me il mio villaggio. 
 ]]></description>
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			<title>Il controverso referendum nell'Abyei</title>
			<link>http://www.pierluiginatalia.net/1/il_controverso_referendum_nell_abyei_9011205.html</link>
			<description><![CDATA[<strong>Il controverso referendum nell&#039;Abyei</strong><br /> 
La questione dell&#039;Abyei, la regione petrolifera tuttora contesa tra Sudan e Sud Sudan a oltre due anni dall&#039;indipendenza di quest&#039;ultimo, minaccia di riaccendersi e di sfuggire dal controllo dei due Governi, proprio mentre le autorità di Juba mostrano un netto cambiamento di linea e rilanciano i negoziati con Khartoum sulla sicurezza come assoluta priorità. Due settimane fa, infatti, il Governo sudsudanese ha bloccato ogni iniziativa a sostegno del referendum per l’autodeterminazione dell’Abyei, dove la presenza di caschi blu dell&#039;Onu non è finora stata sufficiente a frenare le violenze. 
La consultazione avrebbe dovuto già tenersi nel 2011, in concomitanza con quella che ha sancito l&#039;indipendenza del Sud Sudan, ma è stata sempre rinviata a causa dei disaccordi tra Sudan e Sud Sudan sulla definizione degli aventi diritto. Secondo il Governo di Juba, a pronunciarsi dovrebbe essere solo la comunità residente dei Dinka, mentre quello di Khartoum vuole che lo facciano anche i pastori arabi Misseriya, suoi tradizionali alleati, che si spostano nella regione solo alcuni mesi l’anno. Secondo la corte internazionale di arbitraggio l&#039;Abyei appartiene ai nove regni delle comunità Dinka, ma il pronunciamento non è mai stato riconosciuto dai Misseriya che dicono di aver accolto le comunità agricole sulle loro terre.
Nel frattempo, Khartoum, che con l&#039;indipendenza sudsudanese ha perso la maggior parte delle risorse petrolifere, ha continuato a incamerare quelle dell&#039;Abyei, dove ha anche inviato truppe a proteggere i pozzi, nonostante appunto la presenza nella regione dei caschi blu. 
Sulla base di una proposta dell’Unione africana, il referendum avrebbe dovuto infine tenersi questo mese di ottobre e finora il Sud Sudan aveva insistito affinché la scadenza fosse rispettata. Poi c&#039;era stato appunto un brusco cambio di linea. Un’implicita conferma l&#039;aveva data due settimane fa l’ambasciatore sudsudanese a Khartoum, Mayam Dut Wol, che aveva ipotizzato un nuovo rinvio, aggiungendo che i due Paesi «continuano a cooperare sulle questioni attinenti alla sicurezza». Uguale sottolineatura era stata fatta in un precedente incontro tra il presidente sudanese Omar Hassam el Bashir e quello sudsudanese Salva Kiir Mayardit.
A giudizio di molti osservatori, entrambe le parti hanno preso atto che la questione centrale, in questo momento, è la presenza di gruppi ribelli da una parte e dell&#039;altra del confine, in particolare nello Stato sudsudanese dello Jonglei e in quelli sudanesi del Nilo Azzurro e del Kordofan meridionale, oltre che nell&#039;Abyei stessa. Una presenza che minaccia di compromettere a lungo andare l&#039;Accordo generale di pace, firmato il 9 gennaio 2006, per porre fine all&#039;ultraventennale conflitto civile sudanese.
Fino a non molto tempo fa i due Governi si erano limitati ad accusarsi a vicenda di sostenere i rispettivi gruppi ribelli, ma da ultimo gli sviluppi del negoziato mediato dall&#039;Unione africana avevano rivelato una condivisa presa d&#039;atto che la pacificazione del confine è una priorità assoluta. In questa luce si comprende perché Juba abbia frenato sulla questione dell&#039;Abyei, nonostante le sue ricchezze petrolifere, nel timore che il referendum avesse come primo esito quello di riaccendere il conflitto. 
I Dinka non se ne sono dati per intesi e nello scorso fine settimana hanno fatto il loro referendum, dall&#039;esito non ancora conosciuto, ma scontato. Secondo il quotidiano Sudan Tribune,  a promuovere la consultazione sarebbe stata nell’organizzazione non governativa Kush, guidata da Deng Alor e Luka Biong, esponenti del Governo di Juba originari dell&#039;Abyeii. Il referendum unilaterale, peraltro, non è stato riconosciuto né da Juba né da Khartoum, ed è stata stigmatizzato dall’Unione africana come illegale e una minaccia per la pace. 
Subito dopo, il National Youth and Student organisation for Abyei, composto da esponenti sia Misseriya sia Dinka, ha annunciato a Khartoum un nuovo voto, definito aperto a tutti, e ha invitato la comunità internazionale a monitorarne lo svolgimento. Ma anche in questo caso non c&#039;è stato sostegno né dei due Governi né dell&#039;Unione africana.
Dall&#039;Abyei, intanto, il leader dli Misseriya, Mukhtar Babu Nimir, ha accusato quelli che ha definito genericamente intellettuali e leader politici Dinka di aver voluto far svolgere una consultazione alla quale gli stessi capi tribali Dinka sono contrari. Babu Nimir, peraltro, ha in un certo senso preso le distanze da Khartyoum. «Il nord riconosce le nostre rivendicazioni, per questo siamo in linea con loro», ha spiegato in un’intervista al quotidiano Al Meghar, ammonendo però che «se Khartoum dovesse accordarsi per un referendum che non preveda la nostra partecipazione, saremmo pronti a difendere la nostra terra».
In ogni caso, la vicenda dell&#039;Abyei resta aperta e, petrolio a parte, non risolverla minaccia di lasciare un focolaio di tensioni che in ogni momento può innescare nuovi conflitti.]]></description>
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			<title>I bambini usati dal terrorismo</title>
			<link>http://www.pierluiginatalia.net/1/i_bambini_usati_dal_terrorismo_10214917.html</link>
			<description><![CDATA[<strong>I bambini usati dal terrorismo</strong><br />Pietà e orrore accompagnano da sempre quanti sono costretti a raccontare la tragedia dei bambini trasformati in strumenti di guerra e di crimine, una pratica antica come l’uomo, ma ampliata a dismisura dai gruppi armati e dalle mafie moderne. E oggi l’informazione globalizzata porta in tutto il mondo le prove di una ferocia sempre più determinata e si diffondono timori e scoramenti, ma anche odio, ai quali è difficile opporre le ragioni della speranza.
La sfida del terrorismo va ormai oltre la cinica logica di chi sfrutta e perverte l’innocenza per conseguire i propri scopi, oltre le pratiche pure atroci di reclutamento di bambini soldato e di manovalanza criminale, oltre l’uso brutale di droghe e terrore, oltre l’asservimento sessuale, oltre il concetto stesso di delitti contro l’infanzia. Il filmato del bambino kazako trasformato in boia dal cosiddetto Stato islamico, le stragi sempre più frequenti perpetrate da Boko Haram in Nigeria con attentatrici suicide bambine imbottite di esplosivo, sono propaganda scientificamente e persino orgogliosamente esibita. 
 Il crimine — quel crimine contro l’infanzia denunciato per millenni da ogni religione e da ogni cultura — rivendica la visione forsennata di bambini destinati solo a uccidere o a morire. In questa negazione dell’uomo, della pace, di Dio che pure si prende a pretesto, li indottrina, li addestra e li precipita.
Ma pure le ragioni della speranza ci sono. Nel volontariato, religioso e civile che in tutto il mondo si dedica al recupero e alla protezione dei bambini sottratti a tanto orrore. Nello sforzo educativo di tante famiglie e di tante comunità. Nel dialogo mai interrotto tra le religioni e le culture. Nell’uomo. Nell’aiuto di Dio.
 ]]></description>
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			<title>Le migliaia di migranti e profughi in Mediterraneo</title>
			<link>http://www.pierluiginatalia.net/1/le_migliaia_di_migranti_e_profughi_in_mediterraneo_9827589.html</link>
			<description><![CDATA[<strong>Le migliaia di migranti e profughi in Mediterraneo</strong><br /> Gli sbarchi nelle ultime ore di altre migliaia di migranti e profughi hanno dato alimento a a contestazioni dell&#039;operazione Mare nostrum che ha permesso di salvare decine di migliaia di vite in Mediterraneo. Per una volta, comunque, si può concordare sulla posizione del Governo di Roma, che insiste affinché l&#039;accoglienza ai flussi di migranti e profughi non sia più competenza esclusiva dei Paesi di arrivo – come di fatto stabiliscono i trattati europei – ma dell&#039;Unione europea come tale. Per ora, risposte concrete non ci sono state. Ancora questa settimana, i ministri dell’Interno dei 28 Paesi dell’Unione, riuniti a Lussemburgo, hanno concordato che «esiste il rischio che la situazione si deteriori ulteriormente» nel Mediterraneo, ma non hanno indicato alcuna azione concreta da portare avanti nell’immediato, limitandosi a indicare che il Consiglio europeo del 26 e 27 giugno «ritornerà sulle questioni dell’asilo e dell’immigrazione in una prospettiva di più ampio e più lungo termine». Al campo delle mere, sia pur indiscutibili affermazioni di principio, si deve di conseguenza ascrivere anche l&#039;intervento di Cecilia Malmström, commissario europeo per gli Affari interni, presente alla riunione a Lussemburgo, che ha definito vergognoso il fatto che «non tutti, anzi meno della metà degli Stati membri Ue siano coinvolti nell’accoglienza di rifugiati». 
Anche modificare questo punto, comunque, resterebbe nei limiti delle risposte alle emergenze e non costituirebbe di per sé un impegno a rimuovere le cause, questione sulla quale si incomincia per fortuna a discutere anche ai massimi livelli internazionali. L’Onu sta infatti valutando l’ipotesi di creare centri di prima accoglienza per migranti e profughi in Paesi dell’Africa settentrionale o del Vicino Oriente, così da poter valutare sul posto le richieste di asilo ed evitare avventurose traversate verso le coste dell’Italia o di altri Stati dell’Unione europea. «Non siamo totalmente contrari all’idea di un esame all’esterno dei Paesi di arrivo, purché alcune garanzie vengano mantenute: il diritto di appello, il giusto processo, il diritto a restare in attesa dell’appello», ha spiegato in settimana il direttore europeo dell’Alto commissariato dell’Onu per i rifugiati (Unhcr), Vincent Cochelet, citato dal quotidiano britannico «The Guardian». Per l’Unhcr, un esame dei requisiti di migranti e rifugiati direttamente nei Paesi di transito, come Egitto, Libia o Sudan, potrebbe essere la giusta risposta all’appello di molti Paesi, a partire dall’Italia, che si sentono abbandonati di fronte al sempre più massiccio afflusso verso le coste europee. Finora questa ipotesi sembrava però essere stata scartata per gli alti costi. 
Sull’operazione Mare nostrum è intervenuta anche l’Organizzazione internazionale delle migrazioni (Oim), sottolineandone i successi. I 42.000 sbarchi dei primi mesi del 2014 equivalgono a quelli di tutto il 2013. Ma mentre l’anno scorso almeno settecento persone erano morte durante le traversate, quest’anno «il numero di decessi è sceso, grazie all’operazione di salvataggio», ha detto la portavoce dell’Oim, Christiane Berthiaume. 
Secondo l’Oim, comunque, è condivisibile la posizione del Governo di Roma sulla necessità di risposte a livello europeo e non affidate ai singoli Stati. L’Oim ha esortato i Paesi di origine, di transito e di destinazione a lavorare insieme per trovare soluzioni ai flussi migratori irregolari. Ma nel frattempo, ha riconosciuto che l’Italia affronta una vera emergenza umanitaria. Anche secondo il portavoce dell’Organizzazione in Italia, Flavio Di Giacomo, «Mare nostrum è un’operazione emergenziale importante che deve continuare a salvare vite umane, ma non può essere una soluzione a lungo termine». Di Giacomo ha precisato che l’emergenza non riguarda di per sé il numero degli arrivi, ma le loro modalità. Il numero infatti ha un peso relativo per un Paese di circa sessanta milioni di abitanti. Basti pensare al milione di rifugiati siriani ospitati in Libano o anche solo alle oltre 126.000 domande d’asilo ricevute nel 2013 dalla Germania. La vera emergenza è che arrivano su imbarcazioni fatiscenti e in tempi sempre molto ravvicinati, il che pone una sfida ingente per salvare migliaia di vite.
Sule migrazioni in sé, inoltre, potrebbe essere utile ricordare quanto affermato un paio di anni fa da Napolitano, che all&#039;epoca sembrava a fine mandato. «Gli immigrati in Italia costituiscono una componente essenziale della popolazione, come forza lavoro e anche fonte di energia vitale per una società che invecchia. L’ostilità nei confronti dell’immigrazione deve perciò essere considerata un rifiuto della realtà, frutto di ingiustificate paure troppo spesso alimentate nel dibattito pubblico», scrisse il presidente in un messaggio per la Giornata mondiale delle migrazioni, istituita dall’Onu nel 2000. In quell&#039;occasione, Napolitano sembrò cogliere il significato della Giornata e la specifica attenzione alla questione migrazioni posta dall&#039;Onu ai Governi. Oltre 214 milioni di persone nel mondo, il numero più alto mai registrato, vivono la condizione del migrante, amara da sempre, ma oggi con accentuate e drammatiche difficoltà nei Paesi di destinazione, a causa sia della crisi economica e finanziaria globale, sia di contesti sociali più precari, sia di legislazioni più restrittive che in passato. Più volte, del resto, lo stesso segretario generale dell’Onu, Ban Ki-moon, ha sottolineato che in questo periodo di crisi economica e finanziaria mondiale è particolarmente importante prestare attenzione ai diritti dei migranti, denunciando che al contrario con le restrizioni di bilancio si sono accentuate misure di austerità che discriminano i lavoratori migranti, oltre una retorica xenofoba che alimenta la violenza e che ha avuto parte rilevante anche nel relativo successo riportato nelle ultime elezioni europee da alcune forze che xenofobe si dichiarano esplicitamente o che comunque con il razzismo flirtano. ]]></description>
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			<title>L'espansione dell'influenza cinese</title>
			<link>http://www.pierluiginatalia.net/1/l_espansione_dell_influenza_cinese_11556870.html</link>
			<description><![CDATA[<strong>L&#039;espansione dell&#039;influenza cinese</strong><br />Gran parte degli analisti di geopolitica, occidentali e non solo, denunciano da tempo un&#039;espansione predatrice cinese che soprattutto in Africa mette le mani sulle risorse del continente, accaparrandosi terre e materie prime e sfruttando le popolazioni, senza scrupolo di finanziare qualche spietato dittatore. In pratica, applicando la lezione di secoli di capitalismo. A giudizio di chi scrive, però, la questione è un po&#039; più complessa e magari persino un po&#039; più inquietante.
Dopo secoli di sostanziale irrilevanza, la Cina tornò ad affacciarsi nella politica mondiale con la seconda guerra mondiale e con la fine, almeno formale, del colonialismo occidentale. Nei successivi decenni della guerra fredda, nonostante la comunanza di sistema politico, Pechino non fu mai del tutto alleata di Mosca e dopo il crollo dell&#039;Unione Sovietica ha dimostrato di saper giocare la partita della cosiddetta globalizzazione, con politiche commerciali molto pervasive. Il tutto, tra l&#039;altro, evitando di intervenire direttamente – le forniture di armi sono un altro discorso – nell&#039;infinito numero di guerre che nell&#039;ultimo trentennio hanno invece coinvolto gli altri quattro membri permanenti del Consiglio di sicurezza dell&#039;Onu, Stati Uniti, Russia, Francia e Gran Bretagna. 
Del resto è quanto ha fatto l&#039;altro grande soggetto internazionale, l&#039;Unione europea (alla quale non a caso Washington continua a chiedere più spesa in armamenti). Con la sostanziale differenza di un approccio diametralmente opposto sulle cruciali questioni della rappresentanza democratica, della tutela dei diritti e dell&#039;affermazione dello Stato sociale, mai esistite in Cina, mentre nell&#039;Ue hanno visto la loro maggiore espressione, almeno fino a quest&#039;ultimo periodo nel quale torna con virulenza la malattia del nazionalismo - o del sovranismo, come si dice ora - che in Europa ha sempre generato guerre e miseria.
Senza le macchie storiche occidentali dell’imperialismo coloniale, della schiavizzazione e della depredazione delle risorse dei popoli asserviti, la Cina trova meno resistenze al proprio colonialismo di mercato e anzi ottiene spesso il beneplacito di popolazioni locali convinte che possa contrastare sottosviluppo e miseria, in una nuova declinazione del vecchio assioma capitalista secondo il quale se aumentano i banchetti dei ricchi aumentano anche le briciole per i poveri. Senza pretesa di esportare modelli di democrazia, né preoccupandosi di questioni umanitarie, la Cina trova quanto serve alle proprie esigenze demografiche e di mercato, comprese le terre agricole che le sono indispensabili, con il cosiddetto land grabbing che meriterebbe un intero discorso a parte. In proposito, va sfatata l&#039;idea che la Cina cerchi soprattutto materie prime: gli investimenti cinesi nel settore estrattivo sono infatti circa il 28% del totale (per gli Stati uniti il 66%). Pechino si espande soprattutto attraverso società di costruzione e scambi commerciali, trovando mercati per i propri prodotti in Stati molto popolosi come l’Etiopia o la Nigeria.
E va ridimensionata l&#039;idea che le aziende cinesi in Africa impieghino soprattutto lavoratori cinesi. Secondo il FOCAC, il Forum sulla cooperazione tra Cina e Africa, gli immigrati cinesi in Africa sono in tutto un milione e i lavoratori locali impiegati dalle aziende cinesi sarebbero i quattro quinti del totale. Tuttavia, alla creazione di molti posti di lavoro fanno riscontro  condizioni pesanti e orari proibitivi, per non parlare dello sfruttamento del lavoro minorile soprattutto nel settore estrattivo, denunciato da diverse Organizzazioni non governative. Inoltre, la penetrazione cinese in alcuni casi sta azzerando la concorrenza di aziende locali, per esempio nell’industria tessile in Nigeria.
Va aggiunto che gli investimenti di Stati Uniti e molti altri Paesi sono soprattutto privati, con l&#039;obiettivo cioè del guadagno a breve termine, al contrario della Cina che con una politica di credito accomodante e d’investimento lungimirante, ha preso il controllo dei principali settori economici e strategici in gran parte dei Paesi africani, dove detiene ormai più del 65% dei contratti di infrastrutture e amministra le grandi imprese minerarie, petrolifere, di telecomunicazioni ed energetiche. Nel solo 2016 gli investimenti - di economia reale, non finanziari - delle imprese cinesi in Africa sono cresciuti del 31 per cento. Il tutto con un pragmatismo presentato come scelta del non interventismo politico. A rendere più attrattivi gli investimenti e gli aiuti cinesi per molti Stati africani è infatti la loro assenza di condizioni: a differenza dell’Unione europea, la Cina non chiede riforme o il blocco di flussi migratori, ma offre supporto economico con l&#039;unica contropartita, almeno in apparenza, dell&#039;apertura dei mercati ai suoi prodotti e alle sue aziende. Ma  quasi tutti i suoi interventi nelle infrastrutture, per non parlare di alcune limitate ma significative presenze militari fuori dai suoi confini, rientrano nel programma della cosiddetta nuova via della seta, volto a realizzare un&#039;egemonia in tutti i mercati mondiali. 
Ciò detto, il conclamato non-interventismo cinese non riesce a mascherare una tendenza egemonica più complessa. Pechino detiene la maggior parte del debito di molti Stati ed è un loro partner commerciale irrinunciabile, il che costringe molti Governi del continente a mantenersi strettamente legati alla Cina anche da un punto di vista politico. È vero che questo vale anche per il debito statunitense, ma i Paesi africani – e non solo - non hanno la potenza militare degli Stati Uniti e certo non si potrebbero permettere l&#039;idea di Trump di imporre dazi alla Cina e di considerare l&#039;Ue nemica perché non intende adeguarsi. 
Non diversa, seppure finora meno incisiva, appare la situazione in America Latina, dove gli investimenti cinesi hanno da tempo superato i duecento miliardi di dollari. Oggi la Cina è il maggior partner commerciale di Brasile, Perù e Cile. Peraltro, nonostante che i guadagni, forti nel periodo iniziale, negli ultimi anni non siano stati redditizi. In particolare, la tendenza al ribasso dell&#039;economia nella regione ha colpito alcuni progetti a breve termine. Il che, comunque, non minaccia più di tanto la strategia globale di Pechino, che punta soprattutto a investimenti di lungo periodo, come infrastrutture e turismo.
Più complesso, infine, è il rapporto con l&#039;Unione europea. A luglio si è tenuto a Pechino il 20° Ue-China Summit, pochi giorni dopo l&#039;affermazione di Trum sul fatto che il vero nemico degli Stati Uniti sarebbe proprio l&#039;Ue. Non a caso la dichiarazione finale firmata dal presidente della Commissione europea Juncker e dal premier cinese Li Keqiang fa riferimenti costanti ai mercati aperti, liberi, trasparenti – in contrapposizione al protezionismo di Trump – e c&#039;è un protocollo allegato sulle questioni climatiche e sull&#039;attuazione del Trattato di Parigi, firmato da Obama e dal quale Trump si è defilato. Il tutto accompagnato da lusinghieri giudizi sulla Wto, l&#039;organizzazione mondiale del commercio, criticata da Trump e alla quale la Cina si è appellata proprio per i nuovi dazi statunitensi alle sue merci. Così come viene riconosciuto il ruolo cruciale della Cina nel contenimento della pluridecennale e sempre pericolosa situazione nella penisola coreana. Di contro, ci sono solo vaghi e non espliciti riferimenti alla collaborazione in materia dei diritti umani e della recente e talora brutale stretta cinese sulle crisi interne e nessuno sulle presenze militari cinesi all&#039;estero. 
Ma a emergere davvero è il successo ottenuto da Pechino sul dissidio che aveva impedito di arrivare a una dichiarazione comune nei precedenti due vertici, cioè la questione del Mar cinese meridionale, che la Cina rivendica come proprio spazio esclusivo. Stavolta, senza fare alcun cenno alle contestate - quanto meno in Asia - operazioni militari cinesi nell&#039;area, l&#039;Ue ”riconferma la sua One China policy”, accettando che Taiwan venga considerata una sorta di provincia cinese.
Da un lato, il “cedimento” europeo potrebbe attribuirsi proprio al timore che la strana allenza tra gli Stati Uniti di Trump e la Russia di Putin finisca per scardinare alcuni caposaldi dell&#039;Ue stessa. Ma c&#039;è altro. Prima dell&#039;incontro a Pechino, Li Keqiang era stato in Germania, che nella Cina ha il principale partner commerciale, e oltre a stringere accordi per circa venti miliardi di euro, aveva consentito alcuni investimenti di aziende tedesche in territorio cinese, venendo meno alle restrizioni che di solito pone all&#039;ingresso di soggetti stranieri sul suo mercato interno. 
A questo si aggiunge una novità riguardo al cosiddetto16+1, il dialogo nato nel 2002 tra Cina e i Paesi dell&#039;Europa orientale (Albania, Bosnia ed Erzegovina, Bulgaria, Croazia, Repubblica Ceca, Estonia, Ungheria, Lettonia, Lituania, Macedonia, Montenegro, Polonia, Romania, Serbia, Slovacchia, Slovenia), da sempre sospettato dall&#039;Ue come un tentativo cinese di erodere la propria compattezza. Subito prima di recarsi in Germania, Li Keqiang aveva parteciparo a una riunione del 16+1 e stavolta aveva fatto chiaramente intendere agli interlocutori, soprattutto a quelli membri dell&#039;Ue europea, che la Cina non ha alcun interesse a quelle politiche sovraniste che minacciano i buoni rapporti tra Pechino e Bruxelles e che i rubinetti aperti si possono sempre chiudere.]]></description>
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			<title>Avviso ai lettori</title>
			<link>http://www.pierluiginatalia.net/1/avviso_ai_lettori_10499335.html</link>
			<description><![CDATA[<strong>Avviso ai lettori</strong><br />Cari Amici, per qualche tempo probabilmente smetterò di pubblicare su questo sito. Per rassicurare i pochi che dovessero preoccuparsi, specifico subito che non c&#039;è nessun motivo particolarmente drammatico all&#039;origine di questa decisione. Solo ho appena finito di scrivere un articolo sul commercio di armi nel 2014, uno dei tanti suggeriti da un rapporto internazionale, in questo caso del Sipri, l’Istituto sulla pace e il disarmo di Stoccolma, uno degli organismi più seri del mondo. 
Mi ha spinto non solo a riflettere sul piano professionale, ma anche a interrogarmi su quello personale. Avevo incominciato questo mestiere da appena un anno, quando nel 1974 uscì un film di Alberto Sordi intitolato “Finché c&#039;è guerra c&#039;è speranza” improntato proprio sulla storia di un trafficante d&#039;armi. Ne ricordo bene la conclusione. Il protagonista, additato al pubblico ludibrio sui giornali e contestato dai suoi familiari, dice loro che è disposto a tornare a commerciare in pompe idrauliche, come faceva prima di dedicarsi a quel traffico ben più lucroso. Certo non guadagnerebbe le stesse cifre e anche la sua famiglia dovrebbe ridurre spese e pretese. Aggiunge che avrebbe un aereo poche ore dopo per andare a vendere un carico d&#039;armi e che va a dormire. Se i familiari pensano che lui non debba più commerciare in armi, lo lascino riposare, altrimenti lo sveglino alle dieci e mezza. I familiari mandano la cameriera (che con i guadagni di un commerciante in pompe idrauliche non potrebbero permettersi come tutto il resto) a chiamarlo alle dieci. Tanto per sicurezza.
Sono quarant&#039;anni che faccio questo lavoro. Di armi se ne producono e vendono sempre di più. Il loro commercio è l&#039;unico settore economico che non ha mai conosciuto crisi. Il loro uso si moltiplica continuamente. E così i morti. E io continuo da quarant&#039;anni a raccontare questa tragedia. Ma il succo è sempre quello. Il massacro sistematico dei poveri, lo strazio dei popoli, serve a nutrire i privilegi dei ricchi. Io sto dall&#039;altra parte, rispetto a quella che interpretava Sordi in quel film. Ma per la prima volta ho voglia di fare come lui, di riposarmi un po&#039;. Decidete voi, che siete la mia famiglia: se pensate di poter fare a meno del mio contributo per qualche tempo, lasciatemi stare. Altrimenti datemi una voce. L&#039;indirizzo e-mail è sul sito.
 ]]></description>
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			<title>Nei rapporti con Washington  e sul Kosovo</title>
			<link>http://www.pierluiginatalia.net/1/nei_rapporti_con_washington_e_sul_kosovo_8802055.html</link>
			<description><![CDATA[<strong>Nei rapporti con Washington  e sul Kosovo</strong><br />
 
Se due indizi fanno una prova, il Governo di Belgrado ha cambiato decisamente passo e politica rispetto agli anni anche recenti. Il primo indizio è la svolta nella questione del Kosovo (una spina che tormenta da almeno un quindicennio la popolazione serba). Il secondo viene dai nuovi rapporti con gli Stati Uniti, fino a non molto tempo fa considerati il principale nemico. In effetti, nelle guerre i seguite al disfacimento dell&#039;ex Jugoslavia era stato proprio il Governo di Washington, all&#039;epoca guidato dal presidente Bill Clinton, a determinare la sconfitta e il ridimensionamento della Serbia, con gli interventi della Nato prima in Bosnia ed Erzegovina nel 1995 e poi nel Kosovo stesso nel 1998-1999.
 
La primavera e l&#039;estate appena trascorse ha fatto segnare un accordo di massima nel negoziato tra le autorità di Pristina, espressione della maggioranza albanese della popolazione kosovara, e il Governo di Belgrado - che comunque non recede dalla rivendicazione della sovranità sul Kosovo - e dunque un successo delle pressioni in merito esercitate da anni dall&#039;Unione europea, che a tale esito aveva subordinato il via libera al processo di avvicinamento e in prospettiva di ingresso della Serbia. Belgrado ha dovuto prendere atto che il rischio di isolamento europeo era troppo forte e che neppure il rapporto privilegiato con il tradizionale alleato russo avrebbe potuto compensare ulteriori ritardi per un Paese che lungo questo cammino ha la peggior posizione tra quelli emersi dalla dissoluzione dell&#039;ex Jugoslavia (Dopo che la Slovenia lo è da anni, ora anche la Croazia, coinvolta quanto la Serbia nelle guerre degli anni 90, è ormai il 28° Stato dell&#039;Unione). 
 
Nella settimana appena trascorsa ci sono state diverse conferme della mutata politica di Belgrado. Da un lato si è registrato un rimpasto di Governo apparso significativo, anche per il coinvolgimento, in qualità di collaboratori e consulenti, di autorevoli esperti e politici stranieri. Dalla compagine ministeriale, tra l&#039;altro, è uscito il Partito delle regioni, guidato da Mlađan Dinkić,  finora ministro dell’Economia e Finanze. Il dicastero è stato diviso e le competenze in materia di finanza sono state affidate a Lazar Krstic, un economista trentenne che ha studiato negli Stati Uniti e che lavorava come esperto alla compagnia di consulenza McKinsey. A sostenere il Governo in Parlamento sono ora il Partito socialista del premier Ivica Dačić e il Partito del progresso, la formazione più forte, guidata dal vice premier Aleksandar Vučić. Soprattutto l&#039;apertura a contributi esterni, comunque, testimonia della volontà di mettere un freno agli aspetti più pericolosi di un nazionalismo che in Serbia ha sempre attecchito con facilità. 
 
Ma ormai molta acqua è passata sotto i ponti della Sava e del Danubio, i fiumi che si congiungono a Belgrado, bombardata quindici anni fa per 78 giorni consecutivi dagli aerei della Nato che partivano dalla base italiana di Aviano. Lo dimostra anche il vertiginoso aumento di quest&#039;anno, oltre il 70 per cento, delle esportazioni serbe negli Stati Uniti. Il mutato rapporto con Washington, è stato ribadito, sempre la scorsa settimana, dallo stesso Dačić, che ha ricevuto a Belgrado Jonathan Moore, direttore dell’ufficio per l’Europa centromeridionale del dipartimento di Stato americano. Argomento del colloquio sono stati l’attuazione degli accordi raggiunti fra Pristina e Belgrado e i preparativi per le elezioni amministrative fissate in Kosovo per il 3 novembre. Moore ha incontrato anche il direttore dell’ufficio governativo serbo per il Kosovo, Aleksandar Vulin, e Marko Đurić, uno dei principali consiglieri del presidente serbo Tomislav Nikolić, oltre che uno dei negoziatori con i kosovari albanesi. A tutti gli interlocutori belgradesi il diplomatico statunitense ha assicurato l’appoggio di Washington al processo di integrazione europea della Serbia e agli sforzi di soluzione della crisi del Kosovo. In tutti i colloqui, soprattutto, è stato constatato un netto miglioramento e rafforzamento delle relazioni bilaterali con gli Stati Uniti, destinati a divenire — secondo quanto reso noto da entrambe le parti — il primo Paese investitore in Serbia.
 
Sulla questione kosovara, peraltro, pesa l’intransigenza della minoranza serba della popolazione, decisa a non riconoscere in alcun modo legittimità alle autorità di Pristina e i cui rappresentanti hanno invitato al boicottaggio delle elezioni del 3 novembre. A metà agosto, i membri dell’Assemblea provvisoria del Kosovo, espressione della minoranza serba, che vive in Kosovo a nord del fiume Ibar hanno votato ieri all’unanimità una dichiarazione che definisce le elezioni convocate dal presidente kosovaro albanese Atifete Jahjaga inaccettabili, in conflitto non solo con le leggi della Serbia, ma anche con la risoluzione 1244 del Consiglio di sicurezza dell’Onu che a suo tempo riaffermò la sovranità serba sul Kosovo. Nella dichiarazione si ribadisce che il Kosovo resta per i serbi, oltre che per numerosi Paesi, «uno Stato non riconosciuto». 
 
La presa di posizione ha contrariato Dačić, il, quale ha ripetuto in settimana che quanti in Kosovo attuano una politica contraria a quella del Governo di Belgrado resteranno isolati. «Al punto in cui siamo è interesse vitale dei serbi del Kosovo di avere propri rappresentanti eletti in modo legittimo e legale e riconosciuti dalla comunità internazionale, e non presentati come capi di strutture parallele che non riconosce nessuno», ha detto il premier serbo, ribadendo che il Governo di Belgrado sostiene la presentazione di una lista unica di candidati serbi. Questa scelta era stata riaffermata poche ore prima anche dal presidente Nikolić in un ennesimo incontro i con i rappresentanti serbi kosovari, ma al momento la posizione di questi ultimi non si è modificata.
 
             Peraltro, anche tra Belgrado e Pristina la questione è tutt&#039;altro che risolta. Proprio Đurić, ha detto che «la Serbia non accetterà un’elezione che preveda anche un solo simbolo del falso Stato del Kosovo, e ciò si riferisce all’intero territorio del Kosovo», cioè non solo al nord dove è concentrata la minoranza serba kosovara. Secondo il consigliere presidenziale, questo era espressamente concordato nelle intese dello scorso aprile a Bruxelles. Di parere diametralmente opposto è il vice premier kosovaro albanese, Hajredin Kuqi, il quale ha risposto che il voto si terrà nel rispetto della costituzione e delle leggi del Kosovo e che quindi è da escludere la rimozione dei simboli statali dalle schede elettorali. In ogni caso, si tratta di un&#039;altra pietra d&#039;inciampo che Dačić dovrà affrontare nel già fissato incontro di questo martedì 27 agosto con il primo ministro kosovaro albanese Hashim Thaçi e con l&#039;alto rappresentante per la politica estera e di sicurezza comune dell&#039;Unione europea, Catherine Ashton
 
 
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			<title>L'inquietante regurgito dei populismi xenofobi</title>
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			<description><![CDATA[<strong>L&#039;inquietante regurgito dei populismi xenofobi</strong><br />
L&#039;inquietante regurgito dei populismi xenofobi
Il cancro nazionalista
di Pierluigi Natalia
Viviamo una stagione segnata da fenomeni a grandi linee iscrivibili al concetto di nazionalismo e a quello ad esso collegato di populismo. Ne è un esempio il rinnovato protezionismo degli Stati Uniti guidati da Trump, il cui successo, a vedere la composizione dell&#039;elettorato che lo scelse nel 2016, sembrò dovuto al disagio di una classe media americana, in particolare bianca, frustrata e in via di marginalizzazione. Saranno probabilmente le elezioni di medio termine di novembre a dirci se questo zoccolo dell&#039;elettorato di Trump sarà scalfito, nonostante i vantati buoni risultati di macroeconomia e finanza, dalle diffuse proteste popolari, dalle bocciature giudiziarie, dalla vicenda del Russia-gate. Ci sono infatti sempre più circostanziate notizie sul fatto che il voto del 2016 fu adulterato da interventi riconducibili al leader russo Putin, uno che a sua volta ha puntato su nazionalismo e populismo per risalire la china causata a suo tempo dal crollo dell&#039;Unione sovietica. 
Nel frattempo, il presidente statunitense continua disinvoltamente, anche liberandosi di ogni figura della sua amministrazione che non approvi supinamente ai suoi disegni, a smantellare sul piano interno i diritti sociali acquisiti, compresi quelli sulla tetule della salute, e su quello internazionale gli accordi siglati dall’amministrazione Obama. Per non parlare dei diritti umani, per esempio con la scelta di separare i bambini migranti dalle famiglie e di chiuderli in gabbia.
Il nazionalismo russo, a sua volta, è tra le cause principali delle crisi militari dell&#039;ultimo decennio in Crimea e in Ucraina, per non parlare di quelle mai risolte in Cecenia e in Ossezia.
Un nazionalismo di tipo proprio, più di risposta a tentativi autonomistici, spesso su basi etniche, si registra da parte del Governo cinese, con forti repressioni interne, accompagnate sul piano internazionale da una proiezione imperialistica di tipo soprattutto economico, con la crescente acquisizione di risorse in Africa e di accordi commerciali in America latina, ma anche militare, come dimostra l&#039;aumento di basi nella cruciale zona del Mar cinese meridionale.
Nell&#039;altro grande subcontinente asiatico, l&#039;India, se da un lato appare meno forte che in passato il nazionalismo basato sull&#039;identità etnica e religiosa dell&#039;hinduismo, con il suo sistema di caste, dall&#039;altro aumentano le tensioni e le violenze originate dal fondamentalismo ad esso ispirato. 
Più complessa è la situazione mediorientale, dove anche nei Paesi di tradizionale componente nazionalistica, si pensi a Turchia, Iran e Iraq, ad essa si è sovrapposta quella identitaria islamica. Con punte di fondamentalismo, anche a livello governativo, mai raggiunte neppure all&#039;epoca del panarabismo seguito alla seconda guerra mondiale, alimentato anche dal rifiuto della nascita dello Stato d&#039;Israele, considerato elemento estraneo ed espressione dello strapotere occidentale.
Anche in America latina si registrano fenomeni di chiusura – e persino nostalgie dei nazionalismi del passato sfociati in dittature militari – dopo che negli ultimi anni la crisi economica causata da una finanza predatrice e irresponsabile ha in gran parte vanificato le grandi conquiste sociali ottenute nell&#039;ultimo ventennio soprattutto nel Brasile, il maggior Paese dell&#039;area, ma anche in diversi altri, dal Paraguay al Venezuela, dall&#039;Argentina al Guatemala, dal Cile alla Colombia.
In Africa, la questione va ricondotta più al fattore etnico, quando non tribale, che al nazionalismo propriamente detto. Del resto, con alcune eccezioni, prime fra tutte Egitto ed Etiopia, in Africa il concetto di nazione è decisamente vago e gli stessi confini sono un&#039;astrazione geografica figlia del colonialismo.
Poi c&#039;è l&#039;Europa, dove i nazionalismi sono nati e più che altrove si sono accompagnati ai suoi figli naturali, il razzismo, la xenofobia, la violenza, la guerra. Nell&#039;Europa che proprio per risorgere e rinnegare quegli orrori si è costruita sulla base dei diritti umani e dello Stato sociale, si vive oggi una stagione di regresso valoriale evidente. Trovano infatti consensi sempre maggiori quelle forze che al nazionalismo si rifanno, magari nella sua declinazione di sovranismo oggi tanto di moda. Sollecitati dalle nuove incertezze e dalle paure diffuse, hanno trovato nuova linfa vitale e il loro lessico di retorica violenza si va imponendo sempre di più, come un cancro che attacca le cellule sane della società. 
Fenomeni analoghi si registrano praticamente da sempre nella storia umana. Ma qualche distinzione è necessaria, se si vuole sgombrare il campo da interpretazioni che appartengono più all&#039;ideologia che all&#039;analisi sociopolitica. Soprattutto se si rifiuta l&#039;espressione per meri slogan, in una scelta purtroppo sempre più minoritaria in un&#039;epoca come la nostra che confonde, grazie alla presenza invasiva dei cosiddetti social media, la propaganda con l&#039;informazione. Se identità tribale ed etnica appartengono infatti all&#039;intera esperienza umana, di nazionalismo propriamente detto si deve parlare più propriamente riguardo agli ultimi tre o quattro secoli. 
E se ne deve parlare, con cognizione di causa e onestà intellettuale, come di una delle più evidenti e pericolose cause di conflitto e di regresso. Figli del nazionalismo sono i due conflitti mondiali e in gran parte il terzo, quello che Papa Francesco chiama guerra mondiale a pezzi. Nell&#039;ultimo trentennio, alla fine del bipolarismo con l&#039;implosione dell&#039;Unione Sovietica, il regurgito dei nazionalismi nell&#039;ex Jugoslavia ha riportato la guerra in Europa dopo quasi mezzo secolo di pace e di sviluppo, ad ovest soprattutto, ma anche a est, nonostante sistemi economici collettivisti di fatto ingessati. A etnicismo e tribalismo, invece, va ascritto l&#039;altro caso di spaventosa ferocia registrato negli anni Novanta del secolo scorso, il genocidio in Rwanda.
In quegli anni, diversi osservatori, compreso chi scrive, indicarono l&#039;esplosione dei nazionalismi come la causa principale di una conflittualità del futuro, insieme alla lotta per il controllo delle fonti strategiche, ammonendo che solo una gestione corretta dei fenomeni di globalizzazione avrebbe consentito che quei regressi di civiltà restassero solo una reazione difensiva residuale e non si protraessero.
Purtroppo, quel monito è rimasto a livello di speranza. Una globalizzazione consegnata alla proprietà e alla gestione esclusiva della finanza, una mondializzazione che non ha globalizzato, ma anzi ha attaccato sistematicamente i diritti umani, ha favorito il rafforzarsi di quei fenomeni. La crisi economica, o meglio finanziaria, in cui l&#039;Occidente e più in generale il mondo sono immersi da un decennio, ha arricchito di più chi ricco era già, ha allargato la base di povertà assoluta, ha respinto verso il basso la classe media in ogni nazione, ha vanificato decenni di progressi dello Stato sociale. La risposta che hanno avuto le vittime non è stata un rilancio politico di solidarietà e cooperazione, ma una capillare diffusione dello schema caro a ogni ideologia nazionalista: metti loro paura e indica un nemico esterno che faccia scordare gli errori interni, come accade oggi, per esempio, in Italia e non solo, con i migranti. Uno schema che bombarda la gente di messaggi distorcenti la realtà. 
Occorre precisare che nazionalismo e nazione civile non solo non sono la stessa cosa, ma sono incompatibili, soprattutto riguardo ai diritti umani. Il primo, in sintesi, sostiene che le differenze tra popoli sono oggettive e che ciascuno nasce in una comunità di destino alla quale non può sottrarsi, mentre chi non vi appartiene non può trovarvi tutela degli stessi  diritti fondamentali. Al contrario, le nazioni civili sono quelle in cui ci si riconosce come società in cui tutti coloro che ne rispettano i principi fondanti devono avere gli stessi diritti.
Il passo ulteriore, mai pienamente realizzato, è la creazione di una comunità mondiale basata su quel riconoscimento e su quelle tutele. E non è un caso se oggi ad essere sotto attacco siano proprio le realtà che più di altre su questo primato dell&#039;essere umano in quanto tale sono state costituite, a partire dall&#039;Onu e, almeno nell&#039;ispirazione, dall&#039;Unione Europea. E per inciso, sotto attacco, in diversa misura, è anche la Chiesa cattolica, che ovviamente ha un Fondatore diverso, ma è proprio per questo al servizio dell&#039;universalità della famiglia umana. Un servizio, come ribadisce in ogni occasione Papa Francesco, che ha come destinatari principali i più poveri.]]></description>
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			<title>Fallito il tentativo di negoziato tra Addis Abeba e  i ribelli della regione</title>
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			<description><![CDATA[<strong>Fallito il tentativo di negoziato tra Addis Abeba e  i ribelli della regione</strong><br />
di Pierluigi Natalia
Sembra già fallito il tentativo di restituire la pace all’Ogaden, la regione dell’Etiopia a maggioranza di popolazione somala dove si protrae da quarant’anni, con diverse fasi e intensità, il conflitto tra l’esercito governativo e gli indipendentisti, che nel 1984 si organizzarono nel Fronte di liberazione nazionale dell’Ogaden (Onlf). Un tentativo di negoziato tra il Governo di Addis Abeba e l’Onlf, incominciato in settembre con la mediazione del Kenya, si è già interrotto senza esito. Le delegazioni delle due parti si sarebbero dovute incontrare a fine ottobre appunto in Kenya, ma i leader del movimento ribelle hanno dichiarato che non esistono i presupposti per il raggiungimento di un accordo. A determinare la rottura, almeno stando alle dichiarazioni diffuse, sarebbe stata la richesta di Addis Abeba che i ribelli accettino come precondizione allo svolgimento dei negoziati la sottoscrizione della Costituzione dell’Etiopia. In altre parole, un modo per non negoziare proprio, dato che la Cosatituzione stabilisce non solo l&#039;inviolabilità del territorio, ma anche la titolarità del Governo a esprimervi piena sovranità. Il movimento indipendentista chiede invece da anni il diritto all’autodeterminazione del popolo ogadeni e che sulla Costituzione si tenga un referendum nella regione.«Abbiamo lottato contro gli etiopi dal 1984 e la Costituzione è stata adottata nel 1994. Quindi non siamo costretti a riconoscerla», ha detto uno dei leader dell’Onlf in una intervista rilasciata al periodico Africa Report.
L’interruzione del tentativo negoziale suscita preoccupazione in molti osservatori, oltre che nella dirigenza kenyota, alle prese con diverse crisi legate alla questione somala nelle sue diverse accezioni. E si tratta di una preoccupazione comprensibile: i colloqui mediati dal Governo di Nairobi erano stati infatti salutati come l’iniziativa più significativa di sempre per porre fine al conflitto. In particolare, l’apertura alla trattativa con i ribelli dell’Ogaden fatta dal nuovo primo ministro dell’Etiopia, Hailemariam Desalegn, aveva costituito una novità sostanziale rispetto alle politiche militari repressive applicate dal suo predecessore Meles Zenawi, morto lo scorso 20 agosto dopo essere stato ininterrottamente al potere in Etiopia per oltre vent’anni. Nel 2006 Meles aveva anche costituito una specifica milizia autoctona per combattere la ribellione. L’anno
dopo la crisi, sostanzialmente ignorata per decenni dai grandi circuiti d&#039;informazione internazionali – con le solite eccezioni della stampa cattolica in genere e missionaria in particolare – era balzata improvvisamente aglionori della cronaca per un attacco alle installazioni petrolifere gestite nella regione da compagnie cinesi, nel quale furono uccisi 76 lavoratori, sei appunto cinesi e il resto locali. Il tutto a conferma che tra le cause principali della tragedia delle popolazioni somale, sotto qualunque autorità si ritrovino, è costituita dagliinteressi internazionali sul petrolio sul quale letteralmente galleggiano i loro territori.
Né si può sottovalutare il fatto che il negoziato con l’Onlf poiteva rivelarsi anche un precedente importante per tutti gli altri conflitti interni dell’Etiopia, dove non mancano certo le spinte secessioniste. In diverse regioni, infatti, operano gruppi armati come il Fronte di liberazione Oromo, nel sud; il Movimento democratico del popolo Tigray, nella regione di Asmara; il Fronte di liberazione di Gabela e il Movimento di liberazione Benishangun, nell’ovest; il Movimento di liberazione Afar, nel nord est. A questi si aggiunge il Ginbot 7, presente in tutto il territorio e finanziato dalla diaspora etiope negli Stati Uniti.]]></description>
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			<title>Le tragedie nel Canale di Sicilia</title>
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			<description><![CDATA[<strong>Le tragedie nel Canale di Sicilia</strong><br />C&#039;è il titolo di un libro, “I sommersi e i salvati”, l&#039;ultimo scritto da Primo Levi sulla tragedia dei campi di concentramento nel ventesimo secolo, che sembra perfetto per raccontare anche l&#039;orrore delle condizioni di milioni di migranti e di profughi in questo avvio di millennio in Mediterraneo, in Europa, nel mondo. La tragedia di questo pomeriggio nel Canale di Sicilia, mentre ancora si cercano le vittime di quella di una settimana fa a Lampedusa, racconta infatti di infelici sommersi dai ritardi internazionali nelle politiche di aiuto e protezione prima ancora che dal mare e di altri sventurati salvati dall&#039;impegno di tanti marinai. Per non parlare diquanto fatto da sempre dei cittadini di quell&#039;estrema  frontiera dell&#039;Europa che è Lampedusa. 
Nel nuovo naufragio sono morte decine di persone, compresi donne e  bambini. Secondo la Marina italiana i naufraghi tratti in salvo sono  206  e le vittime recuperate 34. In precedenza, il Governo di Malta, dove sono stati portati gran parte dei superstiti, aveva parlato di 27 morti accertati. Tutti, però, concordano sul fatto che  il   tragico conteggio sia destinato ad allungarsi.  Sulla  nave militare italiana «Lybra» sono stati imbarcati 56  naufraghii,  circa altri 130 sono stati salvati da un pattugliatore della Marina maltese,  altri 15  da un motopeschereccio..  
Stavolta a Lampedusa ne sono arrivati vivi nove, portati da elicottero dei soccorritori. I corpi di altri 22, in gran parte donne e bambini, sono stati adagiati sul molo Favarolo, trasformato da una settimana a questa parte in una sconvolgente camera mortuaria all&#039;aperto. Tra i superstiti c&#039;è una famiglia di profughi siriani, padre, madre e un loro figlio piccolo. Un altro sembra essere tra i morti sul molo. In queste stesse ore, a conferma di una situazione spaventosa,sono stati soccorsi altri due barconi alla deriva: nel primo ci sono 150 persone di nazionalità presumibilmente siriana, segnalate da una nave cisterna non lontano dalla costa e che le motovedette della Capitaneria di porto di Lampedusa stanno conducendo a terra.  Il secondo natante,  con 85 persone in difficoltà, è  a un’ottantina di miglia marine  dall’isola. Anche in questo caso è intervenuta un’unità della Capitaneria di porto. 
Lampedusa è stordita dalla doppia ferita in una settimana. Il conteggio della strage  del 3 ottobre è arrivato stasera  a 339 vittime. La pilotina dei sommozzatori dei Vigili del fuoco ha trasportato a terra  28 morti tra i quali un bimbo di 4 o 5 anni,  recuperati al di fuori del barcone affondato, nel quale nopn risultano essercene ancora. Le ricerche proseguiranno domani, con  robot sottomarini, sonar e sommozzatori  a supporto. 
Donne e bambini sono due sostantivi che ricorrono spesso nelle cronache dei naufragi di questi giorni. Basta questo a spiegare che non si è in presenza di migrazioni alla ricerca di lavoro, sia pure irregolari. In questo caso, come accaduto sempre, sarebbero quasi esclusivamente uomini, partiti con la speranza di trovare una condizione migliore per poi inviare denaro a casa o, magari, farsi raggiungere dalle famiglie in un secondo momento. Esistono anche lavoratrici migranti, si pensi alle migliaia di badanti, ma non arrivano via mare. Quelle di questi giorni in Mediterraneo sono fughe dalla guerra, dalle stragi. Non sono viaggi della speranza, come si continua a scrivere, ma l&#039;ultima risorsa di disperati. Soprattutto, sono viaggi di portatori di diritti. Nella guerra tra poveri alimentata dalla crisi economica, le leggi sull&#039;immigrazione in molti Paesi europei sono degenerate dal piano amministrativo a quello penale, peraltro senza alcun esito di riduzione dei flussi. Ma in questo caso è in discussione un principio non negoziabile né ignorabile: il diritto d&#039;asilo. 
 
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			<title>Il viaggio nel sud-est asiatico</title>
			<link>http://www.pierluiginatalia.net/1/il_viaggio_nel_sud_est_asiatico_11451145.html</link>
			<description><![CDATA[<strong>Il viaggio nel sud-est asiatico</strong><br />Non si annuncia facile la visita di Papa Francesco tra fine novembre e inizio dicembre in Myanmar e in Bangladesh, un tempo conosciuti con i nomi dati loro dai colonizzatori, Birmania e Bengala. Così come non lo è stata quella in Colombia a settembre. Del resto, non lo sono mai, neppure quando il Papa si reca in una parrocchia romana. Il magistero di qualunque Papa ha sempre un preminente carattere pastorale, ma con accentuata evidenza da quando Giovanni XXIII “uscì dal Vaticano”, dagli anni del Concilio, “pastorale” si declina indissolubilmente con “sociale”. Tanto più oggi, in un&#039;epoca di informazione globale, ma spesso cacofonica e distorcente, dagli interventi di magistero pontificio emerge di continuo la questione cruciale dei diritti dell&#039;uomo sui quali molti vorrebbero che il Papa tacesse o almeno si limitasse ad affermazioni generiche. 
In Colombia, l&#039;accordo di pace firmato l&#039;anno scorso - con l&#039;attivo sostegno, tra gli altri, della Santa Sede - tra il Governo del presidente Juan Manuel Santos, che per quell&#039;accordo ha ottenuto il Premio Nobel per la Pace, e le Forze armate rivoluzionarie della Colombia (Farc), il più antico gruppo guerrigliero di sinistra dell&#039;America latina, è diventato oggetto di un duro scontro politico. Delle clausolee di quell&#039;accordo, bocciato da un referendum popolare che ha visto prevalere di misura le posizioni dell’opposizione guidata dall’ex presidente Álvaro Uribe, Francesco non ha mai parlato, ma del suo scopo, la ricerca della pace, ha parlato in ogni modo e in ogni tappa. 
Il viaggio aveva come motto “facciamo il primo passo” e Francesco di passi e di parole ne ha profusi molti. Denunce inequivocabili non solo della violenza, ma dell&#039;ingiustizia sociale che la provoca e l&#039;alimenta, del traffico di droga, del lavoro negato a milioni di giovani. Abbracci alle vittime delle violenze che per settant&#039;anni hanno insanguinanato il Paese, ma anche braccia aperte a quanti hanno mostrato volontà di rinnegare davvero il proprio passato di carnefici, fossero stati nella guerriglia o nelle feroci milizie paramilitari di estrema destra. «Ci hanno fatto comprendere che tutti, alla fine, in un modo o nell’altro, siamo vittime, innocenti o colpevoli, ma tutti vittime, accomunati in questa perdita di umanità che la violenza e la morte comportano», ha detto il Papa. 
Se un cuore ha avuto la visita è stata a «preghiera per la riconciliazione» ai piedi del Cristo nero di Bojayá, mutilato nel 2002 da una bomba in chiesa che uccise un&#039;ottantina di persone. Certo, niente colpi di spugna. Bisogna «accettare la verità di ciò che è accaduto», occorre «raccontare alle famiglie distrutte dal dolore quello che è successo ai loro parenti scomparsi, confessare che cosa è successo ai minori reclutati dagli operatori di violenza, riconoscere il dolore delle donne vittime di violenza e di abusi». Ma «la verità è una compagna inseparabile della giustizia e della misericordia» e « non deve, di fatto, condurre alla vendetta, ma piuttosto alla riconciliazione e al perdono». Quel Crocifisso non ha più gambe né braccia, «ma con il suo volto ci guarda e ci ama, per insegnarci che l’odio non ha l’ultima parola, che l’amore è più forte della morte e della violenza». Più forte anche in una terra piagata dalla povertà, dal narcotraffico e da un’oligarchia politica in mano a trecento famiglie, con un popolo per metà sotto la soglia di povertà, con almeno un milione di bambini che sopravvivono a stento rovistando tra la spazzatura nelle strade e altri milioni vittime dello sfruttamento del lavoro infantile. 
E se è stato difficile il viaggio del primo Papa sudamericano nella cattolica Colombia, ombre e inquietudini già si proiettano sul prossimo nel sud-est asiatico, un viaggio che molti non vorrebbero proprio o almeno vorrebbero ridotto alla mera componente religiosa, senza che le ragioni del diritto dell&#039;uomo, della giustizia, della dottrina sociale della Chiesa vi fossero ancora una volta riaffermate con forza. Vorrebbero in pratica che Francesco stesse zitto. 
Il Papa è atteso in due nazioni nelle quali i cattolici sono minoranze sparuta, poco più dell&#039;1 per cento in Myanmar e circa lo 0,3 in Bangladesh. Ma c&#039;è un&#039;altra minoranza che sembra stargli persino più a cuore: i rohingya, di religione islamica, da anni privi di qualunque diritto nel Myanmar, dove vive la maggior parte della loro comunità, e che negli ultimi tempi hanno visto spesso sbarrate le porte del Bangladesh, Paese in cui l&#039;Islam è religione di Stato, dove migliaia di loro, soprattutto donne e bambini, da sempre cercano rifugio dalle persecuzioni. Né ha cambiato la situazione la (quasi) fine della dittatura militare birmana e l&#039;ascesa alla guida dello Stato di Aung San Suu Kyi,  anch&#039;ella premio Nobel per la Pace e per decenni a sua volta perseguitata. Anzi, quest&#039;anno sui rohingya, accusati di una serie di attentati, si è abbattuta una repressione particolarmente sanguinosa dell&#039;esercito, che conserva un forte potere di fatto. E a definirli “terroristi” è la stessa Aun San Suu Kyi, ricevuta lo scorso maggio da Papa Francesco in Vaticano per una visita privata, subito dopo la quale era stata annunciata l&#039;apertura di relazioni diplomatiche tra Santa Sede e Myanmar. 
I comunicati ufficiali, come sempre, sottolineano che il Papa “ha accolto l&#039;invito dei rispettivi capi di Stato e vescovi”, ma questo entusiasmo governativo ed episcopale sembra essersi raffreddato dopo che all&#039;Angelus del 27 agosto Francesco ha invitato a pregare, oltre che per le popolazioni alluvionate del Bangladesh, per i &quot;nostri fratelli rohingya”, chiedendo al Signore &quot;di salvarli e suscitare uomini e donne di buona volontà in loro aiuto, che diano loro i pieni diritti&quot;. Per ora, il mutamento politico che ha visto centrale il ruolo di Aung San Suu Kyi  non ha cambiato minimamente la condizione dei rohingya, per i quali il Myanmar non ha mai trovato un posto fra le 135 – centotrentacinque ! - etnie e comunità che hanno diritto di cittadinanza nel Paese accanto agli otto gruppi principali.
Quanto ai vescovi, dopo l&#039;Angelus del Papa sono incominciate le prese di distanza. La Conferenza episcopale lo ha invitato pubblicamente a non toccare l&#039;argomento, a conferma delle difficoltà di una Chiesa piccola - non a caso il cardinale Charles Maung Bo, arcivescovo di Yangon, l&#039;ha definita “insignificante” - stretta tra la maggioranza buddista, molti dei cui principali esponenti hanno parlato esplicitamente di “inaccettabile ingerenza papale”, e le tante minoranze con le quali la convivenza risulta difficile.  “La parola rohingya è un tema sensibile nel Paese e sarebbe meglio non usarla”, ha dichiarato all’agenzia Ucanews monsignor Alexander Pyone Cho, arcivescovo di Pyay, la diocesi dello Stato di Rakhine dove abita quella minoranza. Quanto ai recenti massacri, che molte organizzazioni umanitarie internazionali hanno definito una vera e propria pulizia etnica, il vescovo di Bhamo, Raymond Gam, ha dichiarato all&#039;agenzia AsiaNews che “il problema dei rohingya è molto delicato dal punto di vista politico e la scelta delle parole del Papa potrebbe avere un impatto negativo su altre persone. Affermare che i rohingya sono perseguitati può creare gravi tensioni in Myanmar”. Ancora oltre si è spinto il portavoce della Conferenza episcopale, padre Mariano Naing: “Vi sono voci che il Santo Padre visiterà il Rakhine e i rohingya. Questo è sbagliato. Se abbiamo mai bisogno di portare il Santo Padre alle nostre persone sofferenti, lo porteremo ai campi profughi cattolici”.
Al momento in cui questo articolo viene scritto, il programma della visita non è ancora stato reso noto nei dettagli. La Sala stampa vaticana ha solo comunicato che si recherà a Yangon, la principale città del Paese, e a Nay Pyi Taw, la capitale politica, un tempo conosciuta come Burma, dal 27 al 30 novembre, e a Dhaka, la capitale del Bangladesh, dal 30 novembre al 2 dicembre. Per ora non si ha notizia di incontri con minoranze perseguitatate del Myanmar del primo Papa a visitare il Paese. In Bangladesh si erano invece già recati Paolo VI nel 1970, quando faceva ancora parte del Pakistan, e Giovanni Paolo II nel 1986. Di quest&#039;ultima visita, chi scrive ricorda un incontro con una delegazione della Chiesa birmana, all&#039;epoca se non apertamente perseguitata, di certo mal tollerata dalla dittatura militare. Lo scrivemmo in pochi e pochi lo seppero, ma quella volta il Papa non tacque.]]></description>
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			<title>Il presidente mantiene le promesse all'Africa</title>
			<link>http://www.pierluiginatalia.net/1/il_presidente_mantiene_le_promesse_all_africa_9949709.html</link>
			<description><![CDATA[<strong>Il presidente mantiene le promesse all&#039;Africa</strong><br />Il presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, sta affrontando l&#039;ultima parte del suo secondo e conclusivo mandato, mantenendo, almeno in parte, molte delle sue promesse e levandosi dalle scarpe qualche sassolino, in riferimento tanto all&#039;opposizione politica del partito repubblicano, maggioritario al Congresso, che ha in gran parte ridotto la portata delle sue riforme, quanto alla finanza speculativa che ha causato la grande crisi, tuttora non superata, pagata dai lavoratori e dalle famiglie del Paese e di tutto il mondo. 
Tra le promesse mantenute ci sono, in queste ore, quelle fatte all&#039;Africa un anno fa durante il viaggio che lo portò in Senegal, Sud Africa e Tanzania. Obama ha infatti annunciato un piano di investimenti nel continente per un valore di 33 miliardi di dollari. L’annuncio è arrivato oggi, nel secondo giorno del summit che vede riuniti alla Casa Bianca i leader di una cinquantina di Stati africani e che si concluderà domani. L’incontro, il primo di questo tipo mai organizzato sulla sponda occidentale dell’Atlantico, è stato fortemente voluto da Obama, impegnato a rilanciare nel continente un’influenza statunitense che subisce da tempo la sfida di altri soggetti internazionali, a partire dalla Cina. «L’Africa affronta enormi sfide. C&#039;e ancora tanta povertà, fame, malattie. Ma una nuova Africa sta crescendo. E gli Stati Uniti vogliono essere protagonisti del suo successo», ha detto Obama intervenendo al summit, sottolineando peraltro che «per investire in Africa servono pace e sicurezza. È difficile operare investimenti nel mezzo di guerre e conflitti». 
Ciò nonostante, le iniziative presentate dal presidente statunitense superano le previsioni della vigilia. Sono confermati i 14 miliardi di dollari stanziati dalle grandi società statunitensi per investimenti nel settore edile e in quelli dell’energia pulita, dei servizi bancari e delle tecnologie. Altri 12 miliardi saranno stanziati nell’ambito dell’iniziativa Power Africa, che coinvolge tra gli altri partner del settore privato e Banca mondiale. A questi si aggiungono sette miliardi di dollari destinati dal Governo di Washington a promuovere ulteriormente le esportazioni e gli investimenti statunitensi. «Questi investimenti rafforzeranno l’impegno economico degli Stati Uniti in Africa, alimentando la crescita del continente e dei mercati emergenti per le nostre imprese, creando anche posti di lavoro negli Stati Uniti e in Africa», si legge in una nota diffusa dalla Casa Bianca. 
Come ogni leader politico, a motivare Obama contribuisce in modo rilevante l&#039;interesse del suo Paese. Non a caso, come detto, l&#039;obiettivo della Casa Bianca è soprattutto rafforzare i legami economici degli Stati Uniti con una regione dove le prospettive di crescita sono superiori a quelle del resto del mondo (5,4 per cento nel 2014 e 5,8 per cento nel 2015, secondo le stime del Fondo monetario internazionale). «L’incontro è stato organizzato per costruire relazioni basate su interessi e rispetto reciproci», ha detto Susan Rice, consigliere per la sicurezza nazionale della Casa Bianca. Significativo, in questo senso, è l&#039;elenco fatto da Obama delle aziende statunitensi coinvolte nel progetto: la Coca Cola (per l’energia pulita), la General Electric (per infrastrutture ed elettricità), la Marriot (per la costruzione di alberghi), ma anche Blackstone, Chevron, Citigroup, Ford, Lockheed Martin, Morgan Stanley e Wal-Mart. 
 Nei fatti, si tratta di una risposta alle lamentele mosse da diversi settori economici – e soprattutto finanziari – del Paese. Non a caso, proprio alla vigilia del summit con gli africani, Obama aveva rilasciato un&#039;intervista all&#039;Economist nela quale non aveva usato mezze misure nel giudizio sui manager della finanza selvaggia. «Non avete il diritto di lamentarvi» per le regole con cui si cerca di evitare gli errori del passato, quelli che hanno portato alla più grave crisi del dopoguerra, ha affermato il presidente, tornando ad accusare chi frena la riforma del sistema finanziario statunitense, ancora incompiuta.
Non è la prima volta che Obama denuncia con toni forti le resistenze che impediscono di portare a termine la riforma di Wall Street — alcuni mesi fa in un’intervista definì i banchieri «fat cats (gatti grassi) — ma lo scontro si sta facendo sempre più duro. La risposta di alcuni dei leader più in vista della finanza statunitense non si è fatta attendere. Diversi nomi importanti di Wall Street hanno invitato il presidente Obama a pensare alle riforme che non è riuscito ancora a fare, da quella dell’immigrazione a quella fiscale, riforme che avrebbero portato alla creazione di milioni di posti di lavoro e rafforzato una ripresa economica definitiva del Paese. In merito, comunque, il presidente accusa a sua volta il Congresso, di bloccare tutte le riforme proposte dalla Casa Bianca. 
In ogni caso, Obama ricorda che i manager delle aziende dovrebbero mostrare più responsabilità sociale, e ammonisce che se si guarda a quanto accaduto negli ultimi quattro o cinque anni, appare chiaro come a non potersi lamentare sono proprio loro. Il riferimento è anche ai tanto criticati superbonus che molti manager di Wall Street continuano a percepire nonostante quanto è successo negli ultimi anni. Secondo Obama — e non solo — proprio queste retribuzioni milionarie, tra paghe e liquidazioni, spingono ad assumere rischi all’interno di banche e società che mettono in pericolo l’intero sistema economico. 
Allargando il discorso all’intero mondo produttivo, il presidente afferma che anche le lamentele delle aziende vanno considerate con misura. Nell’intervista, infatti, Obama sottolinea come le sue politiche in questi anni siano state in realtà sempre a favore delle imprese, per favorire il loro fondamentale ruolo ai fini della crescita economica e dell’occupazione. 
In ogni caso, Obama non accetta lamentele sulla tentata stretta sulla finanza speculativa e respinge come prive di responsabilità sociale le critiche alla sua proposta di aumentare il salario minimo di milioni di lavoratori poveri. Né il presidente si cura più di tanto delle accuse mossegli da manager, imprenditori o gestori di fondi speculativi di fomentare il risentimento di classe. «State tranquilli — dice—. Sentitevi liberi di tenere le vostre case di lusso e i vostri jet privati. Io non mi preoccupo di come vivete». Quello che a Obama interessa è invece «fare in modo che ci sia un sistema, una società dove le persone ordinarie che lavorano duro possano andare avanti».





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			<title>Il Papa per la Giornata mondiale della pace 2014</title>
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			<description><![CDATA[<strong>Il Papa per la Giornata mondiale della pace 2014</strong><br /> 
  
«Fraternità, fondamento e via per la pace», è il tema scelto da Papa Francesco per prossima Giornata mondiale per la pace che la Chiesa celebra il primo giorno dell&#039;anno. Quella del 2014 è la 47ª edizione dell&#039;iniziativa, a suo tempo voluta da Paolo VI, e la prima del pontificato di Jorge Mario Bergoglio. Il messaggio è al tempo stesso religioso e politico, assumendo entrambi i termini nel loro significato alto. Non a caso, viene inviato in modo formale sia alle Chiese particolari sia alle cancellerie di tutto il mondo. Da quasi mezzo secolo, l&#039;iniziativa voluta da Papa Montini negli anni del Concilio Vaticano II è uno degli strumenti per delineare l&#039;azione, nel mondo e per il mondo, della Santa Sede, per richiamare il valore essenziale della pace e la necessità di operare instancabilmente per conseguirla. La lettura dei questi 47 messaggi, ancora più se messa in parallelo con i discorsi annuali fatti dai Papi al Corpo diplomatico, anch&#039;essi ai primi di gennaio, consente di ricostruire questa azione e di comprendere meglio, come la lezione conciliare sia entrata in profondità nel magistero pontificio e nella quotidianità della Chiesa. Quei messaggi sono parte rilevante della Dottrina sociale della Chiesa.
A questo aspetto dà ora il suo contributo Papa Francesco. La scelta del tema della fraternità non è una sorpresa. Sin dall’inizio del suo ministero di vescovo di Roma, George Mario Bergoglio ha detto in ogni modo possibile che il nemico dell&#039;uomo nella nostra epoca non ha il volto di un&#039;ideologia, ma quello del primato delle cose – il denaro soprattutto – sulle persone. Non a caso, tra le prime espressioni forti di questo Papa c&#039;è stata la denuncia di una globalizzazione dell&#039;indifferenza che spinge sempre più persone a un autismo egoista e sottrae loro le ricchezze autentiche, umane e sociali. Questo primato delle cose, questa spinta all&#039;indifferenza per l&#039;altro, ha conseguenze evidenti e devastanti sotto gli occhi di tutti. 
Papa Francesco, con questo messaggio, conferma di ritenere la fraternità l&#039;unico antidoto possibile per sconfiggere una «cultura dello scarto» e per promuovere la «cultura dell’incontro», per camminare verso la realizzazione di un mondo più giusto e pacifico. Al centro dell&#039;annuncio cristiano, della Buona Notizia, c&#039;è un concetto semplice: a fraternità è una dote che ogni uomo e donna reca con sé in quanto essere umano, figlio di uno stesso Padre. Per il cristiano questo si traduce nella convinzione che sia irrinunciabile l’impegno di essere solidali contro le diseguaglianze e la povertà che indeboliscono il vivere sociale, a prendersi cura di ogni persona, specie la più indifesa, ad amarla come se stessi, con il cuore stesso di Gesù Cristo. 
 
Ma Francesco, come il santo di Assisi di cui ha voluto prendere il nome, non parla solo – e neppure prevalentemente – in termini confessionali. In un&#039;epoca che accresce l&#039;interdipendenza tra i popoli, per contrastare questa deriva serve una “globalizzazione della fraternità” in tutti gli aspetti della vita, compresi l’economia, la finanza, la società civile, la politica, la ricerca, lo sviluppo, le istituzioni pubbliche e culturali. Tale vocazione è però ancor oggi spesso contrastata e smentita nei fatti, in un mondo caratterizzato da quella “globalizzazione dell’indifferenza” che ci fa lentamente “abituare” alla sofferenza dell’altro, chiudendoci in noi stessi. 
«In tante parti del mondo – scrive il Papa - sembra non conoscere sosta la grave lesione dei diritti umani fondamentali, soprattutto del diritto alla vita e di quello alla libertà di religione. Il tragico fenomeno del traffico degli esseri umani, sulla cui vita e disperazione speculano persone senza scrupoli, ne rappresenta un inquietante esempio. Alle guerre fatte di scontri armati si aggiungono guerre meno visibili, ma non meno crudeli, che si combattono in campo economico e finanziario con mezzi altrettanto distruttivi di vite, di famiglie, di imprese».
Davanti ai molteplici drammi che colpiscono la famiglia dei popoli — povertà, fame, sottosviluppo, conflitti, migrazioni, inquinamento, disuguaglianza, ingiustizia, criminalità organizzata e persino fondamentalismi religiosi — Papa Francesco si rivolge all&#039;umanità tutta quando afferma che la fraternità è appunto fondamento e via per la pace. Una coltura del benessere meramente materiale fa perdere il senso della «responsabilità e della relazione fraterna», ricorda il Papa. Gli altri, anziché nostri simili, nostri fratelli, appaiono antagonisti o nemici. Interessi economici palesi sfruttano a proprio vantaggio gli istinti più bassi, la paura del diverso, l&#039;autoreferenzialità di chi crede il proprio sistema di vita superiore a quello degli altri. Leader politici beceri cavalcano e alimentano quella paura e quell&#039;autoreferenzialità. Leader politici complici o ignavi perpetuano quel primato delle cose sulle persone. Così sono queste ultime a essere “cosificate”, per usare un neologismo al quale ha fatto ricorso Papa Francesco. Se il denaro è fine e non strumento, se è la misura di una società, la mercificazione delle persone ne è una conseguenza logica. 
E la stessa guerra è un modo per affermare questo primato. Non ha caso, in un Angelus a settembre, in riferimento al conflitto siriano, Papa Francesco aveva reiterato la denuncia della guerra, di tutte le guerre, additando le responsabilità dei produttori, dei venditori e dei trafficanti di armi, del denaro senza controllo e senza principi. 
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			<title>Le tragedie delle migrazioni</title>
			<link>http://www.pierluiginatalia.net/1/le_tragedie_delle_migrazioni_9039888.html</link>
			<description><![CDATA[<strong>Le tragedie delle migrazioni</strong><br /> 
Commozione per i migranti morti in mare. Commozione per quelli uccisi da deserto. Ma sempre filo spinato alle frontiere. Accade in tutto il mondo e accade in Europa, anche in quel suo spicchio in terra africana rappresentato dalle enclavi spagnole di Melilla e Ceuta in territorio marocchino. Il Governo di Madrid ha deciso anzi di rafforzare le recinzioni per contrastare i frequenti tentativi di varcare il confine messi in atto dai migranti, provenienti in massima parte da Paesi subsahariani devastati da guerre e carestie. A Melilla, nell&#039;ennesimo tentativo del genere, oggi è morto un uomo  quattro sono stati feriti.
Poche ore prima, dal sudest asiatico era arrivata la notizia di un&#039;altra tragedia. Le vittime appartenevano all&#039;etnia musulmana dei rohingya, una popolazione del Myanmar considerata dai rapporti dell&#039;Onu la meno tutelata e insieme la più perseguitata in tutta l’Asia, dove pure non mancano casi eclatanti di violenze di matrice etnica e religiosa. Sono circa 800.000 persone, in gran parte rinchiuse in condizioni disperate nei campi profughi. Ogni anno, con la fine della stagione monsonica, in centinaia cercano di lasciare le coste di quella che una volta si chiamava Birmania su imbarcazioni di fortuna dirette verso la Malaysia, l&#039;Indonesia o addirittura la più lontana Australia, un Paese dove si vincono le elezioni su programmi di drastico respingimento di migranti e profughi. Era una barca fatiscente anche quella affondata al largo della provincia nordoccidentale del Rakhine. Delle circa sessanta persone a bordo, solo sette sono state tratte in salvo. Guardacoste, volontari di organizzazioni non governative e parenti dei dispersi sono tuttora impegnati nella ricerca in mare di eventuali superstiti. Ma le speranza sono ormai talmente flebili da risultare mere illusioni. 
Cosa accomuna i rohingya ai tanti i subsahariani? La fuga e il terrore. Duecento milioni di persone nel mondo vivono la condizione della fuga, per fame, per guerra, per persecuzione. E per cucire cucire insieme le loro storie, troppo spesso, la parte ricca del mondo usa un filo spinato. ]]></description>
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			<title>Nel mondo 250.000 bambini soldato</title>
			<link>http://www.pierluiginatalia.net/1/nel_mondo_250_000_bambini_soldato_9499920.html</link>
			<description><![CDATA[<strong>Nel mondo 250.000 bambini soldato</strong><br />Sono ancora più di  250.000 i bambini e gli adolescenti arruolati per combattere le guerre o per servire nelle diverse milizie belligeranti nel mondo, praticamente in stato di schiavitù, anche sessuale. Nella cifra sono compresi anche i minori di diciotto anni arruolati in eserciti regolari, ma il fenomeno  riguarda soprattutto le bande armate protagoniste dei conflitti oggi in atto nel mondo. La maggior parte dei rapporti internazionali, pur sottolineando che stime precise sono impossibili, sostengono  che i bambini soldato sono  in aumento. 
La Giornata internazionale contro l’uso di bambini soldati, che si celebra il  12 febbraio,  viene a ricordare che c’è molto da fare per rendere effettiva l’applicazione del protocollo opzionale  alla Convenzione dell’Onu sui diritti del fanciullo, firmato in quella data del 2002. Il protocollo stabilisce che  nessun minore di 18 anni può essere reclutato e  utilizzato direttamente nelle ostilità. L’avverbio direttamente è una concessione a quegli Stati in cui esistono scuole militari anche per minorenni o nei quali, comunque, è consentito il loro arruolamento.
Secondo l’Onu, ci sono ancora bambini soldato in  35 Paesi. La maggioranza ha dai 15 ai 18 anni, ma alcuni ne hanno anche meno di dieci   e  c’è  una tendenza  evidente all’abbassamento dell’età media. 
Nessun continente è estraneo al fenomeno, neppure l’Europa, come documentano diversi esempi registrati nei conflitti caucasici. Ma certo l’Occidente è risparmiato da un fenomeno legato alle guerre parcellizzate, condotte da gruppi  armati che ripropongono, nel terzo millennio, il fenomeno delle compagnie di ventura medievali europee, abituate a porsi al soldo di un offerente, ma anche a mantenersi con le risorse dei territori. 
Se questa realtà è in diminuzione in America latina e in gran parte dell’Asia, in Medio Oriente è stato il conflitto siriano a dimostrare che tale pratica è tutt’altro che un retaggio del passato. È dei giorni scorsi una nuova denuncia del Segretario generale dell’Onu, Ban Ki-moon, di arruolamenti di minori nei campi profughi a opera delle diverse formazioni ribelli, ma anche di milizie filogovernative. 
Tuttavia, è perpetrata soprattutto in Africa la tragica consuetudine di  utilizzare bambini e bambine  per fare la guerra, direttamente o indirettamente, per esempio  con il loro impiego  come scudi umani o per trovare passaggi nei campi minati, o anche per servire da schiavi per i combattenti. Negli ultimi anni,  ad accrescere il fenomeno hanno contribuito le crisi nel Maghreb, in Mali, in Sudan, nella Repubblica Centroafricana e  nel Corno d’Africa. Ma resta una condizione usuale anche nella devastata regione dei Grandi Laghi, già teatro di quella che venne considerata la prima guerra mondiale africana. 
Nell’est congolese —  e non solo —   gli arruolamenti di minori, spesso con pratiche atroci, restano una piaga quotidiana. A questo si aggiunge la connessione perversa fra traffico di armi (prodotte nei Paesi ricchi: in Africa non ce n’è neppure una fabbrica) e uso delle milizie per garantirsi il controllo a basso prezzo delle immani risorse minerarie dell’area.
Anche nel passato i ragazzi sono stati usati come soldati — e non mancano nelle letterature di tutti i Paesi retoriche esaltazioni di minorenni pronti a combattere e a sacrificarsi —  ma è stato soprattutto nella nostra epoca che il fenomeno si è ingigantito, perché  è cambiata la natura dei conflitti. Basti pensare che fino alla prima guerra mondiale i  civili rappresentavano  il 5 per cento delle vittime, mentre oggi sono il 90 per cento.  Né ha scarso rilievo  il fatto che l’uso di armi automatiche e leggere abbia reso più facile l’arruolamento dei minori.  Un bambino di dieci anni può  usare un AK-47 come un adulto. 
I ragazzi, poi, non chiedono paghe,  si fanno indottrinare e controllare più facilmente di un adulto — il che vale anche per i gruppi terroristici —  e affrontano il pericolo con maggior incoscienza,  per esempio attraversando campi minati o intrufolandosi nei territori nemici come spie. 
Inoltre la lunghezza dei conflitti rende sempre più urgente trovare nuove reclute per rimpiazzare le perdite e in Paesi dall’età media bassissima lo si fa arruolando i ragazzi.  Paradossalmente, questo accresce i rischi per le popolazioni civili: in molti casi, anche quando non sono imbottiti di droghe come è prassi abituale nella gran parte dei gruppi armati, i bambini soldato hanno meno  autocontrollo dei miliziani adulti e diventano combattenti  “dal grilletto facile”. 
L’azione internazionale contro l’uso dei bambini soldato è tra le più difficili non solo sul piano della prevenzione, ma anche su quello del recupero e del reinserimento sociale di quelli che si riesce a sottrarre a tale condizione. Per i ragazzi che sopravvivono alla guerra e non hanno riportato ferite o mutilazioni, le conseguenze sul piano fisico sono comunque gravi: stati di denutrizione, malattie della pelle, patologie respiratorie e dell’apparato sessuale, incluso l’Aids. Inoltre ci sono le ripercussioni psicologiche dell’essere stati  testimoni o  protagonisti di atrocità. 
Gravi sono anche le conseguenze di carattere sociale: la difficoltà dell’inserirsi nuovamente in famiglia spesso è tale che i ragazzi non riescono ad affrontarla. Per le ragazze, tra l’altro,  il reinserimento sociale e la stessa riaccoglienza in famiglia sono difficilissimi e questo si traduce in una prospettiva di emarginazione e di  degrado.  
  
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			<title>La Evangelii gaudium di Papa Francesco</title>
			<link>http://www.pierluiginatalia.net/1/la_evangelii_gaudium_di_papa_francesco_9134609.html</link>
			<description><![CDATA[<strong>La Evangelii gaudium di Papa Francesco</strong><br /> 
Fuori dalle sacrestia, fuori dalle chiese ridotte a supermercati di sacramenti. E anche fuori dalle comunità autereferenziali e non disposte a compromettersi con la storia quotidiana. Fuori dalla connivenza con situazioni sociali inaccettabili. Fuori: nel mondo, con la gioia del messaggio del Vangelo. Nell&#039;esortazione apostolica Evangelii gaudium di Papa Francesco, data a conclusione dell&#039;Anno della fede, non c&#039;è solo il tradizionale messaggio che i Papi rivolgono alla Chiesa dopo un sinodo dei vescovi, in questo caso quello dello scorso anno sulla cosiddetta nuova evangelizzazione. Del resto, vi manca la tradizionale dicitura “post-sinodale”. Si deve invece, a giusta ragione, parlare di un manifesto programmatico di un pontificato che fin dai primi gesti e dalle prime parole ha colpito profondamente in questi mesi i cuori, all&#039;interno e all&#039;esterno della Chiesa. Ne fanno fede tanto la dimensione, 220 pagine nella versione italiana, quanto i temi trattati. 
Il testo è, appunto, un&#039;esortazione apostolica, è rivolto cioè ai cattolici (vescovi, presbiteri, diaconi, persone consacrate, fedeli laici). La titolazione specifica che riguarda l&#039;annuncio del Vangelo nel mondo contemporaneo. L&#039;espressione “nuova evangelizzazione”, pur presente nel testo, dunque non vi compare. Si tratta di un aspetto significativo. Non è una novità il Vangelo, ma una ricchezza che in ogni tempo si è chiamati a spendere e a moltiplicare. Papa Francesco, infatti, fin dall&#039;inizio del documento afferma di rivolgersi ai fedeli cristiani per invitarli «a una nuova tappa evangelizzatrice» marcata dalla gioia che «con Gesù Cristo sempre nasce e rinasce». E aggiunge esplicitamente di voler «indicare vie per il cammino della Chiesa nei prossimi anni». La strada indicata è quella della «conversione pastorale e missionaria». Singoli credenti e comunità ecclesiali sono chiamati a trasformare nel profondo consuetudini, stili, linguaggio, strutture, orientandoli verso l’evangelizzazione piuttosto che verso l’autopreservazione. 
Su questa strada serve la disponibilità a farsi permeare dalla gioia evangelica e a farsene missionari nel mondo. «Ci sono cristiani che sembrano avere uno stile di Quaresima senza Pasqua», scrive subito il Papa, pur aggiungendo il riconoscimento che la gioia non si vive allo stesso modo in tutte le tappe e circostanze della vita. «Capisco le persone che inclinano alla tristezza per le gravi difficoltà che devono patire – dice il Papa - però poco alla volta bisogna permettere che la gioia della fede cominci a destarsi, come una segreta ma ferma fiducia, anche in mezzo alle peggiori angustie».
Nonostante l&#039;imponenza del documento, il Papa rinuncia a trattare «gli innumerevoli temi commessi all&#039;evangelizzazione del mondo attuale». Infatti dice di non credere opportuno «che il Papa sostituisca gli Episcopati locali nel discernimento di tutte le problematiche che si prospettano nei loro territori. In questo senso, avverto la necessità di procedere in una salutare “decentralizzazione”». 
Il Papa sceglie di soffermarsi su sette punti, uniti da un preciso filo conduttore: il compito missionario della Chiesa (il primo punto è proprio “La riforma della Chiesa in uscita missionaria”). Nel testo non manca la presa d&#039;atto di situazioni di latitanza, se non di peccato tout court. In questo senso, tra i punti indicato dal papa figura al secondo posto quello sulle tentazioni degli operatori pastorali, dal disincanto all&#039;autoreferenzialità. 
Segue le riflessione sul sacerdozio comune dei battezzati, nel capitolo sulla Chiesa intesa come la totalità del Popolo di Dio che evangelizza. Chiara e puntuale è qui – e non solo – l&#039;insistenza sulla ricchezza insostituibile della donna e la precisazione che quella ministeriale è una gerarchia di servizio, non di potere, tanto meno di prevaricazione maschilista. Significativo è il riferimento al fatto che il confessionale non può essere un «luogo di tortura» e l&#039;affermazione che «la Chiesa non è una dogana, è la casa paterna dove c&#039;è posto per ciascuno con la sua vita faticosa». Ne consegue l’invito a riscoprire la misericordia come «la più grande di tutte le virtù», evitando che nella predicazione «alcuni accenti dottrinali o morali» oscurino eccessivamente il messaggio di amore del Vangelo. 
Il quarto punto riguarda il ruolo specifico dei pastori con particolare riferimento all&#039;omelia e ala sua preparazione. Secondo Papa Francesco l&#039;omelia non deve essere uno sfoggio di preparazione teologica o uno strumento di trasmissione di convinzioni proprie, ma un momento propriamente liturgico, destinato a contribuire al perenne dialogo tra Dio e il suo popolo. Un momento da preparare ogni volta accuratamente, per farsi permeare dalla Parola di Dio.
Estremamente chiara, nei capitoli dedicati all’inclusione sociale dei poveri e alla pace e il dialogo sociale, è la reiterazione della dottrina sociale delle Chiesa con la denuncia di quelle che il Papa chiama economia dell&#039;esclusione e dell&#039;iniquità e idolatria del denaro. Papa Francesco ripete con forza la sua denuncia della globalizzazione dell&#039;indifferenza dinanzi al grido di dolore degli altri, della “cultura dello scarto” nella quale «si considera l’essere umano in se stesso come un bene di consumo, che si può usare e poi gettare».
A quasi mezzo secolo dalla Populoum progressio di Paolo VI, Papa Francesco ne riprende il senso profondo e toglie ogni alibi, almeno per i cristiani, a quel liberismo – un pervertimento del concetto di libertà - che di fatto si è tradotto sempre in discriminazione. «Alcuni – scrive - ancora difendono le teorie della “ricaduta favorevole”, che presuppongono che ogni crescita economica, favorita dal libero mercato, riesce a produrre di per sé una maggiore equità e inclusione sociale nel mondo. Questa opinione, che non è mai stata confermata dai fatti, esprime una fiducia grossolana e ingenua nella bontà di coloro che detengono il potere economico e nei meccanismi sacralizzati del sistema economico imperante. Nel frattempo, gli esclusi continuano ad aspettare». Secondo Papa Francesco, l&#039;adorazione del biblico vitello d&#039;oro «ha trovato una nuova e spietata versione nel feticismo del denaro e nella dittatura di una economia senza volto e senza uno scopo veramente umano. La crisi mondiale che investe la finanza e l’economia manifesta i propri squilibri e, soprattutto, la grave mancanza di un orientamento antropologico che riduce l’essere umano ad uno solo dei suoi bisogni: il consumo». Le responsabilità sono chiare e i cattolici non possono ignorarle: il Papa ricorda che lo squilibrio tra i pochi che hanno tantissimo e il moltissimi che non hanno nulla deriva «da ideologie che difendono l&#039;autonomia assoluta dei mercati e la speculazione finanziaria». 
Su questo primato della persona umana il Papa innesta anche la riflessione sul dialogo con le altre confessioni e con le diverse culture. Il documento si conclude con le motivazioni spirituali per l’impegno missionario, senza le quali non si possono portare frutti,  perché per essere evangelizzatori con lo Spirito «non servono né le proposte mistiche senza un forte impegno sociale e missionario, né i discorsi e le prassi sociali e pastorali senza una spiritualità che trasformi il cuore». 
Come ogni testo pontificio, anche l&#039;Evangelii gaudium è densa di citazioni. Un documento tanto ponderoso necessita di studio e approfondimento reiterati. Ma un elemento appare particolarmente significativo già a una prima lettura: oltre ai riferimenti biblici e a quelli ai predecessori, soprattutto Paolo VI, e al Concilio, i testi richiamati vengono dalle conferenze episcopali latinoamericane, africane, asiatiche e australiane. L&#039;ecclesialità non è più eurocentrica. La missio ad gentes ha oggi nuovi ed evidenti poli d&#039;irradiazione.
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			<title>L'Europa sempre più percorsa da fenomeni xenofobi</title>
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			<description><![CDATA[<strong>L&#039;Europa sempre più percorsa da fenomeni xenofobi</strong><br />Sono circa quaranta milioni, secondo i dati dell&#039;Onu, i profughi in giro per il mondo, senza considerare altrettanti sfollati interni in Paesi teatro dio conflitti. Quaranta milioni, meno diverse decine di migliaia morti nel tentativo di trovare scampo dalla guerra (o dalla fame, dato che oggi anche i migranti sono di fatto profughi e che è praticamente impossibile distinguere gli uni dagli altri nei flussi della mobilità umana). In molti giacciono sul fondo del Mediterraneo. 
In un fenomeno epocale – mai in passato aveva assunto simili dimensioni - dovrebbero suscitare sarcasmo, prima ancora che sdegno, le posizioni di quelle forze politiche (e di quei Governi) che sollecitano gli istinti più bassi dei propri “elettorati di riferimento”, in ossequio alla vecchia regola – una volta si sartebbe detto di destra – del “mettigli paura e indicagli un nemico”.
Ma purtroppo c&#039;è poco da ridere o da irridere. Quelle posizioni trovano infatti sempre più ascolto e producono sempre più comportamenti conseguenti. In gran parte della stampa occidentale – e quella italiana spicca in questo senso – si è persa da tempo la capacità di incrociare i dati. Se ne è avuta l&#039;ennesima dimostrazione all&#039;inizio di maggio, quando nello stesso giorno sono stati diffusi due rapporti annuali: la «Panoramica globale 2015: le persone sfollate dal conflitto e la violenza», quello  congiunto presentato a Ginevra dall&#039;alto commissariato dell&#039;Onu per i rifugiati (Unhcr) e dall&#039;organizzazione non governativa Norvegian Refugee Council (Nrc), e quello pubblicato a Bruxelles dall&#039;l’European Network Against Racism (Enar). 
Dal primo risulta che l&#039;attacco del cosiddetto Stato islamico (Isis) in Iraq ha costretto in un anno, il 2014, due milioni e duecentomila persone a lasciare le loro case, il che ha contribuito a far raggiungere il livello più alto di sempre al numero dei profugh, dentati trentotto milioni. Il numero è in aumento per il terzo anno consecutivo, ma in questo caso con una dimensione particolarmente rilevante, con undici milioni di sfollati interni in più. Secondo il rapporto, il 60 per cento di queste persone si trovano in cinque Paesi: Iraq, Sud Sudan, Siria, Repubblica Democratica del Congo e Nigeria. Proprio l&#039;Iraq è quello che ha fatto registrare l&#039;aumento maggiore, mentre come numeri assoluti la situazione più grave resta quella della Siria, che ha oltre metà della sua popolazione nella condizione di profugo, con 7,6 milioni di sfollati interni e oltre tre milioni di rifugiati all&#039;estero. Lo studio sottolinea inoltre che per la prima volta da oltre un quindicennio (cioè dal conflitto in Kosovo) l’Europa ha registrato massicci spostamenti forzati a causa del conflitto in Ucraina, dove 646.500 persone hanno lasciato le loro case nel 2014.
Il rapporto dell&#039;Enar è invece relativo al 2013. Vi si documentano  oltre 47.000 crimini a sfondo razziale contro le minoranze, in particolare ai danni di ebrei, neri, musulmani, rom e asiatici. Il dato, sottolinea lo studio, rappresenta solo la punta di un iceberg, visto che la gran parte dei reati di questo tipo non vengono nemmeno denunciati e che la stampa spesso non riporta molti fatti di cronaca nera per quello che realmente sono, cioè crimini con motivazione razziale. Inoltre — si legge sempre nel rapporto — la maggior parte dei Paesi europei non affronta n modo appropriato su queste vicende. Questo riguarda soprattutto l&#039;Italia (insieme con la Repubblica Ceca) dove su circa il quaranta-sessanta per cento dei reati a sfondo razziale la polizia non indaga in modo soddisfacente. Una sottovalutazione che non coinvolge solo le forze dell’ordine, ma anche la magistratura. Nel dettaglio, si registra un aumento di antisemitismo in Bulgaria, Danimarca, Germania, Ungheria, Olanda e Svezia; un significativo aumento dei casi di islamofobia è invece segnalato in Francia, Inghilterra e Galles. Crescono anche i casi di violenze e abusi contro i rom in tutta l’Europa. In Estonia, Grecia, Italia, Polonia e Svezia si sono verificate le aggressioni più violente contro cittadini neri o asiatici.
È anche e soprattutto alla luce di questi dati che andrebbero valutate le affermazioni delle forze politiche e dei rappresentanti governativi e valutata la loro attendibilità (parlare di statura morale e sociale sembra troppo). Così come peraltro i comportamenti pubblici e privati. ]]></description>
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			<title>Approvata dall'Onu l'agenda per il 2030</title>
			<link>http://www.pierluiginatalia.net/1/approvata_dall_onu_l_agenda_per_il_2030_10566162.html</link>
			<description><![CDATA[<strong>Approvata dall&#039;Onu l&#039;agenda per il 2030</strong><br />La decisione più importante, almeno in teoria, con la quale si è aperta la 70ª Assemblea generale delle Nazioni Unite è passata un po&#039; in sordina, come era ipotizzabile, dato che ad oscurarla c&#039;è stata la visita al Palazzo di Vetro di visita di Papa Francesco – il cui intervento, concluso mentre scrivo, ha avuto comunque un rilievo storico – e dato che l&#039;attenzione degli osservatori già si concentra sugli imminenti incontri in margine all&#039;Assemblea stessa, primo tra tutti quello di lunedì tra Putin e Obama, dai quali ci si attendono decisioni cruciali riguardo alle principali crisai internazionali, a partire da quella in Siria strettamente connessa alla maggiore emergenza profughi mai registrata.
Eppure proprio la prima decisione presa dall&#039;Onu – comunque non vincolante come tutte quelle dell&#039;Assemblea senon sul piano culturale – potrebbe davvero sancire una svolta epocale. Sono stati infatti approvati i 17 nuovi obiettivi per lo sviluppo sostenibile (Sdg) raggiungere entro il 2030, che subentrano ai vecchi obiettivi di sviluppo del millennio (Mdg) che in teoria sarebbero dovuti essere conseguiti entro quest&#039;anno, risultato che lascia molti dubbi. 
La differenza potrebbe farla proprio quel “sostenibile”, dopo che alcuni traguardi dati per conseguiti si sono rivelati decisamente fasulli, occupandosi di prodottointerno lordo (pil) e non certo di prodotto umano. Per intendersi, con sistemi di misurazione troppo condizionati dalle statistiche ufficiali e dunque fuorvianti, capita normalmente, per fare solo un esempio, che se aumentano i prezzi delle materie prime cresce pure il pil, ma di solito la povera gente sta peggio di prima. Soprattutto in Africa, ma non solo, petrolio e minerali vari arricchiscono solo le élites, mentre le multinazionali rubano le terre ai contadini e realizzano profitti puntando su colture destinate unicamente all’esportazione e ai consumi del nord ricco del mondo.
Con i nuovi diciassette obiettivi, suddivisi in 169 traguardi specifici minuziosamente elencati - risultato di intensi negoziati, riunioni e conferenze tenute negli ultimi anni in tutti i continenti – sembrerebbe essersiimposta non solo la volontà, ma la tendenza a non subordinare lo sviluppo umano agliinteressi diuna finanza mondiale che resta comunque pervasiva.
Tra gli Sdg) troviamo al primo posto la “fine della povertà” , al secondo “fame zero”, al terzo “buona salute e benessere”. Poi “educazione di qualità”, “eguaglianza di genere”, “acqua pulita e igiene”. Seguono quindi le sfide dell&#039;ecologia (energia pulita, clima, città sostenibili, vivibilità in acqua e terra), dell&#039;economia (crescita economica, lavoro decente, innovazione, consumo e produzione responsabile) e della giustizia (ridurre le ineguaglianze, pace e istituzioni forti).
Diversamente che per gli obiettivi del millennio,  che si applicavano soltanto ai Paesi che un po&#039; ipocritamente si contina a chiamare in via di sviluppo, per gli Sdg tutti gli Stati dovranno lavorare nella stessa direzione. Ciascuno sarà tenuto a presentare i suoi piani per lo sviluppo sostenibile, che devono essere impostati in maniera da sottrarre risorse da attività insostenibili in favore di politiche capaci di migliorare la qualità della vita e rispettare l’ambiente.
C&#039;è un tarlo, però, a tormentare anche i più ottimisti tra gli osservatori dei processi geopolitici, tra i quali purtroppo chi scrive ha smesso da tempo di annoverarsi. Stime concordi valutano il costo mondiale degli Sdg a quindici trilioni (miliardi di miliardi) di euro l&#039;anno. Trattandosi di investimenti destinati a produrre certo guadagni alle persone, ma non ai potentati finanziari, c&#039;è purtroppo da attendersi qualche altra statistica fasulla. 


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			<title>É il povero la  misura del nuovo Papa</title>
			<link>http://www.pierluiginatalia.net/1/e_il_povero_la_misura_del_nuovo_papa_8037138.html</link>
			<description><![CDATA[<strong>É il povero la  misura del nuovo Papa</strong><br />di Pierluigi Natalia
 Miserando atque eligendo (Scusando e scegliendo). Il motto che Jorge Mario Bergoglio, oggi Papa Francesco, si scelse per il suo stemma episcopale quando, il 20 maggio 1992 Giovanni Paolo II lo nominò vescovo titolare di Auca e ausiliare di Buenos Aires, si è sempre tradotto nella sua vita nello scusare le debolezze e nello scegliere i poveri come pietra di paragone dell&#039;essere cristiani. Il nuovo Papa è un gesuita che ha scelto di chiamarsi Francesco. 
 
Finora Arcivescovo di Buenos Aires, le sue prime parole sono state da Vescovo di Roma. E non è un caso. La diocesi di Buenos Aires l&#039;ha sempre chiamata la esposa. E il suo essere Vescovo è stare davvero con la famiglia dei suoi figli. Anche girando in largo e in lungo l&#039;immensa metropoli sudamericana in metropolitana e con gli autobus nei quindici anni del suo ministero episcopale.
 
«La mia gente è povera e io sono uno di loro», ha detto più di una volta per spiegare la scelta di abitare in un appartamento e di prepararsi la cena da solo. Ai suoi preti ha sempre raccomandato misericordia, coraggio apostolico e porte aperte a tutti. La cosa peggiore che possa accadere nella Chiesa, ha spiegato in alcune circostanze, «è quella che de Lubac chiama mondanità spirituale», che significa «mettere al centro se stessi». E quando cita la giustizia sociale, invita per prima cosa a riprendere in mano il catechismo, a riscoprire i dieci comandamenti e le beatitudini. Il suo progetto è semplice: se si segue Cristo, si capisce che «calpestare la dignità di una persona è peccato grave». Non a caso, nonostante il suo carattere schivo, è divenuto un punto di riferimento anche sociale per il popolo argentino per le sue forti prese di posizione durante la drammatica crisi economica che ha sconvolto l&#039;Argentina nel 2001. 
Come arcivescovo di Buenos Aires — diocesi che ha oltre tre milioni di abitanti — pensa a un progetto missionario incentrato sulla comunione e sull’evangelizzazione. Quattro gli obiettivi principali: comunità aperte e fraterne; protagonismo di un laicato consapevole; evangelizzazione rivolta a ogni abitante della città; assistenza ai poveri e ai malati. Punta a rievangelizzare Buenos Aires «tenendo conto di chi ci vive, di com’è fatta, della sua storia. Invita preti e laici a lavorare insieme. Nel settembre 2009 lancia a livello nazionale la campagna di solidarietà per il bicentenario dell’indipendenza del Paese: duecento opere di carità da realizzare entro il 2016. E, in chiave continentale, nutre forti speranze sull’onda del messaggio della Conferenza di Aparecida nel 2007, fino a definirlo «l’Evangelii nuntiandi dell’America Latina».]]></description>
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			<title>Il Forum economico di Davos</title>
			<link>http://www.pierluiginatalia.net/1/il_forum_economico_di_davos_9394197.html</link>
			<description><![CDATA[<strong>Il Forum economico di Davos</strong><br /> 
Una nuova edizione del Forum economico mondiale di Davos, in Svizzera, si apre domani. Finora si è trattato, sostanzialmente, di un incontro annuale tra potere politico e finanziario che ben poco ha fatto nella direzione pure a suo tempo indicata dal suo fondatore, Klaus Schwab, cioè di contribuire in modo determinante alla lotta contro la povertà e la disuguaglianza sociale. Non a caso, per molti anni, al Forum di Davos si è contrapposto, praticamente negli stessi giorni, il Forum sociale mondiale, che radunava e raduna organizzazioni della società civile di ogni Paese.Una delle più impegnate tra tali organizzazioni, la Oxfam, alla vigilia dell&#039;incontro a Davos ha pubblicato un rapporto, Working for The Few, che costituisce in questo senso una sorta di promemoria per i partecipanti. 
Lo studio di Oxfam, infatti, evidenzia e documenta come l’estrema disuguaglianza tra ricchi e poveri implichi un progressivo indebolimento dei processi democratici a opera dei ceti più abbienti, che piegano la politica ai loro interessi a spese della stragrande maggioranza dei cittadini dei diversi Paesi. Insomma, nell&#039;impostazione superliberista che ha condizionato da almeno trent&#039;anni a questa parte i processi di globalizzazione e le crisi che hanno comportato, è padrone è il denaro e le persone sono meri strumenti sempre sfruttabili e spesso sacrificabili.
In pratica, secondo lo studio di Oxfam, le élite economiche mondiali agiscono sulle classi dirigenti politiche per truccare le regole del gioco economico, erodendo il funzionamento delle istituzioni democratiche e generando un mondo in cui 85 superricchi possiedono l’equivalente di quanto detenuto da metà della popolazione mondiale. Questo degrado riguarda tutti, Paesi cosiddetti sviluppati e Paesi ipocritamente definiti in via di sviluppo. Unico aspetto positivo è che negli uni e negli altri l’opinione pubblica ha sempre più consapevolezza della concentrazione di potere e privilegi nelle mani di pochissimi. Dai sondaggi che Oxfam ha condotto in India, Sud Africa, Spagna, Gran Bretagna e Stati Uniti, la maggior parte degli intervistati è convinta che le leggi siano scritte e concepite per favorire i più ricchi. Soprattutto in Africa, le grandi multinazionali — in particolare quelle dell’industria mineraria-estrattiva — sfruttano la propria influenza per evitare l’imposizione fiscale e le royalties, riducendo in tal modo la disponibilità di risorse che i Governi potrebbero utilizzare per combattere la povertà. E quando non basta, si potrebbe aggiungere, si può sempre organizzare una guerricciuola.
 
Una situazione che riguarda i Paesi sviluppati, oltre quelli in via di sviluppo, 
La lotta contro la povertà e la disuguaglianza sociale è del resto una delle priorità indicate dal fondatore del Forum di Davos, Klaus 
In ogni caso, l&#039;appuntamento di quest&#039;anno a Davos si è dato un titolo ambizioso: «Rimodellare il mondo: conseguenze per società, politica ed economia». In merito mostrano ottimismo e convinzione gli organizzatori e lo stesso Schwab, il quale ha dichiarato di non essere mai stato emozionato come quest’anno nel leggere il programma dell’incontro, nel quale sono previsti 2.500 delegati, compresi quaranta capi di Stato e di Governo, oltre a ministri degli Esteri e banchieri centrali. Tra questi il presidente della Banca centrale europea, l&#039;italiano Mario Draghi, oltre alla responsabile del Fondo monetario internazionale, la francese Christine Lagarde. Sul piano politico, significative sono le presenze del presidente iraniano, Hassan Rohani, e del primo ministro israeliano, Benyamin Netanyahu. Altrettanto significativa è l&#039;assenza (petraltro dovuta alla perdurante convalescenza da una malattia) di Angela Merkel, il cancelliere tedesco principale sostenitore delle politiche di stretto controllo dei bilanci che da tempo fanno premio nell&#039;Unione europea su quelle di sostegno al lavoro. 
Nonostante i dubbi che qualsiasi normale padre di famiglia potrebbe esprimere sulla bontà di tale impostazione (che – è una facile previsione – provocherà ai Governi dell&#039;Unione europea qualche dispiacere nelle elezioni del prossimo maggio per il Parlamento di Strasburgo) e sulla portata della cosiddetta ripresa in atto, gli organizzatori del Forum sono convinti che si possano ormai impostare percorsi verso la crescita e lo sviluppo. Se, come sempre, per crescita e sviluppo s&#039;intendono quelli del potere finanziario, hanno probabilmente ragione. Se riguardano invece l&#039;economia reale, le ricadute sulla gente vera, una qualche apprensione sembra purtroppo giustificabile. ]]></description>
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			<title>La condanna di Tylor e la fine dell'embargo per lo Zimbabwe</title>
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			<description><![CDATA[<strong>La condanna di Tylor e la fine dell&#039;embargo per lo Zimbabwe</strong><br />Per una delle curiose coincidenze della cronaca, oggi  sono state annunciate in Europa due decisioni, all’apparenza senza punti di contatto, ma entrambe esempi di  come all’origine di tante tragedie africane ci siano gli appetiti suscitati dalle immense risorse minerarie del continente. Nelle stesse ore in cui l’Unione europea decideva a Bruxelles la revoca dell’embargo sui diamanti dello Zimbabwe, veniva confermata in appello la condanna a cinquant’anni di carcere per l’ex presidente liberiano, Charles Taylor, da parte della  Special Court for Sierra Leone (Scsl), uno dei tribunali ad hoc insediati dall’Onu prima del varo della Corte penale internazionale (Cpi), il tribunale permanente per i  crimini di genocidio,  di guerra e  contro l’umanità. La sentenza è stata comunicata  all’Aja,  dove per motivi di sicurezza, proprio dopo l’arresto di Taylor, la Scsl  era  stata trasferita dalla precedente sede nella capitale sierraleonese Freetown.
Il punto di contatto tra i due fatti, pur con le debite differenze, sta proprio nei diamanti. L’embargo tolto a quelli dello Zimbabwe era una delle ultime sanzioni inflitte nel 2001 dall’Unione europea, soprattutto per pressioni della Gran Bretagna, ex potenza  coloniale, dopo la decisione di vietare agli stranieri di avere proprietà nel Paese presa a suo tempo del presidente Robert Mugabe, confermato   nelle elezioni dello scorso luglio. La svolta  europea segue la certificazione  del cosiddetto Kimberley Process, l’intesa  per  garantire che i profitti  del commercio di diamanti non vengano usati per finanziare le guerre civili.    Il Belgio, centro mondiale del commercio di diamanti, chiedeva da anni la revoca dell’embargo, alla quale si era finora sempre opposta la Gran Bretagna.
Diverso è il caso della Sierra Leone, dove c’è stato il   primo dei conflitti che hanno insanguinato negli anni Novanta l’Africa occidentale, connesso strettamente, come quello successivo e parallelo in Liberia, al commercio illegale dei diamanti, oltre che del legname  e dell’oro. Tali ricchezze dei  due Paesi hanno garantito ingenti entrate nelle casse di tutti gli attori coinvolti nelle due guerre civili. 
Iniziati a poco tempo di distanza l’uno dall’altro, i conflitti  in Sierra Leone e in Liberia devono il loro scoppio e la loro continuazione prima di tutto a Charles Taylor, ex “signore della guerra” e poi presidente della Liberia,  che fu forse  il più capace e il più criminalmente determinato a sfruttare a proprio vantaggio le enormi possibilità che i traffici illegali di materie prime potevano fornire, grazie soprattutto al contemporaneo commercio delle armi, con le  maggiori potenze in funzione di principali fornitori. 
Quello di Taylor è il caso più eclatante, ma non è certo l’unico. Tutte le fazioni che hanno preso parte, dal 1990 in poi, ai conflitti dell’Africa Occidentale hanno utilizzato gli stessi mezzi per trovare finanziamenti con cui acquistare armi e continuare la guerra, in una rete di appoggi ed alleanze incrociati che andava oltre le frontiere di Sierra Leone e Liberia, coinvolgendo Guinea e Costa d’Avorio e, in qualche modo, la Nigeria, per anni a capo di una forza militare multinazionale che ha spesso seguito le stesse logiche di spoliazione e saccheggio proprie dei ribelli e delle forze governative. 
Fin dall’inizio della guerra, nel 1991, Taylor aveva mirato a porre sotto il proprio controllo parte del territorio  sierraleonese, per creare una rete commerciale organizzata e florida, affidando a propri familiari il controllo  della vendita di diamanti, legname e oro. Sempre in cerca di nuove fonti di approvvigionamento, Taylor sostenne la nascita e  l’operato del Revolutionary United Front (Ruf),  comandato da Foday Sankoh, che scatenò  in Sierra Leone una  guerra civile  tristemente famosa per l’uso indiscriminato di bambini soldato e per le mutilazioni e torture inflitte per anni alle  popolazioni. Primo obiettivo del Ruf era proprio  impossessarsi delle ricche miniere di diamanti della Sierra Leone, per comprare le armi dall’amico Taylor e avere soldi in abbondanza per continuare la guerra. 
Dopo l’elezione di Taylor a presidente, nel 1997 la situazione degenerò anche in Liberia.  Taylor  fu costretto alla fuga dall’insurrezione   prima dei Liberiani uniti per la riconciliazione e la democrazia, sostenuti dalla Guinea, e poi del Movimento per la democrazia in Liberia,  che operava  lungo il confine con la Costa d’Avorio. 
E forse non fu un caso se anche quest’ultimo Paese, l’unico dell’Africa risparmiato da guerre civili nel quarantennio seguito alla decolonizzazione, precipitò poi, nel 2002, in un conflitto tra il Governo dell’allora  presidente Laurent Gbagbo, anch’egli oggi sotto processo davanti alla Cpi,    e i movimenti ribelli, oggi trasformati in forze politiche che hanno vinto le elezioni del 2010, portando alla presidenza Alassane Ouattara. 
La vicenda di Taylor ha segnato  una svolta importante per l’intero continente africano. Si tratta infatti del primo ex presidente  africano incriminato e incarcerato per gli efferati crimini commessi mentre era in carica. E non è rimasto un caso isolato, almeno per quanto riguarda l’incriminazione. La Cpi, infatti, oltre a Gbagbo, ha accusato di crimini contro l’umanità sia il presidente sudanese Omar Hassam el Bashir, per il conflitto  nel Darfur, sia il neoeletto presidente kenyota, Urhuru Kenyatta, per le violente legate alle precedenti elezioni del 2008.]]></description>
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			<title>Il vertice alla vigilia dell'Assemblea dell'Onu</title>
			<link>http://www.pierluiginatalia.net/1/il_vertice_alla_vigilia_dell_assemblea_dell_onu_10033180.html</link>
			<description><![CDATA[<strong>Il vertice alla vigilia dell&#039;Assemblea dell&#039;Onu</strong><br /> 
C&#039;è una sorta di assuefazione, se non d&#039;indifferenza, ai cambiamenti climatici, che pure rappresentano uno dei maggiori fattori di rischio per l&#039;umanità intera. Se ne sta avendo una sorta di riprova in queste ore che precedono l&#039;apertura dell&#039;Assemblea generale dell&#039;Onu a New York. L&#039;attenzione delle diverse delegazioni nazionali – per non parlare di quella di chi fa il mio mestiere – è fissata sugli sviluppi delle crisi internazionali in Ucraina e nel Vicino Oriente (magari con discussioni da bar su presunte guerre di religione) e al vertice convocato dall&#039;Onu appunto sul clima si riserva appena quel minimo di cortesia dovuto al padrone di casa durante una cerimonia mondana nella quale i protagonisti sono ben altri. Né a catalizzate l&#039;attenzione dei potenti, more solito, sono valse le manifestazioni di piazza tenute a New York (da oltre trecentomila persone) e in altre città del mondo (il che ha portato il totale a un milione) proprio per non far tramontare la sensibilità dell&#039;opinione pubblica mondiale su questo cruciale argomento.
Al vertice partecipano oltre centoventi tra capi di Stato e di Governo per discutere su come ridurre le emissioni di gas serra, fermare la deforestazione e aiutare i Paesi più vulnerabili a difendersi dagli effetti del surriscaldamento globale, come siccità prolungate, fenomeni atmosferici violenti e innalzamento del livello dei mari. Ma prevale una sorta di accettazione del “già visto”, una convinzione diffusa che non si tratta di un&#039;occasione per cercare - finalmente – scelte condivise, ma dell&#039;ennesima messa in scena delle divisioni tra Paesi ricchi e poveri. E non solo.
In estrema sintesi, bisognere limitare a un massimo di 2 gradi celsius il riscaldamento globale rispetto all’era pre-industriale. Ma dopo i fallimenti delle ultime conferenze internazionali sul clima, quelle i di Copenaghen nel 2009 e di Durban nel 2011, le prospettive di successo della prossima, a Parigi nel 2015 – quando si dovrà ridiscutere il Protocollo di Kyoto in scadenza (A sua volta fallimentare) - sembrano vicine a zero. Secondo gli studi più accreditati, se le emissioni si manterranno al livello attuale, entro la fine del secolo le temperature si alzeranno ancora di 4-5 gradi, il che significherebbe carestie devastanti per miliardi di persone. Già nel 2003, le emissioni di gas serra, lungi dal diminuire, a livello globale sono cresciute del 2,3 per cento, toccando nuovi livelli record. A questo non lusinghiero risultato contribuiscono in particolare tre Paesi, e due più popolosi e quello più industrializzato. Il 57 per cento delle missioni di gas serra si registrano in Cina, il 17 per cento in India e il 20 per cento negli Stati Uniti. E non è un bel segnale che al vertice a New York manchino sia il presidente cinese, Xi Jinping, sia il premier indiano, Narendra Modi. C&#039;è invece Obama che sulla dichiarata scelta ambientalista nel 2008 non solo vinse le elezioni, ma ebbe pure il premio Nobel, ma anch&#039;egli non può certo presentare un bilancio positivo. Negli Stati Uniti, infatti, la situazione è peggiore del previsto, dato che lo scorso anno le emissioni sono salite del 2,9 per cento.
Per una volta, al contrario, gli europei possono vantare risultati. Il continente L’Europa, che un tempo era il maggiore inquinatore (e che ad Est fa ancora abbondantemente la sua parte in questo senso) ha fatto scendere i gas serra al punto tale che le emissioni globali del mondo, sia pure ancora altissime, sono state tagliate dell’11 per cento rispetto a quanto sarebbe accaduto senza l’impegno dell’Unione europea. Di quella istituzione, cioè, che populisti e furbetti di ogni suo Paese, giudicano colpevole di ogni nefandezza. Almeno in questo, dunque, l&#039;Unione europea si fa costruttrice di pace e dà una possibilità al futuro, alle nuove generazioni.]]></description>
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			<title>Obama annuncia un immenso parco marino protetto nel Pacifico</title>
			<link>http://www.pierluiginatalia.net/1/obama_annuncia_un_immenso_parco_marino_protetto_nel_pacifico_9855774.html</link>
			<description><![CDATA[<strong>Obama annuncia un immenso parco marino protetto nel Pacifico</strong><br /> Il presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, sembra deciso a realizzare in questo suo secondo mandato quei progetti di tutela dell&#039;ecosistema mondiale che contribuirono a fargli conferire nel 2088, appena eletto per la prima volta, quello che in molti definirono un premio Nobel per la Pace dato sulla fiducia. Se ne è avuta un&#039;ulteriore prova, questa settimana, con il suo annuncio della prossima creazione nel Pacifico del più grande parco marino protetto del mondo, con una superficie di oltre due milioni di chilometri quadrati. «Possiamo proteggere gli oceani per le generazioni future», ha detto Obama in un video messaggio inviato alla Conferenza sugli oceani, presieduta a Washington dal suo segretario di Stato, John Kerry, e alla quale hanno partecipato un&#039;ottantina di Nazioni. 
 
Nel messaggio, Obama si è impegnato a usare la sua «autorità di presidente» per proteggere «alcuni dei nostri più preziosi panorami marini». A questo scopo è prevista tra l&#039;altro la messa al bando di attività nocive per l&#039;ecosistema marino, a partire dalla pesca industriale per arrivare alle prospezioni petrolifere sottomarine.
 
Il progetto interessa una vasta area del globo compresa tra le Hawaii e le isole Marshall statunitensi. In sostanza si tratta di ampliare di dieci volte l&#039;area del Monumento nazionale marino delle isole remote del Pacifico, a suo tempo costituito dal predecessore di Obama, George W. Bush. Proprio quest&#039;ultimo, che pure era fortemente sostenuto dall&#039;industria petrolifera nella quale ha un ruolo importante la sua famiglia, detiene finora il record di costituzione di parchi marini, dato che durante il suo secondo mandato ne ha designati quattro, compreso quello che ora Obama si prepara a portare dagli attuali 225.300 chilometri quadrati appunto a oltre due milioni. A conferma, che spesso i presidenti statunitensi nel secondo mandato prendono iniziative che nel primo magari non osano per timori di non essere rieletti. 
 
Quest&#039;ultima iniziativa di Obama dovrebbe realizzarsi nei prossimi mesi, dopo un periodo di consultazione dell&#039;opinione pubblica. Lo strumento per farlo sarà il decreto presidenziale. Proprio questo ha suscitato immediate proteste dell’opposizione repubblicana, maggioritaria al Congresso, che già contesta al presidente di aver abusato delle prerogative del potere esecutivo governando appunto a colpi di decreti. Obama, infatti, usa sempre più questo strumento. «The Washington Post» ha ricordato che lo ha fatto per undici volte per ordinare la tutela delle aree naturali nelle regioni continentali statunitense e lo ha fatto di nuovo, all&#039;inizio di questo mese, quando ha stabilito la riduzione delle emissioni di carbonio dalle centrali elettriche entro il 2030. Molti scienziati gli hanno chiesto di fare lo stesso con gli oceani e il presidente sembra dunque averli ascoltati. Di qui il riferimento a quello che il repubblicano Doc Hastings, alla guida del comitato sulle risorse naturali della Camera dei rappresentanti, citato sempre da «The Washington Post», ha definito «un altro esempio della sua presidenza imperiale». Alle proteste dell&#039;opposizione politica si è subito allineata l&#039;industria statunitense della pesca al tonno che opera nella zona. 
 
Sempre alla Conferenza sugli oceani tenuta a Washington, il presidente di Palau, Tommy Remengesau, ha annunciato la creazione di un’area protetta di 600.000a chilometri quadrati nelle acque che circondano il piccolo Stato nell&#039;omonimo arcipelago della Micronesia. 
 
Come spesso accade in iniziative internazionali, tra i testimonial della Conferenza sugli oceani c&#039;è un attore famoso, Leonardo Di Caprio. In questo caso, però, si tratta di qualcosa in più: Di Caprio, che da ragazzo voleva fare il biologo marino, ha infatti annunciato un finanziamento di sette milioni di dollari messi a disposizione dalla fondazione ambientalista da lui realizzata e che serviranno a sostenere progetti significativi nell’arco dei prossimi due anni. «Servono iniziative concrete per salvare dal saccheggio degli oceani e le loro risorse vitali. Serve attivismo e leadership coraggiosa: non possiamo permetterci di restare a guardare questo scenario pre-apocalittico», ha detto l&#039;attore. 
 
 
 ]]></description>
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			<title>La preghiera del Papa per le vittime delle migrazioni</title>
			<link>http://www.pierluiginatalia.net/1/la_preghiera_del_papa_per_le_vittime_delle_migrazioni_9023262.html</link>
			<description><![CDATA[<strong>La preghiera del Papa per le vittime delle migrazioni</strong><br />
 
Dare fondo all&#039;ancora. Arrivare in porto. O in una rada dove sostare, al riparo da un vento infido che rende nemico il mare. Trovare un&#039;oasi che renda possibile il viaggio nell&#039;arsura diurna e nel gelo notturno del deserto. Che renda un futuro alla speranza. Questo è mancato alle migliaia di sventurati migranti dei quali la cronaca di questo mese ci ha raccontato la morte. Annegati a Lampedusa. Uccisi nel Sahel, al confine tra Niger e Algeria. Vite stroncate tra il deserto e il mare mentre «cercavano una liberazione, una vita più degna», come ha detto ieri Papa Francesco , rinnovando al Verano, il cimitero storico di Roma, una tradizione interrotta interrotta vent’anni fa, quella di pregare per i defunti al vespero della festa di Ognissanti. Quella festa che la colonizzazione culturale di Halloween ha riempito di morti viventi, streghe, vampiri e tutti gli altri gadget di un consumismo stupido e inquietante insieme. Perché i nostri morti e i nostri santi sono tutt&#039;uno. Toccare la la riva della speranza cristiana, come ha detto il Papa, è riconoscere che non è finta la morte, ma vera la vita. 
 
Ed è anche essere capaci di non dimenticare quanti a quelle tragedie del mare e del deserto sono scampati, ma oggi vivono «ammucchiati», ha detto ancora il Papa, in centri di accoglienza incapaci di ospitarli adeguatamente. Per loro il Vescovo di Roma ha chiesto che si accelerino le procedure legali per consentire loro una sistemazione più degna.
 
Pensare a loro, oggi, è il modo più decente per commemorare i loro e nostri morti. Ma la cronaca di queste ore sembra ignorarlo. A Lampedusa, dove si svolgono oggi cerimonie commemorative delle vittime del naufragio del 3 ottobre, la situazione nel centro di accoglienza è sempre drammatica. Il piazzale davanti al centro, dove i migranti hanno costruito delle capanne, è stato trasformato in una sorta di palude dalla pioggia torrenziale di ieri pomeriggio. 
 
La protesta dei migranti per le condizioni nelle quali si trovano ha provocato un nuovo incidente nel centro di Gradisca d’Isonzo, in provincia di Gorizia, dove proprio ieri erano state inviate ottanta persone da Lampedusa. Gli ospiti del centro hanno dato fuoco alle stanze risparmiate dall’incendio di mercoledì scorso, rendendo di fatto completamente inagibili gli spazi coperti della struttura. Due immigrati, lievemente intossicati, sono stati trasportati al Pronto soccorso di Monfalcone. Gli altri hanno annunciato di voler dare vita a un nuovo sciopero della fame e della sete.
 
Il Governo del Niger, intanto ha proclamato ieri tre giorni di lutto nazionale per la tragedia dei 92 migranti morti di sete nel deserto. Le autorità di Niamey hanno deciso anche la chiusura immediata dei campi di raccolta ad Agadez, nel nord del Paese, principale punto di transito verso la Libia o l’Algeria.
 
Anche in Tunisia è stata proclamata, per domani, nel trigesimo del naufragio del 3 ottobre a Lampedusa, una giornata di lutto nazionale in ricordo delle centinaia di vittime africane. In una nota del Governo di Tunisi si esprime, insieme con la piena solidarità per le famiglie delle oltre trecento vittime, la convinzione che sia necessario adottare una strategia in più direzi0ni «per fare fronte, in maniera più efficace, all’emigrazione degli africani verso le rive nord del Mediterraneo».
 
Miglior sorte delle tante persone uccise dal deserto o dal mare — o meglio dai trafficanti di esseri umani che ve li portano in condizioni inaccettabili — hanno avuto in Libia altri 48 migranti che erano stati dati per dispersi. Sono stati infatti rintracciati ieri dalle autorità libiche nel deserto nella parte orientale del Paese, tra Ajdabiya e Tobruk. La notizia è stata resa nota dall’ambasciata egiziana a Tripoli. Secondo le autorità circa sessanta persone, di nazionalità egiziana e sudanese, si erano perdute dopo essere entrate illegalmente in Libia dall’Egitto qualche giorno fa. I trafficanti ai quali si erano affidati li avevano appunto abbandonati nel deserto. Dieci persone erano già state salvate giovedì vicino alla località di Baida, mentre due, entrambe egiziane, erano state ritrovate morte.
 
 
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			<title>Sviluppi politici a Mogadiscio ma la crisi permane</title>
			<link>http://www.pierluiginatalia.net/1/sviluppi_politici_a_mogadiscio_ma_la_crisi_permane_9388064.html</link>
			<description><![CDATA[<strong>Sviluppi politici a Mogadiscio ma la crisi permane</strong><br />Sviluppi politici si segnalano nella persistente incertezza in Somalia, dove restano sostanzialmente aperte tutte le emergenze e le principali questioni di conflitto,   dallo spaventoso numero di sfollati interni e rifugiati all’estero, ai difficili rapporti del Governo centrale di Mogadiscio, alla persistente attività delle milizie radicali islamiche di al Shabaab. 
Durante il fine settimana, il primo ministro Abdiweli Ahmed ha annunciato la lista di nomi chiamati a comporre il suo nuovo Governo, significativamente ampliato rispetto a quello precedente  guidato da Abdi Farah Shirdon. Lo comporranno, infatti,  25 titolari di dicastero,  25 sottosegretari e cinque ministri di Stato con incarichi speciali. «Ho stilato questa lista a seguito delle consultazioni che ho fatto con le varie componenti della società», ha detto Ahmed. 
A giudizio concorde degli osservatori, questo riflette l’intenzione di bilanciare  gli interessi e la rappresentanza dei principali clan del Paese. Proprio la volontà di derogare da questa impostazione aveva spinto l’ex  primo ministro Shirdon a varare un Governo meno numeroso, che però ha presto perso la possibilità di ottenere consenso dal Parlamento di Mogadiscio,  che non è frutto di elezioni popolari, ma venne formato appunto tenendo conto dei  clan. La diversa impostazione di Ahmed dovrebbe consentirgli di ottenere la fiducia del Parlamento sul programma di Governo che si accinge a presentare. L’auspicio degli osservatori è che si possa davvero avviare una normalizzazione, mai realmente realizzata nei diciotto mesi seguiti alla  fine formale della transizione dichiarata  dalla comunità internazionale, con l’elezione alla presidenza di Hassam Mohamud e l’insediamento del  nuovo Parlamento. 
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			<title>Dopo lo storico annuncio di  Obama e Raúl Castro</title>
			<link>http://www.pierluiginatalia.net/1/dopo_lo_storico_annuncio_di_obama_e_raul_castro_10179104.html</link>
			<description><![CDATA[<strong>Dopo lo storico annuncio di  Obama e Raúl Castro</strong><br /> 
L’annuncio della normalizzazione dei rapporti tra Stati Uniti e Cuba, dopo cinquantatré anni segnati da un conflitto a tratti asperrimo, apre una speranza di pace e invita a ogni sforzo perché questa si realizzi pienamente. Ne sembrano consapevoli le dirigenze dei due Paesi, a partire dai presidenti Barack Obama e Raúl Castro, che hanno dato contemporaneamente oggi lo storico annuncio, facendo entrambi riferimento al determinante contributo di Papa Francesco e della Santa Sede. 
Subito dopo, un comunicato della Segreteria di Stato vaticana ha sottolinea che «la storica decisione» dei Governi statunitense e cubano è stata accolta dal Papa con «vivo compiacimento», perché essa mira a «superare, nell’interesse dei rispettivi cittadini, le difficoltà che hanno segnato la storia recente» dei due Paesi. Negli ultimi mesi, Papa Francesco ha scritto a Obama e a Castro «per invitarli a risolvere questioni umanitarie d’interesse comune, tra le quali la situazione di alcuni detenuti, al fine di avviare una nuova fase nei rapporti tra le due parti». In ottobre, in Vaticano erano state accolte delegazioni dei due Paesi per «favorire un dialogo costruttivo su temi delicati, dal quale sono scaturite soluzioni soddisfacenti per entrambe le parti». Il comunicato assicura che la Santa Sede «continuerà ad assicurare il proprio appoggio alle iniziative che le due Nazioni intraprenderanno per incrementare le relazioni bilaterali e favorire il benessere dei rispettivi cittadini».
Ad accelerare i tempi in questo senso sembra determinato soprattutto Obama. Per fine gennaio è già fissata una missione all’Avana del sottosegretario di Stato per l’emisfero occidentale, Roberta Jacobson, che avvierà i colloqui per il ripristino delle relazioni diplomatiche. E già circolano voci insistenti su una possibile visita di Raúl Castro a Washington già in tempi brevi. 
I riconoscimenti internazionali per la scelta di Obama sono unanimi, a partire proprio da quelli dei Governi dell’America latina, una regione dove il posizionamento riguardo alle politiche di Washington ha sempre avuto riflessi politici, economici ed ideologici determinanti. Se ne è avuta una prova dalle prime dichiarazioni rilasciate dai presidenti di Argentina, Brasile, Paraguay, Uruguay, Venezuela e Bolivia, riuniti per il vertice del Mercosur. 
A fronte di questi riconoscimenti, uniti a quelli dei rappresentanti religiosi tanto cubani quanto statunitensi, Obama deve comunque fronteggiare possibili opposizioni interne, sulle quali in queste ore insiste molto la stampa. Il pericolo che i tempi del disgelo possano essere più lunghi di quelli auspicati dal presidente americano è reale, anche se Obama, che vorrebbe porre fine all’embargo entro la fine del 2016, ha il potere di agire su molti aspetti della vicenda anche senza l’autorizzazione del Congresso. 
Questo, tuttavia, ha a sua volta gli strumenti per bloccare, o almeno per ostacolare a lungo, la svolta. Per esempio negando al presidente i fondi necessari per riaprire l’ambasciata all’Avana, facendo ostruzionismo sulla nomina dell’ambasciatore, votando contro la legge che dovrebbe facilitare i viaggi da e per Cuba, ignorando le altre richieste della Casa Bianca mirate alla completa rimozione dell’embargo. Segnali in questo senso non sono mancati da esponenti del partito repubblicano, maggioritario al Congresso.
Tuttavia, non pochi osservatori sottolineano come a prevalere alla fine non saranno le contrapposizioni ideologiche, ma un desiderio genuino di pace. La realtà è che è passato molto tempo dalla Baia dei Porci e dalla crisi dei missili. La maggior parte degli statunitensi ha ormai messo da parte ogni ideologia ereditata dai tempi della guerra fredda, e da anni è d’accordo con l’avvio di un processo di normalizzazione dei rapporti con Cuba.
Anche in Florida, dove vive la maggioranza degli esuli cubani, le nuove generazioni delle famiglie di questi ultimi non vedono più nel dialogo con le autorità dell’Avana un tabù e, anzi, lo auspicano. A questo si aggiunge che nonostante l’embargo, lo scorso anno seicentomila cittadini statunitensi si sono recati per turismo o affari a Cuba e che per la maggior parte erano proprio originari dell’isola.]]></description>
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			<title>Su commercio e sicurezza regionale</title>
			<link>http://www.pierluiginatalia.net/1/su_commercio_e_sicurezza_regionale_9004064.html</link>
			<description><![CDATA[<strong>Su commercio e sicurezza regionale</strong><br />
 
Il tentativo di dare risposte anche di tipo economico e commerciale alle varie crisi in atto nell&#039;Africa occidentale, una regione segnata da diversi conflitti, ha improntato in settimana il vertice straordinario tenuto a Dakar, in Senegal, dai capi di Stato dei quindici Paesi dell&#039;organismo regionale, appunto la Comunità economica degli Stati dell&#039;Africaca occidentale (Ecowas, nell&#039;acronimo in inglese, Cedeao in quello in francese). La principale decisione - che il presidente senegalese, Macky Sall, con una qualche enfasi ha definito storica - è stata la creazione di una Tariffa esterna comune (Tec) come tappa decisiva verso l’integrazione regionale in materia di dazi e dogane. La decisione arriva dopo quasi un trentennio. La Tec, infatti, era prevista fin dalla nascita dell&#039;Ecowas-Cedeao, nel 1975. Nella convinzione di formare un blocco commerciale solido e competitivo, come si è espresso il presidente della Costa d&#039;Avorio, Alassane Dramane Ouattara, i capi di Stato hanno affiancato alla Tec alcune misure di consolidamento, cioè una tassa di aggiustamento all’esportazione, una tassa complementare di protezione e un prelievo fiscale comunitario di integrazione. Al tempo stesso hanno avanzato proposte per per accelerare il negoziato, in stallo da anni, di Accordo di partenariato economico (Ape) regionale, che dovrà regolamentare gli scambi commerciali con l’Unione europea, sostituendo l&#039;accordo di Cotonou, in vigore dal 2000.
 
Un rinnovato impegno, ma non ancora decisioni operative, è stato espresso sul progetto di creare in tempi brevi, sempre in chiave di integrazione, una seconda zona monetaria in Africa occidentale, dopo quella del franco africano comune, per integrare nell’Unione economica e monetaria dell&#039;Africa occidentale (Uemoa) i sette Paesi che finora non ne fanno parte, in vista di una moneta unica dell&#039;Ecowas-Cedeao nel 2015. 
 
Gli otto Paesi membri dell’Uemoa hanno anche deciso, pur senza fornifere precisazioni, di istituire una politica comune di pace e sicurezza. Il vertice è stato infatti occasione per discutere, all&#039;interno dell&#039;Ecowas, ma anche con i rappresentanti della Comunità economica dell&#039;Africa centrale (Ceac), di altri particolari, o meglio criminali tipi di commercio, cioè il traffico d&#039;armi e quello di droga, che contribuiscono in modo determinante alla destabilizzazione della regione. L&#039;ultimo attentato che ha colpito Tessalit, nel nord del Mali, è stato una sorta di promemoria del fatto che sia «necessario mettere i nostri sforzi e i nostri mezzi in comune per garantire una sicurezza migliore alla regione, dove i terroristi mantengono una certa capacità di destabilizzazione», come si è espresso il presidente del Niger, Mahamadou Issoufou. 
 
Del resto, il traffico d&#039;armi che si è diffuso in tutto il Sahel con la crisi libica del 2011, ha avuto un ruolo determinante in quella maliana esplosa l&#039;anno seguente e, di fatto, tutt&#039;altro che conclusa. In questo senso va letto anche il riferimento fatto da Issoufou al terrorismo, un termine generico nel quale si fa rientrare l&#039;azione dei gruppi armati di matrice fondamentalista islamica. In Mali, all’insurrezione secessionista tuareg nel nord del gennaio 2012 e al colpo di Stato militare del marzo successivo, che aveva rovesciato il presidente Amadou Toumani Touré, era seguito l’intervento armato francese del gennaio scorso appunto contro i gruppi fondamentalisti islamici, come il Movimento per l’unicità e il jihad nell’Africa occidentale (Mujao) e Al Qaeda per il Magheb islamico (Aqmi), che avevano preso il controllo del territorio settentrionale. Sei settimane fa, intervenendo il 19 settempre alla cerimonia di insediamento del nuovo capo di Stato maliano, Ibrahim Boubacar Keïta, il presidente francese, François Hollande, aveva sostenuto che «abbiamo vinto questa guerra». L&#039;affermazione, peraltro, è apparsa a molti almeno prematura, dato che le truppe francesi, il cui ritiro avrebbe dovuto essere ultimato entro aprile, sono ancora impegnate in battaglia nel nord del Mali. Le milizie del Mujao e dell’Aqmi, tutt’altro che definitivamente sconfitte ed espulse dal nord del Mali, hanno anzi consolidato le posizioni in tutto il Sahel, come hanno confermato già lo scorso gennaio l&#039;attacco all&#039;impianto di estrazione del gas di In Amenas, in Algeria, e quelli ai siti minerari per l&#039;estrazione dell&#039;uranio in Niger.
 
Oltre che del Mali, il vertice si è occupato dalla crisi in corso in Guinea Bissau, ma anche dalla pirateria marittima sempre più invasiva nel Golfo di Guinea. Un apposito gruppo di lavoro per definire una cornice giuridica efficace nella lotta alla pirateria marittima, al banditismo e al traffico di droga è stato costituito tra l&#039;Ecowas, la Commissione del Golfo di Guinea e appunto la Ceac, a sua volta alle prese con la crisi nella Repubblica Centroafricana, un altro caso che mostra evidenti infiltrazioni di combattenti fondamentalisti islamici stranieri, provenienti soprattutto da Ciad e Sudan, tra le milizie che spadroneggiano nel Paese. 
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			<title>La questione religiosa nelle crisi mondiali</title>
			<link>http://www.pierluiginatalia.net/1/la_questione_religiosa_nelle_crisi_mondiali_10001953.html</link>
			<description><![CDATA[<strong>La questione religiosa nelle crisi mondiali</strong><br />I Paesi della Nato cercano di delineare nell&#039;Iraq mai davvero pacificato una strategia contro le milizie del cosiddetto Stato islamico (Is), attive anche in Siria, mentre dai fronti iracheni si susseguono le notizie di atrocità. L&#039;ultima è la scoperta fatta dai peshmerga curdi e delle milizie sciite di una fossa comune con 35 cadaveri a Sulaiman Bek, una città irachena settentrionale strappata all&#039;Is che la controllava dallo scorso giugno. 
Gli scopi dichiarati della coalizione contro l&#039;Is concordata durante il vertice della Nato a Newport, in Gran Bretagna, a sono fornire sostegno militare ai partner iracheni, bloccare il flusso dei combattenti stranieri, affrontare la crisi umanitaria, contrastare i finanziamenti all’Is e delegittimarne l’ideologia. Quest&#039;ultimo, cruciale aspetto, chiama in causa la questione religiosa. L&#039;adesione dell&#039;Is ai valori dell&#039;islam è già stata negata più volte dalle voci più autorevoli della comunità musulmana mondiale, non solo dello sciitismo, ma anche del sunnismo, al quale l&#039;Is dichiara di appartenere. Per usare un&#039;espressione corrente qualche decennio fa riguardo a un terrorismo di diversa matrice ideologica, resta però molto da fare perché si arrivi a prosciugare l&#039;acqua in cui nuotano i fondamentalismi religiosi - non solo islamici, ma anche cristiani, ebrei, induisti, buddisti – che alimentano violenze in ogni continente. 
Per quanto riguarda la situazione in Iraq, lo ha ricordato, tra gli altri, il patriarca di Babilonia dei Caldei, Louis Raphaël Sako I, che in un&#039;intervento pubblicato dall&#039;agenzia di stampa AsiaNews ha posto l’accento sull’importanza di «far sentire la nostra voce contro gli estremismi, di lavorare per creare una nuova mentalità basata sulla convivenza in pace e armonia fra sciiti, sunniti, arabi, turcomanni, curdi, cristiani, yazidi. Per questo serve un’offensiva sul piano ideologico per fermare la legittimazione religiosa del fondamentalismo».
 
Evidentemente non si tratterà di una battaglia di breve periodo, ma è significativo che tra le molte proposte concrete avanzate dal patriarca caldeo – comprese una forza di pace in Iraq e una commissione di inchiesta Onu sulle violenze dell&#039;Is - la prima cosa da cui partire sia individuata nell&#039;intervento sui percorsi scolastici e universitari: «Solo l’istruzione — scrive Sako — può dare il via a questa trasformazione e costruire una società dove regni l’uguaglianza. Per garantire una migliore convivenza è necessario creare una società civile che rispetti ciascuna religione e che non politicizzi le religioni».
 
Del resto, la violenza dell&#039;Is e di altri fondamentalismi in Medio Oriente, quella degli estremisti induisti contro i musulmani e i cristiani in India, quella dei buddisti birmani contro le minoranze musulmane, quella degli estremisti ebrei israeliani contro i palestinesi (e viceversa), quella dei sedicenti musulmani di Boko Haram in Nigeria, quella degli altrettanto sedicenti cristiani (più o meno “rinati”) contro gli immigrati negli Stati Uniti e in Europa, hanno una matrice comune: sono una guerra feroce contro la cultura e la diversità. Una guerra che costituisce la maggiore minaccia per la sicurezza sociale a ogni latitudine.
 
Né il ripristino di questa sicurezza può essere perseguito con il mero ricorso alla forza. Del resto, da un quarto di secolo a questa parte, non c&#039;è stato intervento armato internazionale che non abbia alimentato le violenze nei Paesi dove dichiarava di volerle fermare, a partire proprio dall&#039;Iraq. Memore delle lezioni del passato, lo stesso presidente degli Stati Uniti, Barak Obama, ha ribadito nel summit della Nato a Newport non solo la determinazione a distruggere l&#039;Is, ma anche l&#039;intenzione di non affiancare un intervento di terra ai raid dell&#039;aviazione statunitense in Iraq. Pronto a interventi armati in caso di richiesta del Governo di Baghdad si è invece detto il presidente francese, François Hollande, che ha però escluso che ciò possa accadere anche in Siria, argomentando che il Governo di Damasco, al contrario di quello iracheno, non sarebbe legittimato a chiedere interventi internazionali. 
 
L’alleanza contro l’Is si è delineata in un incontro al quale hanno partecipato statunitensi, britannici, francesi, tedeschi, italiani, danesi, australiani, turchi, canadesi e polacchi. Il segretario di Stato americano John Kerry e quello alla Difesa Chuck Hagel hanno sollecitato «una grande coalizione che punti a indebolire e infine distruggere la minaccia rappresenta dall’Is», da costituire entro l&#039;apertura dell’Assemblea generale dell’Onu a fine settembre. 
 
È stata invece smentita ogni tipo di collaborazione con l&#039;Iran, un&#039;ipotesi apparsa con insistenza negli ultimi giorni sulla stampa statunitense. «Non coordineremo un’azione militare o informazioni con l’Iran e non abbiamo il progetto di farlo», ha dichiarato ieri la portavoce del Dipartimento di Stato di Washington, Marie Harf. L&#039;ipotesi è stata smentita anche da una portavoce del ministero degli Esteri iraniano, Marzie Afjam, che ha parlato di un&#039;informazione non corretta. Fonti diplomatiche a Teheran citate anonimamente dalle agenzie di stampa internazionali hanno però ribadito che l’Iran «sta da tempo collaborando a livello tattico con gli Stati Uniti e con la Germania, anche se non lo riconosce apertamente». Nella capitale iraniana è circolata negli ultimi giorni una foto che mostra Qasem Suleimani, comandante della brigata Al Quds, il corpo di elite dei pasdaran, i guardiani della rivoluzione, nella località settentrionale irachena di Amerli, poco dopo la liberazione dalle forze dell’Is che la controllavano.
 
Sempre ieri, il ministro degli esteri del Qatar, Khalid Bin Mohammed Al Attiyah, è tornato a negare in un&#039;intervista che dal suo Paese arrivino finanziamenti all&#039;Is, escludendo un ruolo in questo senso anche di soggetti privati.
 
Provare le accuse in questo senso mosse da più parti al Qatar, come pure all&#039;Arabia Saudita, cioè ai principali alleati di Washington nell&#039;area resta difficile. Così come è difficile trovare prove dell&#039;identiche accuse mosse al Governo siriano, che avrebbe armato i gruppi fondamentalisti islamici contro gli insorti espressione della tradizionale opposizione al presidente Bashar al Assad e prima di lui a suo padre, Hafiz al Assad. 
 
Ma resta il fatto che le armi messe in circolazione nell&#039;area (così come in Africa) hanno un valore commerciale infinitamente superiore a quello degli aiuti umanitari alle popolazioni e degli stessi investimenti in sviluppo. Del resto, anche nei nostri Paesi ricchi – e anche in periodo di crisi – l&#039;unica spesa pubblica che continua ad aumentare è quella in armamenti. ]]></description>
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			<title>Risoluzione interlocutoria del Consiglio di sicurezza</title>
			<link>http://www.pierluiginatalia.net/1/risoluzione_interlocutoria_del_consiglio_di_sicurezza_7515425.html</link>
			<description><![CDATA[<strong>Risoluzione interlocutoria del Consiglio di sicurezza</strong><br />di Pierluigi Natalia 
La risoluzione 2071 approvata la settimana scorsa dal Consiglio di sicurezza dell’Onu sulla crisi nel nord del Mali ha suscitato reazioni contrastanti tra quanti a Bamako, la capitale maliana, sono coinvolti nel processo di transizione imposto dalla comunità internazionale dopo il colpo di Stato militare guidato dal capitano Amadou Haya Sanogo,  che il 22 marzo  scorso  aveva rovesciato il presidente Amadou Toumani Touré.
 La risoluzione costituisce una sorta di primo via libera all’invio di  truppe della Comunità economica degli Stati dell’Africa occidentale (Ecowas)  incaricate di assistere l’esercito nazionale nella liberazione delle zone del nord del Paese da mesi sotto il controllo di gruppi  fondamentalisti islamici. Ma di fatto  pospone l’intervento di  circa quarantacinque giorni entro i quali il segretario generale, Ban Ki-moon,  dovrà presentare una relazione dettagliata su come tale forza deve essere creata, finanziata, e distribuita e per fare «raccomandazioni particolareggiate».
Il protrarsi dello stallo rischia di accentuare le divisioni che permangono a Bamako, soprattutto tra militari — compreso lo stesso  Sanogo che in aprile ha rimesso il suo mandato —  e le forze politiche che concorrono al Governo di transizione guidato dal  presidente ad interim, Dioncounda Traoré,  e dal primo ministro,  Modibo Diarra.
 Da un lato ci sono quanti, soprattutto  militari, non vogliono sentir parlare di truppe straniere in territorio maliano (comprendendovi anche quel nord del Paese da dove dall’inizio dell’anno l’esercito nazionale è stato costretto a ritirarsi). Dall’altro ci sono il Governo e le forze  politiche e sociali, che contestano i tempi lunghi dell’Onu e sostengono che   già sia  stato perso troppo  tempo con molte sofferenze per le popolazioni.
Dal punto di vista logistico e organizzativo,  l’esercito maliano non è in grado di riconquistare quel nord dal quale è stato espulso in pochi giorni dall’insurrezione, in gennaio, delle milizie tuareg del Movimento nazionale di liberazione dell’Azawad (Mnla). Né vale la considerazione, fatta all’epoca da più parti e forse con qualche ragione, che per il successo dell’insurrezione dell’Mnla sia stato  determinante il rientro in patria di miliziani tuareg, pesantemente armati, che avevano fatto parte delle forze di Gheddafi, sconfitte dagli insorti libici appoggiati dalla Nato. Ben presto, infatti, sull’Mnla  sono  prevalsi appunto i gruppi i considerati parte della galassia del terrorismo internazionale di matrice fondamentalista islamica, certamente favoriti anch’essi dalla porosità delle frontiere del Sahel e certamente in grado  di avere rifornimenti,  ma non certo di armamenti pesanti.
Diverso è l’aspetto politico: la risoluzione 2071 auspica «l’avvio di un processo negoziale credibile con i gruppi ribelli maliani e i rappresentanti legittimi del Nord, in vista di una soluzione politica percorribile nel rispetto della sovranità, l’unità e l’integrità territoriale del Paese». In sintesi, sostiene che occorra insistere su una mediazione politica. Tra l’altro, Ban Ki-moon ha nominato  nei giorni scorsi un proprio inviato speciale nell’area, l’italiano Romano Prodi,   e ha avvertito che in ogni caso  un’operazione militare ha bisogno di un’attenta pianificazione, poiché altrimenti potrebbe soltanto aggravare la situazione di milioni di persone nel Paese. 
Nella mediazione è già impegnato da tempo, per conto dell’Ecowas,  il presidente del Burkina Faso,  Blaise Compaoré, al quale diversi esponenti maliani rimproverano sia di voler «mettere in buona luce» i tuareg, sia soprattutto di voler coinvolgere nella trattativa i gruppi islamisti locali, come Ansar Eddin. Del resto, un simile tentativo sembra avere poche possibilità di successo, se non altro perché la risoluzione 2071 rinnova la richiesta che i militanti delle diverse formazioni politiche attive nel Mali taglino qualsiasi legame con i gruppi fondamentalisti islamici che controllano il nord e che sono appunto considerati formazioni terroristiche.  Il Consiglio di sicurezza si dice pronto ad adottare sanzioni mirate nei confronti di quanti  non rispettino questa disposizione. Inoltre, tra i miliziani dei gruppi  islamisti oggi al potere nel nord del Mali non ci sono solo cittadini di quel Paese, ma numerosi elementi provenienti dall’estero.]]></description>
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		<item>
			<title>Alluvionata la capitale Bujumburi</title>
			<link>http://www.pierluiginatalia.net/1/alluvionata_la_capitale_bujumburi_9503778.html</link>
			<description><![CDATA[<strong>Alluvionata la capitale Bujumburi</strong><br /> 
Decine di morti — cinquanta secondo i bilanci più prudenti — un numero ancora imprecisato di feriti, centinaia di case crollate, numerose infrastrutture distrutte o danneggiate costituiscono il tragico bilancio delle piogge torrenziali di questa settimana. Sembra – per fortuna morti a parte – una cronaca italiana. Il disastro in questione, invece, è accaduto a Bujumbura, la capitale del Burundi. La situazione è particolarmente grave nei quartieri popolari a nord della città, Kamenge, Kinama e Buterere, rimasti senza energia elettrica, acqua potabile e difficilmente raggiungibili. Il ministro della Sicurezza pubblica, il generale Gabriel Nizigama, dopo avere visitato le zone più colpite, ha riferito altresì che le due strade principali che collegano Bujumbura alla Repubblica Democratica del Congo e al Rwanda sono chiuse al transito a causa rispettivamente del crollo di un ponte e di fiumi di fango. Il ministro ha aggiunto che non viene tralasciato alcuno sforzo per soccorrere le popolazioni. Anche in questo le somiglianze con le vicende italiane non mancano: analoghe espressioni si ripetono occasione dopo occasione, senza che alle parole corrispondano fatti adeguati. 
Bujumbura si trova in una conca circondata da montagne. Quando forti piogge cadono in così poche ore le inondazioni sono abituali, così come le frane. La stampa locale sottolinea, peraltro, che al di là della particolare posizione geografica e geologica di Bujumbura, che la espone a rischi ambientali, a rendere la situazione drammatica è la costruzione senza regole degli edifici, soprattutto per quanto riguarda i materiali utilizzati.
Anche in questo, le somiglianze con la situazione italiana non mancano, anche se dalle nostre parti c&#039;è più “democrazia distributiva” . Le irregolarità edilizie, infatti, non riguardano solo le case dei poveri. Oltretutto, da noi prevale il cemento sui mattoni di fango. 
In ogni caso, in Burundi ovviamente, c&#039;è da dire che piove, governo ladro. ]]></description>
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		<item>
			<title>L'Europa e la questione profughi e migranti</title>
			<link>http://www.pierluiginatalia.net/1/l_europa_e_la_questione_profughi_e_migranti_10829602.html</link>
			<description><![CDATA[<strong>L&#039;Europa e la questione profughi e migranti</strong><br />In un&#039;epoca neanche troppo lontana in molti c&#039;era la convinzione, umana e civile, che quanti era spinti dalla fame o dalla guerra a lasciare la propria terra fossero “come semi nel vento”, semi di una possibile fioritura di civltà e di fratellanza. Ma il Vangelo ammonisce che non tutti i semi fruttificano (vale per la Parola di Dio e vale per gli sforzi degli uomini di costruire condizioni di giustizia. Dipende, sempre, dal terreno in cui il vento della storia porta quei semi. E l&#039;Europa sembra tornata un terreno arido percorso da egoismo e ferocia. Né chi nei Paesi europei governa sembra minimamente intenzionato ad arare quel terreno con vomeri che si chiamano solidarietà e, soprattutto, tutela dei diritti dell&#039;uomo).
Sono sempre più inquietanti le notizie che arrivano dai Balcani e che ormai vengono relegate alle pagine interne dei quotidiani o al quinto o sesto posto dei servizi dei telegiornali (dopo accurati reportage sulle banalità dette nella cosiddetta notte degli Oscar e sull&#039;abbigliamento dei protagonisti, servizi “sdraiati” sui presunti successi governativi in materia di economia, fiumi di dichiarazioni sulla scelta di due “compagni” - tra virgolette perchè in questo caso non riguarda certo la dichiarata identità di sinistra del più famoso dei due – di farsi costuire un figlio a pagamento in America).
I fatti sono che diecimila persone sono accampate al confine tra Grecia ed Ex Repubblica Jugoslava di Macedonia in una tendopoli in grado di ospirarne un migliaio al massimo, che il Governo macedone ha sbarrato la frontiera stessa e che queste persone sono in crescente pericolo. I fatti sono che un altro accampamento di sventurati a Calais, in Francia, viene spazzato via con le ruspe, come si fa con una discarica abusiva di rifiuti.
I fatti sono anche che la Turchia continua a dare via libera nell&#039;Egeo ai profughi che non è più in grado di gestire e che intanto in Siria e all&#039;interno dei suoi confini continua a bombardare i curdi e non certo le residue milizie dell&#039;Isis. 
I fatti riportati dalle agenzie di stampa sono che il piano d&#039;azione Ue-Turchia sarà al centro del vertice straordinario dei capi di Stato e di Governo con il primo ministro turco Ahmet Davutoğlu, fissato per il 7 marzo. Domani il presidente del Consiglio europeo, Donald Tusk sarà ad Ankara per preparare con Davutoğlu l&#039;appuntamento. Sempre per domani, era già prevista una visita di Tusk ad Atene, per incontrare il primo ministro greco Alexis Tsipras al termine di un mini-tour nei Paesi della rotta dei Balcani occidentali, nel tentativo di creare consenso proprio in vista del vertice Ue-Turchia. 
I fatti sono che il presunrto accordo raggiunto lo scorso settembre dall&#039;Unione europea non è mai stato reso davvero operativo. Dovevano essere realizzati entro il mese di novembre, al più tardi, i cosiddetti “hotspot”, i centri nei quali le istituzioni comunitarie e le agenzie internazionali s&#039;impegnavano ad assistere le autorità dei Paesi di arrivo di profughi e migranti per identificarli e registrarli e per organizzate sia la ridistribuzione sia i rimpatri. L&#039;unico impegno che si è davvero provato a rispettare è stato il rafforzamento della sorveglianza alle frontiere esterne dell&#039;Ue («l’attuale caos alle nostre frontiere esterne deve finire. Siamo tutti d’accordo sulla necessità di recuperare il controllo dei nostri confini», aveva detto Tusk, annunciando fondi adeguati per i rimpatri dei migranti irregolari - rimpatriare i profughi non si può - ovviamente all&#039;interno di un generico contenitore di «misure sulle tematiche connesse all’asilo e alle migrazioni»).
Lettera morta è rimasto invece l&#039;impegno (le chiacchiere costano poco) ad assistere i Paesi dei Balcani occidentali a gestire i flussi di rifugiati e ad aumentare i fondi per affrontare le cause delle migrazioni nei Paesi di origine (il solito “aiutiamoli a casa loro” che mai si è tradotto in politiche di autentica solidarietà, per esempio smettendo di fornire armi a Paesi che dovrebbero avere ben altri tipi di sostegno). Fuori dai confini europei era prevista l’assistenza per il Libano, la Giordania, la Turchia, e gli altri Paesi alle prese con la crisi dei rifugiati siriani, anche attraverso un «aumento sostanziale» del fondo dedicato. Né è stato rispettato l&#039;impegno a «rispondere alle esigenze urgenti dei rifugiati nella regione aiutando l’alto commissario dell’Onu per i rifugiati, il Programma alimentare mondiale e le altre agenzie dell’Onu con almeno un milione aggiuntivo». Per il bilancio europeo si trattava di fatto di una bazzecola, ma ciò nonostante i soldi non si sono visti. 
I fatti riportati dalle agenzie di stampa sono che ora si si parla addiritturadi trecento milioni già nel 2016 e di settecento nen trienno. Sarò diffidente per natura, ma nutro seri dubbi.
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			<title>Morti per cattiva politica non per maltempo</title>
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			<description><![CDATA[<strong>Morti per cattiva politica non per maltempo</strong><br />
 
Magari saranno sinceri, i politici e gli amministratori che in queste ore hanno espresso cordoglio per le vittime del temporale in Sardegna. Perché è di questo che si è trattato: un temporale. Un ciclone lo è stato solo in senso tecnico. Si chiama così, infatti, ogni bassa pressione. Pensare che la Sardegna sia stata devastata da uragani caraibici o tifoni asiatici è catastrofismo autoassolutorio. Dire che in una giornata è caduta l&#039;equivalente della pioggia di sei mesi non significa nulla. E siamo anche un po&#039; stanchi di sentirlo ripetere e di veder versare lacrime di coccodrillo a ogni sciagura che ha le sue vere cause nel dissesto del territorio e in politiche industriali dissennate sotto il profilo della salvaguardia ambientale. 
 
Nelle stesse ore in cui Olbia e le altre località sarde piangevano i loro morti, a Varsavia si trascinava stancamente la 19ª Conferenza dell’Onu sul clima (Cop 19) nella quale le quasi duecento delegazioni governative dovrebbero, in teoria, un nuovo accordo vincolante sulle emissioni nocive da raggiungere entro il 2015 e che possa entrare in vigore nel 2020. Lo scopo, tra l&#039;altro, non è quello di cercare di invertire il fenomeno del riscaldamento globale, ma solo di contenerlo in limiti “accettabili”, un po&#039; come quel padre (di una volta, oggi non ci farebbe caso) che alla scoperta di avere la figlia nubile incinta diceva che lo era “appena, appena”. 
 
A Varsavia è stato diffuso, nella sovrana indifferenza delle delegazioni e della stampa (tolto qualche sito specializzato) un rapporto del Global Carbon Project, un gruppo di 49 esperti di dieci Paesi che assemblano i dati di istituti di ricerca di tutto il mondo. Il rapporto, pubblicato dalla rivista Earth Systems Data, certifica che le emissioni globali di biossido di carbonio derivate dall’utilizzo di combustibili fossili raggiungerà un livello record nel 2013, pari a 36 miliardi di tonnellate. Significa un aumento del 2,1% rispetto al 2012 e del 61% rispetto al 1990, considerato l’anno base per il Protocollo di Kyoto, unico accordo globale che fissa, fino al 2015, limiti vincolanti ai livelli di emissioni nazionali, ma coinvolge solo i Paesi industrializzati, con l’eccezione emblematica degli Stati Uniti che non l’hanno mai ratificato.
 
Il documento viene pubblicato mentre a Varsavia i rappresentanti di quasi 200 paesi sono riuniti per la 19esima Conferenza dell’Onu sul clima (Cop 19), incentrata sui negoziati per un nuovo accordo vincolante sulle emissioni nocive da raggiungere entro il 2015 e che possa entrare in vigore nel 2020: lo scopo è mantenere sotto i 2 °C l’innalzamento della temperatura media globale rispetto all’epoca preindustriale. «I governi devono accordarsi su come invertire questa tendenza. Le emissioni devono diminuire sostanzialmente», ha scritto in un comunicato la principale autrice del rapporto, Corinne Le Quere, del centro di ricerca Tyndall sui cambiamenti climatici. C&#039;è qualche dubbio che qualcuno l&#039;ascolti, in un mondo in cui i bilanci di una multinazionale del petrolio sono superiori a quelli di tutta l&#039;Africa subsaharia.
 
E c&#039;è qualche dubbio che in Italia la strage in Sardegna induca una classe dirigente autoreferenziale, e che da almeno tre legislature è priva di legittimazione democratica (sono tutti nominati, non eletti) a varare l&#039;unico piano industriale che serve davvero al Paese (e che, per inciso, procurerebbe lavoro a milioni di persone), cioè la bonifica e la messa in sicurezza dei territori devastati dalla speculazione.
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			<title>Miscellanea 2011 -  2012 (1)</title>
			<link>http://www.pierluiginatalia.net/1/miscellanea_2011_2012_1_7398436.html</link>
			<description><![CDATA[<strong>Miscellanea 2011 -  2012 (1)</strong><br />22 settembre 2011
Crescita economica senza sviluppo sociale
Il paradosso dell’Africa
 
Pierluigi Natalia
 C’è un paradosso economico che opprime l’Africa e che emerge dai diversi rapporti internazionali, senza che si cerchi davvero di rimuoverne le cause: c’è una netta crescita economica, secondo i parametri con la quale la misurano la gran parte degli organismi internazionali, ma il sottosviluppo è ben lontano dal ridursi in modo apprezzabile e gli indicatori sociali mostrano un quadro sempre inquietante e in alcuni casi in peggioramento.
Ne dà una conferma il rapporto «World Factbook 2011» pubblicato dalla statunitense Central Intelligence Agency (Cia), che ogni anno fa il punto sulla situazione geopolitica mondiale. L’analisi del servizio di intelligence di Washington incrocia più parametri. Tra questi ci sono le proiezioni del tasso di crescita anticipate dal Fondo monetario internazionale, peraltro già rivisto al ribasso, e il prodotto interno lordo (pil) dei vari Paesi, ma anche il tasso di corruzione rilevato dall’organizzazione Trasparency International e, soprattutto, l’indice di sviluppo umano calcolato dalle Nazioni Unite.
Dal rapporto emerge che quest’anno la maggiore crescita economica al mondo si registrerà in un Paese dell’Africa occidentale, il Ghana, con un 13, 7 per cento, superiore a quello di tutti i Paesi emergenti, compresi i giganti come Cina, India o Brasile. Nella classica delle dieci economie più promettenti del continente seguono i sei Paesi della Comunità di sviluppo dell’Africa australe (Sadc). Agli antipodi ci sono altre dieci Nazioni, per lo più francofone, in difficoltà per cause che il «World Factbook 2011» individua sia nel contesto sociopolitico, per esempio la crisi seguita alle elezioni del novembre scorso in Costa d’Avorio, ma anche le ripercussioni delle rivolte della cosiddetta primavera araba, sia in quello strettamente economico e commerciale, soprattutto con le variazioni del prezzo del petrolio.
Stando al pil, dunque, l’anglofono Ghana è il campione del mondo di crescita, triplicata dal 2009, grazie al recente sfruttamento delle sue risorse minerarie, soprattutto oro e petrolio. Un terzo delle entrate del Ghana, comunque, sono realizzate nel settore agricolo, che occupa oltre metà della popolazione.
Al secondo posto, sempre per quanto riguarda il pil, c’è l’unico Pese francofono della classifica, cioè la Repubblica del Congo, dipendente all’85 per cento dal settore petrolifero che rappresenta il 90 per cento delle esportazioni. E già qui si incomincia a manifestare il paradosso di una ricchezza che non si trasforma in sviluppo e che è comunque legata a fattori sui quali nessun Governo africano ha un sia pur minimo controllo, a partire proprio dal prezzo del petrolio, bene quest’ultimo che per lo sviluppo africano finisce quasi sempre per rivelarsi un punto di debolezza invece che di forza. Non a caso, il presidente della Repubblica del Congo, Denis Sassou Nguesso, ha detto di voler diversificare gli investimenti, tra l’altro puntando sul settore agricolo e del legname, per contrastare la povertà e il sottosviluppo che nel Paese restano altissimi. Anche l’aumento del pil ottenuto da Botswana (al terzo posto) e Zambia (al sesto) è dovuto alle risorse minerarie, quali diamanti, rame, alluminio e oro.
Sulla base dei parametri delle Nazioni Unite relativi allo sviluppo umano, i risultati migliori sono però quelli del Malawi, dove l’80 per cento della popolazione vive dell’agricoltura e ha raggiunto l’autosufficienza alimentare. 
I due dati sono in contrasto in Mozambico e in Tanzania, anch’essi con un forte aumento del pil grazie alle risorse minerarie. È vero che anche il settore agricolo e la pesca fanno parte della crescita economica realizzata dal Governo di Maputo, ma in Mozambico il 70 per cento della popolazione vive ancora sotto la soglia di povertà. In Tanzania la situazione è solo leggermente migliore, grazie anche agli investimenti vincenti delle iniziative che sposano con il turismo il settore agricolo e la tutela del patrimonio naturale.
Le due maggiori economie del paradosso, sempre in base alla classifica della Cia, sono comunque quelle di Etiopia e Zimbabwe. In Etiopia, dove tre milioni di persone sono colpite dalla carestia e dove il reddito pro capite è uno dei più bassi al mondo, la media di crescita del pil nell’ultimo triennio si è assestata attorno all’8-10 per cento, grazie alla produzione di caffè e oro. Ma i mancati investimenti in agricoltura rappresentano una fragilità strutturale insostenibile in un Paese che nel settore agricolo e dell’allevamento impiega l’85 per cento della popolazione, ma dal quale ricava meno del 45 per cento del pil.
Lo Zimbabwe, ancora colpito da sanzioni economiche internazionali, dopo un decennio di crollo registra una crescita sostenuta grazie al ritorno degli investitori che hanno ritrovato fiducia nella stabilità politica affidata al Governo di unione nazionale tra il presidente Robert Mugabe e il primo ministro Morgan Tsvangirai. Ma anche in questo caso la crescita non si traduce ancora in sviluppo per la popolazione, tra l’altro stremata l’anno scorso anche da un’epidemia di colera.
La situazione economica più disastrata è quella del Madagascar, da quasi tre anni teatro di una crisi politica e istituzionale che l’ha posto ai margini della comunità internazionale. Seguono Guinea equatoriale, Angola, Guinea, Swaziland, Comore, Eritrea, Lesotho e Benin. Non manca la Costa d’Avorio, un tempo vetrina economica dell’Africa occidentale, messa in ginocchio dall’ultima crisi postelettorale dopo un decennio di divisioni.
Addirittura fuori classifica è la Somalia, oggi probabilmente il Paese con la situazione peggiore al mondo, stremato da oltre vent’anni di guerra civile, con più di un terzo della popolazione rappresentata da rifugiati all’estero e da sfollati interni e con il maggiore tasso di mortalità, compresa quella infantile, con 180 bambini su mille che muoiono prima di compiere i cinque anni d’età.



4 ottobre 2011
Sempre più insicure le coste del continente
L&#039;Africa dei pirati
Pierluigi Natalia
La sfida della pirateria è una delle emergenze africane persistenti e anzi in crescita continua, nonostante il dispiegamento di imponenti operazioni navali internazionali, soprattutto nelle acque al largo della Somalia e nell’Oceano Indiano, lungo cruciali rotte per le merci orientali verso l’Europa e verso il continente americano.
A queste incominciano ad aggiungersi iniziative degli stessi Paesi africani. Se sul fronte del Corno d’Africa, soprattutto in Somalia, i Governi locali mostrano scarse capacità d’intervento, qualcosa incomincia a muoversi invece sulla costa atlantica del continente, dove la sicurezza della navigazione commerciale rischia di essere compromessa dall’azione dei pirati, secondo quanto emerge dai rapporti dell’International Maritime Bureau.
La scorsa settimana, per esempio, hanno preso il mare dal porto di Cotonou, la principale città del Benin, le prime pattuglie congiunte di militari beninesi e nigeriani, che a bordo di una flottiglia di sette imbarcazioni hanno incominciato a controllare il tratto di coste che si affacciano sul golfo di Guinea, sempre più bersagliato dai pirati. L’iniziativa, chiamata Operazione prosperità, durerà per sei mesi, durante i quali la marina militare del Benin dovrà organizzarsi per provvedere direttamente alla sorveglianza della sua stretta fascia costiera.
Il ministro degli Esteri del Benin, Nassirou Bako Arifari, in un intervento all’Assemblea generale dell’Onu, ha denunciato «la nuova minaccia della pirateria marittima che con violenza ha colpito le nostre coste e le acque del Golfo di Guinea», parlandone come di una «vera piaga per la regione assieme al traffico di droga e falsi medicinali». Anche il presidente Thomas Boni Yayi ha più volte espresso timori per danni diretti all’economia beninese e per il rischio che il porto di Cotonou, dal quale dipende il 90 per cento degli scambi commerciali con l’estero, venga boicottato in caso di insicurezza marittima. Il Governo del Benin ha annunciato anche la prossima creazione di un centro di sorveglianza radar a Grand-Popo, la località sudoccidentale al confine con il Togo, per completare il dispositivo già operativo a Cotonou, ma che controlla solo il tratto di costa confinante ad est con la Nigeria.
Quest’ultimo Paese, primo produttore africano di petrolio, vede da tempo le navi che trasportano greggio prese d’assalto dai pirati, mentre dall’inizio dell’anno ben 19 attacchi sono stati sferrati a largo del Benin. Obiettivo del pattugliamento congiunto, secondo il capo di stato maggiore delle forze navali beninesi, Maxime Ahoyo, è «bloccare ogni tentativo d’assalto delle navi» che spesso trasportano petrolio e carburante.
Se il fenomeno della pirateria, almeno su vasta scala, è relativamente recente nel Golfo di Guinea, ben diversa è la situazione in Somalia e negli altri Paesi del Corno d’Africa, dove gli assalti alle navi si sono moltiplicati in questi ultimi anni, creando un giro di affari di milioni di dollari. La moderna pirateria su vasta scala, comunque, in Somalia ha almeno un ventennio. Negli anni 90, infatti, il crollo della dittatura di Siad Barre e la scomparsa di ogni autorità statale in Somalia, resero le acque del Paese una sorta di zona franca per tutti. I grandi pescherecci industriali — soprattutto giapponesi e sudcoreani, ma anche occidentali — approfittarono della situazione e penetrarono impunemente nelle acque territoriali somale, saccheggiandole e riducendo alla miseria i piccoli pescatori locali. Questi incominciarono così ad attaccare le navi straniere esigendo una specie di tassa che compensasse il loro mancato guadagno. A questo si aggiunse presto lo scarico di rifiuti tossici nelle acque e sulle coste somale, approfittando dell’assenza di controlli e della complicità di clan locali e di gruppi armati. Alla fine questi comportamenti hanno avuto un salto di qualità e la pirateria da principio artigianale si è trasformata in un esercito ben armato e dotato di imbarcazioni velocissime. All’inizio le corti islamiche avevano cercato di opporsi nelle aree da loro controllate, ma diverse fonti locali concordano nel riferire che ormai le milizie radicali islamiche si sono di fatto alleate con i clan somali che controllerebbero direttamente alcuni nuclei di pirati.
Nel 2008, il Consiglio di sicurezza dell’Onu ha autorizzato le navi militari straniere ad intervenire. Al largo della Somalia incrociano da allora flotte che vedono impegnati i Paesi dell’Unione europea e della Nato, ma anche Cina, India e altri Stati che cercano di non far diventare la pirateria ancora più allarmante. Il risultato è finora tutt’altro che rilevante. L’Onu ha recensito 171 attacchi nel solo primo semestre del 2011 e nelle mani dei pirati ci sono tuttora una cinquantina di navi e oltre 500 ostaggi, in massima parte marinai filippini, thailandesi e pakistani che costituiscono la parte più rilevante dei lavoratori del mare, una categoria tra le più esposte ai pericoli che accompagnano la globalizzazione dei commerci lungo i collegamenti vitali dell’economia mondiale.

16 ottobre 2011
Rincari dei prodotti agricoli e insicurezza alimentare
Il prezzo della fame
Pierluigi Natalia
«L’intera comunità internazionale deve agire subito e con forza per sradicare l’insicurezza alimentare dal pianeta». Questa affermazione apre il recente rapporto pubblicato dalle tre agenzie dell’Onu specifiche del settore, l’Organizzazione per l’alimentazione e l’agricoltura (Fao), il Programma alimentare mondiale (Pam) e il Fondo internazionale per lo sviluppo agricolo (Ifad). Quest’anno, Fao, Pam e Ifad hanno curato, per la prima volta congiuntamente, il tradizionale State of Food Insicutity (Sofi), il rapporto sullo stato dell’insicurezza alimentare nel mondo finora pubblicato annualmente dalla Fao.
Non è certo la prima volta che la lotta alla fame è posta come principale priorità mondiale dai documenti dell’Onu. Ma il Sofi 2011 pone con più evidenza che nel passato la necessità di una revisione radicale delle politiche in questo campo e altrettanto emerge dal tema «Prezzi degli alimenti, dalla crisi alla stabilità», scelto per la Giornata mondiale dell’alimentazione del 16 ottobre. 
Le dinamiche dei prezzi agricoli, imposte dalla globalizzazione del commercio, hanno già portato devastazioni e minacciano di diventare incontrollabili. Ponendo l’accento sui rincari e sulla volatilità dei prezzi delle derrate alimentari, il Sofi 2011 sottolinea che «i piccoli agricoltori e i più poveri diventano sempre più vulnerabili» e che nel lungo periodo ciò avrà gravi ripercussioni sullo sviluppo di interi Paesi.
A pagare il prezzo maggiore è come sempre l’Africa, cioè proprio il continente con meno responsabilità nei meccanismi finanziari che hanno provocato e prolungano la crisi globale, ma che subisce più di tutti le distorsioni dei mercati internazionali. Il Sofi 2011 richiama le responsabilità delle economie forti, sottolineando che «servono maggiori investimenti a lungo termine nel settore agricolo, privilegiando le iniziative dei piccoli contadini, principali produttori di cibo in molti parti del mondo in via di sviluppo». Il documento, cioè, conferma che lo sviluppo rurale — con il consolidamento e il rilancio, ma anche con l’ammodernamento della piccola agricoltura — è un passaggio decisivo e obbligato per il futuro dell’Africa e del mondo.
Certamente servono investimenti, pubblici e privati, nei sistemi d’irrigazione, nella ricerca per le sementi più adatte e nella tutela dell’ambiente. Ma l’elemento chiave è soprattutto politico: occorrono regole commerciali che proteggano i prezzi interni dalle oscillazioni di quelli internazionali. Così come accade per tanti altri prodotti — si pensi alla finanza drogata dai mutui subprime o alle speculazioni sulle materie prime energetiche — a determinare il costo del cibo sono soprattutto le vendite allo scoperto, il mercato dei futures. Se i rincari del prezzo all’origine dei prodotti agricoli hanno nei Paesi ricchi un peso poco rilevante nel loro costo al consumatore, determinato in massima parte dalla filiera di distribuzione, nei Paesi poveri la situazione è ben diversa. Dati diffusi dalla Banca mondiale proprio in questi giorni mostrano che l’aumento del prezzo del cibo tra il 2010 e il 2011 ha fatto precipitare più di settanta milioni di persone nella povertà estrema.
Da qui la necessità sollecitata dall’Onu di regole più efficaci per arginare la speculazione. Ma così come accade sull’altro cruciale versante dello sviluppo, cioè il lavoro, anche nel settore del commercio le dichiarazioni internazionali non si traducono mai in provvedimenti concreti. Nessuna volontà politica a livello mondiale riesce a opporsi a una finanza che, in materia di agricoltura, si occupa solo di determinare i prezzi dei prodotti destinati ai consumi del nord del mondo — spesso in regime di proprietà internazionale e, comunque, vincolate ai meccanismi commerciali globali — ed erode sempre più l’agricoltura di sussistenza.
 
 
30 ottobre 2011 
 La conferenza sui cambiamenti climatici e lo sviluppo in Africa
Il deserto guadagna terreno
Pierluigi Natalia
Il 40 per cento delle terre produttive in Africa è esposto alla desertificazione: una minaccia mortale per circa la metà della popolazione e per il 70 per cento delle attività produttive. Le ripercussioni economiche dei cambiamenti climatici potrebbero ridurre entro il 2030, in assenza di efficaci misure di contrasto, quasi il 3 per cento il prodotto interno lordo dell’Africa. I dati, emersi dalla prima Conferenza sui cambiamenti climatici e lo sviluppo in Africa, organizzata la settimana scorsa ad Addis Abeba dalla Commissione economica per l’Africa delle Nazioni Unite, dall’Unione africana e dalla Banca di sviluppo africana, sono preoccupanti anche in considerazione di quanto ha affermato il Comitato per la sicurezza alimentare e lo sviluppo sostenibile sullo stato di salute ambientale del continente: entro il 2080 aumenterà dal 5 all’8 per cento l’estensione delle terre aride e semiaride in Africa e sono destinati a scomparire tra il 25 e il 40 per cento dei mammiferi dei parchi nazionali del continente. L’obiettivo della conferenza era di rafforzare la posizione comune dell’Africa in vista dei negoziati sul clima dopo il 2012, quando scadrà il Protocollo di Kyoto sulle emissioni dei gas nocivi responsabili del cosiddetto effetto serra. L’Africa produce appena il 3 per cento delle emissioni mondiali di tali gas, ma è il continente più penalizzato dal riscaldamento globale.
Secondo gli esperti, gli effetti del riscaldamento globale si manifestano più velocemente del previsto, soprattutto nei Paesi dell’Africa australe. Ne sono coscienti i sindacati agricoli della regione, che chiedono di semplificare i meccanismi di finanziamento dei cosiddetti progetti di sviluppo pulito (Mdp) previsti dal Protocollo di Kyoto. Secondo fonti dell’Onu, solo il 4 per cento dei progetti verdi finanziati dagli Mdp si realizzano in Africa, mentre dal 2005 la maggioranza dei fondi sbloccati sono andati a Cina, India e Brasile.
A due anni dalla sua costituzione il Fondo di adattamento al cambiamento climatico ha finanziato solo due progetti africani, uno per combattere l’erosione del suolo in Senegal e l’altro per promuovere l’irrigazione in Eritrea. Secondo i sindacati agricoli dell’Africa australe il mancato accesso ai finanziamenti verdi è dovuto alle complesse procedure burocratiche e tecniche che escludono i piccoli contadini, molti dei quali sono analfabeti e raramente sono informati dai propri Governi.
Contenere gli effetti dei cambiamenti climatici è per l’Africa un obiettivo vitale ma anche politico. Occorre, dunque, moltiplicare gli sforzi e superare le divisioni che penalizzano i popoli del continente. Il presidente della Commissione dell’Unione africana, Jean Ping, ha insistito sulla necessità di far parlare l’Africa con una sola voce, a partire dal mese prossimo, quando a Durban, in Sud Africa, si terrà la XVII Conferenza dell’Onu sui cambiamenti climatici, dopo quelle senza esito a Copenaghen nel 2009 e a Cancún nel 2010. A rappresentare le istanze dell’Africa sarà il presidente della Repubblica del Congo, Denis Sassou Nguesso, che a nome di tutti i Paesi chiederà maggiore impegno della comunità internazionale.
«Con la desertificazione e la siccità, due manifestazioni dei cambiamenti climatici, la biodiversità si sta riducendo ma anche le nostre risorse di materie prime come il legno. A risentirne sono anche le attività turistiche collegate all’ambiente», ha insistito Ping. Anche Abdoulie Janneh, segretario esecutivo della Commissione dell’Onu, ha sottolineato nel suo intervento alla conferenza che «per l’Africa adattarsi ai cambiamenti climatici non è un’opzione, ma un obbligo, una sfida enorme. È una questione di sopravvivenza per milioni di africani che vivono nelle zone rurali. Lo sviluppo sostenibile ha implicazioni sociali, economiche e i cambiamenti climatici hanno anche risvolti sulla sicurezza».
 
27 novembre 2011



Si rinnovano Presidenza e Parlamento
Le scelte della popolazione congolese
ancora senza pace
Pierluigi Natalia
I cittadini della Repubblica Democratica del Congo sono chiamati questo lunedì 28 a rinnovare la Presidenza e il Parlamento. Il popolo congolese va alle urne per la seconda volta dopo la fine della guerra civile. Il quinquennio trascorso dalle elezioni del 2006 non ha sciolto però tutti i nodi, né risolto gli strascichi persistenti di quel conflitto a cavallo tra lo scorso secolo e questo. Inoltre, le violenze registrate fino all’immediata vigilia del voto proiettano ombre inquietanti, così come restano dubbi sull’organizzazione del voto in tutte le zone dello sterminato Paese.
Il presidente della Commissione elettorale nazionale indipendente, Daniel Ngoy Mulunda, in un’intervista rilasciata a metà settimana a Radio Okapi, l’emittente radiofonica espressione della missione dell’Onu nel Paese, ha sostenuto che in tutti i seggi sono arrivate le urne e ha garantito la consegna delle schede, ma ha ammesso che questo dipenderà dall’efficacia del sostegno fornito dall’esercito sudafricano, che ha messo a disposizione una trentina di elicotteri e una dozzina di aerei.
Violenze e intimidazioni, intanto, continuano a essere segnalate nella capitale Kinshasa e in altre zone. L’Onu e l’Unione africana, oltre che fonti concordi e diffuse della società civile congolese, ancora nei giorni scorsi hanno sottolineato che la situazione più difficile resta quella delle regioni orientali a ridosso dei Grandi Laghi, dove non sono mai venute meno le attività delle milizie armate e gli episodi di banditismo ai danni dei civili.
Proprio la regolarità del voto nelle tormentate province orientali sarà uno dei banchi di prova della possibilità di consolidare finalmente il processo di pace nel Paese. Ciò nonostante, la vigilanza e l’attenzione internazionale sembrano meno puntuali rispetto a cinque anni fa. Nelle elezioni del 2006, per esempio, la comunità internazionale aveva mobilitato un numero maggiore di osservatori di quelli inviati quest’anno. Dalla capitale Kinshasa, per ovviare a questioni logistiche e di tempistica, è giunta questa settimana l’autorizzazione ad accreditare come osservatori internazionali anche esponenti locali. Tra gli osservatori accreditati ce ne sono trentamila formati dalle strutture della Chiesa locale, in particolare dalle commissioni Giustizia e Pace delle diocesi orientali, come quella di Bukavu, il capoluogo del Sud Kivu. «Saremo testimoni dell’andamento di queste elezioni e se ci saranno irregolarità o brogli, lo sapranno tutti», ha dichiarato alla Misna, l’agenzia internazionale delle congregazioni missionarie, padre Justin Nkinzi, che della commissione di Bukavu è responsabile, sottolineando che la comunità ecclesiale vuole partecipare al meglio alla costruzione della democrazia nel Paese.
Sull’esito del voto per la Presidenza i commentatori hanno pochi dubbi. Il presidente uscente Joseph Kabila, che si ricandida alla guida del Paese, può infatti contare ancora su una forte maggioranza di consensi tra la popolazione di gran parte delle regioni dell’immenso Paese, oltre che su sostegni internazionali più o meno espliciti. Il suo principale avversario è Etienne Tshisekedi, candidato dall’Unione per la democrazia e il progresso sociale (Udps), che però non è riuscito a coalizzare l’opposizione e, in particolare, a garantirsi il sostegno dei seguaci dell’ex vice presidente e leader del Movimento per la Liberazione del Congo, Jean-Pierre Bemba. Quest’ultimo è oggi nel carcere all’Aja della Corte penale internazionale, davanti alla quale è imputato di crimini di guerra per le atrocità commesse dalle sue milizie nella Repubblica Centroafricana nel 2002 e nel 2003.
Kabila ha puntato molto, in campagna elettorale, su quelli che considera i successi economici raggiunti nel suo primo mandato. Per esempio, grande spazio sulla stampa governativa hanno avuto le affermazioni del Fondo monetario internazionale, secondo il quale la crescita nel 2011 del prodotto interno lordo del Paese è valutabile al 6,5 per cento. Ma come quasi sempre accade nei Paesi in via di sviluppo, i dati macroeconomici e finanziari si basano su parametri che non tengono conto delle condizioni effettive delle popolazioni e che non scendono nei particolari delle ricadute sociali di tale presunta crescita. Del resto, quello di produrre ricchezza, in un Paese tra i più dotati al mondo di risorse naturali e minerarie, non è mai stato un problema. Al contrario, la ricchezza in questione — fossero gli schiavi dell’epoca della penetrazione occidentale od oggi il coltan, la lega minerale naturale strategica per le moderne tecnologie — è stata una sorta di maledizione nella storia congolese, dato che ne hanno beneficiato colonizzatori o invasori stranieri e dirigenze politiche locali quasi sempre depredatorie. Sulle popolazioni si è riversato ben poco di questa ricchezza e le condizioni per i traguardi veri di sviluppo, prima tra tutte la pace, non hanno mai trovato effettiva attuazione. E sono in molti a ritenere che neppure queste elezioni riusciranno a mutare la situazione in modo rilevante.



29 novembre 2011
Si apre la conferenza dell&#039;Onu
Clima difficile a Durban
La Conferenza sul clima a Durban, in Sud Africa, che si apre questo lunedì 28 per concludersi il 9 dicembre, è probabilmente l’ultima occasione utile per un vero accordo internazionale per la riduzione delle emissioni di gas nocivi responsabili del cosiddetto effetto serra. Nel 2012 termina il periodo degli impegni del Protocollo di Kyoto, al quale sono rimasti sostanzialmente estranei i Paesi principali responsabili delle emissioni, a partire da Stati Uniti, Russia e Cina, e ancora si aspetta un segnale chiaro circa le azioni che i Governi intendono intraprendere per sottrarre il pianeta a un degrado che già minaccia di diventare irreversibile. Questa XVII conferenza annuale (Cop17) dei Paesi firmatari della convenzione quadro dell’Onu sui cambiamenti climatici (Unfccc), pone un bivio al quale non si danno alternative: o si rafforzano gli scarsi progressi compiuti alla Cop16 dell’anno scorso a Cancún, in Messico, oppure si lascia campo libero agli interessi nazionali a breve termine, con la prospettiva di arrivare a un riscaldamento del pianeta insostenibile.
La speranza è che questa volta prevalga la determinazione politica e sociale sugli interessi della finanza, quegli stessi che hanno provocato l’attuale crisi economica globale. I precedenti immediati, appunto la Cop16 di Cancún e la Cop 15 del 2009 a Copenaghen, sono però poco incoraggianti. Finora si è assistito a trattative finanziarie, più che a scelte politiche strategiche per invertire la tendenza sui modelli di sviluppo responsabili del riscaldamento globale. Ci sono stati passaggi di denaro e di tecnologie tra nord e sud del mondo, ma non accordi giuridicamente vincolanti da far subentrare al Protocollo di Kyoto. Se la conferenza di Durban riuscirà a ricondurre alla realtà, a scoraggiare il ricorso a scappatoie, sarà anche un’importante opportunità per rilanciare l’economia verso un futuro più sostenibile, equo e sicuro. Per conseguire tale risultato, a Durban si dovrebbero sottoscrivere regole rigide sui tagli delle emissioni, stabilire fonti innovative di finanziamento, almeno prolungare il Protocollo di Kyoto e aprire la strada a un accordo globale legalmente vincolante sulle indicazioni dell’Unfccc.
La svolta potrebbe venire dalla Cina, che finora ha rifiutato di fissare per tutti i Paesi l’obiettivo minimo di emissioni globali. Diverse fonti sostengono infatti che il prossimo piano industriale cinese possa puntare decisamente sull’economia verde. Certezze in merito, comunque, non ce ne sono, così come sembra improbabile che gli attuali rapporti di forza interni possano consentire al presidente statunitense Barack Obama quei risultati che non conseguì a Copenaghen, quando era fresco vincitore del premio Nobel per la Pace. Finora, però, Obama ha potuto offrire più denaro per i Paesi poveri, ma non più impegno sulla riduzione delle emissioni.
Di fatto, saranno soprattutto Stati Uniti e Cina a decidere su una questione vitale per l’intero pianeta e soprattutto per i Paesi in via di sviluppo. Tutti gli studi internazionali confermano che l’Africa, le isole del Pacifico e l’Asia meridionale sono le zone del pianeta maggiormente minacciate dai cambiamenti climatici, mentre i principali responsabili dell’inquinamento saranno relativamente protetti dalle sue conseguenze, almeno nel breve periodo di uno o due decenni.
Nel sud del mondo i cambiamenti climatici già ora significano fame, distruzioni, epidemie provocate da malattie legate all’acqua inquinata. Studi concordi — basati su parametri differenti quali economia, istituzioni e gestione, sviluppo umano e salute, ecosistemi (gestione delle foreste, impatto umano sull’erosione del suolo), sicurezza dell’approvvigionamento delle risorse (acqua, prodotti alimentari, energia) e infine ripartizione della popolazione e infrastrutture — pongono ben 22 Paesi africani tra i 28 catalogati come a rischio estremo. Con la desertificazione e la siccità si stanno riducendo biodiversità e risorse di materie prime.
Quella sul clima per l’Africa è dunque una sfida enorme, una questione di sopravvivenza per milioni di persone. Contenere gli effetti dei cambiamenti climatici è un obiettivo vitale. Ed è soprattutto un obiettivo politico per il cui conseguimento occorre moltiplicare gli sforzi e superare le divisioni che penalizzano i popoli del continente. Per questo, è importante la decisione presa dall’Unione africana di parlare con una sola voce a Cancún, dove a rappresentare le istanze del continente sarà il presidente della Repubblica del Congo, Denis Sassou Nguesso.



11 dicembre 2011
Elezioni politiche in Costa d&#039;Avorio
La storia senza entusiasmo
Pierluigi Natalia
Circa 5.700.000 elettori della Costa d’Avorio sono chiamati questa domenica alle urne per scegliere i 255 deputati del Parlamento. Si può a ragione parlare di un appuntamento storico. Le ultime elezioni legislative, infatti, si tennero dieci anni fa, nel 2001. Da allora il Paese è stato il teatro di una lunga crisi politica e poi di una vera e propria guerra civile durata fino al 2007 tra i sostenitori dell’ex presidente Laurent Gbagbo e i suoi avversari. Il lungo processo di ritorno alla democrazia sembrava culminato con le elezioni presidenziali, tenute nel novembre 2010 dopo numerosi rinVII, e vinte da Alassane Ouattara. Ma il rifiuto di Gbagbo di accettare l’esito delle urne ha innescato una nuova crisi e un rigurgito di guerra civile nella quale sono state uccise più di tremila persone.
Così, di riconciliazione nazionale si torna a parlare solo come di una speranza, mentre gran parte della popolazione — sostenitori di Gbagbo, ma non solo — a questo appuntamento elettorale arrivano senza alcun entusiasmo. In molte zone del Paese è ipotizzabile un’affluenza alle urne bassissima, dato il boicottaggio annunciato dal Fronte popolare ivoriano, il partito di Gbagbo, e dato che in molti non si sentono più coinvolti nella vita politica e istituzionale.
Tra l’altro, dieci giorni prima del voto, Gbagbo è stato raggiunto da un mandato di cattura della Corte penale internazionale (Cpi) dell’Aja, il tribunale permanente voluto dall’Onu per giudicare sui crimini di genocidio, di guerra e contro l’umanità. Il nuovo Governo ivoriano, che lo teneva agli arresti da aprile nella località settentrionale di Korhogo, lo ha subito trasferito all’Aja. L’arresto di Gbagbo, a giudizio di diversi commentatori, sembra comunque destinato a riaccendere le polemiche in Africa sulla giustizia internazionale. Finora, infatti, la Cpi ha aperto solo processi su crimini commessi nel continente.
Né in Costa d’Avorio c’è fiducia in una giustizia considerata lontana. Molti assistono agli eventi quasi con un distacco passivo, anche per il timore che il conflitto possa riaccendersi, se non altro perché nel Paese continua a circolare una quantità ingente di armi. Ma da molti, l’arresto di Gbagbo è vissuto come una sconfitta e sentito come una ferita. Oltretutto, nell’esito dell’ultimo conflitto è stato determinante l’intervento straniero, sia delle truppe della missione Liocorne che la Francia mantiene nell’ex colonia, sia dei caschi blu dell’Onuci, la missione dell’Onu, considerata alla fine dai sostenitori di Gbagbo come una forza d’occupazione. L’intervento della Francia, particolarmente attiva in questo periodo in diverse crisi internazionali, africane e non solo, fu letto da molti commentatori, non solo ivoriani, anche con motivazioni di politica interna, ma soprattutto con la volontà di tutelare i propri ingenti interessi economici nel Paese. Da parte sua, l’Onu aveva motivato l’utilizzo della forza con il dovere di protezione delle popolazioni civili, finite ostaggio dei belligeranti, oltre che come risposta agli attacchi delle milizie di Gbagbo contro i caschi blu.
Riesaminando gli avvenimenti di questi ultimi mesi, ci sono pochi dubbi che a far riprecipitare il Paese nella guerra civile sia stata l’ostinazione di Gbagbo di non riconoscere il risultato del voto certificato tanto dalla commissione elettorale quanto dagli osservatori internazionali. Ma va ricordato che il pronunciamento del Consiglio costituzionale, controllato dallo stesso Gbagbo, che aveva dichiarato nulli i voti in quattro regioni nelle quali Ouattara aveva ottenuto una forte maggioranza, si era basato sul punto che da sempre impedisce il consolidamento della democrazia ivoriana, cioè il concetto di cittadinanza, in un Paese nel quale c’è una pluridecennale e imponente immigrazione. La Costa d’Avorio accoglie sul suo territorio comunità provenienti dal Burkina Faso, dal Mali, dal Senegal, dalla Nigeria e dalla Liberia, in particolare dagli anni in cui era considerata una vetrina di sviluppo economico non solo per l’Africa occidentale, ma per l’intero continente.
Quando si è finalmente votato, è riesplosa la questione di fondo, con i sostenitori di Gbagbo che hanno accusato Ouattara di essere stato eletto dagli stranieri, intesi sia come immigrati, sia come Governi e istituzioni sovranazionali. Del resto, proprio sulla rappresentanza anche delle comunità di origine straniera Ouattara, egli stesso di famiglia in parte burkinabé, ha costruito la sua vittoria, mentre la base di Gbagbo era soprattutto tra gli ivoriani d’origine. Molti di questi nel sostegno internazionale a Ouattara hanno letto un attacco al diritto del popolo ivoriano di scegliere il proprio presidente senza interferenze estere di qualunque natura e provenienza.
Volendo approfondire il concetto, si può dire che in gioco c’è da anni la sperperata eredità politica di Félix Houphouet Boigny, il primo presidente. Questi guidò il Paese dalla fine della colonizzazione francese nel 1960 al 1993, facendone un’eccezione pacifica nel cruento contesto della decolonizzazione africana. La politica di Boigny, simbolo dell’unità nazionale, si basò sulla nozione di ivoirité, un concetto non etnico, ma politico che definisce le caratteristiche della Nazione sulla base dell’essere cittadino ivoriano e che si applica al processo di democratizzazione e persino alla vita culturale del Paese (diversi studiosi ne riassumono i termini sotto la formula di «preferenza nazionale»).
Ma quella stagione sembra tramontata e la promessa di Ouattara di essere il presidente di tutti gli ivoriani difficilmente gli basterà per essere riconosciuto come l’uomo della pacificazione nazionale. Resta anche dubbio che il sostegno internazionale alla Costa d’Avorio si traduca, nei fatti, nello scrivere una pagina di rapporti davvero paritari e solidali tra nord e sud del mondo che aiuterebbe il Paese a tornare una vetrina di pace e di sviluppo e una speranza per l’Africa tutta.



14 dicembre 2011
Per affrontare la crisi in modo unitario
Il Mercosur punta
all&#039;integrazione continentale

Pierluigi Natalia
Una sempre maggiore integrazione economica dell’intera America latina, ma anche un rafforzamento delle certezze democratiche sono tra gli obiettivi dichiarati del Mercosur, il mercato comune tra Argentina, Brasile, Paraguay e Uruguay, del quale sono membri per ora associati Bolivia, Cile, Colombia, Ecuador e Perú, mentre è in corso il processo di adesione del Venezuela.
Tali obiettivi sono stati ribaditi in diverse riunioni in vista del passaggio di consegne alla presidenza di turno del Mercosur tra Uruguay e Argentina. In particolare, Argentina e Brasile, le maggiori economie del continente, sono stati tra i più convinti sostenitori della Comunità degli Stati latinoamericani e caraibici (Celac), il nuovo organismo macroregionale nato all’inizio di questo mese in un vertice di capi di Stato e di Governo di 33 Paesi a Caracas, con l’intento dichiarato di puntare appunto all’integrazione economica latinoamericana e che potrebbe assumere un ruolo di rilievo nel mutamento in corso degli assetti geopolitici mondiali.
Un’occasione di confronto informale dei leader del Mercosur è sata offerta lunedì 12 dall’insediamento di Cristina Fernández de Kirchner per il suo secondo mandato presidenziale alla guida dell’Argentina. Alla cerimonia sono infatti intervenuti diversi capi di Stato, come la brasiliana Dilma Rousseff, l’uruguayano José Mujica, il paraguayano Fernando Lugo, il boliviano Evo Morales, il cileno Sebastián Piñera, il guatemalteco Alvaro Colom Caballeros, l’honduregno Porfirio Lobo, mentre il venezuelano Hugo Chávez, che della Celac è stato tra i massimi promotori, ha inviato un messaggio di congratulazioni.
In precedenza, la stampa latinoamericana aveva dato ampio rilievo all’incontro bilaterale tenuto a Caracas, in margine all’istituzione della Celac, tra Fernández e Rousseff, nel quale le due leader si sono accordate su un Meccanismo di integrazione produttiva (Mip) per fronteggiare insieme le conseguenze della crisi economica e finanziaria globale. Gli strumenti tecnici per realizzare il Mip sono stati messi a punto la settimana scorsa in una riunione a Buenos Aires tra i ministri dell’Industria dei due Paesi, l’argentina Débora Giorgi e il brasiliano Fernando Pimentel. Secondo un comunicato congiunto, Argentina e Brasile si sono accordati per promuovere in tempi brevi una maggiore partecipazione regionale al commercio interno, a mettere in comune risorse tecnologiche e a concordare le misure più opportune.
Nelle stesse ore, i ministri delle Finanze e dell’Industria di Cile, Colombia, Messico, Perú e Uruguay analizzavano a Santiago del Cile gli effetti della crisi globale sull’America latina e concordavano a loro volta sull’importanza di affrontarla in un contesto continentale unitario. Ciò non solo in senso autoprotettivo, ma anche con un’intenzione propositiva globale. «In passato, l’America latina è stata parte del problema, ma oggi è parte delle soluzioni dei problemi dell’economia internazionale», ha dichiarato il ministro dell’Industria cileno, Felipe Larraín.
Meno spazio, sulla stampa locale e internazionale, ha avuto un’altra decisione assunta la settimana scorsa dal Mercosur, una decisione giunta al termine di un confronto sugli anni delle dittature militari. Nell’annunciare la costituzione di un gruppo di lavoro permanente, le autorità argentine, che dell’iniziativa sono state promotrici, hanno sottolineato che per la prima volta si è stabilita formalmente la cooperazione tra i Paesi del Mercosur in un lavoro congiunto di investigazione. Anche in questo caso, si tratta di una decisione in linea con gli statuti costitutivi della Celac, che contengono anche una clausola democratica, un atto significativo in un continente che in epoche abbastanza recenti ha conosciuto diverse forme di dittatura e nel quale la tutela dei diritti umani è un processo non ancora del tutto consolidato.


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			<title>Il vertice a Bruxelles</title>
			<link>http://www.pierluiginatalia.net/1/il_vertice_a_bruxelles_9659430.html</link>
			<description><![CDATA[<strong>Il vertice a Bruxelles</strong><br />Bruxelles, 2. Un’ottantina di delegazioni governative s’incontrano oggi a Bruxelles per il vertice tra Unione europea e Unione africana. L’obiettivo dichiarato da tutti i partecipanti è rafforzare i rapporti tra i due continenti concentrandosi su immigrazione, sicurezza e sviluppo, ma gli europei puntano anche ad accordi di partenariato economico per contrastare l’agguerrita concorrenza che giunge da altri continenti. L’Ue è ancora il primo partner per l’Africa sia negli investimenti diretti (221 miliardi di euro) sia negli aiuti allo sviluppo (18,5 miliardi nel 2012, il 45 per cento del totale), ma è in forte aumento la penetrazione sui mercati africani di altri soggetti, prima fra tutti la Cina, ma anche, per esempio, il Giappone, fortemente interessato alle risorse energetiche africane dopo la sua scelta di rinuncia al nucleare. Così come sono in crescita i rapporti dei Paesi africani con quelli sudamericani, a incominciare dal Brasile.
Proprio sulla questione energetica, la Banca mondiale, presente anch’essa al vertice a Bruxelles, ha denunciato una situazione definita di apartheid energetico in cui si trova l’Africa. In un continente ricchissimo di risorse, infatti, la gran parte della popolazione non ha accesso all’elettricità.
Più in generale, al sottosviluppo africano danno un contributo determinante, oltre a corruzione e altre attività criminali, gli illeciti fiscali che sottraggono ogni anno tra i 50 e i 60 miliardi di dollari e dei quali si rendono responsabili soprattutto le multinazionali. A queste conclusioni giunge uno studio, presentato ieri nella capitale nigeriana Abuja, durante un incontro organizzato dall’Unione africana e dalla Commissione economica per l’Africa. L’agenzia di stampa Misna, nel darne notizia, specifica che il rapporto è stato realizzato dal Gruppo di esperti di alto livello sui flussi finanziari illeciti, presieduto dall’ex presidente sudafricano Thabo Mbeki. 
Al vertice di oggi a Bruxelles non partecipa l’attuale capo di Stato sudafricano, Jacob Zuma, che ha rinunciato a guidare la delegazione del suo Paese, principale economia continentale. C’è invece il presidente nigeriano Goodluck Jonathan, che nei giorni scorsi ha spinto la Comunità economica degli Stati dell’Africa occidentale (Ecowas nell’acronimo in inglese) a rinviare l’adesione agli accordi di partenariato economico con Bruxelles. L’Ecowas li ha definiti poco convenienti per l’Africa, il che spinge gli osservatori a ritenere l’incontro di oggi particolarmente delicato. 
Il termine partenariato, peraltro, si presta spesso a coprire intese che di paritario hanno ben poco. L&#039;interventismo economico straniero in Africa, oltre che dalla fame di risorse energetiche, è determinato da quella di altre materie prime, a partire da quelle agricole. Il problema dell’accaparramento dei terreni da parte dei Paesi più ricchi, ma anche dei partner emergenti, è sempre più evidente: ogni anno a livello mondiale si acquistano 45 milioni di ettari a fini agricoli, di cui il 60 per cento proprio in Africa. Sono passati tre anni dalla conferenza internazionale sulla sicurezza alimentare nel mondo, organizzata dal Comitato economico e sociale (Cese), la voce della società civile in Europa, in collaborazione con la Commissione europea, in cui venne posto senza mezzi termini la «questione morale planetaria» della necessità di assumere decisioni politiche per uscire dalla fame. Da allora la situazione è anche peggiorata, senza che si notino progressi lunga la strada che il direttore del Cese, Staffan Nilsson, definì «di un’agricoltura sostenibile e inclusiva, senza dimenticare che nel mondo l’agricoltore è più spesso donna».
Così come alla voce sicurezza si riconducono spesso operazioni magari necessarie, ma comunque legate a un tipo di economia basate in parte rilevante sulle spese militari. Il vertice di oggi a Bruxelles, al quale interviene il segretario generale dell’Onu, Ban Ki-moon, è stato preceduto dal via libera dato ieri dall’Unione europea alla sua missione militare nella Repubblica Centroafricana, l’Eufor Rca, che impiegherà sino a mille uomini, sotto il comando del generale francese Philippe Pontiès, in operazioni nella zona della capitale centroafricana Bangui e del suo aeroporto. Fortemente voluta dalla Francia, che stamani, subito prima del vertice, ha presieduto una riunione specifica su questo aspetto, la missione costerà 26 milioni di euro per un mandato di sei mesi. Sulla questione è intervenuto anche Ban Ki-moon al suo arrivo a Bruxelles, che si è detto convinto dell&#039;opportunità dell&#039;intervento militare, anche se non solo.. «Farò appello a tutti i Paesi a fornire ulteriori truppe, polizia e sostegno finanziario alla Repubblica Centroafricana», ha detto il segretario generale dell’Onu, secondo il quale occorre agire rapidamente per aiutare la popolazione.
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			<title>La rinuncia di Benedetto XVI al pontificato</title>
			<link>http://www.pierluiginatalia.net/1/la_rinuncia_di_benedetto_xvi_al_pontificato_7898406.html</link>
			<description><![CDATA[<strong>La rinuncia di Benedetto XVI al pontificato</strong><br />
 
di Pierluigi Natalia
 Ingravescente aetate. L&#039;età avanzata. È questa la ragione – e non c&#039;è da dubitarne – che ha spinto Benedetto XVI a deporre il pontificato. Il terzo millennio consegna alla Chiesa una novità epocale, sotto ogni punto di vista: il Papa rinuncia. Per quasi otto secoli, l&#039;unico precedente, Celestino V, è stato accompagnata dalla condanna dantesca (vera o presunta, dato che non è certo se il personaggio citato nel 3 canto dell&#039;Inferno sia proprio lui) del “gran rifiuto” fatto per “viltade”. E certo un uomo della cultura e della sensibilità di Joseph Ratzinger non lo ignora. Ma il tempo di oggi non è il medioevo, con i suoi pericoli di scismi e il suo temporalismo ecclesiastico. Chiunque subentrerà a Ratzinger sul soglio di Pietro certo non subirà la sorte di Bonifacio VIII, il successore di Celestino V che una feroce letteratura – di Dante, Silone e non solo – ha inchiodato a un&#039;immagine forse ingiusta di esclusiva ambizione. Ma anche oggi, come allora non mancano, in ogni ambiente, tentazioni di porre se stessi davanti all&#039;interesse generale, scelte non di servizio, ma di potere. 
Anche in questo, l&#039;affermazione di umiltà fatta da Benedetto XVI deve far riflettere. Non c&#039;è alcuna dubbio che le motivazioni di questa rinuncia siano quelle indicate dal Papa in Concistoro: &quot;nel mondo di oggi, soggetto a rapidi mutamenti e agitato da questioni di grande rilevanza per la vita della fede, per governare la barca di san Pietro e annunciare il Vangelo, è necessario anche il vigore sia del corpo, sia dell’animo, vigore che, negli ultimi mesi, in me è diminuito in modo tale da dover riconoscere la mia incapacità di amministrare bene il ministero a me affidato&quot;. 
Avvisaglie non erano mancate, ma la decisione è stata presa da Ratzinger in un riserbo assoluto. Soprattutto è stata annunciata dopo «aver ripetutamente esaminato» la propria coscienza «davanti a Dio». Del resto, già nel libro intervista “Luce del mondo” il Papa aveva risposto a una domanda su sue possibili dimissioni, nel mezzo delle polemiche per lo scandalo degli abusi fatti da religiosi, spiegando che non ci si dimette in un momento di pericolo, ma solo in un momento di serenità o «quando semplicemente non ce la si fa più». Se questo fosse per Joseph Ratzinger un momento di serenità è questione sulla quale ciascuno ha sicuramente una propria opinione. Di certo, non mancano, nel mondo e nella Chiesa – o meglio nella Curia – motivi per pensare il contrario, dagli scandali finanziari che sono tornati a turbare l&#039;animo dei fedeli, alle sfide poste dal settarismo sempre più pervasivo alla Chiesa e al suo dialogo con le altre religioni, alla stessa crisi economica che si protrae e che schiaccia i più poveri, coloro nei quali siamo chiamati a riconoscere il Cristo. E la speranza è che proprio queste priorità nella sua irrinunciabile azione missionaria, siano tenute bel presenti dal Conclave che si accinge a scegliere il successore di Benedetto XVI.
Ma in quest&#039;ora, c&#039;è bisogno di sottolineare soprattutto la libertà della scelta, della coscienza rettamente formata, la libertà della persona che in un cattolico, tanto più in un Papa, è sempre sinonimo di obbedienza a un dovere più grande. La scelta di Ratzinger è un segno profetico perché cambia una prassi consolidata al punto da finire per essere ritenuta volontà di Dio e forse annuncia altri cambiamenti. Quello che già Paolo VI aveva più volte ipotizzato, senza convincersi che i suoi tempi fossero maturi per una simile rivoluzione, Benedetto XVI lo ha fatto. Il pontificato può essere vissuto come una croce da portare fino in fondo, come ricorda la grande lezione data dalla sofferenza di Giovanni Paolo II negli ultimi anni della sua vita. Ma se questa croce non schiaccia solo chi la porta, ma minaccia di invalidare il servizio alla Chiesa universale la si può deporre. 
Certo è un evento epocale, non solo sul piano storico, ma anche su quello dottrinale. Un Papa, riconosciuto universalmente come grande teologo, ha dichiarato che è possibile ritirarsi e lasciare ad altri il pontificato prima della sua scadenza naturale, che finora è stata sempre considerata la morte. Del resto, da tempo è già così per i vescovi, quei vescovi ai quali il Concilio Vaticano II aveva restituito la pienezza di un ruolo in comunione e non in contrapposizione, come spesso accaduto, con il successore di Pietro.
 Ratzinger ha parlato di vigore che viene meno. E tutti i primi commenti si sono soffermati sull&#039;aspetto delle forze fisiche, anche con più o meno documentati giudizi di tipo medico. Meno sottolineato è stato il riferimento al vigore dell&#039;animo. Il servizio episcopale chiede una pienezza o almeno una sufficienza di forza d&#039;animo per restare concentrati sul presente, sul qui e ora. L&#039;avanzare dell&#039;età può forse compromettere questa prioritaria attenzione. Lo capì bene Paolo VI, quando pose un limite d&#039;età sia al servizio episcopale sia allo stesso diritto dei cardinali di eleggere il Papa. Benedetto XVI è andato anche oltre: il Papa di età più avanzata dai tempi di Leone XIII, cioè da oltre un secolo, ha posto la questione dell&#039;età in modo diametralmente opposto a come è stata valutata finora. 
Questo impone a tutti noi di ragionare diversamente. Significa che il pontificato è ad tempus. Questo non cambia il depositum fidei, ma certo cambia il volto dell’organizzazione della Chiesa. Siamo tutti chiamati, fedeli e pastori, a guardare alla nostra appartenenza ecclesiale, ai nostri compiti di servizio, ai nostri stessi pensieri identitari, con una nuova umiltà. Con il pontificato stesso non più legato alla vita del Papa, tutti sapremo meglio di essere servi inutili. ]]></description>
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			<title>La vicenda delle armi chimiche in Siria</title>
			<link>http://www.pierluiginatalia.net/1/la_vicenda_delle_armi_chimiche_in_siria_9680934.html</link>
			<description><![CDATA[<strong>La vicenda delle armi chimiche in Siria</strong><br /> 
Nella scorsa estate, l&#039;attenzione del mondo restò concentrata come non mai sulla vicenda siriana. Non tanto e non solo perché quel popolo fosse sottoposto a violenze particolarmente efferate. C&#039;erano allora e ci sono oggi tante situazioni analoghe nel mondo, spesso incancrenite da decenni, che si perpetuano in una generalizzata indifferenza delle opinioni pubbliche del nord del mondo, salvo qualche sussulto di coscienza in occasione di qualche “campagna televisiva”. No: il motivo vero è che si profilò una guerra più generalizzata, con il perico, per la prima volta dal 1989, che russi e americani potessero trovarsi su fronti opposti.
Di fare da detonatore alla crisi minaccio di essere la pubblicazione sui social network di video con l&#039;immagine di civili uccisi in un attacco con armi chimiche. Sotto accusa, soprattutto da parte dei Governi di Stati Uniti, Gran Bretagna, Francia e Turchia, tutti Paesi Nato, fu subito messo l&#039;esercito governativo siriano e il cattivo di turno, cioè il presidente Bashar Al Assad. Sia Obama, sia Cameron sia Hollande (che da quanto è diventato presidente non ha perso occasione per mandare soldati in giro a combattere) affermarono a più riprese di avere risultanze di intelligence che comprovavano l&#039;accusa. Del resto quella della minaccia di armi chimiche era stata la stessa motivazione – con prove false presentate ai rispettivi Parlamenti – con la quale George W. Bush e Tony Blair, avevano “giustificato” dieci anni prima l&#039;attacco all&#039;Iraq di Saddam Hussein (dove si prolunga tuttora quella guerra). Dall&#039;altra parte, la Russia ammoniva che di armi chimiche in Siria ne giravano anche tra i ribelli.
In mezzo, c&#039;erano, oltre all&#039;angoscia di quanti invocavano pace, le perplessità di quanti – tra i primi ci fu chi scrive questo articolo – avevano seri dubbi sul fatto che Al Assad, le cui truppe erano in situazione di netto vantaggio sulle milizie ribelli, fosse tanto scemo da varcare, senza nessun ragionevole vantaggio strategico, quella “linea rossa” dell&#039;uso di armi chimiche che Obama aveva aveva definito come punto oltre il quale gli Stati Uniti avrebbero usato la forza contro di lui.
Intanto, come scrissi all&#039;epoca, le voci più sagge, dal Papa a diversi altri leader religiosi, dai rappresentanti della società civile a tanti premi Nobel, venivano confinate nella rubrica delle pie illusioni, delle buone intenzioni, mentre la stampa e gli altri mezzi di comunicazione si riempivano di “retroscena” di guerra (come se quelli veri – morte, malattie, fame, anni di rancori – non li conoscessimo già tutti). E si riempiono di comparsate dei soliti sedicenti esperti che mai, dicasi mai, ne hanno indovinata una in passato e che accusano di ingenuità quanti avevano denunciato, in anticipo, ciò che sarebbe accaduto. Compresi oltre un decennio di massacri in Iraq e in Afghanistan.
Come noto, comunque, l&#039;intervento armato in Siria di americani e loro alleati non ci fu , grazie anche a forti pressioni della parte più sensibile dell&#039;opinione pubblica internazionale e alle scelte di alcuni Parlamenti, come quello britannico, che si opposero alle richieste dei loro Governi. Per quanto riguarda l&#039;Italia, quella volta il Parlamento non se ne occupò proprio. Ci furono, per la verità, un paio di interrogazioni al Governo dell&#039;allora presidente del Consiglio Enrico Letta e del ministro degli Esteri Emma Bonino (una che non ha mai, dicasi mai, condannato una guerra occidentale contro Paesi del sud del mondo). Quella volta , l&#039;Italia si trincerò, comunque, dietro il principio dell&#039;unanimità europea (quella della quale in Iraq e in Afghanistan non tenemmo alcun conto).
All&#039;Inizio di settembre, dopo settimane di tensioni, ci fu quella svolta che era sembrata mancare al termine del vertice del g8 a San Pietroburgo, al cui presidente di turno, il russo Vladimir Putin, aveva scritto Papa Francesco per chiedere ai “grandi del mondo” di non tralasciare alcuno sforzo per la pace. Il vertice si concluse senza decisioni in merito, ma già il giorno dopo Stati Uniti e Russia trovarono un’intesa basata sulla disponibilità del Governo di Damasco a consegnare il proprio arsenale chimico. Da allora è in atto in Siria una missione congiunta dell’Onu e dell’Organizzazione per la prevenzione delle armi chimiche, che procede con qualche ritardo rispetto ai tempo previsti perché ostacolata, soprattutto, dall&#039;offensiva che i ribelli stanno tentando su Latakia, il porto dove vengono imbarcati gli agenti chimici destinati alla distruzione fuori dalla Siria.
Sette mesi dopo, sta suscitando scalpore e polemiche soprattutto in Turchia, ma anche negli Stati Uniti e in altri Paesi occidentali, un&#039;inchiesta su quell&#039;attacco chimico pubblicata da una delle firme più prestigiose del giornalismo mondiale, lo statunitense Seymour Hersh, che ha insegnato a molti a non cadere nelle tentazioni dell&#039;informazione schierata “patriotticamente”, cioè di fatto propaganda (nel 1970 ebbe il premio Pulitzer per un reportage sul massacro di My Lai in Vietnam nel 1968 da parte delle truppe statunitensi, il che, per icisti difetti, ma non quello della scarsa libertà di stampa). Dall&#039;inchiesta di Hersh pubblicata sull’ultimo numero della «London Review of Books» , ripresa con enfasi dalla stampa turca e non solo, emerge che furono i ribelli siriani, con l’aiuto e l’addestramento del Governo di Ankara La ricostruzione — che ha fatto scattare le smentite di Ankara e Washington — si basa in particolare sulle rivelazioni di un agente segreto statunitense di cui Hersh protegge l’identità. Si sarebbe trattato, cioè, di una trappola predisposta dai servizi segreti turchi allo scopo di provocare un intervento armato occidentale, in particolare degli Stati Uniti. Sempre secondo Hersh, a far cambiare idea a Obama, che in molti avevamo temuto in via di trasformarsi in un Bush qualsiasi, fu un rapporto di intelligence, peraltro mai diffuso, che rivelava tale mistificazione. 
Non è la prima volta che il Governo turco viene accusato di iniziative per giustificare attacchi militari. A fine marzo ha suscitato violente polemiche in Turchia l’uscita su YouTube della registrazione di una riunione segreta di dirigenti turchi su un possibile intervento armato in Siria. Vi si sente il il capo dei servizi segreti Hakan Fidan, dirsi pronto a mandare i suoi uomini in Siria a lanciare missili verso il territorio turco per giustificare un attacco.
Del resto, di bugie per fare fare la guerra, che come dice Papa Francesco serve di fatto solo a vendere le armi, se ne raccontano da sempre. Persino Hitler, per giustificare l&#039;invasione della Polonia, vestì un po&#039; di detenuti con uniformi polacche e li fece ammazzare in territorio tedesco, gridando di aver subito un&#039;aggressione.]]></description>
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			<title>L'epidemia pretesto di nuove ingiustizie</title>
			<link>http://www.pierluiginatalia.net/1/l_epidemia_pretesto_di_nuove_ingiustizie_11591206.html</link>
			<description><![CDATA[<strong>L&#039;epidemia pretesto di nuove ingiustizie</strong><br /> C&#039;è una tendenza abbastanza diffusa a parlare dei virus, compreso il Covid-19, che notoriamente non sono organismi viventi (i batteri invece si) in termini che meglio a questi si adatterebbero. Con un po&#039; di quella arroganza che accompagna sempre chiunque possa ascriversi più o meno alla categoria degli intellettuali, per quanti sforzi faccia per correggersi, il direttore di Sosta e Ripresa la trova una cosa stupida e fuorviante. Ma oggi si adegua e parla di un virus disumano. Ma non è il Covid-19. È la ricerca ossessiva del nemico che si riscontra in tante posizioi politiche xenofobe o peggio come una specie di riflesso condizionato pavloniano (dal nome, per quel paio di lettori che lo ignorassero, del medico e fisiologo russo Ivan Petrovič Pavlov (1849-1936), che studiò appunto i riflessi condizionati - e condizionabili - nel comportamento animale e ne ricavò una teoria applicabile anche agli esseri umani). Se ne è avuto un esempio in questi giorni: una giovane viene liberata dopo un anno e mezzo di sequestro, torna a casa con indosso uno hijāb, lo scialle che in molti Pesi del mondo usano le donne per coprire la testa, dichiara di essersi convertita all&#039;islam e subito parte il linciaggio, non solo mediatico, se un deputato leghista la definisce &quot;neo-terrorista&quot; alla Camera dei deputati, cioè un posto in cui la Costituzione dovrebbe avere un peso (Art. 3: Tutti i cittadini hanno pari dignità e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali).
Perché per chi è colpito da quel virus il musulmano &quot;deve&quot; essere il nemico. E così il nero, il giallo, il diverso a qualunque titolo, negli ultimi anni in particolare l&#039;immigrato. E non vale solo per quei politici, come quel deputato leghista, che questa loro patologia usano consapevolmente per i propri scopi di consenso e quindi di potere. Vale per un sacco di gente, compresi molti cattolici praticanti o che comunque si dichiarano tali.
L&#039;editoriale di qualche giorno fa sul decreto legislativo in discussionne per far superare all&#039;Italia i danni della pandemia, trattava del corto respiro politico che sembrava emergere riguardo alla modesta sanatoria per i migranti irregolari già presenti in Italia. Ora è il Segretario generale delle Nazioni Unite a chiamare in causa quei Paesi, Italia in testa ma non solo, che favoriscono sequestri, turture e uccisioni, fornendo mezzi e sostegno al governo di Tripoli perché possa intercettare in mare e riportare in Libia quei profughi dalla guerra o dalla fane costretti a passarvi per cercare di arrivare in Europa. In un dossier presentato al Consiglio di sicurezza e già acquisito dalla Corte penale internazionale dell&#039;Aja, Guterres mette sotto accusa quanti perseverano in questi comportamenti indegni, dai ministeri di Tripoli coinvolti nel traffico di esseriumani e che gestiscono quei lager in cui si perpetrano stupri, violenze e uccisioni, fino appunto a quei governi che con accordi palesi o segreti cooperano con Tripoli per garantirsi quei respingimenti che il diritto internazionale proibisce. C&#039;è un dato del lungo, particolareggiato e documentato dossier di Guterres che dovrebbe far riflettere: dal 15 gennaio al 5 maggio 2020 le motovedette del governo di Tripoli, quelle che gli ha fornito soprattutto l&#039;Italia, hanno «intercettato in mare 3.115 tra migranti e rifugiati» e li hanno riportati in Libia. Ma ora solo «1400 sono detenuti nelle prigioni sotto il controllo del ministero dell’Interno». Su che fine abbiano fatto gli altri si possono fare solo ipotesi. E nessuna è rassicurante.
Anche Sosta e Ripresa potrebbe per una volta cambiare stile e linea e mettere tra parentisi quella &quot;ispirazione cattolica&quot; che dichiara nella testata e scrivere che l&#039;Italia è colpita da un virus &quot;invasivo&quot;, &quot;terribile&quot;, &quot;spietato&quot;, &quot;feroce&quot;, &quot;straziante&quot;, &quot;mortale&quot; e chi più ne ha più ne metta. Ma il suo direttore è un po&#039; testardo e aggiunge che ai confini del Paese e anche dentro dilaga un altro virus disumano. Senza virgolette.]]></description>
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			<title>Per Parigi e Londra  responsabilità comunitarie della crisi a Calais</title>
			<link>http://www.pierluiginatalia.net/1/per_parigi_e_londra_responsabilita_comunitarie_della_crisi_a_calais_10499367.html</link>
			<description><![CDATA[<strong>Per Parigi e Londra  responsabilità comunitarie della crisi a Calais</strong><br />La situazione a Calais, in Francia, dove poche migliaia di profughi e migranti tentano da settimane di penetrare nel terminal dell&#039;Eurotunnel, il collegamento ferroviario sotto la Manica, e di salire sui treni diretti in Gran Bretagna, spinge i Governi di Londra e di Parigi a chiamare in causa l&#039;Unione europea. In una lettera scritta insieme i ministri dell’Interno britannico, Theresa May, e francese, Bernard Cazeneuve si legge che «questa situazione non può essere considerato solo un problema dei nostri due Paesi. È una priorità sia a livello europeo che internazionale. Molti di quanti a Calais stanno cercando di attraversare la Manica sono passati attraverso l’Italia, la Grecia o altri Paesi. Questo è il motivo per cui stiamo chiedendo agli altri Stati membri e all’intera Unione europea di affrontare questo problema alla radice». Secondo i due ministri si dovrebbe convincere che «le nostre strade non sono pavimentate d’oro» quanti tentano di raggiungere l&#039;Europa per sfuggire a guerre, persecuzioni, fame. 
Una dura critica al primo ministro britannico David Cameron per la sua «retorica che non aiuta» sulla questione dei richiedenti asilo e dei migranti irregolari ha mosso intanto Tevor Willmott, il vescovo anglicano di Dover, la prima città britannica sull&#039;altra sponda della Manica. In dichiarazioni a «The Observer», il numero domenicale del quotidiano «The Guardian», il vescovo sostiene che Cameron e altri responsabili politici «hanno dimenticato la propria umanità», mentre alcuni mezzi di comunicazione «diffondono una tossicità» per istigare l’opinione pubblica contro questi sventurati.
Nei giorni scorsi, Cameron aveva aveva suscitato reazioni di sdegno, in patria e non solo, sia per l’annuncio dell’invio di cani da fiuto a Calais per scovare quanti tentano di introdursi nell’Eurotunnel, sia per aver parlato di «sciame di gente in arrivo dal Mediterraneo», anche se il suo ufficio aveva poi definito l’espressione priva di intenti offensivi.
Né la Gran Bretagna, che ha rifiutato di partecipare al piano europeo di distribuzione dei profughi per quote messo a punto dall’Unione europea, o la Francia, che ha bloccato la frontiera con l&#039;Italia a Ventimiglia, sono gli unici Paesi dove si diffonde la tossicità della quale ha parlato il vescovo anglicano di Dover e che che spesso sfocia in “guerre tra poveri” cavalcata, se non direttamente fomentata, da forze politiche xenofobe, quando non dagli stessi responsabili istituzionali. L’ultimo vaso si è registrato nella Repubblica Ceca, dove da più parti sono state contestate le dichiarazioni rilasciate ieri dal presidente Milos Zeman, secondo il quale la prima cosa da dire a migranti e profughi è «Nessuno vi ha invitati». Zeman nei giorni scorsi aveva criticato la scelta del Governo di finanziare i centri di assistenza per i profughi.]]></description>
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			<title>l Papa nella giornata di preghiera comune a tutte le religioni</title>
			<link>http://www.pierluiginatalia.net/1/l_papa_nella_giornata_di_preghiera_comune_a_tutte_le_religioni_11591207.html</link>
			<description><![CDATA[<strong>l Papa nella giornata di preghiera comune a tutte le religioni</strong><br /> 
Per la terza volta in pochi giorni Sosta e Ripresa scrive la parola virus nel titolo del suo pezzo di apertura. Lo fa all&#039;indomani della Giornata di preghiera, digiuno e opere di carità promossa dall’Alto Comitato della Fratellanza Umana  «per chiedere a Dio misericordia e pietà in questo momento tragico della pandemia», come ha detto Papa  Francesco all&#039;omelia della Messa mattutina a Santa Marta, rinnovando l&#039;adesione della Chiesa cattolica all&#039;iniziativa e sollecitando la partecipazione dei fedeli. 
Ma non lo fa solo e neppure principalmente per parlare del virus Covid-19. Lo fa perché in quell&#039;omelia emerge il pericolo di un altro virus, quello della dimenticanza. Perché sono tante le cose che possono essere dimenticate in una tragedia comune da chi si sofferma solo sulla propria condizione. Si può scordare che l&#039;identità religiosa di ciascono non è, non può essere contro quella di un altro, se non al prezzo di una distorzione inaccettabile della stessa idea di Dio. “Forse - ha detto il Papa - ci sarà qualcuno che dirà: ‘Questo è relativismo religioso e non si può fare’. Ma come non si può fare, pregare il Padre di tutti? Ognuno prega come sa, come può ... Noi non stiamo pregando l’uno contro l’altro, questa tradizione religiosa contro questa, no! Siamo uniti tutti come esseri umani, come fratelli, pregando Dio, secondo la propria cultura, secondo la propria tradizione, secondo le proprie credenze, ma fratelli&quot;. 
Si può dimenticare - e lo fa tante volte l&#039;informazione, la stampa, dove l&#039;ultima tragedia mette in sordina le precedenti - che a straziare il mondo e l&#039;umanità non è solo un coronavirus un po&#039; più invasivo di altri, anche se questa pandemia «è venuta come un diluvio, è venuta di colpo. Adesso ci stiamo svegliando un po’. Ma ci sono tante altre pandemie che fanno morire la gente e noi non ce ne accorgiamo, guardiamo da un’altra parte. Siamo un po’ incoscienti davanti alle tragedie che in questo momento accadono nel mondo”, ha detto ancora il Papa..
La più antica delle cosiddette rogatorie, risalente al Medio Evo, recita «A peste, fame et bello libera nos, Domine», cioè «liberaci, Signore, dalla pestilenza, dalla guerra e dalla fame». E a questi tre cavalieri dell&#039;Apocalisse - il quarto è la morte - ha fatto riferimento il Papa. Nei primi quattro mesi di quest&#039;anno la fame ha ucciso quasi quattro milioni di persone, un numero che fa quasi scomparire quello delle vittime del Covid-19, Non si sono fermate le guerre. Non si è fermata l&#039;ingiustizia che incombe su tanti bambini. 
Si, c&#039;è la pandemia del coronavirus: “Che Dio fermi questa tragedia - è la preghiera di Papa Francesco - che fermi questa pandemia. Che Dio abbia pietà di noi e che fermi anche le altre pandemie tanto brutte: quella della fame, quella della guerra, quella dei bambini senza educazione»,
       E dunque «A peste, fame et bello libera nos, Domine», sed etiam ab oblivione, ma anche dalla dimenticanza.]]></description>
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			<title>Il Papa per la Giornata dell'Alimentazione</title>
			<link>http://www.pierluiginatalia.net/1/il_papa_per_la_giornata_dell_alimentazione_8951080.html</link>
			<description><![CDATA[<strong>Il Papa per la Giornata dell&#039;Alimentazione</strong><br /> Lo scandalo della fame che persiste in un mondo nel quale si spreca oltre un miliardo di tonnellate di cibo, non è tollerabile. Lo scrive Papa Francesco al direttore generale della Fao, il brasiliano José Graziano da Silva, per in un messaggio per la Giornata mondiale dell’Alimentazione di oggi, nell&#039;anniversario appunto della fondazione della Fao, il 16 ottobre 1945. Il tema di quest&#039;anno è «Sistemi alimentari sostenibili per la sicurezza alimentare e la nutrizione» e il Papa sottolinea, con cruda chiarezza, proprio le responsabilità del sistema predominante di rapporti internazionali e sollecita a combattere «la schiavitù del profitto a tutti i costi», per «ripensare e rinnovare i nostri sistemi alimentari», invocando un cambio di mentalità di fronte alla tragedia «nella quale vivono ancora milioni di affamati e malnutriti, tra i quali moltissimi bambini». 
La Giornata è, significativamente, seguita da quella per la lotta alla povertà, stabilita dall&#039;Onu per il 17 ottobre. Una lotta efficace in questo senso non può prescindere dalla soluzione appunto delle contraddizioni di sistema: da un lato spaventosa mancanza di cibo per centinaia di milioni di persone, dall&#039;altro sprechi ed eccesso di alimentazione con gravi conseguenze sanitarie. Nonostante alcuni miglioramenti negli ultimi anni, infatti, ancora oggi circa 840 milioni di esseri umani soffrono la fame e la salute di altri due miliardi di persone è compromessa da carenze nutritive. Di contro, un miliardo e mezzo di persone sono in sovrappeso o obese, consumano più cibo del necessario e sono esposte a un maggior rischio di gravi patologie. 
Evidentemente, la questione non può essere ridotta all&#039;esclusivo campo dei comportamenti individuali, ma è appunto di sistema. Lo stesso Graziano da Silva afferma che il mercato «non si traduce automaticamente in una maggiore disponibilità di cibo, in migliore nutrizione e in salute». Per non parlare delle conseguenze ambientali delle produzioni agricole finalizzate appunto ai consumi del nord ricco del mondo e, appunto, degli sprechi. Il rapporto annuale «State of Food Insecurity in the World» (Sofi 2013) presentato all’inizio del mese dalla Fao e dalle altre due agenzie del settore, il Programma alimentare mondiale e il Fondo internazionale per lo sviluppo agricolo, documenta che non è l’aumento di popolazione ad accrescere la penuria di alimenti, ma il sistema economico, finanziario e commerciale oggi dominante, caratterizzato da immensi sprechi che stridono con le immense povertà. Nel periodo preso in esame dal Sofi 2013, tali sprechi alimentari hanno raggiunto i 670 milioni di tonnellate di cibo nei Paesi industrializzati, ma anche i 630 milioni di tonnellate in quelli in via di sviluppo. Risulta quindi evidente la necessità di una più attenta gestione e distribuzione della produzione agricola e alimentare per combattere povertà e fame.
Anche i comportamenti personali e delle società civili, comunque, possono contribuire a questo scopo. «Stiamo imparando — ha detto oggi Graziano da Silva — dal commercio equo e solidale e dal movimento Slow food, nonché dalla certificazione dei prodotti alimentari e forestali e da risorse gestite in modo sostenibile, che è possibile per i singoli consumatori prendere decisioni di acquisto che migliorino le condizioni di vita degli agricoltori e dei pescatori e li incoraggino ad adottare pratiche di produzione sostenibili».
Ancora più incisivo in questo è Papa Francesco, che esorta tutti a un serio esame di coscienza «sulla necessità di modificare concretamente i nostri stili di vita» alimentari, segnati troppo spesso «da consumismo, spreco e sperpero di alimenti». Nel messaggio torna la denuncia, già fatta in altre occasioni dal Papa, sia della “cultura dello scarto”, che sacrifica «uomini e donne agli idoli del profitto e del consumo», sia della “globalizzazione dell’indifferenza”, che «ci fa lentamente “abituare” alla sofferenza dell’altro, quasi fosse normale». La fame non è infatti un argomento solo o anche principalmente economico, o magari scientifico per quanto riguarda i programmi di agricoltura, pesca e allevamento, ma soprattutto etico, se non antropologico. Papa Francesco ricorda che «educarci alla solidarietà significa educarci all’umanità». 
Del resto, si questa linea incominciano a concordare le istituzioni internazionali. Non solo e non tanto la Fao e le altre agenzie dell&#039;Onu, il che non costituirebbe una novità assoluta, ma anche quelle propriamente finanziarie. Di un paio di giorni fa è l&#039;annuncio che la Banca Mondiale, da decenni a questa parte una roccaforte del liberismo, si appresta a cambiare pelle, puntando prioritariamente proprio sullo sradicamento della povertà, con programmi di impegno nel sociale a favore degli ultimi. ]]></description>
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			<title>Il Natale derubato di senso</title>
			<link>http://www.pierluiginatalia.net/1/il_natale_derubato_di_senso_10182954.html</link>
			<description><![CDATA[<strong>Il Natale derubato di senso</strong><br />Nasce un bambino. Per una volta tralasciamo il resto. Grotte (o stalle), mangiatoie, bestie varie, visitatori di diversa estrazione sociale. Persino quella famiglia che noi cristiani chiamiamo sacra. Nasce un bambino. Ci sarà un motivo se nel sentire più intimo di tutti – nell&#039;inconscio collettivo direbbero alcuni – è l&#039;evento simbolo per eccellenza di speranza e di gioia? E allora come si spiega che i comportamenti individuali e collettivi i bambini li uccidono? 
Non ho risposte, se non quella del grano e della zizzania che crescono insieme. Ma ogni anno, ogni Natale, quella gioia e quella speranza le sento offuscate, appesantite. La fiducia nella Provvidenza rimane. Ma rimangono, incise nella memoria e nella carne, le ferite di una vita trascorsa tra le sofferenze del mondo. E le più atroci sono quelle dei bambini. 
In questo Natale è anche peggio del solito. Quello che si accinge a terminare è stato un anno d’orrore, di paura e di disperazione per milioni di bambini coinvolti nei diversi conflitti che insanguinano tante aree del mondo. Secondo un rapporto diffuso dall’Unicef, l’agenzia dell’Onu per l’infanzia, sono quindi milioni nelle guerre in corso solo in Iraq, Siria, Ucraina, Repubblica Centroafricana, Sud Sudan. Per non parlare di tutti le altre aree del mondo nelle quali si trascinano conflitti spesso pluridecennali, come il Corno d’Africa o la regione dei Grandi Laghi, o dei Paesi, per esempio la Nigeria, precipitati negli ultimi anni in un abisso di ferocia. Tutte queste tragiche situazioni portano, secondo le stime dell’Unicef, a oltre duecentotrenta milioni di bambini coinvolti nei conflitti armati.
Ed è proprio di questi giorni la notizia atroce dei centotrenta bambini pakistani massacrati da un gruppo telebani in una scuola di Peshawar, uin una strage che ha destato orrore persino tra i gruppi armati che fanno riferimento ad Al Qaeda.
Certo, da simili orrori l&#039;infanzia in Italia è risparmiata (per quanto ci sarebbe molto da dire sulle tragedie che anche qui infettano i luoghi dell&#039;emarginazione, a partire da quella dei bambini in balìa del crimine organizzato) ma la tutela, l&#039;accoglienza e l&#039;assistenza delle nuove generazioni perdono forza e senso, così come l&#039;indirizzo di educazione - l&#039;indirizzo politico, sociale e culturale - è sempre più degradato. 
Altrimenti, come spiegare la morbosa insistenza, con ore di programmi televisivi e fiumi d&#039;inchiostro, su ogni delitto consumato contro un bambino? Beninteso se il colpevole o presunto tale è un privato. Perché dell&#039;infanzia massacrata dall&#039;incuria pubblica per i redditi familiari, dalla mattanza dei servizi sociali e della sanità pubblica non si parla con uguale insistenza. 
Per non citare televisioni, giornali, pubblicità varie, pseudoculture dominanti che il Natale travestono da fiaba commerciale, da presunta festa a base di ciccioni rossi su slitte trainate da renne volanti, ma che si guardano bene dal ricordare di che festa veramente si tratti. E, per carità di patria, per non valutare quelle scuole che escludeno il presepe in omaggio a una presunta aconfessionalità. Le stesse che si addobbano per ricorrenze d&#039;importazione che celebrano stregoni e e vampiri. 
 ]]></description>
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			<title>La tragedia di profughi e migranti che non accogliamo</title>
			<link>http://www.pierluiginatalia.net/1/la_tragedia_di_profughi_e_migranti_che_non_accogliamo_10529066.html</link>
			<description><![CDATA[<strong>La tragedia di profughi e migranti che non accogliamo</strong><br /> 
Decine di profughi e migranti — le prime informazioni parlano di cinquanta persone — sono state trovate morte stamane nel rimorchio di un autotreno abbandonato in una piazzola autostradale nei pressi della località austriaca di Parndorf. Le foto dell&#039;automezzo, in un tragico simbolismo, mostrano la gigantesca immagine di un pollo. E come polli intrappolati troppo a lungo in una stia, senz&#039;acqua e senza cibo, sono morti quegli infelici.
All’indomani delle ennesime tragedie nel Mediterraneo, un’atroce conferma del dramma di migranti e profughi giunge dunque anche da questa “rotta” terrestre europea sudorientale, della cui situazione proprio a Vienna stanno discutendo oggi i rappresentanti dei Paesi dell’Unione europea e di quelli dei Balcani occidentali. Di «un avvertimento» per l’Europa «affinché ci mettiamo al lavoro per risolvere questo problema e dare prova di solidarietà», ha parlato il cancelliere tedesco, Angela Merkel, che – sia pure dopo mesi di rigida chiusura - se non altro aveva avuto il coraggio due giorni fa di sospendere unilateralmente trattato di Dublino che prevede la responsabilità esclusiva dei Paesi d’arrivo nella gestione dei flussi di profughi e migranti, aprendo le porte a quelli in arrivo dall&#039;Ungheria. 
Sempre Merkel, che pure guida il Paese europeo che ospita più stranieri, aveva subito ieri la contestazione di gruppi organizzati di estrema destra quando si era recata. insieme al presidente della Repubblica, Joachim Gauck, al centro accoglienza di profughi a Heidenau, vicino a Dresda, teatro di un attacco di neonazisti che ha definito vergognoso. Merkel non aveva fatto sconti a questa gentaglia e aveva ribadito che ci sarà &quot;tolleranza zero&quot; per chiunque neghi la dignità umana di profughi e migranti.
Da parte sua, il responsabile dell’alto commissariato dell’Onu per i rifugiati, António Guterres, ha diffuso oggi un comunicato nel quale definisce completamente inadeguato il sistema dell’asilo nell’Ue, in riferimento proprio al trattato di Dublino.
Ieri, nell’ennesimo barcone trasformato in bara galleggiante nel Mediterraneo i soccorritori della nave svedese Poseidon avevano trovato cinquantuno morti nella stiva. Poco prima i marinai della Poseidon avevano trovato tre donne morte, una con in grembo il suo bambino che non nascerà, quando avevano soccorso un gommone con centoventi profughi e migranti. Anche nel Mediterraneo, dunque, si susseguono i promemoria dell’orrore che accompagna il pur indefesso impegno di soccorso in mare, che solo ieri ha tratto in salvo tremila persone.
Ma dall’Ue europea, nonostante le dichiarazioni reiterate in queste ore, tardano ancora risposte di civiltà e umanità alla tragedia di tanti infelici finiti nella tenaglia della cinica ferocia dei trafficanti di esseri umani e della calcolata manipolazione di forze politiche xenofobe. Sarà applicato solo nel 2016 — seppure sarà approvato dai Governi — quel «meccanismo permanente, vincolante e con quote» per la ripartizione di richiedenti asilo in caso di emergenze che possano verificarsi in qualunque Paese dell’Unione; meccanismo che la Commissione europea intende proporre «entro la fine dell’anno», come ha dichiarato oggi la portavoce Natasha Bertaud. Da parte sua, il presidente della Commissione, Jean-Claude Juncker, ha respinto le accuse di inattività mosse alla sua istituzione, precisando che semmai a non fare il necessario sono gli Stati.
Nel frattempo, alla frontiera esterna dell’Ungheria, quella con la Serbia, la barriera di filo spinato quasi completata non frena gli arrivi. La risposta del Governo del premier Viktor Orban è una nuova stretta, con l’istituzione di un corpo speciale, con cani e armi, per pattugliare il confine e impedire i passaggi. Eppure le cifre sono ancora relativamente contenute. In totale, quest’anno in Ungheria sono arrivate 140.000 persone, in stragrande maggioranza provenienti da Siria, Iraq, Afghanistan e Pakistan, tutti Paesi in condizioni tali da garantire loro il diritto d’asilo previsto dalle convenzioni firmate dal Governo ungherese e da tutti quelli dell’Ue.
Le decisioni del Governo di Orban hanno fatto seguito a disordini al centro di accoglienza di Roeszke, dove la polizia ha usato i lacrimogeni contro circa duecento rifugiati che volevano parlare con i giornalisti della televisione pubblica. Il capo della polizia ungherese, Karoly Papp, ha detto che un nuovo corpo speciale, formato da oltre duemila uomini, pattuglierà in modo permanente il confine per bloccare gli ingressi. «Non avranno l’ordine di sparare», ha assicurato Papp, mentre il portavoce del Governo, Zoltan Kovacs ha detto che si sta valutando l’uso dell’esercito. 
Forse, per l&#039;Ungheria e per il resto dell&#039;Unione europea, sarebbe il caso di attivare l&#039;intelligence. Si continua infatti a blaterale di terroristi dell&#039;Isis che si accingono a invadere l&#039;Europa dalla Libia. Fesserie del genere le hanno ripetute ancora nelle ultime ore esponenti della destra italiana, sostenendo di averne avuto conferma dall&#039;inviato dell&#039;Onu in Libia, Bernardino León (figuriamoci se si mette a parlare con gente che non ha alcun ruolo istituzionale).
Ma nessuno di questi individui, abituati più ai pettegolezzi e alle sparate da osteria che all&#039;analisi geopolitica e a spacciare per informazioni cazzate lette su Facebook o su Twitter (purtroppo ormai vale anche per responsabili governativi, in Italia e non solo) ha minimamente presente che se c&#039;è un pericolo del genere – a giudizio di chi scrive è al momento solo una minaccia remota – fa fermato proprio nei Balcani. Infatti è tra i profughi siriani e iracheni fatti uscire dalla Turchia che possono eventualmente nascondersi “teste di ponte” del gruppo jihadista. E, per inciso, non mancano nei Balcani gli stati maggiori militari pronti a chiudere gli occhi, se non a flirtare, con l&#039;estremismo islamista.]]></description>
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			<title>La sfida di Boko Haram in Nigeria</title>
			<link>http://www.pierluiginatalia.net/1/la_sfida_di_boko_haram_in_nigeria_10152746.html</link>
			<description><![CDATA[<strong>La sfida di Boko Haram in Nigeria</strong><br /> 
L&#039;intensificazione degli attentati terroristici e degli attacchi armati registrate nell&#039;ultima settimana nel nord-est della in Nigeria confermano come proprio i musulmani siano tra gli obiettivi principali dell’azione di Boko Haram. Il gruppo infierisce su chiunque si opponga alla sua visione dell’islam e, comunque, alla sua azione che da cinque anni a questa parte ha ucciso migliaia di persone. Sono in maggioranza musulmane, infatti, le popolazioni in ostaggio della violenza jihadista fatta di ferocia terroristica e di un’offensiva militare che l’esercito nigeriano non sembra in grado di arginare.
Questa mattina i miliziani jihadisti hanno attaccato Damaturu, la capitale dello Stato di Yobe, uno dei tre, insieme con l’Adamawa e il Borno, loro originaria roccaforte, nei quali è in vigore da oltre un anno e mezzo lo stato d’emergenza. La circostanza conferma l’intenzione di Boko Haram di stabilire il proprio controllo sull’intera regione, mantenendo costante la minaccia su tutti gli obiettivi. La scorsa settimana, altri attentati avevano provocato gravi stragi a Yola, la capitale dell’Adamawa, e a Maiduguri, quella del Borno. Venerdì scorso un attacco aveva causato cento morti — secondo le autorità locali — nella moschea principale di Kano, maggiore metropoli settentrionale della Nigeria.
Sempre oggi, all’attacco a Damaturu si è aggiunto un altro atto terroristico a Maiduguri, a opera ancora una volta di un’attentatrice suicida che si è fatta esplodere in un mercato. 
La situazione nel nord-est della Nigeria si è ulteriormente incancrenita proprio nell’ultimo anno e mezzo, con più di tremila vittime di Boko Haram, in maggioranza civili (sulle perdite militari i dati del comando dell’esercito differiscono da quelli di altre fonti, anche ufficiali). Ma soprattutto c’è stata una radicalizzazione in senso jihadista del gruppo, che all’origine aveva come obiettivi le strutture governative e gli interessi occidentali, come banche e sedi di società commerciali. Via via, l’azione di Boko Haram si è diretta sempre di più contro le popolazioni, sia cristiane — minoranza nel nord del Paese — sia musulmane. Proprio queste hanno ormai versato il maggiore tributo di sangue, a conferma che la distorta visione dell’islam di Boko Haram considera nemici quanti aspirano alla pacifica convivenza tra culture e sensibilità diverse.
Si tratta, purtroppo, di un fenomeno presente in molti Paesi, non solo islamici.
Del resto, è proprio chi cerca il dialogo ad essere considerato nemico da tutti gli estremismi. Per fare un riferimento a vicende di casa nostra, le Brigate rosse non ammazzavano i fascisti, ma le persone impegnate in quel confronto riformista che a suo tempo ha consentito lo sviluppo italiano.
Se sono state sconfitte, nel rispetto dello Stato di diritto, è soprattutto perché la loro visione non ha trovato sponde nell&#039;opinione pubblica.
Per quanto riguarda l&#039;estremismo di matrice fondamentalista religioso, la questione è un po&#039; più complessa. Ma in ogni caso, a Nigeria è un esempio evidente di come difficoltà economiche, disuguaglianze sociali, annose ingiustizie e mancato sviluppo umano finiscano per dare nutrimento a questa feroce violenza.
La moschea colpita venerdì scorso è quella dove svolge la sua predicazione l’emiro di Kano, Muhammad Sanusi, la massima autorità religiosa dei musulmani della Nigeria. E ci sono pochi dubbi sul fatto che la strage perpetrata da Boko Haram sia una risposta proprio alla condanna del gruppo che Sanusi aveva ribadito la settimana scorsa. Il leader religioso, in un incontro di preghiera per le vittime delle violenze, aveva al tempo stesso denunciato l’inefficacia delle forze governative contro Boko Haram e invitato i fedeli a difendersi dai miliziani jihadisti. «Dovremmo essere pronti a dare la nostra vita», aveva detto Sanusi, in quello che la stampa nigeriana aveva interpretato come un inequivocabile riferimento alla necessità di opporsi a Boko Haram anche con le armi.
L’emiro di Kano non ha da tempo poteri politici — in epoca coloniale aveva anche competenze amministrative — ma mantiene un’altissima influenza. Sanusi, che fino allo scorso febbraio era stato governatore della Banca centrale nigeriana, fu scelto come emiro di Kano dopo la morte lo scorso giugno, di Abdullahi Ado Bayero, che lo era stato per oltre mezzo secolo, dal 1963. 
Sanusi ha sempre confermato la linea del predecessore, il quale in più occasioni aveva affermato che i musulmani non possono considerare Boko Haram appartenente all’islam. Il vecchio emiro era anche scampato a un agguato, attribuito al gruppo jihadista, nel quale era stato ucciso un suo accompagnatore. Una delle sue ultime apparizioni in pubblico era stata in gennaio, quando nonostante l’aggravarsi delle sue condizioni aveva voluto partecipare a un incontro di preghiera organizzato dopo attentati di Boko Haram che avevano provocato 150 morti in poche ore.
In ogni caso, quanto sta accadendo in Nigeria  spinge a riflettere sugli irrisolti problemi del più popoloso Paese dell&#039;Africa. La questione religiosa, comprese le sue componenti fondamentaliste, non è l&#039;unico né il più rilevante dei nodi da sciogliere in un Paese nel quale l&#039;uno per cento degli abitanti detengono metà delle ricchezze e lo sfruttamento dell&#039;immenso patrimonio di risorse petrolifere e minerarie in genere non si è mai tradotto in miglioramento delle condizioni di vita delle popolazioni. 
Anche per questo appare in gran parte pretestuoso il fatto che le violenze di Boko Haram siano il principale argomento di scontro politico in vista delle elezioni generali del prossimo febbraio. Tra il Partito democratico del popolo (Pdp), quello del presidente federale Goodluck Jonathan, che si ricandida, e il Congresso dell’alleanza progressista (Apc), coalizione di quattro partiti di opposizione, il contrasto si fa sempre più aspro. E non si tratta solo di toni — entrambi gli schieramenti non esitano più a fare uso di una retorica di tipo bellico — ma anche di ordine pubblico, come hanno dimostrato nelle ultime settimane diversi episodi di tafferugli tra i sostenitori delle due parti e alcuni saccheggi di sedi dei partiti di opposizione. Il che secondo alcuni osservatori proverebbe che il Governo non controlla più né la situazione, né il suo stesso partito.
Come detto, da oltre un anno e mezzo Jonathan ha proclamato lo stato d’emergenza nel nord-est, ma la situazione è addirittura peggiorata, non solo per l&#039;azione di Boko Haram, ma anche per comportamenti brutali contro le popolazioni civili messi in atto dalle stesse forze governative, dei quali ci sono notizie sempre più insistenti. Questo ha dato argomenti all’opposizione non solo nel nord del Paese, a maggioranza musulmana, ma anche nel sud a maggioranza cristiana, sui cui voti si fondano in pratica tutte le speranze di Jonathan di essere rieletto. 
Ma mentre si parla molto della situazione nel nord-est ormai fuori controllo, meno attenzione la stampa internazionale pone sulle conseguenze causate a un’economia ancora fragile da un livello di corruzione senza precedenti, in una situazione che ricorda le ore più buie del brutale regime militare degli anni Novanta guidato da Sani Abacha.]]></description>
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			<title>Successo diplomatico sulla Siria</title>
			<link>http://www.pierluiginatalia.net/1/successo_diplomatico_sulla_siria_8844587.html</link>
			<description><![CDATA[<strong>Successo diplomatico sulla Siria</strong><br />
 
I risultati annunciati oggi a Ginevra dopo tre giorni di colloqui sulla Siria tra il segretario di Stato americano, John Kerry, e il ministro degli Esteri russo, Serghiei Lavrov, domostrano, se mai ce ne fosse stato bisogno, la giustezza della posizione di quanti, a partire da Papa Francesco, hanno chiesto con insistenza che si scongiurasse un ulteriore allargamento del conflitto siriano, con esiti impossibili da valutare preventivamente, ma comunque potenzialmente terrificanti, e si percorresse la strada maestra della diplomazia.
Su tale strada a Ginevra sono stati fatti passi importanti per mettere fine a un conflitto che ha già provocato un numero spaventoso di morti e che — sebbene ancora non si abbiano certezze su chi abbia fatto uso di armi chimiche — è comunque segnato da orrori accertati. Kerry e Lavrov hanno concordato un programma in sei punti che dovrà essere sostenuto in sede di Consiglio di sicurezza dell’Onu. In base a tale piano, il Governo di Damasco dovrà consegnare entro una settimana una lista completa sul numero e tipo di armi chimiche delle quali è in possesso. Kerry ha specificato che gli ispettori dell’Onu dovranno essere sul territorio siriano non più tardi di novembre e che la distruzione delle armi chimiche siriane deve essere completata entro la metà del 2014. 
Non è invece ancora chiaro se la risoluzione dell’Onu dovrà o meno contenere un riferimento all’uso della forza in caso di inadempienza di Damasco. Fonti diplomatiche avevano riferito ieri che si stava delineando un cambiamento di posizione in questo senso degli Stati Uniti, ma oggi non ce ne sono state conferme, così come lo stesso Kerry ha subito corretto un’affermazione che aveva fatto invece pensare a un un’accettazione di tale menzione da parte di Mosca. Il progetto di risoluzione sarà varato una volta che il Consiglio di sicurezza avrà preso visione del rapporto degli ispettori dell’Onu sulle armi chimiche in Siria, già consegnato. 
Un’ulteriore conferma degli orrori del conflitto siriano era venuta ieri da una commissione d’inchiesta del Consiglio dell’Onu per i Diritti umani. Secondo il rapporto, «le forze governative e le milizie affiliate interferiscono e strumentalizzano le cure mediche per favorire scopi strategici e militari. Le prove raccolte dalla commissione portano a una conclusione sconvolgente: le forze governative hanno per politica di negare le cure mediche a coloro che si trovano nelle zone controllate dall’opposizione». Anche gruppi armati antigovernativi hanno attaccato ospedali. 
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			<title>Parigi teatro di un feroce attacco del terrorismo jihadista</title>
			<link>http://www.pierluiginatalia.net/1/parigi_teatro_di_un_feroce_attacco_del_terrorismo_jihadista_10625324.html</link>
			<description><![CDATA[<strong>Parigi teatro di un feroce attacco del terrorismo jihadista</strong><br />
Parigi, la Francia, l&#039;Europa tutta si sono svegliate stamani – seppure gli avvenimenti hanno consentito un riposo notturno – nel lutto dopo il feroce attacco del terrorismo jihadista di ieri sera. Sono state uccise quasi centotrenta persone — 128 secondo i dati ufficiali, al momento in cui scrivo, di un bilancio che però continua purtroppo a essere aggiornati di ora in ora — e ne sono state ferite oltre duecentocinquanta, un centinaio delle quali giudicate dai sanitari in condizioni critiche. Numeri terribili che fanno del molteplice attentato il più grave mai messo in atto in Francia. 
I principali attacchi sono stati portati allo Stade de France, dove si stava giocando una partita di calcio tra le rappresentative di Francia e di Germania, e nella sala concerti Bataclan, dove si stava esibendo un gruppo rock americano. Qui i terroristi hanno preso in ostaggio centinaia di ragazzi e poi hanno aperto il fuoco, uccidendone almeno ottanta, prima di farsi esplodere quando è scattato l’intervento delle forze speciali. Quasi contemporaneamente, in diversi altri punti di Parigi, i terroristi aprivano il fuoco contro alcuni locali. 
Ma c&#039;è un altro aspetto da sottolineare. Il terrorismo ha come scopo quello che il suo stesso nome identifica: seminare il terrore, spingere le vittime a chiudersi in sé stesse, minare quei valori di solidarietà e civile convivenza alla base del nostro sistema di vita. Ma nell&#039;ora più difficile, Parigi ha saputo rispondere con umanità e coraggio, con una diffusa azione di sostegno reciproco. Diversi cittadini hanno scelto di non barricarsi in casa e hanno aperto le porte delle loro abitazioni alle persone in fuga nelle strade. I tassisti di Parigi hanno portato in salvo molte persone, rifiutando di accettare pagamenti. Così come, quando dopo molte ore di angoscia gli spettatori dello Stade de France, dove gli attacchi sono incominciati, hanno potuto lasciare l’impianto, lo hanno fatto cantando la Marsigliese.
Sono diverse le chiavi di lettura con le quali un commentatore può leggere questa ennesima sfida del terrorismo jihadista. Il più sbagliato è certo quello xenofobo e razzista, uguale nei jihadisti che chiamano “crociati” gli occidentali e nei sedicenti patrioti di casa nostra che chiamano terroristi gli islamici tout cort. Certo, quanto accaduto a Parigi è una nuova pagina di quella che Papa Francesco ha definito “terza guerra mondiale a pezzi” . Una guerra che in questi anni si è combattuta quasi in ogni continente, ma che che vede l&#039;Europa e l&#039;Occidente in genere coinvolti soprattutto negli scenari nordafricani e del Vicino e Medio Oriente. Proprio oggi, a Vienna, c&#039;è un&#039;ennesimo vertice tra i Paesi coinvolti nella crisi siriana nella quale si è innestata la sfida dell&#039;Isis. Non ne sta emergendo, ancora una volta, una strategia comune. E proprio questa servirebbe di fronte alla sfida del terrore, che ha ormai sempre meno confini nazionali. Basti pensare, oltre alla Siria e all&#039;Iraq, alla Libia, dove le violenze tra milizie rivali non conoscono tregua e il dialogo sulla proposta di pace delle Nazioni Unite si è arenato. Ma anche alla nuova accentuazione di quelle in Isrele e nei Territori palestinesi.
La scelta di Parigi come obiettivo dei terroristi può probabilmente essere figlia del pesante coinvolgimento militare francese in Iraq e in Siria, dopo quelli in Libia e nel Mali (per non parlare di altri scenari dell&#039;Africa sahariana). Né – obbligo di vigilanza a parte – in questo senso cono completamente infondate le valutazioni di quanti giudicano meno credibili le minacce all&#039;Italia, se non fosse per il fatto che qui c&#039;è il Vaticano. (Ma anche sotto questo aspetto è difficile credere che un solo musulmano possa giudicare un nemico un Papa come Francesco, chiaramente caratterizzato per la sua vicinanza ai poveri in genere e ai Paesi poveri in particolare). 
Ma non possono ignorarsi altre circostante delle ultime settimane. A metà di ottobre Ayman Al Zawahiri, successore di Osama bin Laden al vertice di Al Qaeda, si era rivolto in un messaggio audio all&#039;Isis ) proponendo «l’urgente unione dei jihadisti» per lanciare un massiccio attacco contro «occidente, Russia, hezbollah e alawiti», a conferma che lo scontro tra sunniti e sciiti è “un pezzo della guerra mondiale a pezzi” molto più evidente del presunto scontro tra islam e occidente. E l&#039;appello sembra essere stato raccolto. Ne hanno dato conferma, prima ancora della strage di ieri sera a Parigi, l’ordigno che ha seminato morte ad Ankara, il disastro dell&#039;aereo russo nel Sinai e la bomba che due giorni fa ha dilaniato il cuore di Beirut. 
Ma c&#039;è un altro aspetto da sottolineare. Il terrorismo ha come scopo quello che il suo stesso nome identifica: seminare il terrore, spingere le vittime a chiudersi in sé stesse, minare quei valori di solidarietà e civile convivenza alla base del nostro sistema di vita. Ma nell&#039;ora più difficile, Parigi ha saputo rispondere con umanità e coraggio, con una diffusa azione di sostegno reciproco. Diversi cittadini hanno scelto di non barricarsi in casa e hanno aperto le porte delle loro abitazioni alle persone in fuga nelle strade. I tassisti di Parigi hanno portato in salvo molte persone, rifiutando di accettare pagamenti. Così come, quando dopo molte ore di angoscia gli spettatori dello Stade de France, dove gli attacchi sono incominciati, hanno potuto lasciare l’impianto, lo hanno fatto cantando la Marsigliese.
Le indagini sulla strage parigina potranno smentirmi – ma non credo – in una certezza interiore che mi viene da decenni trascorsi fra le tragedie del mondo, soprattutto del suo Sud devastato. Coloro che hanno seminato morte a Parigi non sono giunti da poco in Europa, magari su quei barconi fatiscenti che portano tanti uomini, donne, bambini alla morte nel Mediterraneo. Sono cittadini europei, figli o magari nipoti di immigrati arrivati molti decenni fa. Se oggi rifiutano e combattono il nostro stile di vita non è per una scelta religiosa, ma per l&#039;assenza di convinzione in valori spesso sbandierati, ma di fatto mai riconosciuti davvero come diritti di tutti, dalla libertà all&#039;uguaglianza.
La crisi economica imposta da anni al mondo da una finanzia predatoria avallata da politiche miopi che in nome di presunti pareggi di bilancio massacrano le conquiste dello Stato sociale, hanno precluso a tanti giovani persino la “via debole” del consumismo. La crisi ha infatti tolto loro persino questa ultima prospettivo, questa presunta ciambella di salvataggio di una società in cui l&#039;&#039;interesse del singolo è unico metro di valutazione. Come nel Mediterraneo da tempo naufraga, insieme con tante vite umane, lo spirito istitutivo dell&#039;Europa culla dei diritti dell&#039;uomo, così naufraga la speranza di integrazione e di pacifica convivenza per gli emarginati da una pseudocultura occidentale che ha da tempo smesso di interrogarsi intorno alle questioni centrali, antropologiche prima che religiose, della vita e della morte. ]]></description>
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			<title>Ancora rinviata la conferenza internazionale</title>
			<link>http://www.pierluiginatalia.net/1/ancora_rinviata_la_conferenza_internazionale_9039916.html</link>
			<description><![CDATA[<strong>Ancora rinviata la conferenza internazionale</strong><br />Slitta ancora la Conferenza internazionale di pace sulla Siria, la cosiddetta Ginevra 2. Ieri è stata infatti cancellata la data del 23 e 24 novembre, indicata da più parti nelle ultime settimane. L’annuncio è venuto nella stessa Ginevra, dove  l’inviato per la Siria dell’Onu e della Lega araba, Lakhdar Brahimi, ha incontrato  i vice ministri degli Esteri russi,  Mikhail Bogdanov e Gennady Gatilov, e il vice segretario di Stato americano, Wendy Sherman. La riunione era stata convocata appunto per  capire se c’erano le condizioni per confermare la conferenza. L’esito, peraltro, era ormai previsto da molti osservatori. Lo stesso Brahimi aveva detto che senza un’opposizione siriana credibile al tavolo delle trattative la conferenza non avrebbe senso. 
Come noto,  gli oppositori al Governo del presidente Bashar Al Assad sono divisi e frammentati in gruppi che ormai si combattono tra loro, oltre a fronteggiare le forze governative. 
Damasco aveva ribadito disponibilità a partecipare alla conferenza senza  limiti o  condizioni, ma ritiene irricevibile quella  dell’abbandono del potere da parte di Assad, posta dalla Coalizione nazionale siriana, principale interlocutrice  di alcuni Paesi stranieri. Poche ore prima dell’avvio dei colloqui di Brahimi a Ginevra, lo aveva ribadito chiaramente il ministro siriano dell’Informazione, Omran Al Zohbi, contestando affermazioni in questo senso del suo omologo saudita Saud Al Faysal, dopo che anche il segretario di Stato americano, John Kerry,  aveva confermato che un mutamento di Governo a Damasco resta comunque un obiettivo degli Stati Uniti. 
Ahmad Jarba, presidente della  Coalizione nazionale siriana, ha anche affermato che va escluso dalla conferenza l’Iran, principale alleato di Damasco nella regione. Il coinvolgimento di Teheran è invece ritenuto necessario dalla Russia e dall’Onu, promotrici della conferenza insieme con gli Stati Uniti.
Per il momento, comunque, è stata annullata solo la data, senza peraltro fissarne altre, ma lo stesso Brahimi ha detto che si spera ancora di poter tenere la conferenza entro l’anno. L’inviato dell’Onu e della Lega araba  ha specificato che incontrerà di nuovo i rappresentanti russi e statunitensi   il 25 novembre, dopo i colloqui tra i gruppi dell’opposizione siriana in programma il 9 e il 22 novembre, «nella speranza di poter formare una delegazione» che rappresenti   l’opposizione in modo appunto credibile.]]></description>
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			<title>La missione a Riad</title>
			<link>http://www.pierluiginatalia.net/1/la_missione_a_riad_9649712.html</link>
			<description><![CDATA[<strong>La missione a Riad</strong><br /> 
Gli Stati Uniti intendono continuare a cooperare con l’Arabia Saudita per rafforzare l’opposizione siriana al presidente Bashar Al Assad e per arrivare a una transizione politica nel Paese precipitato da oltre tre anni nella guerra civile. Tuttavia, almeno per ora, Washington non darà il via libera alla consegna di armi sofisticate ai ribelli siriani per il timore che finiscano nelle mani di gruppi estremisti. È questa, secondo fonti della Casa Bianca, la posizione espressa dal presidente Barack Obama nella missione che lo ha condotto ieri sera a Riad, dove ha incontrato il re Abdullah bin Abdelaziz. 
Tutti i commentatori internazionali sottolineano che lo scopo della visita è stato mettere fine ai contrasti — soprattutto in merito alla vicenda siriana, oltre che alla questione del nucleare iraniano — che hanno segnato negli ultimi mesi i rapporti tra i due alleati. 
Già a bordo dell’aereo presidenziale che conduceva Obama da Roma a Riad, peraltro, il consigliere per la sicurezza nazionale Benjamin Rhodes aveva detto ai giornalisti che le relazioni tra Stati Uniti e Arabia Saudita «sono migliori oggi di quanto lo fossero lo scorso autunno», quando tra i due Governi c’erano state forti divergenze su come affrontare il conflitto siriano. 
Riguardo alle forniture ai ribelli siriani di sistemi d’arma complessi, chieste dall’Arabia Saudita e ancora ieri ritenute possibili se non imminenti da fonti di stampa statunitensi, lo stesso Rhodes le aveva decisamente escluse. Il consigliere per la sicurezza nazionale aveva confermato che che rimangono intatte le inquietudini per i rischi di proliferazione del conflitto che l’introduzione di queste armi in Siria comporterebbe e aveva anticipato che durante la visita a Riad non ci sarebbero stati annunci di aiuti militari supplementari ai gruppi armati insorti contro il Governo di Damasco. 
Così è stato e, più in generale, Obama è ripartito senza che siano state rilasciate dichiarazioni congiunte dopo l’incontro con re Abdullah. Dopo il colloquio, comunque, fonti della delegazione statunitense hanno ribadito che si è in presenza di differenze tattiche e contingenti, mentre c’è piena condivisione degli obiettivi strategici.
Per quanto riguarda la questione iraniana, il presidente statunitense ha chiarito che non accetterà «un cattivo accordo» con Teheran. Le autorità saudite negli ultimi mesi non hanno nascosto le loro preoccupazioni per i negoziati sul nucleare iraniano, ai quali partecipano gli Stati Uniti, e, più in generale, il timore di un possibile riavvicinamento dell’amministrazione di Washington all’Iran, la potenza sciita che nella regione è la principale rivale dell’Arabia Saudita, di confessione sunnita. 
Anche in questo senso ci sono state rassicurazioni di Obama all’alleato saudita. Sempre Rhodes aveva anticipato l’intenzione del presidente di ribadire a re Abdullah che i negoziati in corso con Teheran non significano la cancellazione dei timori di Washington per le politiche dell’Iran. Secondo Rhodes, questo comprende il sostegno iraniano al presidente siriano Al Assad e al movimento sciita libanese Hezbollah, oltre a quella che ha definito influenza destabilizzatrice nello Yemen e nei Paesi del Golfo persico.
Il Consiglio dell’Onu per i Diritti dell’uomo, intanto, ha approvato ieri a Ginevra una risoluzione che rinnova per un anno il mandato della commissione di inchiesta sulle violazioni in Siria. Approvata con 32 voti a favore, 4 contrari (Russia, Venezuela, Cina e Cuba) e 11 astensioni, la risoluzione chiede alla commissione d’inchiesta, istituita dallo stesso Consiglio nell’agosto del 2011, di presentare rapporti e aggiornamenti alle prossime sessioni.
 Il testo condanna «le gravi, sistematiche e diffuse violazioni dei diritti umani e tutte le violazioni del diritto internazionale umanitario da parte delle autorità siriane e delle milizie a loro affiliate». Inoltre, parla di «notizie credibili di migliaia di detenuti che potrebbero essere morti nelle carceri del governo come conseguenza di fame e di tortura» e chiede la liberazione di tutte le persone arbitrariamente detenute. La risoluzione esprime al tempo stesso «grave preoccupazione per il diffondersi di gruppi estremisti» e anche in questo caso «condanna fermamente tutte le loro violazioni dei diritti umani e violazioni del diritto umanitario internazionale».
La commissione d’inchiesta è presieduta dal brasiliano Paulo Pinheiro e composta dalla statunitense Karen Koning, dalla svizzera Carla del Ponte e dal thailandese Vitit Muntarbhorn. Le autorità siriane non hanno finora autorizzato l’ingresso della commissione all’interno del Paese, ma i suoi membri hanno potuto raccogliere materiale, prove e testimonianze per documentare in diversi rapporti la gravità dei crimini commessi in Siria in più di tre anni di conflitto. La commissione ha inoltre elaborato una lista, mantenuta segreta, di presunti responsabili dei crimini di guerra e contro l’umanità denunciati nei rapporti.
Le conseguenze del conflitto continuano ad avere anche sotto questo aspetto conseguenze pesantissime sulle popolazioni, stremate da oltre tre anni di conflitto. Proprio ieri, diverse organizzazioni non governative hanno rivolto un nuovo appello al Consiglio di sicurezza dell’Onu affinché implementi l’aiuto umanitario.
Sui fronti siriani, intanto, i combattimenti non s’interrompono. Tra l’altro, ieri l’agenzia di stampa Fides ha confermato che all’inizio della settimana è stata colpita da un razzo la chiesa della Santissima Trinità ad Aleppo, mentre all’interno i fedeli cattolici armeni partecipavano alla messa quotidiana. L’edificio sacro è stato coinvolto in un attacco sferrato contro il quartiere di al Meydan. Il razzo ha danneggiato la cupola e infranto le vetrate, ma non ha provocato danni a persone. 
Di una possibile tregua nell’area di Damasco hanno parlato fonti citate dall’emittente televisiva Al Arabya, secondo le quali sarebbero in corso in queste ore trattative tra i ribelli e le truppe governative per arrivare a un cessate il fuoco. L’intesa prevederebbe il ritiro dei combattenti dell’opposizione verso la città di Deraa.]]></description>
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			<title>L'Africa paga il prezzo maggiore</title>
			<link>http://www.pierluiginatalia.net/1/l_africa_paga_il_prezzo_maggiore_9263922.html</link>
			<description><![CDATA[<strong>L&#039;Africa paga il prezzo maggiore</strong><br />Le cronache internazionali degli ultimi giorni hanno quasi nascosto – perché sulla stampa non mettere in evidenza è nascondere – una realtà inquietante: mai come quest&#039;anno i giorni di Natale hanno fatto registrare tanti conflitti. Soprattuuto, ma non solo, in Africa. Il Sud Sudan, il più giovane Stato del mondo, indipendente dal luglio 2011, è precipitato nella guerra civile. Alla vigilia di Natale, il Consiglio di sicurezza dell’Onu ha approvato la richiesta del segretario generale, Ban Ki-moon, di rafforzare con altri 5.500 caschi blu la missione delle Nazioni Unite in Sud Sudan, in pratica raddoppiandola. Il mandato è proteggere i civili. L’Onu stima centomila gli sfollati, che per metà hanno trovato rifugio nelle sue diverse basi nel Paese. Secondo Toby Lanzer, responsabile del coordinamento degli interventi umanitari dell’Onu nel Paese, i morti in dieci giorni di scontri sono già migliaia. 
Sono caduti nel vuoto anche gli appelli a fermare almeno nel giorno di Natale i combattimenti tra i reparti dell’esercito fedeli al presidente Salva Kiir Mayardit e quelli che fanno invece riferimento all’ex vice presidente Riek Machar, rimosso lo scorso luglio. Secondo l’agenzia di stampa britannica Reuters, che cita fonti dell’esercito sudsudanese, i seguaci di Riek Machar hanno conquistato alcuni pozzi petroliferi e buona parte della città di Malakal, capitale dell’Alto Nilo, la più grande regione petrolifera del Sud Sudan.
In precedenza era stato il presidente ad annunciare la riconquista da parte delle forze governative di Bor, la capitale dello Stato orientale di Jonglei, passata la scorsa settimana sotto il controllo della cosiddetta armata bianca, una milizia guidata da Peter Gadet, considerato vicino a Reik Machar. Da Bor c’è stata una fuga in massa di civili verso le basi delle Nazioni Unite, attaccate anch’esse la scorsa settimana, e verso le campagne.
Non si hanno notizie certe, intanto, della situazione a Bentiu, la capitale dello Stato settentrionale di Unity, dove il comandante della quarta divisione dell’esercito, il generale James Koang Chuol, si è schierato con l’ex vicepresidente e ha annunciato la creazione di un’amministrazione ad interim. In un messaggio diffuso martedì scorso dalle emittenti radiofoniche della zona, Chuol aveva detto di controllare la città e di non essere più fedele al Governo di Juba.
Il conflitto ha anche una forte componente etnica. Vede infatti contrapposti reparti dell’esercito di etnia Dinka, quella del presidente, e di etnia Nuer, alla quale appartiere Riek Machar. A questo aspetto ha fatto riferimento anche Ban Ki-moon nella sua relazione al Consiglio di sicurezza, sostenendo che «civili innocenti vengono presi di mira a causa della loro appartenenza etnica».
Nella capitale Juba sono arrivati ieri mattina il presidente del Kenya, Uhuru Kenyatta, e il primo ministro dell’Etiopia, Hailemariam Desalegn, per tentare una mediazione. 
Sempre nel giorno di Natale, è stata teatro di feroci scontri anche Bangui, la capitale della Repubblica Centroafricana. Gli operatori della Croce Rossa hanno recuperato il giorno dopo almeno 44 cadaveri dalle stradeGeorgios Georgantas, capo della delegazione del Comitato internazionale della Croce Rossa, ha detto che i cadaveri sono probabilmente solo una parte di quanti sono rimasti uccisi, ma che i suoi uomini non sono stati in grado di avere accesso ad alcune parti della città. Già lunedì scorso, la Croce Rossa aveva riferito del ritrovamento di altre sessanta persone uccise.
Negli ultimi scontri sono stati uccisi anche sei soldati del contingente del Ciad della Misca, la missione originariamente inviata dai Paesi confinanti e passata da una settimana, per mandato del Consiglio di sicurezza dell’Onu, sotto l’autorità dell’Unione africana. A Bangui sono dispiegati anche milleseicento soldati inviati dalla Francia. Né questi ultimi né i contingenti africani sono capaci di contenere la nuova ondata di violenze nell’ultima settimana.
Un appello alle Nazioni Unite a dispiegare «in tutta urgenza» un’adeguata forza di interposizione è stato rivolto congiuntamente dall’arcivescovo di Bangui, Dieudonné Nzapalainga, arcivescovo di Bangui, e dall’imam della capitale centroafricana, Omar Kobine Layama. La Repubblica Centroafricana «resta sull’orlo di una guerra con connotati religiosi e noi temiamo che in mancanza di una risposta internazionale più decisa il nostro Paese sia condannato alle tenebre» scrivono i due leader religiosi.
Anche la tormentata regione orientale congolese del Nord Kivu è stata teatro il giorno di Natale di un’ennesima strage di civili. A rendersene responsabili sono stati in questo caso i ribelli ugandesi delle Forze alleate democratiche -Esercito nazionale per la liberazione dell’Uganda (Adf-Nalu), uno dei tanti gruppi armati stranieri che l’intricata concatenazione tra le diverse crisi della regione dei Grandi Laghi ha riversato in territorio congolese.
La brigata d’intervento rapido della Monusco, la missione dell’Onu nella Repubblica Democratica del Congo, ha ripreso oggi il controllo del villaggio di Kamango, nella zona di Beni, non distante dal confine con l’Uganda. Il villaggio era stato occupato mercoledì mattina per alcune ore dalle Adf-Nalu. Nel darne notizia, Radio Okapi, l’emittente considerata espressione appunto della Monusco, cita il portavoce della missione, Félix Prosper Basse. Questi non ha fornito informazioni sul numero delle vittime dell’incursione, limitandosi a dire che «attacchi del gruppo ribelle ugandese hanno provocato l’uccisione di gente innocente e un massiccio spostamento di popolazione civile verso il confine con l’Uganda». In precedenza, comunque, fonti della società civile locale avevano parlato di quaranta morti e diverse decine di feriti, almeno dieci dei quali in modo grave. Già il 13 e 14 dicembre, la Monusco aveva riferito di almeno venti morti in due villaggi del territorio di Beni, la cui responsabilità era stata attribuita anche in quel caso alle Adf-Nalu.
Nel nor-est della Nigeria una cruenta battaglia è stata ingaggiata alla vigilia di Natale tra le forze governative e miliziani di Boko Haram, il gruppo di matrice fondamentalista islamico responsabile da quattro anni di sistematiche violenze nella zona che hanno provocato migliaia di morti, in maggioranza civili. Secondo quanto comunicato dall’esercito, nello scontro sono morti cinquanta miliziani di Boko Haram, quindici soldati e cinque civili rimasti coinvolti. È accaduto nello Stato del Borno, uno dei tre, con lo Yobe e l’Adamawa, dove dal maggio scorso è in vigore lo stato d’assedio dichiarato dal presidente nigeriano Goodluck Jonathan. All’inizio di novembre il Parlamento federale di Abuja ha rinnovato il provvedimento presidenziale per sei mesi, fino a maggio 2014.
L’esercito aveva avviato un’operazione contro Boko Haram dopo che i combattenti del gruppo avevano attaccato una settimana fa un campo militare a Bama, appunto nello Stato del Borno. I soldati hanno intercettato i miliziani di Boko Haram mentre stavano tentando di varcare il confine con il Camerun.
 
 
L&#039;Africa, come spesso, risulta in testa alla triste classifica delle situazioni belliche, ma non è certo l&#039;unico continente nel quale parlino le arti. Per fare solo l&#039;esempio attuale più recente, anche in Siria, i giorni del periodo natalizio sono stati segnati da un&#039;intensificazione del conflitto, mentre il confronto diplomatico in vista della conferenza internazionale di pace, conosciuta come Ginevra 2 e fissata per il 22 gennaio prossimo, non sblocca ancora contrasti e incertezze. Secondo organizzazioni non governative considerate vicine all&#039;opposizione al presidente Bashar Al Assad, i bombardamenti governativi su Aleppo hanno provocato in dieci giorni, tra il 15 e il 24 dicembre incluso, oltre quattrocento morti, compresi 117 bambini e 34 donne. 
Si esaspera anche la componente pseudoreligiosa del conflitto, con le popolazioni cristiane sempre più vessate dalle formazioni armate di matrice fondamentalista islamica. Ha qyuesto tipo di violenze ha fatto riferimento anche il cardinale Béchara Butros Raï, patriarca di Antiochia dei Maroniti, in un messaggio alla vigilia di Natale nel quale ha rinnovato l&#039;appello, tra l&#039;altro, per la liberazione delle suore sequestrate il 2 dicembre nel villaggio di Maalula e dei due vescovi ortodossi di Aleppo, il greco-ortodosso Boulos Yazigi e il siro-ortodosso Youhanna Ibrahim, rapiti nei pressi di Kafr Dael, nel nord della Siria, lo scorso 22 aprile. Nel messaggio, il cardinale Raï sottolinea come «costruire la pace in Libano e in Oriente rappresenti una responsabilità cruciale che tutti dobbiamo assumerci» e come «un popolo non possa godere della pace fin quando altri ne saranno privati». ]]></description>
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			<title>Il Mediterraneo non ha solo due sponde</title>
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			<description><![CDATA[<strong>Il Mediterraneo non ha solo due sponde</strong><br /> 
Le tragedie di questi giorni a Lampedusa e, più in generale nel Canale di Sicilia, hanno spinto molti ad aprire gli occhi su una vicenda che non può essere affrontata sul piano strettamente emergenziale. Dopo quello di Papa Francesco, che si è recato nell&#039;isola in tempi non sospetti, sono finalmente quasi corali gli interventi a tutti i livelli istituzionali che sottolineano come la priorità assoluta sia quella di salvare vite umane. Tuttavia, se non fosse una similitudine troppo amara riguardo l&#039;argomento, verrebbe da dire che a salire in troppi a bordo di una barca si rischia di farla affondare. 
Come spesso accade, gran parte dei rappresentanti istituzionali – praticamente gli stessi che in passato hanno sempre affrontato la questione migratoria come un tema soprattutto di ordine pubblico – si sono mossi in favore di telecamera, professando commozione e orrore. Nel frattempo, sia i marinai sia i cittadini di Lampedusa continuavano in quello che hanno sempre fatto, cioè salvare quante più vite possibile. Da questa considerazione prende le mosse il durissimo intervento di oggi dei vescovi siciliani, riuniti a Siracusa per la loro conferenza annuale. «La gente di Lampedusa — affermano — ha mostrato al mondo il valore e l’efficacia dei gesti semplici e significativi del quotidiano: la vicinanza, il soccorso, il pianto, la collera, la pazienza. E nello stesso tempo ha dimostrato l’inutilità controproducente di talune risposte istituzionali che non hanno contribuito a risolvere il problema, ma anzi hanno moltiplicato il numero delle vittime». Questi morti — aggiunge la nota dei — e tutti quelli che negli anni «sono stati cancellati dal mare chiedono verità, giustizia e solidarietà. È ora di abbandonare l’ipocrisia di chi continua a pensare che il fenomeno migratorio sia un’emergenza auspicata di breve durata».
C&#039;è ovviamente molto di vero. Né a ridurre alcune responsabilità basta il “mantra” sul fatto che sia l&#039;Unione europea nel suo complesso a dover affrontare la questione, recitato in questi giorni praticamente da tutti, dai governanti italiani come dal primo ministro maltese Joseph Muscat, il cui Governo in materia di respingimenti ha poco da invidiare all&#039;Italia degli ultimi anni, quella della legge Bossi-Fini o del decreto Maroni sulla sicurezza. Che l&#039;Unione euroopea non abbia mai affrontato strutturalmente la questione, nonostante il varo del Frontrex, la struttura che dovrebbe occuparsene e che di fatto è solo un coordinamento, finora neppure tanto efficace. La legislazione dell&#039;Unione europea, in particolare il trattato di Dublino, stabilisce chiaramente che le questioni frontaliere sono competenza degli Stati. Non ci sono leggi europea sulle migrazioni, non c&#039;è una Marina europea in Mediterraneo, non c&#039;è una politica estera europea sulla questione. Non ci ci sono e allo stato attuale non ci possono essere. A ricordarlo è stata la presidente della Camera, Laura Boldrini, una dei pochi rappresentanti italiani titolati a parlare di questi argomenti, dato che il suo impegno in politica data da quest&#039;anno, dopo una vita professionale spesa sulle frontiere di questa tragedia, come portavoce prima del Programma alimentare mondiale dell&#039;Onu e poi dell&#039;Alto commissariato per i rifugiati (meglio specificare che in questi casi si si tratta di incarichi operativi, non di uffici stampa).  
Di fatto, tutto quello che può fare l&#039;Europa è sostenere gli sforzi dei singoli Stati sul piano economico. Del resto, la settimana scorsa ad accompagnare a Lampedusa il presidente della Commissione europea, José Manuel Durão Barroso, c&#039;era la commissaria agli affari interni, Cecilia Malmström, e non l&#039;alto rappresentante per la politica estera e di sicurezza comune, Catherine Ashton.
“Lampedusa, Europa”, è un bel titolo e un auspicio, non certo un dato di fatto. E il Mediterraneo non ha solo due sponde, quella europea e quella sud.
Peraltro, neppure la generica e generalizzata condanna dei “politici” e delle carenze dell&#039;Europa è una giusta chiave di lettura. Come in tanti altri aspetti della convivenza internazionale, i comportamenti vanno contestualizzati. Proprio questa mattina ho incontrato il direttore dell&#039;Organizzazione internazionale delle migrazioni, lo statunitense William Lacy Swing, che è stato ricevuto da Papa Francesco in Vaticano e che domani sarà a Lampedusa. Gli ho chiesto, tra l&#039;altro, come valuta l’assenza di una politica comune dell’Unione europea in materia di migrazioni e i risultati di Frontex. La risposta non è stata quella che nel coro di queste ore ci si sarebbe potuto aspettare. «È vero – detto Swing – che non c’è ancora formalmente una legislazione comunitaria. Ma nel cercare di trovare una politica che in questo settore investa tutti i 28 Stati membri, si sono registrati progressi. L’Unione europea sta impegnandosi molto. Posso aggiungere che non conosco molte altre realtà continentali in cui si lavori con tanta assiduità». 
Inoltre, non è certo il Mediterraneo, oggi sotto gli occhi di tutti, il solo mare teatro teatro di queste tragedie. Accadono anche in Asia, nel Mar Cinese meridionale e in altri Paesi, così come in Africa, nell’Atlantico e nel Golfo di Aden tra Somalia e Yemen, e su entrambe le sponde del continente americano. Proprio in questi giorni, fra l&#039;altro, c&#039;è stata una stretta su uno dei fenomeni minatori per mare più rilevanti, quello dall&#039;Indonesia all&#039;Australia, una stretta contrattata con il Governo di Jakarta e con altri dell&#039;area da quello di Canberra, un altro di quelli che in materia di respingimenti non vanno giù leggeri. «Anche noi dell’Oim – ha detto Swing a questo proposito - ce ne stiamo occupando da tempo, ma ancora non so come possiamo essere d’aiuto in questa situazione».]]></description>
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			<title>La Giornata mondiale della pace 2019</title>
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			<description><![CDATA[<strong>La Giornata mondiale della pace 2019</strong><br /> «La buona politica è al servizio della pace». Il tema scelto in questo 2019 per la Giornata mondiale della pace, celebrata da oltre mezzo secolo il primo giorno dell&#039;anno, può assumere i connotati di una sfida, un&#039;altra sfida di senso lanciata da Papa Francesco a un&#039;epoca di cacofonico qualunquismo, reso pervasivo e imperante dallo strapotere di cosiddetti social. E sembrerebbe una sfida perdente contro quanti quegli strumenti sanno sfruttare per garantire successo alle proprie politiche – queste si cattive - fondate sulla ricerca di un nemico contro il quale indirizzare l&#039;odio e la rabbia (e il termine è scelto appositamente: non ira, che è certo un peccato capitale, ma che appartiene comunque alla sfera umana, ma rabbia animale, malattia contagiosa di ferocia e delitti). Era accaduto con il tema scelto per la Giornata dello scorso anno, dedicata a migranti e rifugiati, uomini e donne in cerca di pace. Era accaduto e accade ogni volta che il magistero pontificio si pone in contrasto con quanti nel conflitto accrescono la propria ricchezza e il proprio potere. E in contrasto anche con una parte dei cattolici, che sarebbe illusorio credere minoritaria, i quali ascoltano il Papa solo quando è d&#039;accordo con loro
Si: definire buona la politica oggi potrebbe sembrare una sfida e una provocazione. E invece è un promemoria. Un promemoria necessario , in un&#039;epoca che dimentica costantemente – o meglio mistifica – avvenimenti vecchi di pochi giorni, figuriamoci un magistero plurisecolare, rinverdito e rinvigorito in oltre un cinquantennio di attuazione del Concilio Vaticano II. Perché, per inciso, anche le Giornare mondiali della pace, volute e istituite da Paolo VI, sono figlie del Concilio. 
La politica, per citare un&#039;espressione di quel grande Papa, è la più alta forma di carità. E colui che oggi è un suo successore, Papa Francesco, quell&#039;espressione la cita spesso. Così come è perentorio nel denunciare la cattiva politica, nel bocciare senza se e senza ma le teorie e gli interventi volti a costruire muri, a far prevalere l’uno sull’altro, a rafforzare divisioni culturali e sociali, politiche. 
Questo promemoria, o meglio questo richiamo all&#039;impegno politico e all&#039;onestà, morale e intellettuale prima ancora che circoscritta al non rubare, va alla radice del bene comune. La breve nota diffusa dalla Santa Sede all&#039;annuncio del tema scelto dal Papa per la Giornata, lo evidenzia. Parla infatti di missione che non può prescindere dal salvaguardare il diritto e dall’incoraggiare il dialogo tra gli attori della società, tra le generazioni e tra le culture. E deve avere lo sguardo al tempo stesso sul passato, sul presente e sull&#039;avvenire, interpretare la realtà quotidiana, assimilare la lezione della storia, guardare al «futuro della vita e del pianeta», pensare ai «più giovani e ai più piccoli», interrogarsi su come dare risposte alla loro «sete di compimento».
E mentre sottolinea come «la responsabilità politica appartenga a ogni cittadino» aggiunge che questo principio vale «in particolare per chi ha ricevuto il mandato di proteggere e governare». Chi quel mandato sollecita e ottiene deve agire per rafforzare la comunità e il rispetto tra i suoi attori. Deve costruire, come si è detto tante volte, ponti e non muri, bandire i pregiudizi, promuovere un dialogo di fraternità che garantisca fiducia. «Non c’è pace infatti senza fiducia reciproca. E la fiducia ha come prima condizione il rispetto della parola data», si legge ancora nel documento vaticano. 
E questo significa anche evitare le false promesse, o peggio, quando si rivelano impossibili da mantenere, ostinarsi in decisioni che si ripercuotono negativamente sull&#039;intera comunità e che schiacciono soprattutto i più poveri.
Fare politica significa servire, non servirsi.
«Conforme alla propria vocazione – scrive Paolo VI nelle Lettera apostolica &quot;Octogesima adveniens&quot; - il potere politico deve sapersi disimpegnare dagli interessi particolari per considerare attentamente la propria responsabilità nei riguardi del bene di tutti, superando anche i limiti nazionali. Prendere sul serio la politica nei suoi diversi livelli - locale, regionale, nazionale e mondiale - significa affermare il dovere dell’uomo, di ogni uomo, di riconoscere la realtà concreta e il valore della libertà di scelta che gli è offerta per cercare di realizzare insieme il bene della città, della nazione, dell’umanità». 
La politica, dunque, non è cosa da bistrattare in ossequio a logori luoghi comuni, ma cosa da assumere come vocazione o almeno da richiedere impegno. Il Papa chiede ancora una volta, nel messaggio per questa Giornata, impegno politico e sociale. Ed è perentorio nel bocciare senza appello teorie, azioni, interventi pensati e realizzati solo per costruire steccati, per rafforzare divisioni culturali, sociali, politiche, per incattivire gli animi e per isupidire le menti. Già nell&#039;Evangeli Gaudium Francesco aveva sollecitato ad un pensiero forte e soprattutto a pensare al plurale, oltre la ristrezza dell&#039;io dominante, esclusivista e sterile. Quel pensiero, cioè, in grado di «un autentico dialogo che si orienti efficacemente a sanare le radici profonde e non l’apparenza dei mali del nostro mondo!». 
Ma certo non è questa la politica oggi trionfante. Né il Papa lo ignora. Lo scorso ottobre, Francesco ha detto una cosa che ben poca stampa ha riportato, anche se – come può confermare ogni giornastista appena discreto – dava “l&#039;opportunità di un titolo”. Secondo il Papa, «oggi sono di moda i populismi, che non hanno niente a che vedere con il “popolare“ : il popolare è la cultura del popolo, e la cultura del popolo si esprime nell’arte, si esprime nella festa: ogni popolo fa festa, a suo modo. Ma il populismo è il contrario: è la chiusura in un modello, “siamo chiusi, siamo noi soli”, e quando si è chiusi non si va avanti».
E quale risposta sono chiamati a dare i cattoli, o meglio quanti abbiano volontà e cuore per prendere davvero in considerazione il loro battesimo? Non è argomento da esaurire nello spazio necessariamente ristretto di un articolo giornalistico. Ma pure qualche accenno è necessario fare, se non altro per ricordare le lezioni di una storia che ha visto spesso il cattolicesimo isolato sul piano valoriale, certo a causa di spinte potenti che dei valori umani, soprattutto di quelli sociali, fanno strame, ma anche per pigrizia, per isolazionismo, persino per un radicalismo acritico incapace di porsi in dialogo.
La lezione del Concilio ha certo cambiato le cose, nelle strutture ecclesiali e nei singoli fedeli. Ma quella tentazione a chiudersi nel particolare, a concentrarsi sul culto, a ritenere il pubblico e la politica dimensioni estranee alla fede, continua ciclicamente a farsi largo.
Per stare alla sola Italia, ci sono voluti decenni perchè il contributo cattolico entrasse nella costruzione di un&#039;identità nazionale. Decenni scanditi da due guerre mondiali con nel mezzo una dittatura che ha rappresentato il punto più basso dell&#039;esperienza politica italiana. Non è intenzione di questo articolo ripercorre la “questione romana”. Tuttavia a un secolo e mezzo di distanza, alcune somiglianze appaiono evidenti. Nel novembre scorso si è ricordato – per la verità poco e con scarso rilievo – il centenario della morte di Giuseppe Toniolo. Era un cattolico come ce ne vorrebbero tanti anche oggi. Fu tra i primi a mettere in discussione l&#039;idea dell&#039;homo oeconomicus, cara a tanta dottrina ottecentesca, di matrice sia liberale sia marxista. Quell&#039;idea nella quale ha tanta parte – e l&#039;aveva già un secolo fa, pur senza l&#039;arroganza di oggi – la deificazione idolatra del mercato. C&#039;è da chiedersi, se di nuovo oggi il ritiro dei cattolici dalla politica non contribuisca al rititiro dalla vita italiana di quella che il Papa chiama politica buona, quella che consente alle persone, al cosiddetto Paese reale, di incontrare le istituzioni e dare loro un senso di servizio. Si: serve questa politica, servono anticorpi sani in questo tempo che Papa Francesco definisce della tristezza individualista.
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			<title>Il premio Nobel 2014</title>
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			<description><![CDATA[<strong>Il premio Nobel 2014</strong><br />Un uomo di sessant&#039;anni, quasi un vecchio, se il falso buonismo della nostra epoca non ci vietasse l&#039;uso di questa parola. Una diciassettenne, poco più di una bambina. Un indiano e una pakistana. Kailash Satyarthi e Malala Yousafzai. Divisi da tutto: età, nazionalità (fra l&#039;altro di due Paesi tradizionalmente nemici). Uniti da una convinzione, quella dei diritti dell&#039;infanzia, che in entrambi si è fatta impegno di vita, lotta personale pesantemente pagata. Quest&#039;anno, il premio Nobel per la pace è andato andato a loro, a Malala Yousafzai, la ragazzina pakistana vittima di un attentato talebano perché voleva che le bambine nella valle dello Swat andassero a scuola, e all’indiano, Kailash Satyarthi, una vita spesa contro il lavoro minorile e i bambini schiavi. 
«I bambini devono poter andare a scuola e non essere sfruttati per denaro. Nei Paesi più poveri del mondo, il 60 per cento della popolazione ha meno di 25 anni d’eta; ed è un prerequisito per lo sviluppo pacifico del pianeta che i diritti dei bambini e dei giovani vengano rispettati», si legge nella motivazione del premio. Anche perché «nelle aree devastate dalla guerra, gli abusi sui bambini portano al perpetuarsi della violenza, generazione dopo generazione».
Perché la pace è sempre vecchia e bambina, ma anche i suoi nemici non conoscono età.
Il comitato di Oslo ha premiato una coppia di attivisti di due Paesi che appena poche ore prima avevano visto una sparatoria al confine in cui sono morti 17 civili. Ed anche questa è una lezione. Ancora una volta il doppio premio Nobel, il premio alla causa della pace, contribuisce ad avvicinare Paesi o fazioni rivali, come era accaduto nel 1993 con Nelson Mandela e Frederik de Klerk, il nero e il bianco che avevano messo fine all&#039;epoca dell&#039;apartheid e l’anno dopo al palestinese Yasser Arafat e agli israeliani Shimon Peres e Yitzhak Rabin. 
Di diverso, questa volta, c&#039;è che i due premiati probabilmente neppure si conoscono e, certo, non possono essere considerati su posizioni avverse.
Malala Yousafzai era a scuola, quando alle 11, da Oslo è arrivato l’annuncio del Comitato. La diciassettenne pakistana che un sicario talebano, recentemente individuato e arrestato, cercò di assassinare due anni fa nella sua città natale di Mingora proprio per l’impegno a favore dell’educazione delle giovani, aveva iniziato la sua attività di sensibilizzazione e impegno a 11 anni, come blogger per la Bbc, guadagnandosi presto l’ostilità dei talebani a quel tempo impegnati nel forzare alla chiusura le scuole nelle aree sotto il loro controllo. Dopo le cure in Gran Bretagna per le conseguenze del proiettile che ha sfiorato aree vitali del cervello, Malala ora risiede nella città inglese di Birmingham sotto protezione, proseguendo nei suoi studi e nel suo impegno civile con il pieno sostegno della famiglia. 
Kailash Satyarthi ha saputo del premio mentre era, come al solito, al lavoro con il suo Bachpan Bachao Andolan (Movimento per la salvezza dei bambini), da tempo una delle organizzazioni più credibili e più influenti al mondo e capofila della Coalizione sulla servitù minorile dell’Asia meridionale, forza trainante dell’iniziativa internazionale Global March. 
Inseme costituiscono una speranza e una certezza. La speranza che la causa della pace e della giustizia trovino alfieri in ogni generazioni. La certezza che è una causa alla quale possono arridere successi. La vicenda di Malala ha risvegliato il mondo, se mai ce ne fosse bisogno. La vita di Satyarthi, le sue battaglie coraggiose, sempre pacifiche ma che non arretrano davanti al pericolo personale, testimoniano che combattere e vincere contro il male è possibile. Si calcola che abbia restituito la libertà e il diritto a vivere la propria infanzia e adolescenza a più di 80.000 bambini, piccoli schiavi letteralmente portati via dalle fabbriche con veri e propri blitz. E le sue iniziative hanno ispirato leggi nazionali e internazionali, trattati, convenzioni e riforme costituzionali contro il lavoro minorile. 
La sua battaglia è fatta anche di campagne di sensibilizzazione per informare i consumatori su quali siano i prodotti realizzati attraverso l’impiego di manodopera minorile, che nell’Asia costituisce fino a un quarto della forza lavoro non qualificata.]]></description>
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			<title>Avviso ai lettori3 agosto 2015</title>
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			<description><![CDATA[<strong>Avviso ai lettori3 agosto 2015</strong><br />Cari amici, tre mesi fa vi avevo comunicato la decisione di sospendere la mia attività quotidiana su questo sito  (i motivi potete leggerli nell&#039;Avviso ai lettori dell&#039;8 maggio 2015, che ho spostato nella sessione Scritti da poco).

In questo periodo ho ricevuto diverse e-mail con inviti a riprendere a pubblicare i miei interventi e, per la verità, anche con contestazioni - rispettose, ma inequivocabili - della mia scelta di abbandonarmi alla stanchezza che mi aveva spinto a tacere per qualche tempo. Nè sono mancate persone che tali posizioni mi hanno dichiarato di persona. Avevo scritto  di &quot;darmi una voce&quot; se ritenevate che i miei contributi dovesso riprendere. Non era un modo di dire. E allora riprendo.
Lo faccio pubblicando quanto ho scritto questa mattina sulla prima pagina de &quot;L&#039;Osservatore Romano&quot;. E lo faccio prima che esca il giornale, avvisando che il pezzo non è firmato e che potrebbe quindi subire cambiamenti prima di andare in stampa.]]></description>
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			<title>Papa Francesco invita a pregare per la Repubblica Centroafricana e il Sud Sudan</title>
			<link>http://www.pierluiginatalia.net/1/papa_francesco_invita_a_pregare_per_la_repubblica_centroafricana_e_il_sud_sudan_9514809.html</link>
			<description><![CDATA[<strong>Papa Francesco invita a pregare per la Repubblica Centroafricana e il Sud Sudan</strong><br /> 
L&#039;invito di Papa Francesco, con un tweet di questa mattina, a pregare per la pace in Africa, specialmente nella Repubblica Centroafricana e in Sud Sudan, viene a ricordare il progressivo degenerare di tragedie che coinvolgono milioni di persone. La pace negata all’Africa, non solo nei due Paesi citati — gli ultimi in ordine di tempo a essere sprofondati nella guerra civile — si traduce in orrori quotidiani su bambini e vecchi, donne e uomini. La pace negata è aumento del sottosviluppo, furto anche di speranza per il continente dalla popolazione più giovane. 
Anche nelle ultime ore sono giunte dai due Paesi notizie sconfortanti e in alcuni casi sconvolgenti. In Sud Sudan non si consolida il cessate il fuoco tra le forze del Governo del presidente Salva Kiir Mayardit e quelle ribelli che fanno riferimento all’ex vice presidente Rijek Machar, mentre degenera di ora in ora la condizione di quasi un milione di sfollati provocati dal conflitto esploso due mesi fa. 
La Repubblica Centroafricana sprofonda in orrori ripetuti, senza che le violenze siano ancora arginate dalle truppe internazionali, quelle della Misca, la missione africana forte di seimila uomini, e quelle di Parigi che ieri ha inviato altri quattrocento soldati, portando il suo contingente a duemila effettivi. L’Unicef ha denunciato ieri la ferocia abbattutasi su decine di bambini decapitati e mutilati, in una guerra civile divenuta sempre più aspra da quasi un anno, dopo il colpo di Stato del marzo scorso, quando il presidente François Bozizé fu rovesciato dagli ex ribelli della Seleka. La denuncia ha seguito di poche ore la scoperta nella capitale Bangui di una dozzina di corpi senza vita in una fossa comune nei pressi di una caserma che fino a poche settimane fa era servita da base alle milizie della Seleka, originariamente una coalizione di oppositori di Bozizé senza particolari connotazioni confessionali, ma da tempo formata in maggioranza da combattenti stranieri, in massima parte di matrice fondamentalista islamica, provenienti soprattutto da Sudan e Ciad. Alle violenze della Seleka sono seguite quelle delle milizie conosciute come antibalaka (balaka significa «machete» in lingua locale sango), contro i musulmani. 
Di una nuvola oscura di atrocità di massa e pulizia etnica che sovrasta il Paese, ha parlato ieri il segretario generale dell’Onu, Ban Ki-moon, che porterà martedì prossimo in Consiglio di Sicurezza le sue raccomandazioni per contenere le violenze e cercare di porre fine alla crisi. «Linciaggi, mutilazioni, orrendi atti di violenza spargono il terrore: tutti gli abitanti musulmani e cristiani, sono colpiti ma di recente ci sono stati attacchi su vasta scala in città come Bouali, Boyali, Bossemble dove non è stato possibile inviare caschi blu» ha denunciato Ban Ki-moon.
 
 
 ]]></description>
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			<title>La minaccia jihadista non spinge a vere alleanze</title>
			<link>http://www.pierluiginatalia.net/1/la_minaccia_jihadista_non_spinge_a_vere_alleanze_10511417.html</link>
			<description><![CDATA[<strong>La minaccia jihadista non spinge a vere alleanze</strong><br />
Contro la minaccia del cosiddetto Stato islamico (Isis) si dicono mobilitati in pratica tutti i Paesi, ma questo non cambia né le alleanze, né gli obiettivi di ciascuno di loro. Se ne è avuta diverse dimostrazioni in questi giorni. E con questa chiave di lettura può essere letta anche l&#039;ennesima strage perpetrata dall&#039;Isis questa mattina nella capitale irachena Baghdad. L’esplosione di un camion bomba ha ucciso decine di persone — settantasei morti accertati nel momento in cui scrivo questo articolo, ma il bilancio sembra purtroppo destinato a salire — e ne ha ferite più di duecento nell’affollato mercato di Jameela nel quartiere di Sadr City, abitato in maggioranza da sciiti. Le vittime nel mercato, compresi donne e bambini, sono ovviamente civili, ma l&#039;Isis nel rivendicare l&#039;attentato afferma di aver voluto colpire l’esercito iracheno e le milizie sciite. Nei giorni scorsi, comunque, l’Isis aveva ribadito di considerare le popolazioni sciite tra i suoi principali obiettivi.
Nonostante l’inequivocabile condanna da parte di tutte le principali autorità religiose sunnite, la confessione islamica alla quale il gruppo terrorista pretenderebbe di appartenere, le divisioni confessionali continuano ad avere un peso nei conflitti in Iraq e più in generale nel Vicino oriente. 
Diversi osservatori, compreso chi scrive, trovano questa componente anche nella fase di forti tensioni politiche registrate in queste ore in Iraq. Il primo ministro, Haider Al Abadi, che nei giorni scorsi aveva annunciato un piano di riforme anticorruzione per fronteggiare il malcontento popolare, ha licenziato ieri il segretario generale del Consiglio dei ministri, Hamid Khalaf Ahmed, considerato un fedelissimo dell’ex premier Nuri Al Maliki
Ma i contrasti confessionali, oltre che etnici, si aggiungono anche alle cause soprattutto politiche, della mancata coesione tra tutti i Governi, dell’area e non solo, che dichiarano di voler combattere l’Isis, compresi quelli che a suo tempo lo hanno sostenuto e finanziato, in funzione appunto antisciita. Vale per il fronte iracheno e vale soprattutto per quello siriano, per non parlare delle connivenze, più o meno ammesse, delle quali ha goduto nel suo conflitto contro i curdi.
Proprio ieri, i cacciabombardieri F-16 statunitensi hanno effettuato i primi raid contro l’Isis in territorio siriano partendo dalla base turca di Incirlik, dalla quale finora erano decollati solo droni, gli aerei senza pilota. Il Pentagono ha specificato che ai raid partecipa anche l’aviazione turca. La precisazione tenderebbe a dimostrare che contro l&#039;Isis è schierata anche la Turchia, ma di fatto l&#039;aviazione di Ankara da giorni sta colpendo soprattutto postazioni dei curdi nel nord dell’Iraq. 
Giova ricordare che Iran e Siria, insieme con l&#039;Iraq di Saddam Hussein, costituivano il cosiddetto asse del male che Bush s&#039;inventò per giustificare le sue guerre cosiddette antiterrorismo e per “esportare democrazia”. Di fatto, si parla di tre Paesi a maggioranza sciita, particolarmente invisi dall&#039;Arabia Saudita, principale alleato statunitense nell&#039;area, oltre che al Qatar e ai ricchi Emirati. Tutti Paesi, a proposito di democrazia, nei quali il potere è molto più assoluto di quello che abbiano mai avuto gli ayatollah iraniani, o l&#039;iracheno Saddam Hussein o il siriano Bashar Al Assad, che certo non erano e sono degli angioletti. 
E allora la sedicente lotta al terrorismo appare ancora una volta una scusa per regolare altri conti. Del resto, gli attentati alle Torri gemelle, progettati dal saudita Osama bib Laden ed eseguiti da diciannove sauditi su venti terroristi, furono seguiti da guerre contro due Paesi, Afghanistan e Iraq, che non c&#039;entravano niente. Né lo schema sembra diverso oggi, nonostante l&#039;accordo sul nucleare raggiunto tra Washington e Teheran. Accordo, per inciso, condannato esplicitamente solo da Israele, ma che altri Paesi non vedono l&#039;ora di sabotare. E certo a mutare i rapporti non basta il dichiarato impegno di Teharn contro l&#039;Isis. Anche perché per alcuni Paesi, come appunto Arabia Saudita e Turchia, l&#039;Isis non è certo il principale nemico da abbattere e, anzi, fa abbastanza comodo in funzione antisiriana e anticurda.
   Per esempio, il ministro degli Esteri saudita, Adel Al Aubeir, in visita a Mosca lo scorso fine settimana, ha seccamente respinto  l’iniziativa russa di formare per combattere l&#039;Isis una più una più vasta coalizione, che non abbia come obiettivo anche quello di rovesciare il Governo siriano di Bashar Al Assad. Questo scenario «non fa parte dei nostri piani», ha detto durante la conferenza stampa congiunta con il suo omologo russo, Serghei Lavrov.. «L’Arabia Saudita fa già parte di una coalizione che lotta contro i terroristi» ha aggiunto, in riferimento all’adesione di Riad al quella guidata dagli Stati Uniti.
Già a fine giugno, il presidente russo, Vladimir Putin aveva proposto la creazione di un&#039;alleanza più ampia che combattesse l&#039;Isis e che a questo scopo comprendesse anche l’esercito regolare di Damasco schierato sul terreno contro il gruppo jihadista. Lavrov continua a portare avanti l&#039;iniziativa – la settimana scorsa era a Doha – ma per ora senza successo. «Non si tratta di formare una coalizione classica con un capo supremo delle forze armate al quale obbedisca. Si tratta di coordinare le azioni di tutti coloro che combattono già i terroristi, ovvero gli eserciti siriano e iracheno, i ribelli siriani e i curdi, affinché prendano coscienza della loro missione principale: lottare contro la minaccia terroristica e rinviare i loro regolamenti di conti. A differenza dell’Is, Al Assad non minaccia alcun Paese vicino», ha insistito il ministro degli Esteri russo.
Ma il presidente siriano resta per molti un nemico da abbattere. Contrariamente a quanto accade in Iraq, la coalizione guidata dagli Stati Uniti opera in territorio siriano senza il consenso del Governo di Damasco. Ma nell’intricata interconnesione dei contrasti tra le potenze dell’aerea e dei loro rispettivi alleati, i rapporti tra i soggetti coinvolti non rispondono a scelte di campo rigide. Ma proprio l&#039;Iran potrebbe essere la carta che spariglia la partita. Il ministro degli Esteri iraniano, Mohammad Javad Zarif, il ministro degli Esteri dell’Iran, si è ieri recato in visita a Damasco e ha nuovamente assicurato sostegno alla Siria così come ne fornisce all&#039;Iraq Non sono stati diffusi dettagli sui colloqui tra Zafir e lo stesso Al Assad, ma tanto l’agenzia di stampa ufficiale iraniana Irna, quanto quella siriana Sana hanno parlato di «positivi scambi di opinione». Alla vigilia del viaggio di Zarif in Libano e Siria, la portavoce del ministero degli Esteri iraniano, Marzieh Afkham, aveva dichiarato che Teheran avrebbe pronto un nuovo piano di pace per la Siria basato «sul rispetto del legittimo diritto del popolo siriano a ottenere riforme e a decidere del proprio futuro».


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			<title>Il (preoccupante) laboratorio Addis Abeba</title>
			<link>http://www.pierluiginatalia.net/1/il_preoccupante_laboratorio_addis_abeba_9751097.html</link>
			<description><![CDATA[<strong>Il (preoccupante) laboratorio Addis Abeba</strong><br /> 
Gran parte delle notizie che giungono dall&#039;Africa nel nord ricco del mondo sono datate da Addis Abeba. La capitale etiope, infatti, è sede permanente di oltre un centinaio tra organizzazioni regionali e internazionali, a partire dall&#039;Unione africana, ma anche dall&#039;Uneca, la Commisione economica dell&#039;Onu per l&#039;Africa. Oltretutto, tra le capitali africane è probabilmente quella meglio collegata per via aerea con il resto del mondo, grazie alle ottanta destinazioni giornaliere assicurate dalla compagnia di bandiera Ethiopian Airlines. Ma non sempre questa rete di circolazione di persone e di notizie trattiene alcuni aspetti pure cruciali per conoscere l&#039;Etiopia e le sue dinamiche. 
 
Tra questi, per esempio, c&#039;è la questione etnica, che in Etiopia – un Paese mai colonizzato dagli europei - ha caratteristiche proprie e in parte diverse da quelle di altri scenari continentali, almeno sotto l&#039;aspetto del modello di società. In questo Addis Abeba costituisce un laboratorio, secondo alcuni preoccupante, nel quale gli annosi contrasti etnici interni si alimentano anche con gli scontri sul tipo di presunta modernizzazione perseguita dalla classe dirigente. Un modello, in estrema sintesi, molto occidentale, che punta su urbanizzazione e aumento dei consumi. Il che, in un Paese che resta poverissimo, accresce spesso le situazioni di emarginazione e disagio sociale.
 
La questione etnica, per esempio, ha avuto un peso evidente nei disordini di piazza che a inizio mese hanno fatto registrare almeno nove morti ad Addis Abeba. A determinarli è stato l&#039;Integrated Development Master Plan (Idmp), il piano urbanistico per l&#039;espansione della città presentato a inizio aprile dal Governo del primo ministro Hailemariam Desalegn. Protagonisti delle manifestazioni, duramente represse dalla polizia, sono stati gli studenti di etnia oromo, che con oltre venticinque milioni di persone, cioè il 35 per cento dell&#039;intera popolazione, ne costituisce la componente più numerosa. L&#039;Idmp prevede un ampliamento dell’area urbana di oltre un milione di ettari. A lavori ultimati – secondo quanto apparso sulla stampa nazionale – la città dovrebbe coprire una superficie pari a venti volte quella attuale. Gli oromo temono che questo ampliamento avvenga ai danni delle loro terre ancestrali già in gran parte finite sotto il controllo dei tigrini, l&#039;élite minoritaria da secoli al potere. 
 
Del resto, proteste sullo sviluppo urbanistico di Addis Abeba ci sono sempre state da quando l’imperatore Menelik II (quello che si fidava degli italiani) nel 1886 vi trasferì la capitale. L&#039;ultimo esempio risale al 2001 quando le espropriazioni di terreni limitrofi e lo sgombero coatto di residenti oromo dai loro villaggi alla periferia della capitale innescò una serie di manifestazioni e disordini repressi nel sangue. C&#039;è comunque da aggiungere – in questo senso sono fonti abbastanza attendibili i vescovi locali – che l’opposizione fomenta questo malcontento e che anche per questo motivo il dialogo tra le etnie non è stempre sereno, per usare un eufemismo, sebbene l’Etiopia sia uno Stato federale su base etnica, in cui poteri significativi sono riconosciuti sia alle autorità regionali sia a quelle tradizionali delle comunità. 
 
Va specificato che Addis Abeba costituisce una enclave amministrativamente autonoma nel cuore della regione appunto di Oromia. In base alla Costituzione, che divide il territorio in Stati federali, la città gode di uno statuto speciale ed è governata da un sindaco di diretta espressione governativa. Quelli che non risultano chiaramente definiti sono però i confini di tale enclave (è come se negli Stati Uniti il Governo potesse consentire che Washington D.C., il dipartimento della capitale federale, si mangiasse mezza Virginia).
 
La grande stampa internazionale non ha dato molto spazio a quanto sta accadendo nella capitale etiope. Rispetto al 2001 la novità è però la crescita della rete internet. Questa volta la protesta ha superato i confini nazionali, grazie soprattutto alla folta diaspora etiope in giro per il mondo e si è diffusa sui social network e su Twitter (con l&#039;hashtag dal significativo nome #Oromoprotest). 
 
Sul piano politico, a colpire è invece una mancanza di novità almeno all&#039;apparenza sorprendente. Il Governo contestato oggi, come detto, è quello di Hailemariam Desalegn, subentrato da meno di due anni Meles Zenawi, morto il 20 agosto 2012 dopo essere stato ininterrottamente al potere in Etiopia per oltre vent’anni. Uno dei primi e significativi provvedimenti presi da Hailemariam aveva infatti riguardato un&#039;apertura negoziale nel più annoso conflitto etnico in Etiopia, quello con i somali dell&#039;Ogaden, con un&#039;indiscutibile svolta rispetto alle politiche militari repressive applicate dal suo predecessore. Tra l&#039;altro, nel 2006 Meles aveva anche costituito una specifica milizia autoctona tigrina per combattere la ribellione del Fronte di liberazione nazionale dell’Ogaden (Onlf). 
 
Peraltro, il tentativo negoziale era subito fallito, anche in questo caso per motivi legati alla Costituzione. L&#039;Onlf, che è un movimento da quarant&#039;anni ostinatamente secessionista, aveva infatti rifiutato la richesta di Addis Abeba di accettare come precondizione allo svolgimento dei negoziati (che si sarebbero dovuti tenere in Kenya con la mediazione del Governo di Nairobi) la sottoscrizione della Costituzione dell’Etiopia. Secondo alcuni commentatori, il mutamento di posizioni nel passaggio da Meles ad Hailemariam era però appunto solo apparente e questa richesta era un modo di negare con i fatti la dichiarata volontà di negoziare, dato che la Costituzione stabilisce non solo l&#039;inviolabilità del territorio, ma anche la titolarità del Governo a esprimervi piena sovranità. Il movimento indipendentista rivendica invece il diritto all’autodeterminazione del popolo ogadeni e sulla Costituzione vuole nella regione. «Abbiamo lottato contro gli etiopi dal 1984 e la Costituzione è stata adottata nel 1994. Quindi non siamo costretti a riconoscerla», ricordò all&#039;epoca del fallito negoziato uno dei leader dell’Onlf in una intervista rilasciata al periodico Africa Report.
 
L’anno dopo, la crisi nell&#039;Ogaden, sostanzialmente ignorata per quarant&#039;anni dai grandi circuiti d&#039;informazione internazionali – con le solite eccezioni della stampa cattolica in genere e missionaria in particolare – era balzata improvvisamente agli onori della cronaca per un attacco alle installazioni petrolifere gestite nella regione da compagnie cinesi, nel quale furono uccisi 76 lavoratori, sei appunto cinesi e il resto locali. Il che, per inciso, conferma che tra le cause principali della tragedia delle popolazioni somale, sotto qualunque autorità si ritrovino, ci sono gli interessi internazionali sul petrolio sul quale letteralmente galleggiano i loro territori.
 
Al fallimento del negoziato con l&#039;Onlf fa ora seguito la nuova crisi ad Addis Abeba, dove sempre di interessi economici si tratta, anche se non di petrolio. Lo sviluppo urbanistico di una città di quattro milioni di abitanti, non molti più di Roma, ma su una superfice già dieci volte maggiore, suscita appetiti rilevanti non solo tra le classi dirigenti etiopi, ma anche nelle compagnie internazionali, comprese quelle della Cina, che in Etiopia ha interessi sempre più rilevanti (tra l&#039;altro, parlando di edilizia, sono stati proprio i cinesi a costruire il grattacielo di Addis Abeba dove ha sede l&#039;Unione africana). 
 
   Il rischio è che l&#039;enfasi sul modello di sviluppo fatto di cemento e di urbanizzazione massiccia - al quale l&#039;Etiopia è riuscita finora a sottrarsi, mantenendo, sia pure tra enormi difficoltà, i propri stili di vita tradizionali – cancelli i successi economici e sociali che pure negli ultimi anni ci sono stati, con benefici anche nelle aree rurali, per esempio debellando malattie un tempo mortali. 
 
E ancora maggiore è il timore che tutto questo dia nuovo alimento ai conflitti etnici in un Paese dove non sono certo un&#039;esclusiva dei somali dell&#039;Ogaden. In diverse regioni, infatti, operano gruppi armati come appunto il Fronte di liberazione oromo, nel sud; il Movimento democratico del popolo tigray, nella regione di Asmara; il Fronte di liberazione di Gabela e il Movimento di liberazione benishangun, nell’ovest; il Movimento di liberazione afar, nel nord est. A questi si aggiunge il Ginbot 7, un movimento presente in tutto il territorio. Il Ginbot 7 fu messo al bando da Meles nel 2009 in base a una delle tanti leggi passate sotto la dicitura antiterrorismo (non solo in Etiopia o in Africa) ma resta fortemente attivo, se non altro grazie agli aiuti finanziari della diaspora etiope negli Stati Uniti.
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			<title>Il dibattito su pandemia e lavoro nero</title>
			<link>http://www.pierluiginatalia.net/1/il_dibattito_su_pandemia_e_lavoro_nero_11590713.html</link>
			<description><![CDATA[<strong>Il dibattito su pandemia e lavoro nero</strong><br /> 
Sulla questione dell&#039;immigrazione il confronto politico interno alla maggioranza di governo - in questo momento le note posizioni dei partiti d&#039;opposizione non hanno rilievo se non indirettamente - mi conferma purtroppo come vada già derubricata a ingenua speranza l&#039;idea che la pandemia di Covid-19 potesse rivelarsi una lezione importante. Potesse addirittura prefigurare una globalizzazione diversa da quella finora imposta da una finanza pervasiva e predatoria. Potesse convincere della necessità di una mondializzazione dei diritti e dei doveri, di dar vita a una nuova società della cura, con al centro i bisogni degli individui, la difesa dei soggetti più fragili ed esposti, la salute collettiva.
Non so cosa emergerà dal decreto che si sta discutendo proprio mentre scrivo, ma certo le posizioni iniziali mostrano tutte, quale più quale meno, corto respiro, se si discute in sostanza se fare una sanatoria di tre mesi per i migranti erregolari già presenti in Italia comprendendovi un po&#039; tutti o se, come chiede il partito di maggioranza relativa, o se varare una misura, sempre temporanea per i soli braccianti agricoli, indispensabili per quella filiera economica. Ma comunque senza andare al nocciolo del problema, cioè al lavoro nero dal quale derivano - oltre a criticità sociali che invece di cavalcare per miserabili calcoli politici andrebbero sanate con misure di reale integrazione - le condizioni spesso inaccettabili dei braccianti che oggi raccolgono i prodotti destinati alle nostre tavole, tipo le baraccopoli in cui sono costretti a vivere, luoghi insalubri e indecenti, agli antipodi del valore stesso dei diritti umani.
Meno di cinque mesi fa, Il 18 dicembre 2019, prima che scoppiasse la pandemia del Covid-19, si era celebrata la Giornata internazionale per i diritti delle persone migranti, istituita nel 2000 dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite. Era stata un&#039;occasione di importante riflessione su tutti gli aspetti della migrazione che hanno un impatto importante, per chi migra e per le società di accoglienta (espressione troppo spesso palesemente ipocrita). Poi la pandemia aveva spinto molti, come detto, a riconsiderare il modello di sviluppo attuale - che non è progresso perché accentua le discriminazioni e amplia miseria e conflitti , per inciso le due cause delle migrazioni. Ma sembra che questa riflessione, magari dettata solo dalla paura per un virus, abbia già lasciato il campo a quelle sui modi e sui tempi per ripartire affinche tutto torni come prima.
Sull&#039;argomento di questo articolo, aldilà delle considerazioni di giustizia edi umanità comunque prioritarie, sarebbe una solenne stupidagine e l&#039;ennesima occasione perduta, per miopia se non per interessi incoffensabili. Una sanatoria vera - e una revisione profonda delle leggi in materia di migrazione, cancellando soprattutto quelle sciagurate introdotte in questa legislatura - in questa fase di particolare crisi sarebbe una misura di equità e favorirebbe,  nell&#039;immediato e in prospettiva, la lotta al caporalato e allo sfruttamento degli immigrati irregolari, cioè a un cancro del Paese, non solo e forse neppure in modo preminente nel Sud.


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			<title>Il film Parasite premiato a Cannes</title>
			<link>http://www.pierluiginatalia.net/1/il_film_parasite_premiato_a_cannes_11590714.html</link>
			<description><![CDATA[<strong>Il film Parasite premiato a Cannes</strong><br />Parlo oggi di un argomento che non tratto da ben più di quarant&#039;anni: un film, per precisione Parasite (Gisaengchung nel titolo originaletraslitterato dal coreano)   la pellicola del sudcoreano Bong Joon-ho  che tre giorni fa ha vinto la Palma d&#039;oro a Cannes. Alla visione del film mi ha gentilmente invitato l&#039;ambasciata sudcoreana presso la Santa Sede, un gradito cascame di una vecchia amicizia di quando non ero ancora un pensionato, da ricambiare con queste poche righe che mi sono state chieste. E confesso subito il timore di deludere i miei ospiti, se non altro perché non mi è stato facile seguire adeguatamente un film recitato in coreano, sia pure con sottotitoli in inglese (scelta che tra l&#039;altro capisco poco, dato che in quell&#039;ambasciata parlano tutti discretamente l&#039;italiano)
Come detto, è passato moltissimo tempo da quando rimpolpavo con recensioni cinematografiche e teatrali su Sipario il magro stipendio da collaboratore interno (non ancora praticante) de l&#039;Avanti! diretto da Franco Gerardi che di Sipario era editore. Lo schema di allora (soggetto, regia, interpretazione) non si adatta più a spiegare un film. Oggi molto del messaggio è per archetipi resi soprattutto da scenografie e angolazioni di ripresa, se non da effetti speciali ottenuti tecnologicamente (ma in questo caso non mi è sembrato che ci fossero). E io sono sicuramente rimasto indietro, dato che se oggi vado al cinema lo faccio solo da spettatore più o meno rilassato. 
Talmente rilassato da non aver ancora capito, dopo la visione del film se si tratti di una commedia nera, di un triller o di un film di denuncia sociale - come da vecchi schemi imparati quarant&#039;anni fa - e neppure in che misura uno degli aspetti prevalga sull&#039;altro. Tra l&#039;altro faccio una certa fatica a seguire quella recitazione a scatti tipica della cinematografia coreana che, mi dicono gli esperti, si sta imponendo ben oltre i confini asiatici, cosa che l&#039;esito di Cannes ha ampiamente dimostrato.
Ci sono però due aspetti che mi hanno colpito, Il primo afferisce al tema della denuncia sociale e a me è sembrato una specie di citazione al rovescio del mito platoniano della della caverna, in questo caso la cantina della villa in cui il film è ambientato. Infatti non sono gli abitanti della caverna a vedere solo il riflesso della realtà esterna, ma sono gli abitanti di questo esterno, ricchi e inconsapevoli, a non vedere che l&#039;esistenza è proprio quella dei seminterrati. Significativo è non solo il disgusto, ma lo stupore del proprietario della villa di fronte al cattivo odore. Il secondo aspetto, corollario del primo, è quello del finale, dove viene frustrata l&#039;unica aspettativa del giovane protagonista, cioè non quella di cambiare la struttura sociale che sembra denunciata da tutto il film, ma uscire dal seminterrato e prendersi un posto importante all&#039;esterno. Infatti, il suo pianto dirotto (ripreso specularmente alla scena d&#039;apertura, questa dalla strada verso la finestra della villa, quello al contrario) ci rivela che è stato solo un sogno l&#039;abbraccio con il padre tornato alla luce e il figlio ormai ricco e potente al punto da essersi comprato la villa.
Il che da un&#039;ulteriore ribaltamento allo schema platoniano. L&#039;abitante della caverna non vede solo le ombre, vede la realtà, ma non la denuncia, sogna solo di trovarvi posto. E comprendendo che il suo sogno è impossibile perché non avrà mai i mezzi per uscire dalla sua situazione, non conclude che quella realtà è antropologicamente sbagliata, ma piange perchè sente che gli è negata l&#039;unica verità che conosce. Ma forse anche questa è una denuncia sociale, magari di un&#039;epoca come la nostra che ruota intorno non ai bisogni e ai diritti primari, ma ai bisogni indotti per moltiplicare i consumi. Ma questa, probabilmente,è solo la proiezione non del film, ma di una mia personale convinzione.
Andrò comunque a rivedere il film quando uscirà nelle sale italiane e forse capirò meglio grazie al doppiaggio. ]]></description>
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			<title>Papa Francesco ad Assisi</title>
			<link>http://www.pierluiginatalia.net/1/papa_francesco_ad_assisi_8908858.html</link>
			<description><![CDATA[<strong>Papa Francesco ad Assisi</strong><br />Le piaghe di Dio ci sono ancora. Cristo risorto le ha conservate. La Chiesa deve spogliarsi di ogni mondanità, della paura di aprire le porte e di uscire incontro a tutti, della tranquillità apparente che danno le strutture. Dobbiamo farci strumenti di pace, come Francesco d&#039;Assisi che andò in Terra santa dal Saladino in epoca di crociate. Si può a ragione sintetizzare in questi tre aspetti la visita, o meglio il pellegrinaggio sulle orme del Santo fatto oggi ad Assisi dal primo Papa che ha voluto assumerne il nome. Al momento in cui queste righe vengono scritte, si è appena conclusa la Messa e il Papa è andato a pranzo, senza il suo seguito, con i poveri della mensa della Caritas diocesana. Nel pomeriggio sono previsti altri incontri, a Santa Chiara, a San Damiano, nell&#039;Eremo delle Carceri, a Santa Maria degli Angeli. E altre parole del Papa racconteranno il cammino di San Francesco, ottocento anni fa come ora. Ma già le prime tre soste, al Seraficum, al Vescovado e nella piazza della basilica di San Francesco per la Messa, rendono il senso di questa giornata. 
Il primo luogo che ha accolto il Papa è stato l&#039;istituto Seraficum, dove vengono curati bambini e ragazzi con gravi disabilità. Papa Francesco si è soffermato accanto a ciascuno di loro, rivolgendo a quelli che possono vedere e sentire sorrisi e parole di conforto e d&#039;amore, e parlando agli altri il linguaggio delle carezze. Poi ha tralasciato, come fa spesso, il discorso previsto e ha parlato a braccio. Ha ricordato che bisogna mettere al centro dell&#039;attenzione sociale e politica le persone più svantaggiate e che invece le famiglie si trovano sole nel farsi carico di loro. «La società purtroppo è inquinata dalla cultura dello scarto, che è opposta alla cultura dell&#039;accoglienza – detto – e le vittime della cultura dello scarto sono proprio le persone più deboli, più fragili». Il Papa ha detto che nella resurrezione il corpo di Cristo è bellissimo, non mostra i lividi, il sangue. Ma i segni delle piaghe, quei segni, quelle stimmate che Francesco d&#039;assisi ha avuto sulle sue sue mani, sui suoi piedi,  sul suo  costato, sono per l&#039;eternità il segno del Risorto. Al Seraficum si fa l&#039;adorazione dell&#039;Eucarestia. «Anche questo pane ha bisogno di essere ascoltato perché è Gesù presente e nascosto dietro la semplicità e la mitezza di un pane – detto Papa Francesco -. E qui Gesù è nascosto in questi ragazzi, in questi bambini, in queste persone. Noi cristiani adoriamo la carne di Gesù, in loro troviamo le piaghe di Gesù. Gesù nascosto nell&#039;Eucaristia, nascosto in queste piaghe ha bisogno di essere ascoltato».
Poco dopo, al Vescovado, nella sala della spoliazione di San Francesco, il Papa ha concentrato il suo intervento sulla mondanità spirituale e sui danni che provoca nell&#039;uomo la brama del denaro, chiedendo umaltà e stile autentico di povertà per la Chiesa, «povera e peri poveri». E ha ricordato che «non possiamo fare un cristianesimo più &quot;umano&quot;, senza croce o senza Gesù, senza spoliazione: così diventeremmo cristiani di pasticceria, delle cose dolci, magari bellissime, ma non cristiani davvero». Occore quindi «spogliarsi dell&#039;io orgoglioso e distaccarsi dalla brama di avere, dal denaro, che è un idolo che possiede». «Per questo -  ha aggiunto - dobbiamo imparare a stare con i poveri, condividere con chi è privo del necessario, toccare la carne di Cristo». Perché la Chiesa non può farsi coinvolgere nel rimprovero alla cecità del mondo, al quale «non importa se c&#039;è gente che deve fuggire dalla schiavitù, dalla fame e fuggire cercando la libertà e con quanto dolore tante volte vediamo che trovano la morte», con un riferimento esplicito alla tragedia accaduta ieri a Lampedusa. 
E su questo argomento il Papa è tornato anche durante la messa che ha celebrato nella piazza antistante la basilica di San Francesco, dopo essersi raccolto in preghiera sulla tomba del Poverello. Dopo aver usato ieri la parola «vergogna» per la tragedia dei migranti morti a Lampedusa, Papa Francesco ha definito quello di oggi «un giorno di pianto». Nella festività del Santo patrono d&#039;Italia, il Papa che ha voluto il nome ha pregato «per la Nazione italiana, perché ciascuno lavori sempre per il bene comune, guardando a ciò che unisce più che a ciò che divide». E il suo sguardo si è allargato al mondo, con l&#039;invocazione che cessino i conflitti armati che insanguinano la terra, che tacciano le armi», e si ascolti il «grido di chi soffre e muore per il terrorismo e le guerre, specie in Siria, nella Terra Santa tanto cara a Francesco d&#039;Assisi, nel Medio Oriente, in tutto il mondo.]]></description>
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			<title>La conferenza dei donatori a Oslo</title>
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			<description><![CDATA[<strong>La conferenza dei donatori a Oslo</strong><br />Mentre si segnalano problemi nell&#039;applicazione dell&#039;accordo di pace raggiunto ad Addis Abeba tra i protagonisti del conflitto sudsudanese esploso a metà dicembre, un drammatico promemoria su cosa si è perduto con la guerra e cosa si deve riconquistare con la pace è venuto dall&#039;Unicef, il fondo delle Nazioni Unite per l&#039;infanzia. Alla vigilia della Conferenza dei donatori per il Sud Sudan, organizzata oggi a Oslo dall&#039;Ocha, l&#039;ufficio dell&#039;Onu per il coordinamento degli interventi umanitari, l&#039;Unicef ha infatti rinnovato l&#039;allarme per centinaia di migliaia di bambini nel tre Stati sudsudanesi, Jonglei, Alto Nilo e Unity, più colpiti dal conflitto. 
 
 Secondo l&#039;Unicef, ben cinquantamila bambini sotto i cinque anni di età potrebbero morire di malnutrizione nei prossimi mesi e oltre 740.000 sono comunque ad alto rischio di insicurezza alimentare, costretti in molti casi a cibarsi esclusivamente di erbe e bulbi trovati nelle foreste del Paese dove hanno cercato scampo dai combattimenti.
 
 Alla minaccia della fame si unisce quella delle epidemie, compreso il colera del quale sono già segnalati diversi casi, in maggioranza proprio di bambini. Nonostante che ottantamila persone siano state pienamente vaccinate, lo stesso ministero della Salute ha confermato che l’epidemia ha colpito anche la capitale Juba, dove il numero di casi di colera raddoppia ogni giorno in una progressione spaventosa. 
 
A questo si aggiunge che più di novantamila minori sono stati stati reclutati sia nelle forze armate sia nelle milizie ribelli e che scuole e ospedali sono stati attaccati e distrutti o utilizzate come basi dalle parti in conflitto. Intanto, donne e le ragazze subiscono sempre più spesso aggressioni sessuali. 
 
Secondo le stime dell&#039;Onu, entro la fine dell&#039;anno metà dei dodici milioni di abitanti del Sud Sudan saranno in fuga, colpiti dalla fame o addirittura morti. deceduti. Sei milioni almeno sono bambini, che inseme alle donne formano anche la maggioranza dei rifugiati all&#039;estero. «In questo momento i bambini del Sud Sudan hanno bisogno di assistenza umanitaria; hanno bisogno che i loro leader proteggano le loro vite, i loro diritti ed il loro futuro e hanno bisogno che il mondo li ascolti e porti avanti azioni in loro favore», ha dichiarato il vicedirettore generale dell’Unicef, Yoka Brandt. 
 
I dati sul Sud Sudab vanno ad aggravare quelli già drammatici contenuti nell&#039;edizione 2014 del dossier Every Child Counts: Revealing Disparities, Advancing Children’s Rights, che l&#039;Unicef pubblica annualmente. Nel rapporto, diffuso a febbraio, l&#039;Unicef ricordava che nel 2012 sono morti nel mondo oltre sei milioni di bambini sotto i cinque anni — circa 18.000 al giorno — la maggior parte dei quali per cause prevedibili. Una ricerca condotta per conto dell’Unicef e pubblicata proprio ieri della rivista scientifica «Rhe Lancet», documenta xche i tre milioni di neonati nel mondo che muoiono nel primo mese di vita potrebbero essere salvati se ricevessero cure adeguate al momento della nascita. «Ci sono stati enormi progressi nel salvare la vita ai minori sotto i cinque anni, ma il problema rimane per i più piccoli», ha spiegato Mickey Chopra, responsabile dei programmi Unicef per la salute globale, presentando a New York la ricerca. Per combattere il problema, l’Unicef e l’Organizzazione Mondiale della Sanità (Oms) lanceranno il mese prossimo il progetto &#039;Every Newborn Action Plan&#039;, che mira a porre fine ai decessi prevedibili di madri e neonati entro il 2035.
 
Né quelle della fame e della malattia sono le uniche tragedie dell&#039;infanzia, dove si contano la gran parte delle vittime di guerre, sottosviluppo, discriminazioni, ingiustizie sociali. Nel mondo, per esempio, il quindici per cento dei minori sono obbligati a lavorare, e l’undici per cento delle bambine sono date forzatamente in sposa prima di compiere quindici anni, per non parlare della piaga dei bambini soldato Questo è il quadro nell&#039;anno in cui si celebra il 25° anniversario dell&#039;approvazione all&#039;Onu, il 20 novembre 1989, della Convezione sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza.
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			<title>Il dialogo secondo Papa Francesco</title>
			<link>http://www.pierluiginatalia.net/1/il_dialogo_secondo_papa_francesco_11563067.html</link>
			<description><![CDATA[<strong>Il dialogo secondo Papa Francesco</strong><br />C&#039;è un&#039;affermazione del Papa che mi torna in mente ogni volta che devo confrontarmi con la questione del dialogo, sia interreligioso, sia politico, sociale e culturale, sia persino nella sfera dei rapporti privati. Non si trova in un documento ufficiale, né nei grandi interventi pubblici del pontificato. La disse in una di quelle messe mattutine che celebra nella cappella della Casa di Santa Marta nella quale abita in Vaticano. Era il gennaio del 2014 e Francesco, vescovo di Roma da pochi mesi, commentava il passo biblico nel quale Davide è sotto la minaccia di Saul che vuole ucciderlo, ha l&#039;occasione di essere lui ad uccidere quello che gli è diventato nemico e sceglie invece di avvicinarglisi, di chiarirsi, la strada appunto del dialogo per costruire o per ricostituire la pace. Disse il Papa che il dialogo va perseguito anche a costo di «ingoiare tanti rospi».
E di rospi da ingoiare ne abbiamo tutti. Rospi di risentimento per le offese o le minacce, vere o presunte; rospi per lo scherno spesso subito a causa delle proprie idee; rospi strazianti per il dolore e per le ingiustizie alle quali assistiamo ogni giorno. Tutti e forse più ancora quanti hanno passato e passano la propria vicenda professionale a raccontarli, dal Sud devastato del mondo come dalle nostre società sempre più povere di senso e dominate da egoismi rancorosi.
Né certo il Papa può sottrarsi a questa “dieta” che ci propina la quotidianità, sempre e forse più ancora in quest&#039;epoca cacofonica che tutto globalizza ed esalta, fuorchè i diritti dell&#039;uomo e le condizioni di giustizia sostanziale. La subisce più di altri, anzi, perché prende sul serio il suo compito: essere pontefice, letteralmente colui che costruisce ponti, in un tempo nel quale trovano plauso e consenso quanti costruiscono le proprie fortune politiche nell&#039;erigere muri.
E per mandare giù quei rospi serve una strategia alimentare nutritiva dell&#039;anima. Il Papa, come prima di lui i suoi predecessori nella grande lezione del Concilio Vaticano II, la individua proprio nel dialogo. Lo pratica lui e lo chiede alla Chiesa. Non lo intende solo come atteggiamento virtuoso, di quella virtù che si origina dall&#039;humilitas, letteralmente vicinanza alla terra, alla concretezza del vivere. Ma come senso ontologico dell&#039;essere Chiesa, universale per definizione, priva di confini che la rendano estranea a quanto è umano, ricchezze reali da salvaguardare, ricchezze fittizie da denunciare e combattere. 
E lo fa superando - con senso francescano, ma anche con discernimento gesuita - un ostacolo che il suo ruolo renderebbe all&#039;apparenza insormontabile, quello del protagonismo individuale. Perché sa bene che il dialogo, lo stile di dialogo, ha bisogno di un&#039;azione collettiva e costante, che deve essere per la Chiesa tutta strumento irrinunciabile nel cantiere della pace. Dialogo con le altre religioni, con le istituzioni e con la politica. Dialogo con il pensiero, con quanti si suole definire gli intellettuali, forse quello più difficile in quest&#039;epoca di pensiero debole e di opaca visione.
Proprio a degli intelletuali cattolici, i suoi confratelli gesuiti che scrivono Civiltà Cattolica, nel febbraio 2017 Francesco indicò tre questioni cruciali da tenere presenti perché il dialogo si rafforzi: inquietudine, incompletezza del pensiero, immaginazione. In quel discorso, particolarmente caro a chi scrive per la sua allegoria marinara, nel rifarsi all&#039;immagine tradizionale della barca di San Pietro, Francesco invitava gli scrittori di Civiltà cattolica a essere “ponte” e “frontiera”. Parlava a loro, ma di fatto a chiunque di sia chiamato a offrire agli altri i talenti della sua intelligenza, un dono più prezioso di quelli materiali. Perché se una persona dà a un&#039;altra una cosa e ne riceve una in cambio hanno entrambe una cosa ciascuna. Ma se si offrono vicendevolmente un&#039;idea ne hanno entrambe due. E in questo sta una parte della caritas, dell&#039;amore che sfida le leggi matematiche, accrescendosi quanto più si divide.
Inquietudine, dunque. Quell&#039;inquietudine per la ricerca la cui mancanza rende sterili le convinzioni. Secondo Francesco, per abitare ponti e frontiere servono menti e cuori inquieti. Perchè «a volte si confonde la sicurezza della dottrina con il sospetto per la ricerca», mentre «i valori e le tradizioni cristiane non sono pezzi rari da chiudere nelle casse di un museo» dato che «una fede autentica implica sempre un profondo desiderio di cambiare il mondo». Di più: in un dialogo che si dia come meta l&#039;ecumenismo e la pace si prende «consapevolezza delle ferite di questo mondo»  e si è agevolati nella ricerca di terapie. Si impara «a comprendere il male, ma anche a versare olio sulle ferite aperte, a guarire».
Per essere efficace questo dialogo deve riconoscere e temere l&#039;incompletezza del proprio pensiero. Francesco sollecita a lasciarsi «guidare dallo spirito profetico del Vangelo per avere una visione originale, vitale, dinamica, non ovvia. Specialmente oggi, in un mondo così complesso e pieno di sfide in cui sembra trionfare la “cultura del naufragio” – nutrita di messianismo profano, di mediocrità relativista, di sospetto e di rigidità – e la “cultura del cassonetto”, dove ogni cosa che non funziona come si vorrebbe o che si considera ormai inutile si butta via».
Perché «la crisi è globale ed è quindi necessario rivolgere il nostro sguardo alle convinzioni culturali dominanti e ai criteri tramite i quali le persone ritengono che qualcosa sia buono o cattivo, desiderabile o no. Solo un pensiero davvero aperto può affrontare la comprensione di dove sta andando il mondo, di come si affrontano le crisi più complesse e urgenti, la geopolitica, le sfide dell’economia e la grave crisi umanitaria legata al dramma delle migrazioni, che è il vero nodo politico globale dei nostri giorni».
Per il pensiero la rigidità e un nemico che si chiama fondamentalismo. Francesco respinge l&#039;idea di concepire l&#039;identità cattolica in modo rigido, con atteggiamento di chiusura, cedendo alla tentazione di contarsi e di serrare le fila contro il mondo moderno. Una tentazione alla quale cedono non poche persone. 
Ma il pericolo del fondamentalismo non riguarda solo le religioni. Il pensiero rigido è una minaccia in politica e in sociologia quando se ne fa strumento di analisi della realtà (“i cristiani sono così, gli islamici sono cosà”, “gli europeisti sono così, i sovranisti sono cosà” et coetera). Perchè produce comunità religiose, impostazioni politiche, condizioni sociali rachitiche e asfittiche. E questo significa culture morte. Invece «la cultura viva tende ad aprire, a integrare, a moltiplicare, a condividere, a dialogare, a dare e a ricevere all’interno di un popolo e con gli altri popoli con cui entra in rapporto». 
Il Papa non è un sognatore che ignora la realtà del suo tempo, né fa sconti nel denunciarne le storture, prima tra tutte il cedimento allo strapotere di un&#039;economia e di una finanza che uccidono. Ma non accetta fughe – perchè chiudersi è un modo di fuggire – atteggiamenti millenaristici da “fine del mondo”, visioni geopolitiche apocalittiche. Il pensiero per essere forte ha bisogno di scrutare la realtà, di contribuire a raddrizzarne le storture, di mettersi sempre in atteggiamento dialogante per immaginare e realizzare i miglioramenti. 
Immaginazione, dunque, che il Papa gesuita indica come strumento di discernimento. Questo, infatti, «nella Chiesa e nel mondo è il tempo del discernimento. Il discernimento si realizza sempre alla presenza del Signore, guardando i segni, ascoltando le cose che accadono, il sentire della gente che conosce la via umile della cocciutaggine quotidiana, e specialmente dei poveri. La sapienza del discernimento riscatta la necessaria ambiguità della vita. Ma bisogna penetrare l’ambiguità, bisogna entrarci, come ha fatto il Signore Gesù assumendo la nostra carne. Il pensiero rigido non è divino perché Gesù ha assunto la nostra carne che non è rigida se non nel momento della morte». 
Si, i rospi da ingoiare sono molti, a partire da quelli che gli servono in tavola quei cattolici che ascoltano il Papa solo quando è d&#039;accordo con loro. Ma a digerirli aiuta la speranza, la piccola ostinata speranza, la bambina che tiene per mano le due grandi sorelle, fede e carità, come diceva con poetica espressione Charles Péguy. E alla poesia fece riferimento anche Francesco in quel discorso, citando un verso di Baudelaire, proprio di quel “poeta maledetto” la cui opera fu a suo tempo messa dalla Chiesa nell&#039;Indice dei libri proibili. «La vie afflue et s’agite sans cesse, / Comme l’air dans le ciel et la mer dans la mer». E si: anche secondo Francesco «la vita è fluida e si agita senza sosta come si agita l’aria in cielo e il mare nel mare. Il pensiero della Chiesa deve recuperare genialità e capire sempre meglio come comprendere l&#039;uomo di oggi per sviluppare e approfondire il proprio insegnamento. E questa genialità aiuta a capire che la vita non è un quadro in bianco e nero. È un quadro a colori. Alcuni chiari e altri scuri, alcuni tenui e altri vivaci. Ma comunque prevalgono le sfumature. Ed è questo lo spazio del discernimento, lo spazio in cui lo Spirito agita il cielo come l’aria e il mare come l’acqua». 
C&#039;è questa convinzione all&#039;origine di quella più generale che caratterizza Francesco e il suo pontificato, cioè la necessità che la Chiesa sia “in uscita”, sia condotta dalla creatività evangelica. Del resto, non è una convinzione che ha maturato da Papa. In una lettera ai sacerdoti della diocesi di Buenos Aires del 2007, l&#039;allora cardinale Bergoglio ammoniva che «bisogna stare attenti a che l’orizzonte non si avvicini a tal punto da diventare un recinto. L’orizzonte deve essere realmente aperto». Chi scrive non può sapere se i cardinali che lo hanno eletto in conclave ne fossero o meno a conoscenza, ma certo lo sapeva lo Spirito Santo.]]></description>
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			<title>Democrazia fragile senza giustizia sociale</title>
			<link>http://www.pierluiginatalia.net/1/democrazia_fragile_senza_giustizia_sociale_11590715.html</link>
			<description><![CDATA[<strong>Democrazia fragile senza giustizia sociale</strong><br />Chiunque, come chi scrive, abbia nella sua esperienza l&#039;andare per mare, sa che senza tracciare una rotta si va solo alla deriva. Vale anche nella vita, individuale, sociale ed ecclesiale. E se in mare può essere anche bello, talora, veleggiare senza una meta, nella vita in generale la questione cambia. Ci sono parole che indicano rotte e parole che indicano derive. Una di queste è periferia, ovviamente non intesa nel mero senso topografico, centrale nel magistero di Papa Francesco che invita a cercare un punto di vista diversa diverso, possibili rotte per un diverso futuro, ma al tempo stesso suggerisce qualche riflessione sulla deriva sociale che all&#039;apparenza caratterizza il nostro tempo. 
Diciamo che in un&#039;epoca di globalizzazione falsata da uno strapotere della finanza scollegato dall&#039;economia reale e dalla giustizia sociale, è il concetto stesso di periferia a dover essere rivisto. E con esso il concetto di democrazia. Il “centro” che si contrappone alle periferie sociali non è oggi rappresentato dalle capitali, dai palazzi della politica, dalle ideologie vincenti. Il centro reale del potere è staccato dai comportamenti umani, lodevoli o perversi che siano. Sta in transazioni finanziarie gigantesche regolate in gran parte da algoritmi matematici. Paradossalmente, finisce quindi per risultare periferica la quasi totalità delle esperienze umane. Se mille persone controllano oltre la metà della ricchezza del mondo – statistica abbondantemente documentata da tutti i rapporti internazionali – a essere esclusa dalla costruzione del futuro è in pratica la totalità del genere umano. Ovviamente ci sono le eccezioni, ma in tutto il mondo, dal Sud devastato ai nostri Paesi tuttora opulenti, l&#039;ascensore sociale – il vero frutto della storia delle democrazie – è bloccato: i poveri restano tali o lo diventano di più, la classe media viene ricacciata indietro, i giovani si avviano a un futuro molto più difficile del presente dei loro padri.
Nessuno può ragionevolmente pansare che le libertà, politiche ed economiche, possano trovare un&#039;effettiva tutela senza rappresentanza, senza le strutture dei sistemi parlamentari. Ma la democrazia è fatta di contrappesi, non solo di deleghe attraverso il voto. E a far vacillare una democrazia basta ormai la pressione di una crisi economica. Il vero nemico dei sistemi parlamentari è il deficit di partecipazione, la progressiva irrelevanza delle strutture intermedie tra cittadino e Stato. Finché c&#039;è benessere abbastanza diffuso, c&#039;è una forza d&#039;inerzia del sistema, ma basta una crisi di risorse a far esplodere le tensioni. La democrazia parlamentare vive di mediazioni, ma i suoi benefici – le conquiste di civiltà dello Stato sociale – s&#039;incrinano quando la qualità della vita peggiora, la classe di governo colleziona fallimenti ed episodi di corruzione, la burocrazia è opprimente, la prospettiva del proprio futuro personale si fa inquietante.
E in questo vacillamento che da anni priva di senso soprattutto l&#039;Occidente, trovano spazio classi direnti inadeguate, senza i contrappesi e la vigilanza di una vera stampa libera, con l&#039;informazione appiattita sulla mercificazione di tutto, compresi gli stati d&#039;animo. In un gioco perverso al quale internet ha dato un nutrimento impensabile fino a un paio di decenni fa, a quanti perdono diritti, speranze, tutele sociali viene lasciata solo l&#039;indignazione, un&#039;indignazione sterile che si appaga di potersi esprimere in una isterica bulimia di consumo di se stessi sui “social”. E allora si perde il senso stesso del principio democratico, al punto che l&#039;idea del “leader forte” o il vociare feroce di forze politiche che indicano solo nemici – a partire dallo straniero, dal diverso – che puntano su protezionismo, chiusura e discriminazione, lungi dall&#039;essere riconosciute come minaccia, danno rassicurazione e identificazione al risentimento.]]></description>
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			<title>Si rinnova parte del Parlamento</title>
			<link>http://www.pierluiginatalia.net/1/si_rinnova_parte_del_parlamento_8992573.html</link>
			<description><![CDATA[<strong>Si rinnova parte del Parlamento</strong><br /> 
La principale novità delle elezioni politiche di domani in Argentina è che alle urne sono chiamati anche i giovani tra i 16 e i 18 anni. Questi nuovi potenziali elettori sono circa 750.000 sul un totale intorno ai trenta milioni. A giudizio di molti osservatori, non dovrebbero di conseguenza essere determinanti sull&#039;esito delle elezioni. Tuttavia, l&#039;irruzione sulla scena pubblica di un elettorato più giovane potrebbe indicare novità in un Paese in cui da decenni l&#039;intera dirigenza è riconducibile al peronismo.
Quelle di domenica sono elezioni cosiddette di medio termine. Come in altri Paesi — l&#039;esempio più noto sono gli Stati Uniti — il Parlamento non viene rinnovato tutto insieme, ma in fasi successive. Ogni due anni si eleggono la metà dei deputati per un quadriennio, in questo caso 127 su 253, e un terzo dei senatori, 24 su 72, che hanno invece un mandato di sei anni. Si chiamano di medio termine perché arrivano a metà del mandato, anch’esso quadriennale, del presidente, del quale costituiscono una sorta di “tagliando”. 
Stando ai sondaggi, lo schieramento del capo di Stato in carica, Cristina Fernández de Kirchner - convalescente dopo un intervento chirurgico di tre settimane fa per rimuovere un ematoma celebrale provocato da un trauma cranico - si presenta all&#039;appuntamento in forte calo di popolarità. Nell’ultimo anno sembrano infatti diminuiti i consensi per la prima donna arrivata alla guida dello Stato con il voto popolare — Isabelita Perón ricoprì il ruolo senza mai essere stata eletta — nelle presidenziali nel 2007 e confermata largamente nel 2011, anche sull&#039;onda dell&#039;emozione suscitata dalla morte, l&#039;anno prima, del marito e predecessore Néstor Kirchner, presidente dal 2003 al 2007. Nelle ultime ore anche le mozioni di affetti - sia per vicinanza alla Presidenta, come la chiamano in Argentina, sia per ricordare il marito del quale proprio domenica ricorre l&#039;anniversario della morte -   hanno trovato posto negli appelli aglielettori dei candidati del Frente para la Victoria (Fpv), il partito ormai identificato nel cosiddetto kirchnerismo, considerato il peronismo di sinistra per la sua iniziale spinta riformatrice. 
Il dato di partenza è quello di agosto, quando si sono tenute le Primarias, abiertas, simultáneas y obligatorias (Pasa), con le quali vengono scelti i candidati alle elezioni (in questo caso, contrariamente agli Stati Uniti, dove ogni partito fa le sue primarie, si tratta di una sorta di primo turno a cui partecipano tutte le forze politiche). C&#039;é stata una significativa flessione dell&#039;Fpv, rimasto il primo partito, ma con il 29% dei consensi, due punti in meno dell&#039;esito finale delle elezioni di medio termine di quattro anni fa e soprattutto molto lontano dal trionfale 54% ottenuto dalla Presidenta nel 2011. Al tempo stesso, si è imposto all&#039;attenzione Sergio Massa, l’ex sindaco di Tigre, nell’area metropolitana di Buenos Aires, che in passato è stato capo di Gabinetto di Néstor Kirchner, ma oggi guida il peronismo dissidente del Frente Renovador, che contrasta da destra il kirchnerismo. Nel distretto di Buenos Aires, dove vota quasi poco meno del 40% per cento della popolazione, Massa ha battuto il candidato dell&#039;Fpv con uno scarto di oltre cinque punti percentuali. I candidati dell&#039;Fpv hanno perso anche nelle province di Córdoba e Santa Fe, seconda e terza per numero di elettori. 
Tuttavia, il risultato complessivo non è stato tale da far pensare che domenica ci sarà un terremoto politico. Al di là del successo personale, Massa non sembra essere ancora riuscito a dare coesione all&#039;opposizione, e tra l&#039;altro guida un movimento dalla comnnotazione politica non chiarissima, nel quale a kirchneristi delusi si affiancano neoliberisti radicali che puntano alla privatizzazione di diversi settori gestiti dallo Stato. Nonostante il suo circa 26% alle Pasa, il Frente renovador non è apparso convincente a molti degli elettori contrari all&#039;Fpv. Poco oltre un quinto dei voti è andato l&#039;Unión Cívica Radical, il partito di centro storicamente oppositore della tradizione politica del peronismo. Con i suoi alleati di centrosinistra, l&#039;Ucr ha raggiunto il 21,1%. Consensi minori a livello nazionale hanno avuto Propuesta Republicana, di tendenza conservatrice, guidata dal governatore della provincia di Buenos Aires, Mauricio Macri, e il Frente Unen, l&#039;unione delle sinistre, che pure ha fatto registrare un risultato lusinghiero proprio a Buenos Aires, ma che il sistema elettorale penalizza. 
Di fatto, se il voto dovesse ripetere quello delle Pasa, l&#039;Fpv manterrebbe il controllo del Parlamento e dimostrerebbe di conservare, nonostante il malcontento crescente tra le classi medie, forte consenso nei settori popolari urbani. Anche se non mancano ombre, dopo un decennio di kircnerismo, sui risultati delle sue dichiarate politiche di inclusione sociale di questi ceti. 
Diverso è il discorso per quanto riguarda le prospettive per il 2015, quando Sergio Massa non nasconde di voler correre per la presidenza. Da tempo in Argentina si discute sul fatto che Cristina Fernández de Kirchner, che peraltro non si è mai pronunciata esplicitamente in questo senso, possa ricandidarsi. Ma la Costituzione argentina non permette tre mandati presidenziali consecutivi. La Presidenta dovrebbe quindi ottenerne una riforma, per la quale servirebbe però una maggioranza dei due terzi in entrambe le Camere del Parlamento, una condizione che oggi sembra impossibile.
Scenari futuri a parte, il voto di domenica farà chiarezza anche sulle aspettative del popolo argentino, che come altri ha subito negli ultimi anni, soprattutto tra i ceti più poveri, conseguenze pesanti della crisi finanziaria globale. Un&#039;inflazione a livelli di guardia e una disoccupazione preoccupante, soprattutto tra i giovani, si aggiungono a un alto debito pubblico, un tema sempre scottante in Argentina dopo il default del 2001, sul quale si riconoscono ormai responsabilità non solo dell&#039;allora dirigenza di Buenos Aires, ma anche delle istituzioni finanziare internazionali.
Le elezioni richiedono dunque «una partecipazione lucida da parte di tutti», come sostenne già prima delle Pasa la Conferenza episcopale, in una nota del suo presidente, l&#039;arcivescovo di Santa Fe de la Vera Cruz, José María Arancedo. I vescovi del primo Paese americano che ha dato un Papa alla Chiesa sollecita, in particolare, un impegno per la dignità dell’uomo, specialmente per i più poveri e vulnerabili. Perché è sulla giustizia sociale che vanno misurate le proposte politiche. Anche in questo sarà interessante registrare gli orientamenti di quei 750.000 ragazzi chiamati per la prima volta a scegliere con lo strumento del voto quale futuro vogliono costruire.]]></description>
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			<title>L'informazione al tempo della pandemia</title>
			<link>http://www.pierluiginatalia.net/1/l_informazione_al_tempo_della_pandemia_11590461.html</link>
			<description><![CDATA[<strong>L&#039;informazione al tempo della pandemia</strong><br />«Oggi nella comunicazione ha un peso sempre maggiore il mondo dell’immagine con lo sviluppo di sempre nuove tecnologie; ma se da una parte tutto ciò comporta indubbi aspetti positivi, dall’altra l’immagine può anche diventare indipendente dal reale, può dare vita ad un mondo virtuale, con varie conseguenze, la prima delle quali è il rischio dell’indifferenza nei confronti del vero». Sono passati dieci anni da quando il Papa oggi emerito, Benedetto XVI, aprì con queste parole un congresso sulla stampa cattolica promosso dal Pontificio Consiglio delle Comunicazioni Sociali. E sembrano passati invano, se è vero che non i fatti, ma un artificioso sensazionalismo prevalgono oggi ancora di più nell&#039;informazione e che anche molti professionisti in questo campo sembrano abdicare dal loro ruolo, deontologico prima ancora che sociale, di persone che si documentano per documentare. 
A voler &quot;fare le pulci&quot; a come televisioni, web e diversi giornali stanno raccontando ,la pandemia una tale deriva sembra anzi essersi accentuata. A imporsi, a seconda di chi esercita il controllo su tali strumenti, sono sono da un lato gli slogan aderenti alle indicazioni governative, da &quot;io resto a casa&quot; ad &quot;andrà tutto bene&quot; con relative esposizioni di cartelli circondati da bandiere su balconi e finestre-. Dall&#039;altro le polemiche interessate e strumentali di tanta propaganda politica che sfrutta non tanto i lutti e i danni reali, quanto il disagio provocato dall&#039;epidemia , per non parlare delle &quot;fake news&quot;, le pseudo notizie false che alimentano ogni genere di spazzatura sul web e purtroppo anche nell&#039;etere e su qualche pagina di giornale. Tra l&#039;altro, in questo tempo dominato da un allarme reale, questo significa mettere l&#039;opinione pubblica nelle condizioni di non poter sentire i campanelli d&#039;allarme sul quel pericolo corollario rappresentato dalla disinformazione. 
Sarebbe ingenuo ignorare che in ogni mezzo di comunicazione lo sforzo di completezza – anche relativa - può essere limitato da considerazioni di opportunità o di appartenenza, e anche di interesse economico. Tuttavia, un confine va tracciato ed è quello tra quanti ricercano la verità e quanti non se ne curano, se non come sottostrato di un prodotto da rendere attraente. Per quanti vivono da cattolici il mestiere del giornalista quello di Benedetto XVI fu ed è ancora un monito severo. Non si tratta, ovviamente, di demonizzare la moderna comunicazione, ma di prenderle le misure. Con i mezzi che si hanno a disposizione e persino senza averne affatto, almeno di materiali, come accade a Sosta e Ripresa. 
C&#039;è una vecchia espressione usata spesso per definire il compito della stampa: «cane da guardia del potere». Ma è un&#039;espressione ormai equivoca. Dovrebbe significare fare la guardia alla verità e alla libertà del cittadino di essere informato, di abbaiare ad ogni tentativo di effrazione delle coscienze da parte appunto di ogni potere. Di fatto, oggi troppo spesso significa un abbaiare scomposto quando il potere fischia. Perchè è il potere, politico ed economico, il padrone delle mute dei cani che abbaiano a comando, spesso con riflesso pavloniano.
Soprattutto di fronte a un simile contesto, la stampa cattolica è sollecitata a esprimere in modo nuovo le proprie potenzialità — magari colmando i ritardi di presenza nelle nuove tecnologie — e a mettersi in grado di svolgere quotidianamente una missione irrinunciabile. Certo sottrarsi a questa deriva è difficoltoso. Le copie vendute, il numero di radioascoltatori o telespettatori raggiunti, i contatti ottenuti su internet sembrano essere diventati l&#039;unico parametro per giudicare della fortuna di un progetto editoriale. Peggio: il controllo della stampa si fa controllo politico. Peggio ancora: una certa stampa si fa grimaldello per forzare ogni residua porta di decoro e di dignità. 
Nell&#039;opporsi a tutto questo la stampa cattolica — quella che una volta si definiva la buona stampa — sconta degli svantaggi di partenza evidenti. I motivi sono noti a tutti. C&#039;è la concorrenza dei grandi editori con pochi o nulli scrupoli. Ci sono i monopoli della pubblicità. C&#039;è, soprattutto, la disabitudine ormai generale nelle nostre società moderne a distinguere le parole per significato e non per decibal, le riflessioni dagli strilli. E verrebbe da aggiungere che in troppi contesti ecclesiali considerazioni economiche fanno accarezzare la strana idea che si possa fare informazione senza i giornalisti. Oltretutto dimenticando - per seguire lo schema di Marshall MacLuhan su &quot;media&quot; e &quot;messaggio&quot;, noto a chiunque abbia frequentazione con questa materia - che i giornalisti cattolici dispongono di un elemento facilitante che dà loro sostegno e speranza, dal momento che fede cristiana e comunicazione hanno in comume una struttura fondamentale: il fatto che il “mezzo“ e il “messaggio“ coincidano. Il Signore è, infatti allo stesso tempo messaggio di salvezza e mezzo attraverso il quale la salvezza si realizza. 
Ciò detto, va rimarcato che la verità dell&#039;Incarcarnazione interpella ogni differente contesto e che così come occorre evangelizzare le culture occorre trovare in ciascuna epoca chiavi interpretative specifiche per rendere i comportamenti coerenti e la testimonianza efficace. Il giornalista non è un predicatore, ma appunto un testimone. Per il giornalista, cioè, la verità non può essere una sorta di piatto preconfezionato, ma una fusione tra fatti, motivi e reazioni, che va indagata e documentata continuamente.
A difesa della stampa cattolica viene spesso chiamato un principio di prudenza, una misura di moderazione. Indipendentemente dal fatto che non ci sono posizioni più radicali di quelle cattoliche su questioni cruciali della convivenza umana – si pensi al tema della pace o a quello della giustizia sociale, alla denuncia dell’oppressione dei poveri o alla difesa della vita dal concepimento alla morte naturale – moderazione non è ignavia, prudenza non è paura o compromesso. Sosta e Ripresa, per il poco che conta, tende al radicalismo. Quello cattolico.
 
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			<title>Il nostro compito nello stile cristiano  delineato da Papa Francesco</title>
			<link>http://www.pierluiginatalia.net/1/il_nostro_compito_nello_stile_cristiano_delineato_da_papa_francesco_11590717.html</link>
			<description><![CDATA[<strong>Il nostro compito nello stile cristiano  delineato da Papa Francesco</strong><br />
Testimonianza e lavoro, testimonianza e preghiera. Stamani, alla Messa celebrata nella cappella di Casa Santa Marta in Vaticano, la cui trasmissione in televisione è un dono quotidiano che ci aiuta in questo tempo di privazioni imposte dall&#039;epidemia e che ci vedono sempre più insofferenti, Papa Francesco ha parlato del senso della missione, in particolare quella ad gentes, ma anche quella che ciascuno di noi è chiamato a svolgere in forza del proprio battesimo e dell&#039;adesione al Vangelo. Una missione che non ci vede protagonisti, ma collaboratori - si spera preparati - del protagoniismo di Dio. Su questa missione che è testimonianza fatta di lavoro e di preghiera, che non è proselitismo e non è la sia pur comunque buona e lodevole realizzazzione di strutture di servizio, offriamo al lettore la possibilità di ascoltare - o riascoltare - direttamente il Papa.
Ma le parole dell&#039;omelia di questa mattina spingono a qualche riflessione anche sul senso del nostro lavoro di giornalisti, per quanto piccola possa essere la rilevanza di Sosta e Ripresa, che si definisce giornale di ispirazione cattolica. Compito ontologico del giornalismo è documentarsi per documentare il lettore. In un giornale ci sono i fatti e ci sono le opinioni che su ogni fatto è lecito, persino doveroso esprimere. Un giornale può e deve anche fare denuncia, quando le circostanze lo richiedano. Può persino farsi cassa di risonanza di interessi di parte, aderire a una propaganda o alla ricerca di consenso per questo o quello.
Anzi, no. Un giornale di ispirazione cattolica questo non può farlo. Essere giornalisti cattolici non significa, non può significare, sbandierare affermazioni generiche, né tantomeno i simboli dell&#039;appartenenza religiosa come fossero armi da brandire. E magari compiacersene in incontri autocelebrativi con relativo pranzo incluso, come purtroppo spesso accade, o meglio accadeva prima che il Covid-19 obbligasse a rinunciarvi, almeno per ora. Il giornalismo cattolico deve essere missionario nel senso che ai cattolici tutti ha ricordato questa mattina il Papa. Quella di giornalista cattolico non è una papente che ci si dà più o meno arbitrariamente, ma un&#039;adesione a questo stile di verità e di servizio. E per la verità lo è spesso, si potrebbe dire quasi sempre, guardando al lavoro di tanti colleghi.
Il Papa dedicò la 52ª Giornata mondiale delle comunicazioni sociali, due anni fa, al tema: «La verità vi farà liberi (Gv 8,32). Notizie false e giornalismo di pace», ovvero al rapporto fra informazione, disinformazione, conflitti e povertà. Perché le notizie false – e ne girano tante sul web e non solo – rappresentano «una distorsione spesso strumentale dei fatti, con possibili ripercussione sul piano dei comportamenti individuali e collettivi». 
Non è ovviamente lecito generalizzare. Soprattutto in Italia, ma non solo, alla stampa cattolica (quella vera) e alla stampa missionaria, si affiancano qualche giornale o rivista di nicchia e non pochi giornalisti di rigore ontologico e indipendenza intellettuale, non piegati dalle pressioni soprattutto economiche che dominano oggi il mondo dell&#039;informazione.
Sosta e Ripresa, con i poveri mezzi dei quali può disporre, con le povere forze che la fanno vivere, resterà in questo campo, quello di un giornalismo cattolico che vuole essere missionario nella nostra quotidianità, e continuerà a contrastare faziosità e ignoranza funzionali solo ai diktat di interessi che con il bene comune non hanno nulla a che fare. 
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			<title>Il terrorismo moltiplica il fenomeno</title>
			<link>http://www.pierluiginatalia.net/1/il_terrorismo_moltiplica_il_fenomeno_10293310.html</link>
			<description><![CDATA[<strong>Il terrorismo moltiplica il fenomeno</strong><br /> 
L&#039;uso dei bambini per fare la guerra, una delle più gravi tra le violazioni dei diritti umani, ha visto un&#039;intensificazione in questi ultimi mesi dovuta non tanto ai tradizionali motivi all&#039;origine del fenomeno dei bambini soldato, quanto a una strategia comunicativa, basata sulla ferocia, della quale mostrano sempre più di avere padronanza i gruppi armati terroristici. Nell&#039;ultimo fine settimana se ne sono avuti diversi esempi. Quello più sconvolgente è la strage perpetrata in Nigeria da un&#039;attentatrice suicida di sette anni – ma sarebbe meglio dire da una bambina usata come bomba dai miliziani islamisti di Boko Haram – che si è fatta esplodere in un mercato di Potiskum, la capitale dello Stato nordorientale nigeriano dello Yobe, uccidendo oltre a se stessa cinque persone e ferendone diciannove. La piccola era stata fermata dalle forze di sicurezza, ma è riuscita a sfuggire al loro controllo. 
Poche ore prima, ottantanove bambini erano stati rapiti da uomini armati nel villaggio di Wau Shilluk, nei pressi della città di Malakal, la capitale nello Stato sudsudanese dell’Alto Nilo. Non ci sono state rivendicazioni, ma tutto sembra confermare l’ennesimo caso di reclutamento forzato di bambini soldato. 
Il fenomeno non è certo nuovo nei conflitti africani e in quelli sudanesi in particolare. Secondo l’Unicef, l&#039;agenzia delle Nazioni Unite per l’infanzia, in Sud Sudan solo nell&#039;ultimo anno - dall’inizio del conflitto civile esploso a dicembre del 2013 tra i reparti dell&#039;esercito fedeli al presidente Salva Kiir Mayardit e quelli ribelli che fanno riferimento all’ex vice presidente Rijek Machar - ne sono stati schierati sul campo di battaglia circa dodicimila. Del loro impiego i rapporti dell’Onu accusano tanto le truppe governative quanto i ribelli. In questo caso, a giudizio di chi scrive queste righe, c&#039;è però una componente ulteriore di inquietudine. Il villaggio dove sono stati reclutati i ragazzi, in qualche caso appena dodicenni, sorge in un’area abitata dal gruppo etnico degli shilluk. Nella zona operano i miliziani di Johnson Olony, un ex capo ribelle finito nel mirino delle forze di Machar (in massima parte di etnia nuer) per aver stretto un’alleanza con l’esercito fedele al Governo di Juba. E sono molti gli indizi che Olony sta effettuando campagne di reclutamento con una relativa accettazione da parte della popolazione shilluk.
Né una simile complicità delle famiglie dei bambini trasformati in assassini o terroristi si può escludere per quanto riguarda il cosiddetto Stato islamico (Isis). Sempre durante questo fine settimana ha suscitato orrore in tutto il mondo il filmato diffuso dall&#039;Isis nel quale si mostrano ventuno prigionieri, in maggioranza peshmerga curdi catturati in Iraq, fatti sfilare chiusi in gabbie ad  Hawija, un villaggio a circa cinquanta chilometri da Kirkuk, la città irachena da dove i miliziani jihadisti sono stati costretti alla ritirata proprio dai curdi. Il filmato di questa parata, blasfema per ogni sentimento di pietà umana e per ogni sentire religioso, è una sorta di ricapitolazione degli orrori perpetrati finora dall&#039;Isis. I prigionieri, vestiti con le tute arancione fatte indossare agli ostaggi trucidati dall&#039;Is, vengono fatti sfilare a capo chino davanti alla telecamera, poi rinchiusi in una gabbia. Un flashback inserisce l’immagine del pilota giordano bruciato vivo appunto in una gabbia. Nelle inquadrature finali, i prigionieri sono inginocchiati a terra con alle loro spalle i boia armati di]]></description>
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			<title>Elezioni e referendum</title>
			<link>http://www.pierluiginatalia.net/1/elezioni_e_referendum_10602558.html</link>
			<description><![CDATA[<strong>Elezioni e referendum</strong><br />Il principio di sovranità popolare espressa attraverso il voto non ha certo alternative migliori, ma sembra un dato di fatto che elezioni e referendum più che offrire soluzioni ai problemi di diversi Paesi siano ormai certificazioni di decisioni prese altrove. Vale nei sistemi elettorali più orientati sulla cosiddetta governabilità che sulla rappresentanza, e vale per quegli Stati dove il potere appare più campo di competizione per gruppi d&#039;interesse che strumento di servizio della cosa pubblica. Vale soprattutto dove l&#039;alleanza pervasiva tra potere economico e potere di comunicazione si traduce in populismo generalizzato. A conferma che la democrazia è un esercizio sociale difficile.
In questa logica è da tempo entrata anche l&#039;Italia. Stiamo parlando di una democrazia parlamentare, cioè di un sistema istituzionale per il quale è il Parlamento, espressione dell&#039;elettorato, a legittimare il Governo. Da un ventennio, però, i sistemi di voto, quale più quale meno, sono di tipo maggioritario, volti appunto a decidere il Governo. Salvo non dirlo espressamente, dato che servirebbero riforme costituzionali. Così abbiamo avuto un po&#039; di Governi Berlusconi e di Governi Prodi, comunque indicati dagli elettori, un Governo D&#039;Alema e un Governo Amato (nati da accordi parlamentari) e da quattro anni abbiamo Governi che nessun italiano ha mai scelto, quelli di Monti, di Letta e di Renzi. Così come nessun italiano ha più potuto scegliere – e non potrà farlo con il cosiddetto Italicum – chi mandare in Parlamento.
Si chiama autoreferenzialità delle classi cosiddette dirigenti, ma in realtà digerenti, anzi ruminanti privilegi e mazzette.
E anche in questo gioca un ruolo determinante la comunicazione. È vero che in Italia – e in genere in Occidente – è un po&#039; difficile fare giochetti strani con i voti, ma è anche vero che a furia di raccontare balle la gente finisce per crederci. Tipo al presunto 40% dei consensi ottenuto da Renzi alle europee, dato che avevano votato la metà degli italiani. Insomma, con un quinto dei voti in un&#039;elezione non legislativa per l&#039;Italia, uno che in Parlamento non ha mai eletto nessuno si è autolegittimato a cambiare la Costituzione. Bontà sua, sembra che sia disposto a farci dire la nostra con un referendum (finché non la cambiano, del resto, la costituzione lo prevede)
In Africa sono più bravi. Se ne è avuta l&#039;ultima dimostrazione nella Repubblica del Congo (quello di Brazzaville, l&#039;ex colonia francese), dove il Governo del presidente Denis Sassou Nguesso ha cambiato la Costituzione per consentirgli di ricandidarsi l&#039;anno prossimo e si è fatto approvare le modifiche con un referendum, tenuto domenica scorsa e che sembra essere stato tutt&#039;altro che una decisione affidata al popolo. Sull&#039;esito, infatti, Governo e opposizione hanno fornito versioni diametralmente opposte. 
Il ministro dell’interno, Raymond Mboulou ha comunicato che l’affluenza alle urne è stata del 72,44 per cento e che il 92,96 per cento dei votanti si sono espressi a favore delle modifiche costituzionali. Le dichiarazioni di Mboulou contrastano nettamente con quanto riferito da praticamente tutte le fonti citate dalle agenzie di stampa internazionali, e cioè che l’affluenza ai seggi era stata scarsa. I rappresentanti dell’opposizione sostengono anzi che la partecipazione al voto è stata inferiore al dieci per cento e rivendicano il successo della propria campagna per il boicottaggio della consultazione. «L’invito è stato ascoltato», ha commentato Guy Brice Parfait Kolelas, ex ministro passato all’opposizione di Sassou Nguesso, dalla sua residenza di Brazzaville, dove è stato messo agli arresti domiciliari.
Da parte sua, prima della comunicazione dei risultati, lo stesso presidente aveva rilasciato commenti giudicati da molti osservatori un’implicita ammissione del successo almeno relativo del boicottaggio. «Sarebbe stato meglio se l’opposizione non avesse chiesto ai suoi sostenitori di non votare. Ma sono congolesi e bisogna fare i conti anche con loro», aveva detto Sassou Nguesso. Sul merito delle modifiche costituzionali, soprattutto quella più contestata, il presidente aveva detto che una sua ricandidatura «non è all’ordine del giorno».
Tuttavia, è proprio questo il punto che continua ad alimentare tensioni, come in altre analoghe vicende africane, dove ci sono stati tentativi più o meno riusciti di modificare le Carte costituzionali per mantenere dei leader al potere. In questo caso, la modifica non riguarda il limite dei mandati presidenziali, ma quello dell’età massima consentita per candidarsi, ora fissata a settant’anni. Sassou Nguesso, al potere per 31 degli ultimi 36 anni, ne ha 72.presidente. Scommettiamo che l&#039;anno prossimo si ricandida e che prima del voto un po&#039; di oppositori finiscono in galera, senon peggio?
Del referendum a Brezzaville la stampa occidentale ha parlato poco o niente. Del resto domenica scorsa si è votato in un sacco di posti, in Europa, Africa, America e Asia. Due le situazioni che più hanno concentrato l&#039;attenzione dei commentatori, quella polacca e quella argentina. In Polonia ha vinto la destra xenofoba ed euroscettica, il che implica qualche problema per l&#039;Unione eurpea sulla questione di profughi e migranti, ma in realtà non costituisce una sorpresa.
Invece è stata tale la consultazione in Argentina. Per la prima volta, infatti, il presidente argentino sarà scelto al ballottaggio, il 22 novembre. Sovvertendo tutti i pronostici, Daniel Scioli, candidato del Frente para la victoria - la formazione che ha governato il Paese negli ultimi dodici anni, prima con Nestor Kirchner e poi con sua moglie Cristina Fernández de Kirchner e che ha dato vita a quella variazione del peronismo chiamata appunto kirchnerismo, è arrivato testa a testa al primo turno con il liberista Mauricio Macri della coalizione Cambiemos, di centro destra. 
Pur essendo giunto leggermente dietro al rivale, il vincitore del primo turno appare proprio Macri, il cui risultato ha smentito tutti i pronostici della vigilia. Ma ora per lui come per Scioli si tratta di trovare nuove alleanze e la campagna elettorale per il ballottaggio si annuncia intensa. La principale sfida per entrambi i candidati sarà quella di ottenere i voti andati domenica a Sergio Massa, peronista dissidente “da sinistra”, che ha raccolto circa un quinto dei delle preferenze. Secondo alcuni osservatori internazionali, è difficile che questo tipo di elettorato, per quanto critico con il kirchnerismo, possa appoggiare il candidato Macri. Ma non si può mai dire.
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			<title>Un conflitto sempre più parcellizzato</title>
			<link>http://www.pierluiginatalia.net/1/un_conflitto_sempre_piu_parcellizzato_9161790.html</link>
			<description><![CDATA[<strong>Un conflitto sempre più parcellizzato</strong><br />L&#039;intensificarsi delle violenze in Siria — compreso il nuovo attacco sferrato alla cittadina cristiana di Maalula, sessanta chilometri a nord di Damasco, dove milizie islamiste hanno fatto irruzione nel convento di Santa Tecla e rapito dodici suore ortodosse — conferma il deterioramento di una situazione alla quale gli sforzi diplomatici internazionali non riescono ancora a porre argine. Diversi osservatori sottolineano, anzi, il rischio che nel Paese si consolidi uno scenario in profondo mutamento rispetto all&#039;originaria ribellione, quasi tre anni fa, contro il Governo del presidente Bashar al Assad, uno scenario segnato anche da violenze specificamente anticristiane. 
I miliziani del Fronte al Nusra, avrebbero ripreso il controllo di tutto l’abitato di Maalula conosciuta nel mondo perché vi si parla un dialetto simile all&#039;aramaico di Gesù -  da dove erano stati scacciati nelle scorse settimane dall’offensiva delle forze governative. I ribelli avevano preso il controllo della città il 9 settembre; ma tre giorni più tardi l’esercito era entrato a Maalula. Da allora, comunque, gli scambi a fuoco sono stati quotidiani. 
Il nunzio apostolico in Siria, arcivescovo Mario Zenari, in base alle ultime notizie avute dal Patriarcato greco-ortodosso di Damasco, ha confermato il sequestro delle dodici religiose, di nazionalità siriana e libanese, dal convento di Santa Tecla, dove sono ricoverati diversi orfani. Le suore, tra le quali la superiora Pelagia Sayyaf, sarebbero state portate a Yabrud, venti chilometri più a nord. Il nunzio ha spiegato che non si conoscono le ragioni dell’azione dei ribelli, «se si tratti cioè di un rapimento o una presa di controllo sul convento per avere mano libera a Maalula». L&#039;arcivescovo ha comunque sottolineato l’intensificarsi in questi giorni degli scontri nella zona di Yabrud, nell’area di Qalamoun, tra l’esercito e i ribelli.
Nelle stesse ore è giunta notizia che altre formazioni islamiste, quelle del cosiddetto Stato islamico dell’Iraq e del Levante, hanno trasformato in proprie basi le chiese armene dei Martiri e dell&#039;Annunciazione, nella città di Raqqa, già danneggiate nelle scorse settimane. Il gruppo è ritenuto responsabile, tra l&#039;altro, del sequestro di padre Paolo Dell&#039;Oglio, del quale mancano da mesi notizie certe. 
Alle violenze dei gruppi ribelli si sommano quelle imputabili al Governo di Damasco. Ieri l’alto commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani, Navanethem Pillay, ha affermato dall’inchiesta dell’Onu sono emerse le prove che il presidente Assad ha autorizzato crimini di guerra e crimini contro l’umanità in un conflitto che ha ormai provocato quasi 126.000 morti, un terzo dei quali civili, compresi più di seimila bambini, secondo l’ultimo bilancio diffuso da organizzazioni legate all’opposizione siriana.
Al pericolo di una cronicizzazione del conflitto ha fatto riferimento ieri l’inviato per la Siria delle Nazioni Unite e della Lega araba, Lakhdar Brahimi, in un&#039;intervista alla televisione statale svizzera, insistendo sulla necessità di raggiungere un rapido accordo per evitare che la crisi trasformi il Paese in una nuova Somalia, dove spadroneggino signori della guerra, milizie e gruppi combattenti. Brahimi si è detto favorevole alla creazione di un nuovo governo in Siria, sottolineando che sono i siriani a doverne determinare la natura. L’inviato dell’Onu e della Lega araba ha comunque detto di sperare che si arrivi a «un sistema nuovo, democratico e repubblicano, non settario, che apra le porte a quella che io chiamo la nuova Repubblica siriana». Il diplomatico ha quindi auspicato che Arabia Saudita e Iran partecipino alla conferenza internazionale per la pace in Siria, nota come Ginevra 2, prevista per 22 gennaio dopo molti rinvii. Brahimi ha comunque confermato che i belligeranti siriani non sembrano intenzionati a raggiungere un cessate il fuoco in vista dei colloqui a Ginevra.]]></description>
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			<title>Nuove accuse a Damasco</title>
			<link>http://www.pierluiginatalia.net/1/nuove_accuse_a_damasco_10405951.html</link>
			<description><![CDATA[<strong>Nuove accuse a Damasco</strong><br /> 
Suscitano dubbi – e qualche sospetto di propaganda – le notizie diffuse oggi sul fatto che il Governo siriano non avrebbe effettivamente consegnato alla comunità internazionale il suo intero arsenale di armi chimiche, dando completo seguito all&#039;impegno preso nell&#039;agosto del 2013. Come noto, all&#039;epoca proprio l&#039;accusa di aver usato armi chimiche a Ghouta, un sobborgo di Damasco occupato dai ribelli – accusa comunque mai dimostrata - fece incombere la minaccia di un intervento armato statunitense. In seguito, l&#039;Onu e l&#039;Organizzazione per la proibizione delle armi chimiche (Opac) avevano certificato la consegna dell&#039;arsenale siriano. 
Oradall&#039;Aja, dove ha sede l&#039;Opac, emerge un rapporto, finora riservato, nel quale i tecnici dell&#039;organizzazione affermerebbero di aver trovato, tra dicembre e gennaio, dei cosiddetti precursori, le sostanze chimiche di base per creare i letali gas nervini Sarin e Vx. La scoperta sarebbe stata fatta in un centro di ricerca militare tenuto segreto, parte della rete dello Scientific Studies and Rsearch Center siriano, dietro il quale si è celato in passato il programma di armi chimiche di Damasco. Secondo fonti dell&#039;Opac citate dalle agenzie di stampa internazionali, il Governo di Damasco «non è stato in grado di fornire una giustificazione soddisfacente a questa nuova scoperta». 
Le accuse trovano credito soprattutto a Washington. Secondo quanto riferisce il quotidiano «The Wall Street Journal», il rappresentante statunitense all&#039;Opac, Robert Mikulak, ha citato «regolari sequenze» di informazioni sull’uso di cloro come arma chimica. Il vice segretario di Stato, Antony Blinken, e la rappresentante all&#039;Onu, Samanta Power, ritengono a loro sua volta «solidi e credibili» i resoconti in merito dell&#039;opposizione siriana.
Le nuove accuse sull&#039;uso di armi chimiche mosse a Damasco arrivano poche ore dopo la conferma che nel nord della Giordania militari statunitensi hanno incominciato l&#039;addestramento dei ribelli siriani, nell’ambito di un programma che prevede il loro impiego sul campo contro il cosiddetto Stato islamico (Isis). Diversi osservatori, comunque, sottolineano come i ribelli in questione abbiano sempre ritenuto il loro principale nemico il Governo del presidente Bashar Al Assad. In merito, notizie riportate con evidenza dalla stampa turca, ma prive di conferme ufficial, e anzi smentite oggi dal Governo di Ankara, parlano di un accordo raggiunto tra Turchia e Arabia Saudita per fornire un sostegno logistico ed economico ai gruppi che si battono contro il Governo siriano.
Di certo sembra esserci una sorta di ripensamento delle novità trapelate nei mesi scorsi riguardo alla politica statunitense sulla Siria e avallate indirirettamente dal fatto che ai nuovi colloqui a Ginevra avviati dall&#039;inviato dell&#039;Onu, l&#039;taliano Staffan de Mistura, sia stato invitato l&#039;Iran, principale alleato di Damasco, coinvolto per la prima volta in un&#039;iniziativa diplomatica dell&#039;Onu sul confòlitto siriano che si protrae da oltre quattro anni. Nelle scorse settimane, era stato lo stesso segretario di Stato americano, John Kerry, a dire che è necessario «parlare con Al Assad». Fino ad allora, infatti, il Governo di Washington aveva sempre sostenuto che il presidente siriano ha perso legittimità e che il percorso di pace è legato al suo abbandono del potere. La dichiarazione di Kerry, nonostante successive puntualizzazioni, resta comunque significativa, se non altro pe l’irruzione nel contesto siriano, da quasi un anno a questa parte, dell&#039;Is. La coalizione internazionale guidata da Washington opera infatti in Iraq in sintonia con il Governo di Baghdad, mentre i raid in Siria a giudizio di molti osservatori non hanno piena legittimazione, sia perché manca un mandato delle Nazioni Unite sia appunto perché non c’è coordinamento con il Governo di Damasco.
Gli Stati Uniti sembravano quindi aver preso atto della necessità di rilanciare un processo politico e negoziale che implica un confronto con Damasco e quindi con Al Assad, finora escluso da Washington in ogni ipotesi di transizione siriana. Ora il vento sembra cambiato, al punto da far sospettare che una definitiva sconfitta dell&#039;Isis non sia più la massima priorità.


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			<title>Il Vaticano media tra Governo e opposizione</title>
			<link>http://www.pierluiginatalia.net/1/il_vaticano_media_tra_governo_e_opposizione_9689663.html</link>
			<description><![CDATA[<strong>Il Vaticano media tra Governo e opposizione</strong><br /> 
«Nel rispetto e nel riconoscimento delle differenze che esistono tra le parti, si favorirà il bene comune». Lo scrive Papa Francesco nel messaggio letto giovedì scorso dal nunzio apostolico in Venezuela, l’arcivescovo Aldo Giordano, all’apertura del dialogo formale tra Governo e opposizione. Il confronto è volto a superare la crisi in atto da due mesi nel Paese, dove non s’interrompono le proteste, sfociate in più occasioni in violenze che hanno provocato finora 41 morti e portato a migliaia di arresti. 
Almeno nella prima tornata di colloqui (la prossima è fissata per domani) - l&#039;unico fattore positivo è però proprio il fatto che gli antagonisti abbiano concordato sull&#039;importanza di avere, in vesti di facilitatori, se non proprio di mediatori veri e propri, la Santa Sede e l&#039;Unione delle Nazioni sudameticane (Unasur) l&#039;organizzazione che ebbe a suo tempo tra i principali sponsor proprio il defunto presidente venezuelano, Hugo Chávez, e che costituisce di fatto un&#039;alternativa all&#039;Osa, l&#039;Organizzazione degli Stati americani, da molti ritenuta di fatto guidata dagli Stati Uniti. Il messaggio del Papa era indirizzato al presidente venezuelano, Nicolás Maduro Moros, ai membri del Governo, ai rappresentanti del Tavolo di unità democratica — la coalizione dell’opposizione guidata da Henrique Capriles — e appunto ai mediatori per conto dell’Unasur, i ministri degli esteri della Colombia, María Ángela Holguín Cuéllar, dell’Ecuador, Ricardo Armando Patiño Aroca, e del Brasile, Luiz Figueiredo.
Il primo incontro, durato per sei ore e trasmesso minuto per minuto da televisioni, radio e social network, non ha fatto registrare passi avanti. Da domani, a giudizio di molti, potrebbero esserci sviluppi diversi, favoriti sia dall&#039;azione dei facilitatori, sia dal fatto che gli atteggiamenti “muscolari” hanno già avuto modo di esplicarsi. 
Le distanze, per ora, restano notevoli. Anche perché l&#039;opposizione cerca in quest&#039;occasione di rimettere in discussione la struttura politica del Paese. Capriles, che dopo aver perso nettamente contro Chávez si è visto sconfitto da Maduro alle presidenziali dell&#039;anno scorso con un distacco di meno dell&#039;1,5 per cento, ha reiterato le accuse al Governo considerato responsabile di tutti i mali che affliggono il Paese, in primo luogo le difficoltà economiche e sociali.
Da parte sua, Maduro ha escluso ogni misura di clemenza verso i dirigenti arrestati o indagati dalle procure ed ha ribadito che le politiche dell’attuale Governo hanno messo in crisi potenti interessi nazionali ed esteri, che hanno deciso di rispondere lanciando le proteste. 
Al momento, dunque, sembra rimasto in sospeso l&#039;auspicio espresso dal Papa, il quale si è detto «profondamente convinto che la violenza non potrà mai portare pace e benessere ad un Paese, poiché essa genera sempre e solo violenza. Al contrario, attraverso il dialogo potete riscoprire la base comune e condivisa che conduce a superare il momento attuale di conflitto e di polarizzazione, che ferisce così profondamente il Venezuela, per trovare forme di collaborazione». Ma quello di giovedì è stato solo un primo passo e, in ogni caso, già averlo fatto è importante. Da domani si vedrà se ci sarà davvero un cambiamento di stile, in un Paese da tempo spaccato quasi a metà (lo chavismo resta maggioritario, ma non più con le dimensioni raggiunte sotto la guida di Chávez). 
 
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			<title>Metà della ricchezza del mondo nelle mani dellâ&amp;euro;™uno per cento della popolazione</title>
			<link>http://www.pierluiginatalia.net/1/meta_della_ricchezza_del_mondo_nelle_mani_dell_uno_per_cento_della_popolazione_10587200.html</link>
			<description><![CDATA[<strong>Metà della ricchezza del mondo nelle mani dell’uno per cento della popolazione</strong><br /> 
Un nuovo intervento di Papa Francesco sull&#039;etica dell&#039;economia è giunto proprio nel giorno in cui parte della stampa internazionale riferisce – quasi fosse una curiosità statica e non una progressiva tragedia – che metà del denaro del mondo è nelle mani dell’uno per cento della popolazione. All&#039;udienza generale di oggi, il Papa ha lanciato un appello in vista della Giornata mondiale del rifiuto della miseria che ricorre sabato 17 (il Giorno prima si celebra quella dell&#039;Alimentazione). La Giornata, ha ricordato Bergoglio «si propone di accrescere gli sforzi per eliminare l’estrema povertà e la discriminazione». Di conseguenza «siamo tutti invitati a fare nostra questa intenzione». Un duplice no a povertà ed esclusione, sempre oggi, con la rinnovata richiesta che a tutti siano garantiti i beni materiali e spirituali indispensabili, il Papa lo ha ribadito in un messaggio inviato al sindaco di Torino, Piero Fassino, in occasione del terzo forum mondiale di sviluppo locale, in corso nel capoluogo piemontese. In merito, ha insistito «sulle potenzialità dello sviluppo economico locale, quale motore di una visione differente dell’economia, dello sviluppo umano, del rapporto con la terra e tra le persone»,
A contrastare questa impostazione di equità e di rispetto dell&#039;uomo e dell&#039;ambiente è soprattutto lo strapotere della finanza, che in questo 2015 ha fatto registrare un ulteriore traguardo a spese dell&#039;economia reale, cioè di fatto del lavoro, fonte principale di quei «beni materiali e spirituali» dei quali parla Bergoglio. In pratica «il pane e le rose» auspicati per i suoi figli da quella Rosa Luxenburg mandata sulla sedia elettrica negli Stati Uniti a motivo del suo presunto comunismo. Del resto sono in molti a considerare comunista anche il Papa e troveranno ulteriore alimento alle loro farneticazioni in quanto scrive in questa occasione, cioè che «lo sviluppo umano integrale e il pieno esercizio della dignità umana vanno costruiti e realizzati da ciascuno, da ciascuna famiglia, in comunione con gli altri esseri umani e in una giusta relazione con gli ambiti nei quali si sviluppa la socialità umana» e che questa è «la risposta più adeguata alle sfide che ci presenta un’economia globalizzata e spesso crudele nei suoi risultati». 
Il traguardo raggiunto dalla finanza predatoria è quello riportato dalle statistiche dell’istituto elvetico Credit Suisse, definite tra le più attendibili dal quotidiano spagnolo «El País», che riferisce oggi la notizia. Nel 2015 si è arrivati a una distribuzione della ricchezza per cui quanti posseggono un patrimonio valutato a oltre 760.000 dollari, cioè appunto l’uno per cento dell’umanità, hanno tanto denaro quanto il restante 99 per cento. Questo progressivo passaggio di ricchezza dal lavoro al capitale, dall&#039;economia reale appunto alla finanza, ha avuto un’accentuata accelerazione con la crisi finanziaria ed economica globale incominciata nel 2008,. Secondo il quotidiano spagnolo, il fenomeno si presta a una sola lettura possibile: i ricchi usciranno dalla crisi più ricchi, in termini sia assoluti sia relativi, mentre i poveri relativamente più poveri. Chi scrive queste più modeste considerazioni, si trova d&#039;accordo.


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			<title>Il ballottaggio per la presidenza</title>
			<link>http://www.pierluiginatalia.net/1/il_ballottaggio_per_la_presidenza_10090304.html</link>
			<description><![CDATA[<strong>Il ballottaggio per la presidenza</strong><br />Una visione diversa sulla direzione verso la quale condurre il Brasile, ma anche un confronto spesso trasceso in attacchi personali, hanno segnato queste tre settimane di campagna elettorale per il ballottaggio presidenziale di domenica. A sfidarsi sono Dilma Rousseff, capo di Stato uscente e candidata di quel Partito dei lavoratori che guida il Paese da dodici anni, e Aécio Neves del Partito socialdemocratico, di centro destra, che un po&#039; a sorpresa si è piazzato secondo lo scorso 5 ottobre, al primo turno delle elezioni. Una sorpresa comunque relativa, dato che la sfida di domani ripropone ancora una volta la scelta tra sinistra e destra. Il confronto, in estrema sintesi, è di nuovo tra quanti fanno riferimento al liberismo rappresentato da Neves, il cui seguito è forte soprattutto nei centri economici e finanziari delle aree urbane e nel sud agricolo, e quanti, soprattutto tra le popolazioni del nord-est povero e delle favelas che rappresentano lo “zoccolo duro” del Partito dei lavoratori, scommettono ancora e soprattutto sulla difesa dello Stato sociale. 
Alla vigilia del primo turno, però, i sondaggi prevedevano che a sfidare Rousseff sarebbe stata Marina Silva, l&#039;ambientalista candidata dal Partito socialista (centrista nonostante il nome) dopo la morte in un incidente aereo del suo leader, Eduardo Campo. Silva si è invece fermata a poco oltre il 21 per cento, mentre Neves ha avuto oltre il 33 per cento, quasi nove punti percentuali in meno di Roussef, ma certamente molto di più di quanto i sondaggisti gli accreditassero. 
La situazione potrebbe ripetersi anche in questo ballottaggio. Secondo gli ultimi sondaggi, Rousseff dovrebbe superare il 54 per cento, e Neves non raggiungere il 46. Ma a cambiare il quadro potrebbero essere le motivazioni e quindi l&#039;affluenza alle urne degli sostenitori dei due schieramenti. Il primo turno ha sostanzialmente smentito le previsioni di una scarsa partecipazione dei circa 143 milioni di elettori brasiliani. Ma non possono essere preventivamente escluse sorprese al ballottaggio.
Secondo alcuni osservatori, tanto maggiore sarà l&#039;affluenza tante più possibilità avrà Neves di rimontare un distacco che alla vigilia del voto sembra annunciare un esito scontato. La considerazione si basa soprattutto su una sorta di somma tra i voti di Neves e quelli di Silva al primo turno. Ma la scelta di Silva di appoggiare Neves al ballottaggio potrebbe avere poco significato. In politica, infatti, non sempre le indicazioni dei leader trovano disciplinati gli elettorali. Tanto più questo è valido nel caso di quelli del partito socialista, che quest&#039;anno ha deciso di concorrere in proprio, ma che era stato alleato del Partito dei lavoratori sia con Rousseff quattro anni fa, sia nelle due precedenti consultazioni vinte dal suo predecessore Luiz Inácio Lula da Silva. La stessa Silva, tra l&#039;altro, era stata ministro con Lula, prima di lasciare il partito dei lavoratori nel 2008 e sono in molti a chiedersi come la sua storia personale e le sue proposte politiche possano conciliarsi con posizioni liberiste e con l&#039;appoggio a un candidato che appare espressione più del mondo della finanza che di quello del lavoro.
Proprio sulle differenze di linea politica si è concentrato l&#039;ultimo confronto televisivo tra Rousseff e Neves, a due giorni dal voto, che ha avuto almeno il merito di evitare i toni dei giorni scorsi, accesi al punto da aver spinto il tribunale elettorale a sanzionare entrambi i candidati per aver utilizzato il tempo gratuito a loro disposizione in tv e alla radio non per «presentare proposte e dibattere programmi», come previsto dalla legge, ma per rivolgersi attacchi personali. Il giudice Admar Gonzaga ha ridotto di 2 minuti e 30 secondi la trasmissione di spot tv di Neves e di 36 secondi il tempo a disposizione di Rousseff alla radio nazionale. 
Accuse vicendevoli a parte, con il voto di domani i brasiliani sanno di dover scegliere tra due diversi modelli, anche se entrambi gli schieramenti concordano su alcune necessità, in particolare quella di mettere in campo una vera politica di investimenti nelle infrastrutture necessarie ad ancorare il Brasile alla modernità.
           Nessuno può negare che i dodici anni di governo prima di Lula e poi di Rousseff siano stati di grandi successi sociali, con i programmi per l’eliminazione della fame, la scolarizzazione e l’accesso alla casa, che hanno sottratto oltre quaranta milioni di persone dalla povertà, un risultato con pochi paragoni al mondo. Soprattutto con Lula, tra l&#039;altro, la crescita economica del Brasile, uno dei grandi Paesi emergenti, ha consentito a molte di queste persone di entrare nel ciclo produttivo e di non dover più dipendere dall&#039;assistenza pubblica. I programmi di Lula, tutt&#039;oggi il politico più popolare del Brasile, hanno avuto in questo senso risultati immensi, ben più vasti di quelli registrati con le prime aperture in questa direzione che pure erano venute dal suo predecessore, Fernando Henrique Cardoso, l&#039;ultimo presidente di centrodestra, che comunque era tutt&#039;altro che un liberista esasperato.
Ora però, complice anche la crisi finanziaria ed economica globale che ha accompagnato la presidenza di Rousseff, i conti incominciano a farsi difficili, per usare un eufemismo. Il progressivo aumento del debito pubblico per finanziare la gigantesca spesa sociale è stato a suo tempo il prezzo obbligato da pagare in un Paese che si era affacciato nel terzo millennio con decine e decine di milioni di abitanti privi della possibilità di far fronte alle più elementari necessità della vita. Ma il rallentamento della crescita economica e la caduta dei prezzi delle materie prime (non solo petrolio, ma anche ferro e soia) la cui esportazione è una voce essenziale dell&#039;economia brasiliana, ha trasformato questo debito in un macigno che minaccia di compromettere i bilanci dello Stato e la stessa possibilità di non regredire dalle politiche di inclusione e tutela sociale. Del resto, in gran parte del mondo negli ultimi anni il cosiddetto ascensore sociale ha viaggiato solo verso il basso, con una finanza predatoria che ha reso i ricchi più ricchi e ha ampliato il numero di quanti dalla condizione di relativo benessere sono caduti o ricaduti in povertà. 
Anche i commentatori più favorevoli alle politiche di Lula prima e poi di Rousseff sanno che il Partito dei lavoratori deve fronteggiare oggi non solo i fautori di un liberismo estremo e un generico sentimento di cosiddetta antipolitica, ma anche una delusione diffusa in quegli stessi strati della popolazione che più hanno beneficiato delle scelte governative. I lavoratori brasiliani, soprattutto quelli di recente emancipazione dalla povertà assoluta, sono oggi alle prese con i problemi di tutte le società nelle quali lo Stato sociale traballa, dai costi crescenti di una sanità e di servizi pubblici comunque insufficienti, all&#039;inflazione che erode il potere d&#039;acquisto delle retribuzioni più basse. Sarà la credibilità di Rousseff negli impegni presi per dare loro risposta, non l&#039;appartenenza ideologica, che pure conta, a decidere l&#039;esito di domani.]]></description>
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			<title>Con le parziali intese tra Khartoum e Juba</title>
			<link>http://www.pierluiginatalia.net/1/con_le_parziali_intese_tra_khartoum_e_juba_7449153.html</link>
			<description><![CDATA[<strong>Con le parziali intese tra Khartoum e Juba</strong><br />di Pierluigi Natalia
Le popolazioni sudanesi, nel nord e nel sud, stremate da un conflitto che ciclicamente si riaccende, possono sperare  un po’ di respiro grazie alle intese, seppure parziali, raggiunte dai Governi di   Khartoum e di Juba nel negoziato concluso questa settimana ad Addis Abeba. Nonostante alcuni cruciali nodi non sciolti,  i mediatori dell’Unione africana hanno preferito chiudere  la trattativa, una volta ottenuti accordi che   consentiranno di riprendere la produzione petrolifera, risolvendo  un problema cruciale per i due Paesi e,  per inciso, che  vanno incontro agli interessi di diversi attori stranieri nel petrolio sudanese.
 Tuttavia restano in sospeso alcune delle principali questioni lasciate irrisolte  sia dall’Accordo generale di pace dell’8 gennaio 2005, che pose formalmente fine all’ultraventennale conflitto civile nel sud, sia dall’indipendenza sudsudanese proclamata l’8 luglio 2011. La più rilevante è quella dell’assegnazione della sovranità sull’Abyei, la regione ricca sia di petrolio sia di pascoli,  contesa tra le due parti e nella quale non si è mai tenuto il referendum in merito previsto in contemporanea con quello in Sud Sudan che  nel gennaio 2011 stabilì la secessione. 
Nei giorni scorsi, la delegazione di Khartoum aveva rigettato ancora una volta la proposta del capo mediatore, l’ex presidente sudafricano, Thabo Mbeki, di svolgere finalmente il referendum in questione. Il punto è sempre lo stesso: il Governo di Khartoum vorrebbe che a votare fossero solo   quanti nell’Abyei hanno la cosiddetta residenza permanente, cioè le etnie arabe stanziali dei misseriya, escludendo  invece le comunità di pastori dinka ngok,  tradizionalmente legate al sud. Su questo punto, il presidente sudanese  Omar Hassan el Bashir e quello sudsudanese Salva Kiir Mayardit, che negli ultimi giorni hanno condotto di persona il negoziato ad Addis Abeba,  non sono usciti dall’impasse. 
Quello sull’Abyei era uno degli accordi che il Consiglio di sicurezza dell’Onu aveva chiesto alle parti di raggiungere entro il 22 settembre, sotto pena di sanzioni. Ma  lo stesso  Mbeki, secondo quanto riferito da fonti concordi,  ha di fatto ottenuto una proroga  dell’ultimatum sulle questioni pendenti, mettendo sul piatto della bilancia le intese invece già raggiunte.
Quelle rilevanti sono sostanzialmente due. La prima è l’impegno assunto da Khartoum sui temi  della cittadinanza e delle cosiddette quattro libertà: di movimento, di residenza, di lavoro e di proprietà. Lo scioglimento di questo punto di contrasto era atteso con ansia da  centinaia di migliaia di migranti sudsudanesi che rischiavano di essere espulsi da Khartoum dopo la divisione in due del Paese. 
La questione, tra l’altro, ha ricadute importanti anche sui cristiani sudanesi, in minoranza nel nord musulmano, come ha dichiarato all’agenzia di stampa Misna  il nunzio apostolico a Khartoum, l’arcivescovo Boccardi, in un primo commento subito dopo la notizia della conclusione del negoziato ad Addis Abeba. Secondo il nunzio,   questa intesa «consentirà al personale religioso di restare in Sudan e di assicurare alla Chiesa la possibilità di vivere e di operare come in passato».  Pur ricordando che  centinaia di migliaia di persone sono già  tornate nelle terre d’origine del sud, il nunzio ha ricordato che  le parrocchie, le scuole e gli ospedali della Chiesa restano aperti, aggiungendo che «un considerevole numero di cristiani, forse, decideranno di restare in Sudan».
L’altro punto riguarda  la costituzione di  un’area  demilitarizzata di dieci chilometri di profondità lungo  i circa 1.800 chilometri del confine comune. Proprio questa zona cuscinetto dovrebbe  consentire di applicare l’accordo sulla ripresa della produzione petrolifera, già raggiunto ad agosto,  ma subordinato  al raggiungimento di un’intesa sulla sicurezza, dopo che per mesi il confine è stato teatro di scontri armati. 
Il Governo sudsudanese di Juba, nel cui territorio si trova il grosso  dei giacimenti petroliferi, a parte quelli dell’Abyei,  aveva sospeso le attività di  estrazione lo scorso gennaio, dopo l’ennesimo fallimento nella ricerca di un accordo con Khartoum riguardo alle imposte sul transito del greggio negli oleodotti sudanesi. Le autorità di  Juba avevano  più volte accusato Khartoum di imporre tariffe anche trenta volte superiori a  quelle praticate usualmente  nel mondo. 
In realtà, quella di Khartoum era stata una sorta di ritorsione al rifiuto sudsudanese di far valere anche dopo l’indipendenza le ripartizioni delle risorse petrolifere a suo tempo fissate, sia pure per i  previsti sei anni di transizione, dall’Accordo generale di pace del 2005. 
Una volta proclamata l’indipendenza, invece, il Governo sudsudanese ha deciso di gestire completamente in proprio l’estrazione di greggio e di gas, limitandosi a offrire un pedaggio per l’uso degli oleodotti del nord, in attesa di realizzarne uno in proprio verso i porti del Kenya.
A complicare il tutto è arrivata la ripresa dei combattimenti nelle zone di confine, in particolare negli Stati sudanesi del Kordofan meridionale e del Nilo azzurro, dove l’esercito di Khartoum fronteggia le formazioni ribelli del Movimento popolare di liberazione sudanese — Nord (Splm-N), considerato  vicino, se non direttamente sostenuto dall’omonima  formazione che esprime oggi il Governo di Juba. L’incancrenirsi della crisi ha avuto ripercussioni pesantissime sulle popolazioni di entrambe le parti, alche al di fuori delle zone di confine investite dagli scontri e dove è esplosa l’ennesima emergenza profughi. Con il blocco delle estrazioni petrolifere, il  Sud Sudan ha perduto da gennaio  il 98 per cento delle sue entrate valutarie. Né fino a questo momento il Governo di Juba è riuscito a trovare  nuove fonti di finanziamento in misura adeguata, nonostante che abbia preso in considerazione anche la vendita a soggetti stranieri di concessioni per lo sfruttamento delle sue risorse naturali.
 Da parte sua, il Sudan, privato dei rifornimenti petroliferi, si è trovato ad affrontare una  crisi economica senza precedenti. Nei mesi scorsi ci sono stati  rincari del carburante fino al 60 per cento e, come sempre accade in Africa in questi casi, sono immediatamente aumentati di prezzo  tutti i prodotti di consumo, compresi i generi di prima necessità,  la cui consegna è inevitabilmente soggetta al trasporto su gomma. Nei mesi primaverili ed estivi di quest’anno l’inflazione ha superato un tasso del 40 per cento. Ora la situazione dovrebbe migliorare, anche se prima di rimettere in funzione la distribuzione di petrolio ci vorranno settimane. Alcune  infrastrutture risultano infatti danneggiate dal conflitto tra le truppe sudanesi e i ribelli dell’Splm-N. Inoltre gli oleodotti, durante i lunghi mesi di inattività, sono stati allagati per prevenirne il deterioramento. 
C’è quanto basta perché alcuni osservatori ritengano quella raggiunta ad Addis Abeba  una tregua per sfinimento più che una pace. L’auspicio resta che il relativo respiro dato alle popolazioni si consolidi e che alla pace si arrivi davvero.
(©L&#039;Osservatore Romano 30 settembre 2012)]]></description>
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			<title>Sempre più respingimenti di migranti e profughi</title>
			<link>http://www.pierluiginatalia.net/1/sempre_piu_respingimenti_di_migranti_e_profughi_10508613.html</link>
			<description><![CDATA[<strong>Sempre più respingimenti di migranti e profughi</strong><br /> 
La decisione del Governo del Cabon, che in questo fine settimana ha rimpatriato — di espulsione di immigrati in Africa non si parla mai — quattrocento persone arrivate nel Paese, in qualche caso da diversi anni, da Benin, Burkina Faso, Gambia, Ghana, Mali, Nigeria, Senegal e Togo, è solo l’ultimo esempio di una tendenza politica che qualche tempo contraddice il tradizionale spirito di accoglienza dei popoli africani.
Certo, al momento si può parlare appunto solo di tendenza. In un fenomeno epocale di flussi di profughi e migranti senza precedenti, gli spostamenti da sud a sud sono infinitamente superiori a quelli verso i Paesi europei e occidentali in genere. E le politiche di respingimento in Africa — come del resto nel Vicino oriente — non hanno ancora la perniciosa determinazione registrata nell’Unione europea o negli Stati Uniti o in Australia. 
Su duecento milioni di persone in questa condizione, meno di un decimo nell’ultimo decennio hanno cercato scampo da guerre, persecuzione e fame nei Paesi ricchi dell’Occidente. Gli altri hanno varcato i confini con quelli limitrofi e lì si sono fermati. Solo nell’ultimo anno, tra Paesi africani si sono spostati oltre venti milioni di persone, a fronte dei poco più di duecentomila profughi e migranti giunti in quell’Unione europea dove non si riesce a trovare il minimo di solidarietà interna per collocarne poco più trentamila in Paesi che non siano la Grecia e l’Italia, quelli di arrivo. Né, per inciso, per alleviare di un paio di decine di migliaia di presenze i campi profughi della guerra siriana che nei Paesi limitrofi ne ospitano, in condizioni in prevalenza drammatiche, quasi quattro milioni.
Ma la tendenza c’è, in una sorta di globalizzazione del rifiuto che trova sempre più adesioni anche tra i Governi africani, a difesa di quei confini spesso tracciati soprattutto dagli interessi delle vecchie potenze coloniali, come basta qualsiasi carta geografica a dimostrare.
E le motivazioni — dichiarate o meno — ricalcano ormai quelle addotte da tanti sulle sponde settentrionali del Mediterraneo e dall’Atlantico: dal presunto lavoro che verrebbe tolto ai residenti, alla minaccia di infiltrazioni terroristiche, al razzismo, che certo non avvelena l’Africa dei contrasti etnici meno di quanto non faccia nel nord, dove aumentano i consensi alle forze politiche che lo cavalcano e anzi ne fanno apertamente una ragion d’essere.
Gli esempi sono ormai tanti, anche nei Paesi africani più ricchi, dal Sud Africa insanguinato nei mesi scorsi da violenze contro gli immigrati, al Kenya che appare sempre più deciso a smantellare i campi profughi dove in un quarto di secolo hanno trovato scampo dalla tragedia somala oltre mezzo milione di persone, per fare solo due esempi.
Un esempio meno evidente alcuni osservatori delle vicende africane trovano anche negli ultimi sviluppi legali in Costa d’Avorio, il Paese che a suo tempo, sotto la guida di Felix Houphouet-Boigny, più legò la propria indipendenza ai principi di solidarietà e di accoglienza. Il che, fra l’altro, contribuì a renderlo l’unico a non subire l’orrore della guerra civile nel trentennio seguito alla fine della colonizzazione. Salvo precipitarvi quando le “regole” del commercio globale colpirono pesantemente la sua economia, basata in massima parte sulle esportazioni di cacao e caffè. Houphouet-Boigny aprì le porte a quanti cercavano condizioni di vita migliori, nella convinzione, avallata dai fatti, che questo potesse aiutare lo sviluppo della Nazione. Quello spirito non sembra ritrovarsi oggi. La settimana scorsa, in Costa d’Avorio è stato annunciato il calendario delle presidenziali, fissate per ottobre. Alle liste elettorali sono iscritti circa trecentomila elettori in più di quelli delle presidenziali vinte nel 2010 da presidente uscente Alassane Dramane Ouattara, che si ricandida. Il numero è inferiore alle previsioni, il che conferma come a molti immigrati, anche da decenni, non siano stati stato riconosciuti i diritti politici.
E del resto, la guerra civile scoppiata alla fine del secolo scorso e protrattasi, con diverse fasi e intensità appunto fino al 2011, ha reso anche la Costa d’Avoria terra d’emigrazione. E non sono pochi gli ivoriani tra quegli infelici che nel tentativo di raggiungere l’Europa sono finiti in fondo al Mediterraneo.]]></description>
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			<title>Risposte di civiltà alla sfida del terrorismo</title>
			<link>http://www.pierluiginatalia.net/1/risposte_di_civilta_alla_sfida_del_terrorismo_10211910.html</link>
			<description><![CDATA[<strong>Risposte di civiltà alla sfida del terrorismo</strong><br /> È una risposta di civiltà la manifestazione contro il terrorismo che oggi ha visto sfilare a Parigi oltre tre milioni persone, cittadini e rappresentanti della Francia ferita insieme a quelli di altri Paesi del mondo, compresi alcuni islamici. Ma soprattutto dell&#039;Europa. Di quell&#039;Europa che inerme e imbelle – nel significato letterale di senza guerra e senza armi – vuole essere per scelta convinta, non certo nell&#039;accezione dispregiativa che in tanti danno a quei termini. Quell&#039;Europa che dopo due millenni di conflitti, culminati nelle stragi delle guerre mondiale del ventesimo secolo, ha costruito la pace sui valori di multiculturalismo, di dialogo interreligioso, di tutela dei diritti dell&#039;uomo. 
La manifestazione è stata convocato con l&#039;intento dichiarato di dire no al terrorismo e rendere omaggio alle vittime: i dodici morti della strage perpetrata mercoledì dai due fratelli francesi d’origine algerina, Said e Cherif Kouachi, e le quattro persone uccise ieri, in un negozio di cibo kosher, da parte di un altro terrorista, il francese di origine maliana Amedy Coulibaly. L’uomo, di cui sembra accertata la complicità con i fratelli Kouachi, era stato autore anche dell&#039;uccisione, giovedì alla periferia della capitale, della giovane poliziotta Clarissa Jean-Philippe. I tre terroristi sono stati uccisi venerdì negli interventi della polizia in una tipografia di Dammartin-en-Goële — dove i due fratelli si erano asserragliati ieri mattina dopo una fuga di due giorni — e appunto nel negozio kosher nella zona di Port de Vincennes, alla periferia di Parigi, dove aveva fatto irruzione Coulibaly.
Qualcuno a parlato di fine di un incubo. Ma non era un improbabile sollievo il segno caratterizzante dell&#039;oceano di popolo che si è riversato nelle stragi di Parigi. Al di là della retorica più o meno convinta di tante dichiarazioni ufficiali, il significato della manifestazione è andato anche oltre i suoi scopi dichiarati. In piazza è scesa la partecipazione democratica. Le ferite hanno scelto di curarsi con le armi pacifiche della civiltà. «La tristezza del lutto e la convinzione che abbiamo qualcosa da difendere insieme, unisce i francesi», ha scritto l’arcivescovo di Parigi, cardinale André Vingt-Trois, in un messaggio letto oggi in tutte le chiese della diocesi. «La maggioranza dei nostri concittadini ha vissuto questa situazione come un appello a riscoprire un certo numero di valori fondamentali della nostra Repubblica, come la libertà di religione o la libertà d’opinione. Le manifestazioni spontanee di questi ultimi giorni sono state contraddistinte da un grande raccoglimento, senza segni di odio né di violenza», scrive ancora il cardinale, secondo il quale il fatto «che uomini nati nel nostro Paese, nostri concittadini possano pensare che la sola risposta giusta ad uno sbeffeggiamento o a un insulto sia la morte dei loro autori, pone la nostra società davanti a gravi interrogativi». Il fatto, poi, «che gli ebrei francesi paghino ancora una volta un tributo agli sconvolgimenti che agitano la nostra comunità nazionale, raddoppia la loro gravità». Il messaggio si conclude con l’invito alla preghiera per le vittime e per il Paese. «Nessuno si lasci andare al panico o all’odio; nessuno si lasci andare alla semplificazione di identificare qualche fanatico con una religione intera. E preghiamo anche per i terroristi, perché scoprano la verità del giudizio di Dio».
Né certo la Francia e l&#039;Europa sono gli unici luoghi dove si fa pressante l’esigenza di scongiurare reazioni che avallino una deriva verso l’idea di una guerra di religione o di civiltà. Le notizie sulle spaventose dimensioni delle ultime stragi perpetrate da Boko Haram in Nigeria, anche attraverso attentatrici suicide bambine o poco più, l’emozione suscitata in tutto il mondo da quanto accaduto a Parigi, ma anche le barbare uccisioni in Iraq, in Siria, fino all’ultima dei due giornalisti tunisini in Libia, confermano un’accentuazione della violenza terroristica che interpella l’intera comunità internazionale.
Accanto alle doverose misure di sicurezza da adottare per proteggere le popolazioni dalla ferocia di gruppi e individui che dichiarano di agire in nome dell’islam — e che massacrano soprattutto musulmani — bisogna sostenere proprio quelle scelte di civiltà che ispirano la manifestazione di Parigi. Non a caso, il Segretario generale delle Nazioni Unite, Ban Ki-moon, aprendo giovedì scorso la prima riunione dell’anno dell’Assemblea generale, ha lanciato un nuovo appello al dialogo, come unico strumento per costruire una condizione internazionale di giustizia e di solidarietà in cui non trovi alimento e alibi la ferocia terroristica. «In troppi posti abbiamo visto atti di terrorismo, estremismo, e di enorme brutalità», ha detto Ban Ki-moon, facendo riferimento, in particolare, alle terribili immagini dell’attacco al giornale satirico francese «Charlie Hebdo», tra cui quella della spietata esecuzione del poliziotto Ahmed Merabet. «Era un musulmano, e rappresenta un altro promemoria di ciò che ci troviamo a fronteggiare», ha precisato il Segretario dell’Onu, ribadendo la necessità di «trovare un modo per vivere insieme in pace, in armonia, e nel rispetto dei diritti umani e delle libertà fondamentali». 
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			<title>Centinaia di milioni senza diritti</title>
			<link>http://www.pierluiginatalia.net/1/centinaia_di_milioni_senza_diritti_9445447.html</link>
			<description><![CDATA[<strong>Centinaia di milioni senza diritti</strong><br /> 
L&#039;Onu, la fame, i bambini
Tre iniziative dell&#039;Onu ha spinto questa settimana a concentrare l&#039;attenzione sui bambini, milioni dei quali sono privi di cibo, di istruzione, di diritti. La prima è l&#039;annuncio di un piano strategico di risposta senza precedenti, della durata di tre anni, per portare assistenza vitale alle famiglie vulnerabili del Sahel. La seconda è la pubblicazione da parte dell&#039;Unesco, l’organizzazione per l’educazione, la scienza e la cultura, del rapporto “Insegnamento e apprendimento. Ottenere la qualità per tutti”, dal quale risulta che 175 milioni di bambini nel mondo non sanno leggere e scrivere, pur avendo formalmente frequentato almeno le scuole elementari.La terza è un altro rapporto, il dossier annuale “Every Child Counts: Revealing Disparities, Advancing Children’s Rights”, in questo caso dell&#039;Unicef, l&#039;agenzia per l&#039;infanzia, 
L’obiettivo del piano per il Sahel è interrompere le crisi cicliche che da decenni si verificano nella regione. Il piano dell’Onu comprende interventi in nove Paesi: Burkina Faso, Camerun, Ciad, Gambia, Mali, Mauritania, Niger, Nigeria e Senegal. 
In una nota diffusa ieri dall’Onu si spiega che gli abitanti del Sahel continueranno ad aver bisogno di una consistente assistenza umanitaria nel 2014 e oltre. Sono milioni le persone che vivono nell’insicurezza alimentare e soffrono di malnutrizione, in un contesto segnato da conflitti, disastri naturali ed epidemie. Questi fattori hanno notevolmente indebolito le capacità di resistenza delle comunità e le loro possibilità di migliorare la propria vita quotidiana nel lungo periodo. Il piano delle Nazioni Unite giunge in concomitanza con la decisione della Commissione dell’Unione africana di dichiarare il 2014 anno della sicurezza alimentare in Africa. Anche il vertice dell’Unione africana, che si conclude oggi ad Addis Abeba, ha riaffermato che quello ad avere cibo bastante ai bisogni vitali è il primo dei diritti di base da garantire alle popolazioni, con particolare attenzione alle condizioni di donne e bambini.
Il rapporto dell&#039;Unesco, da parte sua, certifica che non sarà possibile in Paesi avere un sistema educativo di qualità entro il 2015, come previsto dagli obiettivi di sviluppo del millennio lanciati nel nel 2000 sulla base dei dati del 1990. A voler vedere il classico bicchiere mezzo pieno, da allora la situazione è migliorata. Tuttavia, nel mondo circa 57 milioni di bambini non frequentano la scuola. Solo il 64 per cento dei maschi e il 61 per cento delle donne in età da scuola secondaria sono iscritti a un regolare corso di studi. Ciò nonostante, l’iscrizione alla scuola primaria è aumentata nei Paesi meno sviluppati: nel 1990 solo il 53 per cento dei bambini in questi Paesi era ammesso a scuola, mentre dal 2011 il tasso ha raggiunto l’81 per cento. Molte più ragazze oggi frequentano la scuola, ma nel 2011 ancora circa 31 milioni di bambine in età scolare risultavano analfabete.
Inoltre, secondo l&#039;Unesco, anche gran parte dei bambini che bene o male frequentano la scuola primaria non hanno un livello di insegnamento tale da consentire loro di continuare gli studi. Questo o comporta un costo non solo per le aspirazioni future dei bambini, ma anche per l’economia e lo sviluppo. Le perdite economiche derivate dal fatto che 250 milioni di bambini in tutto il pianeta non siano messi in condizioni di imparare le nozioni di base è stimato dall’Unesco in 129 miliardi di dollari, ovvero il 10 per cento della spesa globale complessiva per la scuola.
Realizzare un mondo a misura di bambino, dunque, resta forse una missione possibile, ma certo è ancora un obiettivo molto lontano. Basti pensare, come ricorda l&#039;Unicef, alla terribile piaga dei bambini soldato o al fatto che nel 2012 sono morti nel mondo oltre sei milioni di bambini sotto i cinque anni — circa 18.000 al giorno — la maggior parte dei quali per cause prevedibili. Inoltre, il quindici per cento dei minori sono obbligati a lavorare, e l’undici per cento delle bambine sono date forzatamente in sposa prima di compiere quindici anni. Questo è il quadro nell&#039;anno in cui si celebra il 25° anniversario dell&#039;approvazione all&#039;Onu, il 20 novembre 1989, della Convezione sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza.
Al primo posto tra le emergenze, c’è quella della mortalità infantile. In Sierra Leone, nel 2012, ogni mille morti 182 erano bambini sotto i cinque anni; in Angola 164; in Ciad 150; in Somalia 147 e in Congo con 146. Nel mondo, i bambini sono oltre due miliardi: il 31 per cento della popolazione globale. E spesso a ucciderli sono malattie banali, facilmente diagnosticabili e curabili.
Numeri impressionanti, ma che potrebbero addirittura aumentare, tenuto conto del fatto che — come sottolinea l’Unicef — nel mondo oltre 230 milioni di bambini sotto i cinque anni non sono mai stati registrati anagraficamente. A livello globale nel 2012, solo circa il sessanta per cento di tutti i neonati è stato registrato regolarmente alla nascita. Il tasso varia a seconda della regione, con livelli più bassi in Asia meridionale e in Africa subsahariana.

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			<title>Restaurata la biblioteca di Sarajevo</title>
			<link>http://www.pierluiginatalia.net/1/restaurata_la_biblioteca_di_sarajevo_9753160.html</link>
			<description><![CDATA[<strong>Restaurata la biblioteca di Sarajevo</strong><br />Ci sono voluti più di vent&#039;anni, ma finalmente è stato riaperto a Sarajevo il ricostruito edificio della Vijećnica, il municipio austro-ungarico simbolo della città che ospitava la biblioteca nazionale, incendiato e distrutto dagli assedianti serbi nell’agosto del 1992, all’inizio della guerra in Bosnia ed Erzegovina. L’edificio, ricostruito il più fedelmente possibile e con materiali originali, ospiterà l’amministrazione cittadina, la scarsa parte del patrimonio librario scampato al disastro il museo di Sarajevo.
Per chi ha vissuto, da protagonista o da testimone, gli anni del conflitto bosniaco, la distruzione della biblioteca, bombardata nell&#039;agosto del 1992 per quindici ore di seguito e infine incendiata da proiettili al fosforo, rappresentò l&#039;annuncio che quel conflitto sarebbe stato incurante non solo delle vite, ma anche delle memorie di qual popolo. In due giorni bruciarono i quattro quinti dei due milioni di libri che la biblioteca conservava.
Quell&#039;edificio, l&#039;ultimo in cui era entrato dall’arciduca austriaco Francesco Ferdinando, prima di andare incontro al mortale attentato che proprio a Sarajevo avrebbe aperto e concluso il secolo delle guerre più feroci in Europa, era considerata uno dei patrimoni di arte e di cultura dell&#039; intera umanità e diventò un monumento all&#039;orrore.
Come detto, andarono perduti la maggior parte dei libri, alcuni preziosissimi, che costituivano una raccolta unica al mondo per ricchezza di tematiche legate al multiculturalismo della città. A salvare qualcosa dall&#039; accanimento dei mortai fu il coraggio — e forse la sapienza inconsapevole — di decine di giovani gettatisi tra le fiamme per prestare soccorso ai libri come se fossero persone, quasi si riconoscessero loro debitori del proprio essere, come lo si è con i propri genitori, con i propri maestri.
Quei libri erano caparre di civiltà e come tali un pericolo per chi alla civiltà si oppone. Quei libri dicevano che non è solo l&#039; odio ad avere radici antiche in questa terra, che la storia dei Balcani non è solo — come troppe volte raccontato con una qualche superficialità, con un cinismo ingiustificato — un complesso di risentimenti antichi, di rancori reciproci, di diffidenza e di paura tra popoli a turno vittime gli uni degli altri. Quei libri conservavano, raccontavano anche la storia della lunga fatica per la pace, la storia di popolazioni che non volevano più odiarsi. Per questo li presero a bersaglio i «signori della guerra» quando scatenarono di nuovo la loro tragica follia.
Di quella follia, la Vijećnica non è più, per fortuna, un simbolo evidente. Perché ci furono e ci sono nella capitale bosniaca rovine che sono simboli. Quasi distrutto fu il Museo dei Giochi Olimpici del 1984, quando il mondo venne in questa città per un confronto incruento, quando il mondo era amico di Sarajevo. Segnati dal cannone furono i teatri, i caffè, gli alberghi del tempo in cui l&#039; Europa veniva ad incontrare Sarajevo europea. Distrutte furono gran parte delle chiese e delle moschee, i luoghi dell&#039; identità, del patrimonio di questo popolo nel quale si erano incontrati l&#039; ebraismo, l&#039;islam, l&#039;ortodossia e la cattolicità. Furono distrutte le scuole, le aule universitarie, i luoghi del sapere, i luoghi deputati alla ricerca delle strade di pace.
E furono bruciati i libri, con una chiara volontà, come dimostrò l&#039;uso delle bombe al fosforo, di cancellare la testimonianza che Sarajevo aveva offerto per decenni all&#039; Europa, le tracce e l&#039; esempio di una convivenza tra culture, etnie, religioni, di una pace autentica, tollerante, capace di vincere le difficoltà. Perché Sarajevo aveva rifiutato — nella sua eredità, nel suo vivere quotidiano, nei luoghi della sua cultura e del suo sviluppo — l&#039;esasperazione dei nazionalismi, la strumentalizzazione dei suoi diversi patrimoni. Sarajevo aveva respinto l&#039;incubo dell&#039;odio e aveva scelto, coltivato, arricchito la visione dell&#039;unità della famiglia umana che è comune a ebrei, cristiani e musulmani, persino a credenti e non credenti.
Qui tuonò il cannone contro quella scelta di pacifico sviluppo. Ma la ricostruzione della Biblioteca può segnare una ripresa del cammino dopo la caduta, un riavvio della civiltà dopo la barbarie. In quest&#039; opera non solo la città, ma la Bosnia ed Erzegovina, l&#039;intera ex Jugoslavia, l&#039; Europa, la comunità internazionale tutta possono sigillare un nuovo patto, un rinnovato impegno di sviluppo. Per restituire alla pace le sventurate regioni devastate dai lunghi anni dell&#039;odio, uno degli strumenti imprescindibili è infatti il restauro, dove possibile, o la ricostruzione, dove troppo è stato il disastro, dei patrimoni d&#039;arte sui quali si è accanita la ferocia del cannone. 
Certo, di fronte alla memoria di tanto dolore di bambini, di vecchi, di donne e di uomini innocenti, sembra poca cosa il ricordo delle distruzioni apportate ai complessi architettonici, ai capolavori dell&#039; ingegno umano. Certo, più atroce e più spietato è il colpo di mortaio sulla piazza del mercato di quello sulla Biblioteca di Sarajevo. Certo, le cannonate sullo Stari Most, il cinquecentesco ponte di Mostar sulla Sava, colpirono pietre, venerabili, ma pur sempre pietre, e non i feriti degli ospedali. Certo, le fosse comuni impongono alla coscienza dell&#039; Europa e del mondo un orrore maggiore, incommensurabilmente maggiore rispetto all&#039;attonito sgomento che colse quando sulle bianche mura di Dubrovnik, in Croazia, si abbatterono le salve d&#039; artiglieria della marina da guerra dell&#039;alòlora ancora Jugoslavia. 
Eppure, insistenti forse quanto le immagini delle vittime attonite e innocenti della guerra, restano nella memoria di chi dovette vivere quegli anni anche quelle dei patrimoni di storia e di cultura ridotti in macerie. Perché anche i libri e le pietre — talora soprattutto — edificano la pace e sono un pegno irrinunciabile di civiltà.]]></description>
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			<title>Il Gesù delle donne</title>
			<link>http://www.pierluiginatalia.net/1/il_gesu_delle_donne_9702474.html</link>
			<description><![CDATA[<strong>Il Gesù delle donne</strong><br /> 
«Le donne che erano venute con Gesù dalla Galilea seguivano Giuseppe (quello d&#039;Arimatea, che aveva fornito il sepolcro); esse osservarono la tomba e come era stato deposto il corpo di Gesù, poi tornarono indietro e prepararono aromi e oli profumati. Il giorno di sabato osservarono il riposo secondo il comandamento» (Lc 23). Così l&#039;evangelista. Di maschi non si parla proprio. Dalla sepoltura all&#039;annuncio della Resurrezione sono in scena solo le donne. Magari sarà anche per questo – è bene sottolineare appunto anche, il che non vuol dire solo - che la Chiesa, la cui gerarchia ministeriale è solo maschile, ha voluto da sempre che il Sabato Santo sia il giorno senza liturgia. Per la verità, dopo la sepoltura, non è citata neppure Maria, la madre del Signore, che aveva raccolto il corpo del figlio morto ai piedi della croce, nell&#039;immagine simbolo della Pietà che sarebbe stata raccontata dall&#039;arte di ogni secolo. 
Di Maria si tornerà a parlate solo negli Atti degli Apostoli, riguardo alla sua presenza nel cenacolo il giorno di Pentecoste. Ma piace pensare che l&#039;assenza si Maria al sepolcro sia la conseguenza diretta della sua fede, della sua convinzione, che si tratti di un luogo destinato a restare vuoto. D&#039;altronde Maria da tempo custodiva in cuore come aveva nutrito nel suo ventre il mistero dell&#039;incarnazione di Dio e della redenzione del mondo.
Le donne, dunque, si accertano della deposizione nel sepolcro e poi tornano a casa a osservare il riposo sabatico israelitico. Poi, all&#039;alba della domenica, si procurano unguenti e profumi e corrono al sepolcro dove avevano usato (lo racconta il Vangelo di Giovanni) trenta libbre di mirra e aloe, un&#039;enormità per l&#039;epoca. Se non altro, non c&#039;era più Giuda figlio di Simone Iscariota a contestate, questo tributo di profumi a Gesù, come aveva fatto pochi giorni prima quando un&#039;altra Maria (è sempre Giovanni a riferirne il nome, ma colloca l&#039;episodio nella casa di Lazzaro, Marta e Maria a Betania, mentre Matteo e Marco lo fanno in quella di un lebbroso di nome Giuseppe a Gerusalemme e tralasciano l&#039;identità della donna) ne aveva usato trecento grammi per ungere i piedi del Signore dopo averglieli lavati con le sue lacrime e asciugati con i suoi capelli. Del resto, quel profumo costava un denaro al grammo, dieci volte più del prezzo che avrebbe avuto per il tradimento. Ed è sempre Giovanni a rimarcare che dei poveri, presunti beneficiari di quei denari, a Giuda non importava un bel niente.
Ma queste sono questioni pseudosociali delle quali le donne del Vangelo non si occupano più di tanto. Loro agiscono, prima e meglio degli uomini, secondo l&#039;insegnamento di Gesù. Del resto, era stato Egli stesso stesso a dire che quel profumo era per la sua sepoltura.
Le donne, dunque, attendono e poi corrono a curare il corpo del Signore. Persino racconti come i Vangeli, scritti in un&#039;epoca che più maschilista non si poteva, lasciano filtrare una concezione che è antropologica prima che religiosa. Le donne curano e attendono. Ed è normale. Sono le donne a conoscere l&#039;attesa della vita e a nutrirla. Sono le donne a curare il bambino, il malato, il vecchio e a tributare l&#039;ultimo omaggio al morto. Sono le donne a conoscere meglio l&#039;amore. E il Sabato santo è il giorno senza liturgia, ma è il giorno dell&#039;attesa, della speranza che supera la morte. Non è, soprattutto, un giorno senza amore.]]></description>
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			<title>La recente politica francese in Africa</title>
			<link>http://www.pierluiginatalia.net/1/la_recente_politica_francese_in_africa_9220430.html</link>
			<description><![CDATA[<strong>La recente politica francese in Africa</strong><br /> Allons enfants... De la patrie? Non proprio. De la colonization? Fuochino. De la grandeur? Forse ci siamo. Giudicare i popoli in base ai loro governanti non è mai un&#039;operazione intelligente. Tanto più per chi, come chi scrive, dovrebbe allora abbastanza vergognarsi di essere italiano. Ma certo, quell&#039;idea di grandezza mista ad aggressività la storia francese se la porta dietro da sempre, da Carlo Magno al Re Sole, da Napoleone a De Gaulle. Ultimo arrivato a mostrarsi convinto – nei fatti se non con le parole – che i valori si affermaino sulla punte delle spade (oggi cacciabombardieri) è il socialista (?) François Hollande. Sotto la sua ancor breve presidenza, neanche fosse un Bush qualsiasi, i francesi sono andati a fare la guerra in Libia, in Mali e in Repubblica Centroafricana (più qualche intervento minore in Ciad, in Costa d&#039;Avorio e altrove). In Siria ci hanno provato, ma alla fine Obama ha frenato questi suoi alleati un po&#039; più bellicosi di lui, che pure l&#039;idea di un attacco armato ad Assad l&#039;ha accarezzata a lungo. 
In Siria no, dunque, ma nessuno è riuscito a impedire ai francesi di andare a combattere in Africa, ovviamente “contro il terrorismo e per la democrazia”, come gli angloamericani (e alleati) in Iraq e in Afghanistan, per non parlare di altri scenari di guerra. Anzi, Parigi ha avuto pieno avallo ai suoi interventi in sede di Consiglio di sicurezza dell&#039;Onu, dove ha diritto di veto grazie al fatto che De Gaulle non si rassegnò alla conquista nazista e continuò a fare la guerra in divisa, mentre le altre resistenze europee le divise non le indossavano e, quindi, al tavolo dei vincitori non ebbero neppure uno strapuntino. Lo schema seguito in Mali come nella Repubblica Centroafricana è quello di interventi paralleli di truppe africane e di contingenti francesi. Nel secondo caso, tra l&#039;altro, le truppe africane provengono tutte da Paesi, come Ciad, Camerun, Repubblica del Congo, a forte influenza francese. 
Non è un caso che mentre la situazione in Centroafrica precipitava e quella in Mali confermava come almeno premature le affermazioni di Hollande, questi abbia presieduto a Parigi un vertice – ovviamente “per la pace e la sicurezza” - al quale hanno partecipato una cinquantina di capi di Stato e di Governo africani, il Segretario generale dell’Onu, Ban Ki-moon, e i rappresentanti dell’Unione africana e dell&#039;Unione europea. Nel documento approvato nella riunione si parte affermando che l’Africa deve «provvedere da sola alla propria sicurezza», ma subito si aggiunge che la Francia mette a disposizione dell’Unione africana la sua “expertise militare” per formare ogni anno 20.000 soldati africani allo scopo di «rendere operativa la Capacità africana di reazione immediata alle crisi (Caric) nel 2015», come ha commentato entusiasticamente il ministro della Difesa francese Jean-Yves Le Drian. 
Questo primo vertice franco-africano sotto la presidenza Hollande è stato pesantemente criticato da alcuni analisti e difensori dei diritti umani che considerano l’ex potenza coloniale «parte dei problemi attuali del continente, ma non della soluzione», come si è espressa l’associazione francese Survie, denunciando «il rafforzamento della capacità di intervento delle forze francesi in Africa» e un discutibile processo di «legittimazione della sua ingerenza militare attraverso una propaganda circa operazioni attuate a nome della difesa dei diritti umani, ma che in realtà sono al servizio degli interessi francesi». 
 
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			<title>La tratta degli esseri umani</title>
			<link>http://www.pierluiginatalia.net/1/la_tratta_degli_esseri_umani_8961359.html</link>
			<description><![CDATA[<strong>La tratta degli esseri umani</strong><br /> 
Gli schiavi, le bambine, i migranti
 
Di Pierluigi Natalia
 
Ci sono due fenomeni in atto nel mondo, la schiavitù e la tratta di esseri umani, che segnano numerosi Paesi, anche insospettabili. Ci sono due grandi e popolosi Stati, India e Bangladesh, che in queste ore hanno rifiutato di di firmare la prima risoluzione globale contro le nozze forzate tra minori lanciata dalle Nazioni Unite. La risoluzione è sostenuta da 107 Paesi, compresi quelli in cui i matrimoni di bambini sono diffusi come l’Etiopia, il Sud Sudan, la Sierra Leone, il Ciad, il Guatemala, l’Honduras e lo Yemen. C&#039;è una discussione in corso nell&#039;Unione europea, sull&#039;onda dell&#039;emozione per le recenti tragedie della migrazione a Lampedusa e nel Canale di Sicilia, sul ruolo dell&#039;agenzia Frontex, quella che in teoria dovrebbe essere competente per le attività alle frontiere dell&#039;Unione. Argomenti diversi? Forse. Ma sicuramente collegati. 
Il Global Slavery Index (indice globale della schiavitù), uno studio condotto in 162 Stati compilato dall’organizzazione australiana Walk Free Foundation (Wff) rivela che in condizione di schiavitù vivono oggi circa trenta milioni di persone. Va subito precisato che nel conto sono compresi diversi casi particolarmente odiosi di matrimoni forzati, una pratiche che andrebbe comunque analizzata a parte. Ma anche escludendo questo aspetto, lo studio conferma che il traffico di esseri umani, schiavi e più ancora schiave, costiuisce ancora oggi uno degli affari criminali più redditizi.
La risoluzione bocciata da India e Bangladesh prevede di includere la lotta alle nozze forzate, premature e tra bambini nell’Agenda internazionale a partire dal 2015. «Il rifiuto dell’India è molto deludente», ha commentato all&#039;Assemblea generale dell&#039;Onu Lakshmi Sundaram, coordinatore internazionale di &#039;”Ragazze non spose”, la coalizione di organizzazioni non governative che si occupano della questione presente all’Assemblea generale dell’Onu. In questo caso, si tratta soprattutto di fenomeni interni ai singoli Paesi, con storie culturali stratificacate che sembrano scandalose soprattutto a a noi occidentali di scarsa memoria (fino a cinquant&#039;anni fa matrimoni di uomini adulti con ragazza minorenni erano la norma anche in Italia. Per esempio, mia nonna si è sposata a 17 anni con un uomo di 27e non se ne è mai pentita). Il fatto che non si voglia affrontare una simile questione a livello di legislazione internazionale nel terzo millennio è comunque inquietante. Con tutti i distinguo del caso e per quanto possa contare la mia opinione, in merito concordo con Sundaram. 
Di fenomeno principalmente interno a singoli, sia pur numerosi Paesi si può parlare anche per la schiavitù. In cifra assoluta, l&#039;India si distingue anche in questo, con 14 milioni di schiavi, comprese appunto molte bambine vendute come mogli, ma in termini percentuali e sul piano dell&#039;impatto sociale è la Mauritania, con il 4 per cento della sua popolazione privata della libertà, a detene il triste primato di Paese con la più alta concentrazione di vittime al mondo. In Mauritania, nonostante l’abolizione legale della schiavitù nel 1981, nessun indizio indica che misure reali siano state prese per assicurarne l’abolizione in pratica. Chiunque fugga, ancora oggi, da tale condizione non ha nessuna protezione legale ed è sottoposto a una discriminazione considerevole, mentre – dichiarazioni d&#039;intenti a parte - non c’è riscontro all&#039;asserita volontà ufficiale di intraprendere azioni risolutive per distruggere pienamente questo sistema sociale. «Molti Governi non apprezzeranno quello che abbiamo scritto su questo rapporto - ha detto il presidente della Wff, Nick Gromo - ma la nostra speranza è che si rendano contro che il problema va affrontato e noi possiamo aiutarli». I Governi in questione sono quelli dei Paesi diligentemente elencati nel rapporto, in particolare appunto India, Cina, Pakistan, Nigeria, Etiopia, Russia, Thailandia, Repubblica Democratica del Congo, Myanmar e Bangladesh che raccolgono sul loro territorio circa il 76 per cento degli schiavi moderni.
Fenomeni in prevalenzza interni, dunque, ma a metterli insieme e a iscriverli nel più generale contesto della mobilità umana, di migranti o di profughi, è il fenomeno della tratta, in gran parte gestitadalle stesse organizzazioni criminalicheorganizzano i cosiddetti “viaggi della speranza”. La questione si intreccia, infatti, anche con la questione migratoria della quale ci si sta occupando oggi in Italia - e in Europa con un&#039;attenzione un po&#039; pelosa, dato che il pendolo dell&#039;opinione pubblica oscilla ora sulla voce pietà, dopo anni di spontaneo o indotto blaterare di respingimenti di invasori potenzialmente portatori di criminalità. 
All&#039;atto pratico, però, come scrivevo qualche giorno fa, nessuno sembra davvero disposto ad andare oltre il “mantra” sul fatto che sia l&#039;Unione europea nel suo complesso a dover affrontare la questione, recitato in questi giorni praticamente da tutti, dai governanti italiani come dal primo ministro maltese Joseph Muscat, il cui Governo in materia di respingimenti ha poco da invidiare all&#039;Italia degli ultimi anni, quella della legge Bossi-Fini o del decreto Maroni sulla sicurezza. L&#039;Unione europea non ha mai affrontato strutturalmente la questione, nonostante il varo del Frontrex, che di fatto è solo un coordinamento, finora neppure tanto efficace. Ma di nuove e certe regole gli Stati non vogliono parlare davvero. Se dovessi fare una scommessa, sarebbe sul fatto che nel prossimo vertice europeo non verrà modificato il trattato di Dublino. Questo stabilisce chiaramente che le questioni frontaliere sono competenza degli Stati. 
Non ci sono leggi europea sulle migrazioni, non c&#039;è una Marina europea in Mediterraneo, non c&#039;è una politica estera europea sulla questione. Non ci ci sono e allo stato attuale non ci possono essere. Di fatto, tutto quello che può fare l&#039;Europa è sostenere gli sforzi dei singoli Stati sul piano economico. Del resto, la settimana scorsa ad accompagnare a Lampedusa il presidente della Commissione europea, José Manuel Durão Barroso, c&#039;era la commissaria agli affari interni, Cecilia Malmström, e non l&#039;alto rappresentante per la politica estera e di sicurezza comune, Catherine Ashton.
Per inciso, è da notare che ricordarlo è stata la presidente della Camera, Laura Boldrini, una dei pochi rappresentanti italiani titolati a parlare di questi argomenti, dato che il suo impegno in politica data da quest&#039;anno, dopo una vita professionale spesa sulle frontiere di questa tragedia, come portavoce prima del Programma alimentare mondiale dell&#039;Onu e poi dell&#039;Alto commissariato per i rifugiati (meglio specificare che quelli di Boldrini erano incarichi operativi, non di uffici stampa e che sul campo c&#039;è stata davvero).
Sarebbe interessante, che il Parlamento italiano discutesse di queste connessioni, evitando magari di scadere in luoghi comuni. 
 
Proprio i ricercatori del Wff hanno smentito che le pratiche di riduzione in schiavitù siano collegate al tasso di povertà, sottolineando che tra le cause principali c’è la corruzione e l’impunità dei gruppi criminali che lucrano dalla tratta degli esseri umani. Seppure con percentuali minori, neanche l’Europa è libera dalla schiavitù. Il rapporto rivela, infatti, come il continente ospiti al suo interno alcune centrali del traffico e della tratta di esseri umani. Secondo un recente studio della Commissione per la criminalità organizzata, sono almeno 800.000 le persone residenti in Paesi europei in condizioni di schiavitù. Del resto, i dati della Wff sono confortati da quelli della Commissione per la criminalità organizzata, corruzione e riciclaggio di denaro in Europa (Crim),secondo i quali sono almeno 800.000 le persone residenti in paesi europei in condizioni di schiavitù e 270.000 quelle sfruttate sessualmente.
Per quanto riguarda l&#039;Italia ha provveduto a fornire dati certi il “Primo rapporto di ricerca sulla tratta e il grave sfruttamento”, presentato proprio oggi da Caritas italiana e dal Coordinamento nazionale delle comunità di accoglienza (Cnca), che lo hanno realizzato con la collaborazione del Gruppo Abele e dell&#039;associazione On the road. La ricerca ricostruisce l’evoluzione del fenomeno e analizza il funzionamento del sistema di produzione sociale rivolto alle vittime. Il rapporto conferma che negli ultimi anni si sono registrati non solo “nuovi” tipi di tratta finalizzati all’accattonaggio forzato e ad attività illegali coercitive, ma anche casi di vittime soggette a sfruttamento multiplo (donne costrette a prostituirsi e a spacciare; uomini obbligati a vendere merce, a elemosinare e a spacciare). A gestire la tratta sono sempre più gruppi criminali radicati nei Paesi di destinazione – le mafie sanno mettersi d&#039;accordo meglio dei Governi, anche se come questi e come le multinazionali talora si fanno la guerra - con collegamenti transnazionali e capacità di abbinare la tratta e lo sfruttamento ad altre attività. Dal 2006 al 2012 i servizi di aiuto alle vittime sono entrati in contatto con oltre 65.000 persone; di queste, 21.378 hanno deciso di entrare in un programma di protezione e assistenza sociale. Per quanto riguarda l’età, continuano a essere sfruttate nella prostituzione soprattutto le giovani tra i 18 e i 25 anni. I Paesi di origine principali delle vittime assistite dagli enti sono la Nigeria e la Romania; in costante crescita il Brasile, il Marocco, la Cina; si registra, infine, il ritorno dell’Albania. «Si esorta il Governo italiano a impegnarsi in maniera diretta, efficace, coerente e continuativa contro la tratta di persone, in tutte le sue forme — ha dichiarato don Francesco Soddu, direttore di Caritas italiana — adottando un approccio fondato sui diritti umani e garantendo l’assegnazione di risorse umane e finanziarie adeguate».
Per le connessioni con il fenomeno di migranti e profughi, i rapporti citati confermano dati noti. Tuttavia è significativo che diverse “anime belle” della politica italiana, ma anche europea, sembrino averli scoperti solo ora. L&#039;arrivo di molti siriani a Lampedusa e in altri porti italiani ha suggerito ad alcuni la possibilità di sostenere che parlare oggi di accoglienza dopo aver parlato e legiferato per anni riguardo ai respingimenti in mare (con o senza prendere a cannonatei gommoni, come suggerito non tanto tempo fa da forze politiche all&#039;epoca di governo e tuttora rappresentate in Parlamento) sia legittimo in quanto ora si tratta di profughi di guerra mentre all&#039;ìepoca si trattava solo di migranti. Il che è ovviamente un&#039;evidente balla detta in palese malafede. I flussi di mobilità umana sono misti da decenni. E gli africani giunti attraverso il mare sono praticamente tutti provenienti da Paesi in guerra. Lo sanno tutti e se qualcuno fa finta di ignorarlo o mente o è inquietante che stia in Parlamento. Anche se da qualche anno a questa parte la tratta di donne, in questo caso presumibilmente consensienti, a domicilio di gente potente e denarosa è stato uno dei modi per fare carriera politica.
Ma anche ammesso che la vicenda siriana ne abbia accresciuto le dimensioni, va aggiunto che le strette connessioni tra le crisi nel Maghreb e nel Medio Oriente e i fenomini di mobilità, compresa la loro porzione illegale, erano previsti e analizzati da anni. Due anni fa, per esempio, lo fece il Forum sociale mondiale, tenuto a Dakar, in Senegal.Tra le proposte più significative del Forum ci una una Carta dei migranti, messa a punto proprio da loro. Centinaia di delegati di persone costrette a lasciare i loro Paesi, soprattutto africani, lo fecero in un&#039;assemblea nell’isola di Gorée, nella baia di Dakar, da dove partirono milioni di schiavi per le Americhe.
Un chiaro valore simbolico fu dato alla scelta di questo luogo, oggi patrimonio dell’umanità, proponendolo come monito da un lato a riscattare l&#039;epoca della tratta, quando sulla schiavitù eyopei e amercani costruivano laloro ricchezza, e dall&#039;altro a non rendere le rotte della mobilità un modo per ridurre di nuovo in schiavitù tanti esseri umani. «Gorée 2011» disse con chiarezza che la strage delle migliaia di persone morte nel tentativo di raggiungere un futuro migliore è un aspetto di questa tragedia e chiese modelli diversi da quelli finora perseguiti per rispondere ai fenomeni migratori. In questo, indicò come fondamentale la tutela delle donne e dei giovani, per non dire i bambini, cioè le vittime privilegiate dei trafficanti di esseri umani che sfruttano la disperazione di tanti infelici.
“Cuore di tenebra” di Conrad, uno tra i più importanti libri mai scritti sulla schiavitù, non è un documento del passato. La schiavitù non è una cicatrice: è una ferita che sanguina. Oggi. 
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			<title>Impegno dei Paesi del G77</title>
			<link>http://www.pierluiginatalia.net/1/impegno_dei_paesi_del_g77_9850448.html</link>
			<description><![CDATA[<strong>Impegno dei Paesi del G77</strong><br /> 
Mentre l&#039;agenda del Consiglio di sicurezza dell&#039;Onu si concentra, tra gli abituali veti reciproci, sulle situazioni di conflitto nel mondo, soprattutto in Medio Oriente e in Africa Africa, a Santa Cruz, in Bolivia, si è tenuto il vertice del G77 dedicato, nel cinquantesimo di fondazione del gruppo, a quelle che della guerra sono le principali cause, cioè miseria e diseguaglianza, così come la vendita delle armi ne è il principale scopo. 
Il G77 è un&#039;organizzazione intergovernativa creata appunto nel 1964 da 77 Stati nell&#039;ambito delle Nazioni Unite, in manifesta alternativa al G7, il gruppo dei Paesi più industrializzati (Canada, Francia, Germania, Giappone, Gran Bretagna, Italia e Stati Uniti). Contrariamente al G7, diventato G8 quando vi fu cooptata la Russia (oggi peraltro sospesa in seguito alla crisi in Ucraina), il G77 ha conservato la sua denominazione anche se oggi vi aderiscono 133 Paesi tra membri effettivi e associati (l&#039;ultima è entrare è stata Cina) e costituisce di conseguenza è il gruppo più vasto di Paesi delle Nazioni Unite, un gruppo che «svolge un ruolo fondamentale per raggiungere gli obiettivi del Millennio» come ha detto il segretario generale dell’Onu, Ban Ki-moon, che ha presieduto i lavori del summit a Santa Cruz. 
Al chiusura dell&#039;Incontro è stata diffusa una Dichiarazione con l&#039;appello a sradicare la povertà nel mondo entro il 2030. «Debellare la povertà è la grande sfida che deve affrontare il mondo e la condizione indispensabile per lo sviluppo durevole», afferma il testo letto dall’ambasciatore boliviano presso le Nazioni Unite, Sacha Llorenty. A giudizio dei presidenti, capi di Governo e ministri che l&#039;hanno approvata, la Dichiarazione di Santa Cruz deve costituire appunto un riferimento per l’Onu in vista delle definizione di nuove strategie dopo la scadenza, nel 2015, degli Obiettivi di sviluppo del millennio. 
Nel documento è centrale il tema della lotta alla povertà e alle disuguaglianze, una lotta che è soprattutto politica e antropologica, ma anche al sistema economico e finanziario oggi dominante. La “cultura dello spreco” può portare infatti allo “sviluppo materiale” ma non allo “sviluppo umano”, come ha sintetizzato il presidente dell’Uruguay, José Mujica.
A questo scopo, la Dichiarazione fa riferimento a nuovi impegni contro le disuguaglianze, la protezione dell’ambiente e la sovranità dei Paesi sulle loro risorse naturali ed evocato anche l’allargamento del Consiglio di sicurezza dell’Onu, tutti temi già discussi in precedenza nel Palazzo di Vetro a New York durante più di novanta ore di negoziati e trenta sedute di lavoro e che «esprimono la volontà dei 133 Paesi del gruppo», come ha aggiunto il diplomatico. Del resto, 
summit a Santa Cruz.
Dal canto suo, il presidente boliviano, Evo Morales, ha insistito sulla necessità di prendere misure immediate. «Il destino di milioni di poveri e lo stato del pianeta — ha detto — dipende dal successo del nostro lavoro». Morales ha ricordato che i Paesi dell’Asia, dell’Africa e dell’America latina che compongono il G77 «rappresentano il 77 per cento della popolazione mondiale, ma anche il 43 per cento dell’economia mondiale». Grandi assenti al vertice in Bolivia sono stati la presidente del Brasile, Dilma Rousseff, quella del Cile, Michelle Bachelet, e il quello appena rieletto della Colombia, Juan Manuel Santos.
 
 ]]></description>
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		<item>
			<title>Il rapporto tra denaro e conflitti</title>
			<link>http://www.pierluiginatalia.net/1/il_rapporto_tra_denaro_e_conflitti_11637840.html</link>
			<description><![CDATA[<strong>Il rapporto tra denaro e conflitti</strong><br />Dicembre 2024
Se la guerra si fa soprattutto per vendere armi, come sintetizzava Papa Francesco, il rapporto malato e persistente tra denaro e conflitti conosce altre declinazioni forse meno esaminate, ma comunque rilevanti. Quando l’affare delle armi all’apparenza finisce in qualche teatro di guerra e in attesa che se ne provochino altri, tra le macerie si fa largo l’affare del mattone. Si chiama ricostruzione e per i potentati economici non è mai solidarietà con le vittime dei disastri bellici (come del resto per quelle di eventi naturali tipo i terremoti). Succede sempre e ovunque, oggi nel Vicino Oriente in Palestina e in Siria, come in Europa, nell’Ucraina ancora sotto le bombe, come in tante situazioni nel Sud devastato del mondo.
La famelica bulimia di affari legati alla guerra fu subito evidente nel caso ucraino fin dall’intervento armato russo nel febbraio 2022 nelle regioni del Donbass che avevano dichiarato la secessione, dopo che a sorpresa fallirono i negoziati in pratica già conclusi con successo tra Kiev e Mosca. Non è negabile in ciò la responsabilità delle pressioni di Paesi europei e della Nato, che al governo ucraino promisero sostegno e prospettarono la vittoria nella guerra con la Russia. Dopo quasi quattro anni, di Russia da sconfiggere non parla più nessuno. Il presidente statunitense Donald Trump ha negato nuove forniture di armi a Kiev e anzi pretende i giacimenti ucraini di terre rare a pagamento dei debiti di guerra. Diversi governi europei, tra cui quello italiano, continuano però a fornire materiale bellico all’Ucraina, comprato proprio dai produttori statunitensi, e aumentano le spese in armamenti, sempre oltre oceano, contraendo la spesa sociale a danno soprattutto dei ceti più deboli.
Di fatto, cioè, più dura una guerra, cioè, e più affari privati si fanno durante e dopo. Le riunioni di “donatori”, compresa tra le ultime la Ukraine Recovery Conference 2025 tenuta a Roma lo scorso giugno, sono cominciate già nel 2022. E non vi si decidono doni, ma prestiti e soprattutto investimenti privati, ma garantiti dagli Stati, cioè dalla fiscalità generale, in assenza dei profitti previsti. In parole povere i guadagni vanno ai soliti pochi, spesso celati in strutture finanziarie impersonali, ma molti ben conosciuti per nome e cognome, mentre rischi e perdite pesano sui cittadini che pagano le tasse, in alcuni Paesi quasi solo lavoratori dipendenti e pensionati.
Quanto a Gaza, non è un caso che a trattare non la pace, come sbandierato da osservatori in maggioranza plaudenti, ma una tregua ancora incerta e già più volte violata, Trump abbia mandato suo genero Jared Kushner, un imprenditore immobiliare come lui. Presto, infatti, sono spuntati i piani veri, cioè la divisione della Striscia in due. In una parte, controllata dall’esercito israeliano, si avvierà subito la rimozione delle macerie e sorgeranno nuovi edifici ai quali i palestinesi potranno forse lavorare, ma che di certo non potranno permettersi di acquistare. 
L’altra per ora resterà sotto il controllo di Hamas con funzioni di polizia in attesa che il gruppo disarmi, come previsto dall’accordo firmato a Sharm el-Sheikh, in Egitto, da Trump con il presidente egiziano Abdel Fattah al-Sisi, quello turco Recep Tayyip Erdoğan e l&#039;emiro del Qatar Tamim bin Hamad al-Thani, i leader dei Paesi che avevano condotto la mediazione. Sullo sfondo a fare passerella c’erano quelli di diversi altri Paesi, europei compresi, che si sono prestati uno per uno a sfilare verso Trump e a seguirne le indicazioni di comportamento, talora sentendosi lodare, talora subendo rimbrotti che somigliavano tanto a minacce. In cambio, sotto la solita definizione ingannevole di “aiuti”, cercheranno di ottenere qualche fettina della torta che si spartiranno quasi per intero Israele e i firmatari dell’incontro a Sharm el-Sheikh.
Per i palestinesi della Striscia si prospetta dunque un destino di frammentazione come nella Cisgiordania per metà occupata dai coloni armati israeliani. Incognite rimangono anche su altri aspetti cruciali come la forza internazionale di stabilizzazione e l’organismo che dovrà governare la Striscia previo ritiro dell’esercito israeliano e disarmo di Hamas. Il governo israeliano si oppone infatti alla partecipazione di quei Paesi che ritiene nemici, mentre Hamas a disarmare completamente sembra decisamente poco propensa.
Fermo restante quanto su scritto, è comunque un passo positivo che il piano citato abbia suscitato quella scintilla di speranza della quale ha parlato Papa Leone, se non altro perché a Gaza si sono fermati i massacri più sistematici. Ma se è stata accesa una fiammella va alimentata non certo dall’arroganza del potere militare o finanziario, ma dal rispetto dei criteri del diritto delle genti, i più volte riaffermati dal Papa, pronto a ospitare in Vaticano ogni negoziato di pace, dalle organizzazioni davvero umanitarie e anche - più modestamente - da chi scrive ancora con la schiena dritta. 
Il caso complicato della Siria
Le prospettive di ricostruzione trovano oggi in Siria probabilmente il caso più complicato. La caduta del governo di Bashar al-Assad a fine 2024, a opera della Hayat Tahrir al-Sham (HTS), coalizione di milizie più o meno radicali che dopo tale vittoria ha visto cancellare la patente di organizzazione terrorista datale dai Paesi occidentali e non solo, non ha risolto la crisi. Nonostante i riconoscimenti ottenuti, il nuovo potere guidato dal leader delle HTS, oggi presidente siriano, Aḥmad Ḥusayn al-Sharaʿ, non ha saputo finora avviare un vero processo di pacificazione. La Siria resta un mosaico di zone controllate da diverse milizie, comprese quelle di curdi, alawite e drusi. Non a caso, sono stati congelati i seggi riservati a curdi e alawiti previsti nel nuovo parlamento, nominato e non eletto. 
Questo, comunque, non ha fermato le iniziative per partecipare ai guadagni della ricostruzione. Per prima si è mossa la Turchia che già aveva appoggiato le HTS contro al-Assad, e ha ottenuto incarichi per ripristinare aeroporti, ferrovie e autostrade. Anche l’Unione europea, spinta oltretutto dalla necessità di rimpatriare oltre 1.300.000 profughi siriani che ospita, ha subito annunciato iniziative “a fianco della Siria”. Ma con esito tutt’altro che soddisfacente: dei tre miliardi di euro di investimenti chiesti per il 2025 è stato promesso meno del 18 per cento. Più rilevanti sono stati a luglio e agosto due forum in Siria di con imprese di Arabia Saudita, Qatar ed Emirati Arabi Uniti, con la firma di accordi per 20 miliardi di dollari, nei settori energetico, immobiliare, dei trasporti, delle telecomunicazioni. e dei media. A conferma che le autocrazie arabe vogliono fare in Siria la parte del leone.
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			<title>L'esortazione apostolica post sinodale Christus vivit di Papa Francesco</title>
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			<description><![CDATA[<strong>L&#039;esortazione apostolica post sinodale Christus vivit di Papa Francesco</strong><br /> 
Come ogni simile scritto papale, l’Esortazione Apostolica Christus vivit, firmata da Papa Francesco lo scorso 25 marzo nella Santa Casa di Loreto e pubblicata nei giorni seguenti, in parte recepisce il documento finale di un Sinodo, quello dello scorso ottobre in Vaticano su “I giovani, la fede, il discernimento vocazionale”, in parte lo amplia e lo completa aggiungendo una tappa importante al cammino di questo pontificato. Del resto la stessa espressione “fare sinodo”, letteralmente “fare stada insieme”, usata da Francesco, mostra questa sua visione identitaria della Chiesa. “Mi sono lasciato ispirare – dichiara Francesco - dalla ricchezza delle riflessioni e dei dialoghi del Sinodo. Non potrò raccogliere qui tutti i contributi, che potrete leggere nel Documento Finale, ma ho cercato di recepire le proposte che mi sembravano più significative. In questo modo, la mia parola sarà arricchita da migliaia di voci di credenti di tutto il mondo che hanno fatto arrivare le loro opinioni al Sinodo. Anche i giovani non credenti, che hanno voluto partecipare con le loro riflessioni, hanno proposto questioni che hanno fatto nascere in me nuove domande”.
Non basta un articolo per approfondire ogni aspetto della Christus vivit, che tra l&#039;altro non si presenta con percorso strutturato, dichiarato all’inizio, ma alterna generi di interlocuzione e argomentazione. Il che dà motivo di riflessione, non solo su quanto comunicato, ma sul modo di comunicarlo. Sembra quasi che a Francesco il formato testuale classico stia stretto e che cerchi di riportare sulla carta le moderne tecnologie comunicative multimediali e la loro pluralità di linguaggi, e con una serie di citazioni che sembrano altrettanti rinvii a link diversi. E forse c&#039;è un implicito suggerimento a quanti hanno il compito di trasmettere il magistero ecclesiale a esplorare queste moderne potenzialità comunicative per raggiungere le generazioni nate o cresciute in una cultura multimediale.
Il discorso porterebbe lontano, ma qui dovrà bastare, nell&#039;invitare alla lettura del testo completo e, magari, del documento finale del Sinodo, indicarne alcuni punti cruciali. Anche perché a una lettura attenta una struttura traspare, magari sottotraccia, e risponde ai tre passi dello schema del discernimento gesuitico: riconoscere, interpretare, scegliere. In estrema sintesi, la si individua raggruppando tre a tre i nove capitoli della Christus vivit. I primi tre riprendono  il lavoro di ascolto della realtà che aveva impegnato il Sinodo, per lasciare spazio a quanto avviene quando la Parola di Dio incontra i giovani e interagisce con le relazioni tra loro, con le famiglie, con le loro comunità, con la società in generale. Non un&#039;indagine astratta, ma un confronto con le vite concrete.
Dal documento finale del Sinodo Francesco cita quasi alla lettera l&#039;esame di tre situazioni proprie della condizione dei giovani (e non solo) nel mondo di oggi. La prima è la crescente pervasività dell’ambiente digitale, con tutte le sue potenzialità come occasione di incontro e dialogo, ma anche le sue ombre e i suoi rischi di manipolazione e sfruttamento. La seconda è la condizione dei migranti, paradigma del nostro tempo e dell&#039;identità dei credenti. Il terza sono gli abusi, sui quali si ribadisce la necessità di trasparenza, l’impossibilità di fare marcia indietro nelle misure di prevenzione e la richiesta ai giovani di collaborare per trasformare questa crisi in una opportunità di vera riforma della Chiesa.
Quarto, quinto e sesto capitolo sono il cuore dell&#039;esortazione e ne spiegano il titolo. A ogni giovane la Chiesa può offrire solo l&#039;incontro con quel Dio vivente nel quale crede e che sperimenta, un incontro che può aprire nuovi orientamenti per la vita di ciascuno. Il dinamismo di Dio cerca risposte autentiche alla voglia di vita propria della giovinezza e insieme mostra cosa sia un inganno che manipola e asservisce (cap. 4). Da qui l&#039;appello a mettere in gioco la propria libertà in ogni scelta, da quelle dell’impegno professionale, sociale e politico, a quelle generali dell’esistenza (cap. 5). In queste pagine Francesco ribadisce l’importanza di rischiare, anche a prezzo di errori, piuttosto che restare alla finestra o sul divano, e sollecita i giovani a uscire da ogni apatia e di farsi protagonisti del cambiamento per un mondo più giusto, per una risposta cristiana alle inquietudini esistenziali, sociali e politiche. E al tempo stesso li ammonisce a non cadere nella trappola che in molti, con suadente falsità, propongano loro: tagliare i legami con le proprie radici, negare l’esperienza di chi li ha preceduti (cap. 6). Perche questo li renderebbe più deboli, massificati e manipolati. Il Papa sostiene che solo una prospettiva sinodale, con giovani e anziani che camminino insieme, consentirà loro radicarsi nel presente, sanare le ferite del passato, proiettarsi nel futuro.
Gli ultimi tre capitoli chiedono di attuare tutto ciò con una pastorale strutturalmente sinodale. “Animati da questo spirito, potremo procedere verso una Chiesa partecipativa e corresponsabile, capace di valorizzare la ricchezza della varietà di cui si compone, accogliendo con gratitudine anche l’apporto dei fedeli laici, tra cui giovani e donne, quello della vita consacrata femminile e maschile, e quello di gruppi, associazioni e movimenti. Nessuno deve essere messo o potersi mettere in disparte», si legge nel settimo capitolo, particolarmente denso di indicazioni pastorali. Le comunità cristiane sono invitate ad accogliere senza troppe barriere. Si riconosce che i luoghi tradizionali della pastorale (oratori, centri giovanili, associazioni, movimenti) sanno incontrare le esigenze di molti giovani, ma ne escludono altri che dovrebbero trovare aperte le porte, da quanti professano altre fedi o si dichiarano non religiosi, a quanti sono nel dubbio o peggio portano le ferite o le cicatrici di traumi o errori. Secondo il Papa, la mera trasmissione delle verità dottrinali può diventare un&#039;ossessione che impedisce alla Chiesa il suo dovere di inclusione. Alle scuole cattoliche, per esempio, è chiesto di non trasformarsi in bunker a difesa dagli errori della cultura esterna. 
L&#039;ottavo capitolo presenta la vocazione nel suo significato proprio di chiamata all’amicizia con Gesù, che si realizza nel servizio agli altri, dove si collocano le due questioni che interpellano la maggioranza dei giovani. La prima è quella dell’amore, della sessualità come autentico dono di Dio e non come tabù, della formazione di una nuova famiglia. La seconda è il lavoro, rimarcando che disoccupazione e sfruttamento sono la principale minaccia per la società e un&#039;emergenza di cui la politica ha il dovere di occuparsi. Quanto alle vocazioni sacerdotali e religiose, l’invito rivolto ai più anziani è di osare proporle come possibilità e quello ai giovani è di non scartarne a priori l’eventualità, mantenendosi liberi e attenti alla voce dello Spirito.
Al discernimento vocazionale, cioè alla capacità di riconoscere a cosa il Signore chiama ciascuno, è dedicato il nono capitolo. Ai giovani papa Francesco ricorda che si tratta di un percorso esigente, che implica disponibilità a mettersi in gioco, per comprendere davvero cosa merita di spendere la propria vita. L&#039;amicizia con Dio si misura nella dimensione del dono, ricevuto e riofferto nella libertà. Questa gratuità deve essere la prima testimonianza verso i giovani di quanti, sacerdoti o religiosi, laici o anche altri giovani, sono chiamati ad accompagnarli in un processo di discernimento vocazionale, con attenzione e ascolto della persona e con la valorizzazione dei suoi slanci vitali, aiutando a riconoscere e senza pretendere di indicare la strada che ciascuno riterrà di essere vocato a seguire.
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			<title>Il riaccendersi dei conflitti vanifica gli sforzi politici</title>
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			<description><![CDATA[<strong>Il riaccendersi dei conflitti vanifica gli sforzi politici</strong><br />
Sui drammi che straziano le Afriche, a partire dai conflitti pluridecennali e mai davvero venuti meno, a ogni inizio di nuovo anno sembrano riaccendersi speranze, ma subito l&#039;avvio di soluzioni si conferma lontano e, anzi, nuove tragedie accrescono il doloroso fardello di delusioni e frustrazioni. Questo 2019 non fa eccezione. Nella Repubblica Centrafricana, dove Papa Francesco volle aprire il Giubileo, con un segno di fortissima speranza, si continua a morire, per le armi che non tacciono, ma soprattutto di fame e di stenti e per malattie che sarebbe facile sconfiggere, ma che la guerra rende incurabili. In Camerun, da oltre due anni è sfociato in guerra civile il mai risolto contrasto tra la comunità anglofona e il presidente Paul Biya, al potere da trentasette anni e rieletto  l&#039;anno scorso. E la violenza non si ferma in Sudan e Sud Sudan e nel Corno d&#039;Africa, soprattutto in Somalia, ma non solo. Così come nella regione dei Grandi Laghi, specialmente nella Repubblica Democratica del Congo, dove a cavallo del passaggio del millennio un conflitto talmente spaventoso da meritarsi il nome di prima guerra mondiale africana causò oltre tre milioni di morti. Un conflitto mai davvero finito.
Qui le elezioni presidenziali dello scorso 30 dicembre per la prima volta dall&#039;indipendenza sono state vinte da un candidato dell&#039;opposizione. Potrebbe sembrare una possibile uscita da una stagnazione venefica e putrida. Ma la fine del potere di Joseph Kabila, succeduto al padre e rimasto presidente per diciotto anni, è solo apparente. Tra l&#039;altro ci sono forti dubbi sull&#039;attendibilità dei risultati. Secondo la Ceni, la commissione elettorale, ha vinto Féliz Tshisekedi, privo di una propria storia politica, ma figlio dello storico oppositore Étienne Tshisekedi. Ma a non crederci sono in molti e soprattutto la Cenco, la conferenza episcopale congolese che ha dispiegato i quarantamila osservatori nei seggi elettorali. Secondo un portavoce della Cenco, “i risultati delle presidenziali pubblicati dalla Ceni non corrispondono a quelli degli osservatori”. Il vincitore, cioè, sarebbe Martin Fayulu, scelto a novembre come candidato unico dell’opposizione congolese, ma dopo appena un giorno abbandonato da Tshisekedi. Fayulu dopo che la Corte costituzionale ha respinto il suo ricorso, ha invitato la popolazione alla disobbedienza civile.
Emmanuel Ramazani Shadary, il delfino di Kabila, è arrivato terzo, ma il partito di Kabila avrebbe vinto le contemporanee elezioni per il Parlamento, mentre i risultati delle presidenziali potrebbero essere stati “aggiustati” per far risultare vincitore il candidato meno pericoloso per l’ex presidente e i suoi alleati. Alleati interni, certo, ma soprattutto internazionali. Perché se i congolesi sono in maggioranza poveri, il Paese è straordinariamente ricco di materie prime che alimentano le economie dei “grandi della Terra”. Del resto, la ricchezza – fossero schiavi, avorio, legname prezioso o da ultimo appunto materie prime - è sempre stata una maledizione per quel popolo dall&#039;arrivo degli occidentali in poi. Ai quali occidentali fa ormai concorrenza la Cina che, per fare solo un esempio, ha acquisito l&#039;anno scorso con la China Molybdenum il controllo della miniera di cobalto di Teke, dove si ricava il 65 per cento mondiale del costoso minerale.
E intanto, soprattutto nell&#039;est del Paese, intere regioni, Nord Kivu, Sud Kivu, Ituri, sono devastate da gruppi armati che la maggiore forza dell&#039;Onu al mondo non riesce a frenare. E lo stesso accade nel sud, in Kasai e Katanga. Così nel ricco Paese che continua a far gola alle multinazionali la vita infernale produce centinaia di migliaia di morti e milioni di sfollati, almeno otto, secondo stime al ribasso, il che lo pone al primo posto nel fenomeno, davanti a Siria, Iraq e Somalia. 
A questo si aggiungono le ricorrenti epidemie e nuove minacce per l&#039;agricoltura. I contadini congolesi non scappano solo dai miliziani, ma anche dalle loro terre. Un terzo delle province è colpito dall’infestazione della spodoptera exempta e della Spodoptera frugiperda, due insetti che si nutrono di mais, riso, sorgo e grano. Il primo è indigeno dell&#039;Africa, l&#039;altro, più devastante, è arrivato dall&#039;America un paio d&#039;anni fa e ha già colpito una trentina di Paesi e ha distrutto più di 740.000 acri coltivati a mais, il cibo principale per oltre duecento milioni di africani. 
Altre centinaia di migliai di profughi sta provocando il conflitto in Sud Sudan, l&#039;ultimo nato tra gli Stati africani, dove le popolazioni, in particolare nelle regioni di Gbudwe e Tambura e nell&#039;Equatoria occidentale, ancora nelle ultime settimane hanno subito sanguinosi attacchi dei miliziani dell&#039;ex vicepresidente Riek Machar. È infatti rimaso solo sulla carta l&#039;accordo di pace firmato lo scorso agosto tra questi e il presidente Salva Kiir Mayardit. 
Né va meglio in Sudan, dove una nuova protesta contro il presidente Omar El Bashir, incominciata spontaneamente il 19 dicembre e via via estesasi, viene repressa da settimane in modo sempre più sanguinoso. El Bashir governa da trent&#039;anni con metodi autoritari. L’uso di milizie filoarabe, i sanguinari Janjaweed, nel conflitto in Darfur, incancrenito da anni e che soprattutto nella sua parte iniziale causò almeno mezzo milione di morti e tre milioni di sfollati, gli costò un&#039;incriminazione della Corte penale internazionale dell’Aja. Questa volta, secondo numerose forti concordi, avrebbe assoldato contractor russi per reprimere le manifestazioni di piazza e individuare i capi della rivolta.
In sudan c&#039;è da anni con un’inflazione record, anche in conseguenza delle sanzioni statunitensi imposte nel 1997 e solo parzialmente rimosse due anni fa. La riduzione dei sussidi statali ha fatto triplicare i prezzi dei generi primari, scatenando proteste già dall’inizio dello scorso anno. Stavolta proteste e repressioni appaiono molto più esasperate e i morti si contano già a decine in diverse zone del Paese, compreso proprio il Darfur, dove minaccia di essere di essere vanificata un&#039;altra delle speranze sulle crisi africane, quella legata all&#039;accordo per il cessate il fuoco la ripresa, stavolta formale, del processo di pace, fermo da anni. L&#039;accordo è stato raggiunto lo scorso dicembre a Berlino tra il Governo sudanese e i ribelli, grazie  soprattutto all&#039;azione diplomatica tedesca e prevede che ora nel ruolo di mediatore subentri il Qatar.
La comunità internazionale, in particolare dell&#039;Unione europea, si limita alle denunce. Del resto, tra gli europei l&#039;avvicinarsi delle elezioni del Parlamento di Strasburgo sta esasperando le divisioni e anche l&#039;Africa diventa sempre più un pretesto di accuse reciproche. Da ultima quella rivolta alla Francia dal Governo italiano, secondo il quale il franco africano, la moneta comune a quattordici Paesi africani, cioè uno dei pochi strumenti funzionanti di contrasto delle minacce di dissesto finanziario di tali Paesi, sarebbe in realtà uno strumento di neocolonialismo e una causa delle migrazioni. Né il fatto che da quei Paesi le migrazioni verso l&#039;Europa siano nettamente inferiori a quelle da altre zone africane sembra a chi oggi governa in Italia un particolare rilevante.
Quest&#039;anno si andrà al voto anche in una decina di Paesi africani, comprese Nigeria e Sud Africa, le maggiori economie del continente, e Algeria e Tunisia, determinanti per cercare di riportare la pace nell&#039;Africa settentrionale e nel Mediterraneo. Tutti, ovviamente, sperano che “vinca la democrazia”. Ma senza politiche di sviluppo e di giustizia sociale la democrazia formale non dà da mangiare. Il mercato africano genera introiti anni per oltre cinquecento miliardi di dollari. Ma l&#039;Africa ne spende trecento miliardi per importare beni essenziali che potrebbe produrre internamente, se solo si puntasse su infrastrutture, servizi e agricoltura integata al posto delle macrocoltivazioni destinate ai cunsumi della parte ricca del mondo. E per le popolazioni africane già si annunciano devastanti le conseguenze della guerra dei dazi ingaggiata da Trump con gli altri principali soggetti economici mondiali. Eppure, il prodotto interno lordo del continente – dopo la crisi del 2016 provocata dalla recessione e dal crollo dei prezzi delle materie prime – ha ripreso a crescere a ritmi ben maggiori di quelli dell’Occidente. Ma ancora una volta, questa ricchezza è finita in poche mani e certo non tutte africane. E nemmeno in maggioranza. 
Ma pure, qualche significativo segnale di cambiamento c&#039;è. Su tutti va segnalata la pace tra Etiopia ed Eritrea e i primi passi fatti dai due Paesi per consolidarla. Sempre in Etiopia, c&#039;è stata l’elezione a presidente di Sahle-Work Sewede, prima donna a ricoprire quella carica e unica Capo di Stato oggi in tutta l’Africa. Non sembra vuota retorica, almeno a chi scrive, ritenerlo un aspetto importante. Perché un futuro di sviluppo e di pace delle Afriche dovrà passare proprio attraverso l’emancipazione delle donne. O non sarà.]]></description>
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			<title>Milioni di cristiani esposti a violenze</title>
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			<description><![CDATA[<strong>Milioni di cristiani esposti a violenze</strong><br /> I cristiani, in particolare i cattolici, sono destinati a essere perseguitati in quanto tali? Basta leggere i Vangelo per sapere che la risposta è si (“Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e diranno, mentendo, ogni sorta di male contro di voi per causa mia”, Mt 5,11). Meno facile è stabilire se le violenze che subiscono un po&#039; in tutto il mondo siano originate davvero da odio del dettato evangelico.
 E allora forse è il caso di cercare di comprendere un po&#039; meglio di cosa si stia parlando. I temi sono due: il fordamentalismo di matrice pseudo religiosa e l&#039;uso strumentale della religione per fini di potere nazionalistici. 
A saper leggere i fatti – e i numeri – entrambi gli aspetti sono riscontrabili, ma il secondo è preponderante, con buona pace di una “narrazione” insistente da decenni in Occidente e impastata di pregiudizi, a partire da quell&#039;islamofobia che si è sommata all&#039;antisemitismo e che di questo è oggi ancora più evidente. Si pensi, solo per un esempio, alla violenza contro le donne. &quot;A me non piace parlare di violenza islamica, perché tutti i giorni quando sfoglio i giornali vedo violenze, qui in Italia (…) di cattolici battezzati. Se parlassi di violenza islamica dovrei parlare anche di violenza cattolica?”. Prima che quanche lettore insorga, è meglio precisare che quelle virgolettate non sono parole dell&#039;autore di questo articolo, ma di Papa Francesco. Né mancano infiniti pronunciamenti, di questo Papa come dei suoi predecessori, che ribadiscono inconcepibile con l&#039;identità cattolica attribuire colpe a chicchessia in ragione della sua religione, con buona pace di chi considera armi o alibi vangeli e rosari e come altre armi li sbandiera. È questo strabismo etico e culturale che la Chiesa e il Papa cercano di contrastare, spesso senza riuscirvi, proprio in Occidente, in quei Paesi che a chiacchiere rivendicano radici cristiane, primato della democrazia e tutela dei diritti umani.
Sono in molti a fare della religione uno strumento di odio, in casa nostra come in tutto il mondo. La maggior parte delle persone uccise in azioni di terrorismo di matrice islamista non erano cristiane o ebree o buddiste o induiste: erano musulmane. Il che la dice lunga sulla pretestuosità di tale matrice. La maggior parte delle violenze “politiche” sono figlie dei nazionalismi, non del credo religioso. E sono figlie, in quest&#039;epoca di pensiero debole e di comunicazione drogata, della necessità dell&#039;odio di farsi conoscere e di fare propaganda e proselitismo. Del resto, una strage in una chiesa o il sequestro e magari l&#039;uccisione di un prete, meglio se occidentale, trovano uno spazio mediatico infinitamente maggiore di violenze anche più efferate perpetrate ai danni, magari, di popolazioni intere del sud devastato del mondo. Ed è questa una delle cause principali che spingono i terrosti ad attaccare i luoghi di culto e le comunità cristiane con sistematica continuità, in tante e tanto diverse parti del mondo. 
In ogni caso, violenze e persecuzioni contro i cristiani, specialmente cattolici, sono un fatto. E nei primi mesi del 2019 si è ingigantito ulteriormente, con l&#039;episodio più sanguinoso di sempre perpetrato nello Sri Lanka il giorno di Pasqua, quando attacchi terroristici hanno provocato a chiese cattoliche e ad albergi hanno trecento morti, più ancora cioè di quello all&#039;alba del Giovedì Santo del 2015, quando nel campus di una scuola salesiana del Kenya un commando armato fece irruzione uccidendo, in sedici e di sparatorie ed esplosioni, 147 persone, in gran parte studenti di fede cattolica.
Si era nel periodo di Pasqua anche il 27 marzo 2016, quando più di settanta persone, compresi molti bambini, furono uccise da due attentatori suicidi durante una celebrazione in un parco affollato a Lahore, la maggiore città del Pakistan orientale. Ed era la Domenica delle Palme il 9 aprile 2017, quando in quarantacinque morti provocarono altri due terroristi suicidi in due contemporanei attentati in Egitto, uno vicino a una chiesa copta a Tanta, a nord del Cairo, e un altro ad Alessandria. E più in generale, tra il 2016 e il 2018 in Egitto si sono registrati cinque gravi attentati; l’ultimo, lo scorso 2 novembre, al bus di pellegrini copti a Minya. Un’ulteriore piaga che affligge la comunità cristiana egiziana è il rapimento e la conversione forzata all’Islam di adolescenti, ragazze e donne cristiane. Stessa sorte spetta ogni anno a circa mille ragazze cristiane e hindu in Pakistan.
Era Paqua anche l’8 aprile 2012, quando ci furono 41 morti per l’esplosione di un’autobomba vicino a una chiesa di Kaduna, nel nord della Nigeria, dove è attivo il gruppo islamista Boko Haram, che ha la sua ispirazione originale nel rifiuto di tutto quanto considera imposizione culturale dell&#039;Occidente, compresa la scuola, e ovviamente il cristianesimo (e, per inciso, l&#039;identificazione proclamata da molti gruppi terroristi tra cristianesimo e Occidente, sembra palese anche nella strage di Pasqua nello Sri Lanka, dove insieme alle chiese cattoliche sono stati presi dei mira alberghi frequentati da turisti occidentali).
 Secondo l&#039;ultima World Watch List,  il rapporto sulla persecuzione anti-cristiana nel mondo pubblicato dell&#039;organizzazione non governativa Porte Aperte, i morti sono stati 4.305 nel 2018, in crescita rispetto ai 3.066 del 2017, e i sono 245 milioni i cristiani perseguitati in diversa misura, dalla discriminazione culturale e sociale, al disconoscimento familiare, dalla privazione di lavoro e di reddito fino ad abusi fisici, torture, rapimenti, mutilazioni, distruzione di proprietà, imprigionamenti, assassini. Sui 150 Paesi monitorati, 73 hanno mostrato un livello di persecuzione definibile alta, molto alta o estrema, mentre nel 2017 erano 58. Corea del Nord (primo posto), Afghanistan (secondo), Somalia (terzo), Libia (quarto) vengono ritenuti dal rapporto i Paesi dove la vita per i cristiani è più difficile. In Asia, incluso il Medio Oriente un cristiano su tre è definibile perseguitato. Il maggior numero di vittime c&#039;è stato in Nigeria, non solo per mano di Boko Haran ma anche negli scontri tra pastori pastori fulan e agricoltori, nei quali peraltro il fatto che i primi siano musulmani e gli altri cristiani sembra avere un valore relativo. 
Parametri probabilmente diversi sono alla base dei dati contenuti nell&#039;ultimo rapporto di Aiuto alla Chiesa che Soffre, peraltro fotografa la situazione al giugno del 2018. Gli Stati identificati come teatro di “gravi o estreme violazioni” contro i cristiani sono 38. Tra questi, 21 vengono classificati come Paesi di persecuzione: Afghanistan, Arabia Saudita, Bangladesh, Birmania, Cina, Corea del Nord, Eritrea, India, Indonesia, Iraq, Libia, Niger, Nigeria, Pakistan, Palestina, Siria, Somalia, Sudan, Turkmenistan, Uzbekistan e Yemen. Sono invece luoghi di discriminazione gli altri 17: Algeria, Azerbaigian, Bhutan, Brunei, Egitto, Federazione Russa, Iran, Kazakistan, Kirghizistan, Laos, Maldive, Mauritania, Qatar, Tagikistan, Turchia, Ucraina e Vietnam. 
Il primo dato che balza agli occhi che nell&#039;elenco non figurano Paesi americani e che gli unici europei presi in considerazione sono Russia, Azerbaigian e Ucraina. E questo porta al secondo tema che bisogna considerare come origine della condizione di svantaggio dei cristiani (almeno di quelli che il Vangelo cercano di prenderlo sul serio). Nelle Americhe, a nord, al centro e al sud, come in Europa, non si può certo sventolare la bandiera della “lotta all&#039;imperialismo crociato”, semmai si sventola quella opposta. 
Al tempo stesso, il rapporto di Aiuto alla Chiesa che Soffre evidenzia la “cortina di indifferenza” dietro la quale “le vulnerabili comunità di fede continuano a soffrire”, ignorate “da un Occidente secolarizzato”. 
E non è un caso se proprio la Chiesa, con la sua scelta valoriale universale e con la sua opzione privilegiata per i poveri - quei poveri che secondo Papa Francesco sono la carne di Cristo (omelia alla veglia di Pentecoste del 2013) - sia un nemico da screditare e da combattere per quelle forze nazionaliste, o sovraniste come si dice oggi, che trovano purtroppo sempre più consenso alle loro posizioni discriminatorie quando non apertamente razziste. 
Quando il più classico degli schemi capitalisti, cioè la moltiplicazione artificiosa e pervasiva dei falsi bisogni per aumentare i consumi, trova nei periodi di crisi lo sgretolamento dell&#039;accesso ai beni primari, lavoro, casa, sanità, scuola, la risposta è sempre quella altrettanto classica di alimentare e cavalcare la paura e di indirizzare le tensioni contro un presunto nemico esterno o, all&#039;interno, contro le minoranze, sociali, politiche, etniche o religiose che siano, considerate estranee a un ipotetico sentimento comune. Non a caso, proprio a questo fa riferimento il rapporto di Aiuto alla Chiesa che Soffre riguardo ai due più popolosi Paesi del mondo. In India, lo studio riferisce che tra il 2016 e il 2017 gli attacchi anticristiani, principalmente da parte di gruppi estremisti hindu, sono quasi raddoppiati, rispetto al biennio precedente, raggiungendo quota 736. Ma anche qui, il fattore religioso sembra secondario, se è vero che membri del Parlamento nazionale – nel subcontinenelte indiano delle mille etnie – ancora di recente hanno dichiarato che l&#039;esistenza delle minoranze “nuoce all&#039;unità del Paese.
 Quanto alla Cina, il rapporto è stato stilato prima della per ora iniziale ripresa di dialogo tra il Governo di Pechino e la Santa Sede, dalla quale si attendono sviluppi positivi sul piano della difesa dei diritti umani, compreso dello di libertà di culto. In ogni caso, al giugno scorso la situazione descritta da Aiuto alla Chiesa che soffre mostrava che in Cina l’ultra-nazionalismo si manifesta come “generale ostilità dello Stato nei confronti di tutte le fedi”. Di qui le misure restrittive assunte dal Governo del presidente Xi Jinping tra cui la proibizione della vendita on line della Bibbia. Per non parlare delle chiese distrutte o gravemente danneggiate, da 1.500 a 1.700 tra il 2014 e il 2016. 
E se una componente prioritaria di odio religioso può registrarsi in alcuni dei cinque Paesi - Corea del Nord, Arabia Saudita, Nigeria, Afghanistan ed Eritrea – definiti quelli dove la persecuzione “manifesta il suo volto più crudele”, lo stesso non vale per altri. A meno di non sostenere che anche in Corea del Nord sempre di guerra di religione si tratta, dato che la presenza di cristiani, decine di migliaia dei quali si stimano detenuti in campi di prigionia e di lavoro forzato, costituisce una minaccia al culto di Stato, quello dei Kim, padre, figlio e ora nipote. Persino per la Turchia di Erdocan, l&#039;islamismo è un modo di declinare soprattutto il nazionalismo, la violenta contrapposizione con altre popolazioni che abitano gli stessi territori dei turchi. E se di guerra di religione bisogna proprio parlare, si tratta di una guerra confessionale tra musulmani, tra i sunniti ai quali Erdocan appartiene e gli sciiti. 
E anche per il Pakistan, dove secondo Porte Aperte la persecuzione ha i connotati più violenti in assoluto. alcuni dei commentatori più attenti ritengono dovuti più a questioni di potere nazionalistico interno che a radicalismo islamico tout court l&#039;abolizione del ministero per le minoranze religiose e l&#039;opposizione crescente a ogni modifica della controversa legge sulla blasfemia. Così come la religione sembra essere l&#039;ultimo dei motivi per i quali in Myanmar da settembre del 2017 al giugno del 2018 quasi settecentomila musulmani Rohingya siano stati costretti a fuggire in Bangladesh da quella che l’Alto Commissariato dell&#039;Onu per i diritti umani definisce “pulizia etnica da manuale”. E qui ci sarebbe da dire molto su come esponenti anche di rilievo della Chiesa cattolica locale abbiano apertamente contestato la vicinanza mostrata ai Rohingya da Papa Francesco durante la sua visita in Myanmar, sostenendo che avrebbe dovuto occuparsi prima (ma intendevano Solo) solo delle persecuzioni subite dai cattolici.
Già, “prima i miei”, “prima gli italiani” (o gli statunitensi o gli ungheri o chiunque altro), “prima i veri credenti” (sunniti o sciiti a seconda dei casi), “prima i figli maschi” e chi più ne ha più ne metta, è un modo per dire “soltanto”. 
 Se Francesco non piace a molti battezzati è soprattutto per questo, perchè rifiuta l&#039;idea di un “mondo cattolico” contrapposto ad altri mondi. Rifiuta ogni collateralismo con i conflitti. Né ammette gerarchie tra “valori non negoziabili” (che peraltro non ha mai chiamato in questo modo). Perchè la vita non si può difendere solo al momento del concepimento e a quello della fine naturale, ma in ogni sua fase. Il cattolico non può difendere il feto e non lo straniero che cerca su un barcone scampo dalla violenza o dalla fame, non può affermare la sacralita della vita del malato terminare e poi flirtare con quei “benpensanti” che a ogni notizia di violenza invocano la pena di morte. 
Soprattutto, il Papa ha ben chiara l&#039;esegesi su Gesù risorto che ci precede in Galilea. Cioè in quella che al tempo della sua incarnazione molti in Israele consideravano una sorta di terra diversa, una terra di chi non è completamente puro. E se non lo era Gesù, il galileo, è almeno un po&#039; strano che ritengano di esserlo quanti si professano suoi fedeli.]]></description>
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			<title>La Giornata mondiale dell'alimentazione</title>
			<link>http://www.pierluiginatalia.net/1/la_giornata_mondiale_dell_alimentazione_10070611.html</link>
			<description><![CDATA[<strong>La Giornata mondiale dell&#039;alimentazione</strong><br />In un mondo nel quale la fame resta una condizione drammatica si sprecano ogni anno alimenti per un valore di oltre duemila miliardi di euro. La cifra emerge dallo studio Food Wastage Footprint ralizzato dalla Fao, l’organizzazione dell’Onu per l’alimentazione, in vista della Giornata mondiale dell’agricoltura che si celebra questo giovedì 16 ottobre. È un aspetto che sollecita qualche riflessione non solo morale, ma politica in senso proprio. Sia per quanto riguarda la grande politica internazionale, sia rispetto alle politiche di casa nostra, dove alla cura delle esigenze primarie – casa e lavoro in testa – si sostituisce da tempo un&#039;acquiescenza alle cosiddette leggi di mercato, quelle, in estrema sintesi, che moltiplicano i bisogni per moltiplicare i consumi. 
A favorire questa riflessione concorre un dato: la cifra di 2050 miliardi di euro indicata dalla Fao è quella dello spreco di cibo in quanto tale. Nel mondo, ma più precisamente nei Paesi ricchi, ogni anno viene infatti gettato via il 30 per cento della produzione mondiale di cibo. Viene letteralmente gettato nella pattumiera. Ma l&#039;altra metà, più di mille miliardi di euro, è determinata dai cosiddetti costi nascosti: sfruttamento inutile delle risorse, inquinamento generato dallo spreco, costi per cambiamenti climatici e inquinamento delle falde acquifere, inclusi costi per conflitti nel mondo, per controllo delle risorse naturali e fondi pubblici per la produzione di cibo che non raggiungerà le tavole. 
La lotta allo spreco di cibo costituisce dunque una componente decisiva di quella più generale alla fame e sollecita a rivedere non solo aspetti culturali legati a un consumismo sregolato, ma soprattutto gli schemi di produzione, commercio e distribuzione delle risorse alimentari in un mondo globalizzato. 
A questo si aggiungono gli evidenti aspetti sanitari, con la stridente contrapposizione tra le aree del mondo nelle quali si muore di fame e quelle dove la principale causa di morte è al contrario un’alimentazione eccessiva o sregolata. Riguardo a questo problema, i Paesi aderenti alla Fao e quelli che fanno parte dell’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) hanno raggiunto dopo lunghi negoziati un accordo su una Dichiarazione politica e un Quadro operativo volontario. Quest’ultimo comprende oltre cinquanta raccomandazioni volte a garantire a tutti l’accesso a un’alimentazione più sana. La Dichiarazione e il Quadro operativo verranno adottati durante la seconda Conferenza internazionale sulla nutrizione che si terrà a Roma dal 19 al 21 novembre per iniziativa appunto della Fao e dell’Oms. «Concordare un Quadro operativo manda un segnale forte al mondo: gli Stati membri si impegnano seriamente sul problema della nutrizione», ha detto il direttore generale della Fao, José Graziano da Silva, annunciando ieri l’intesa con l’Oms. A far pensare male, però, c&#039;è quel “volontario”, un&#039;espressione che nel diritto internazionale si è troppo spesso tradotta in “improbabile” o “tralasciato”.]]></description>
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			<title>La sorte dei prigionieri nel conflitto contro l'Isis</title>
			<link>http://www.pierluiginatalia.net/1/la_sorte_dei_prigionieri_nel_conflitto_contro_l_isis_11569492.html</link>
			<description><![CDATA[<strong>La sorte dei prigionieri nel conflitto contro l&#039;Isis</strong><br />
Il conflitto siriano sembra quasi uscito dai radar dell&#039;attenzione internazionale, con l&#039;ormai prevedibile sconfitta dell&#039;Isis, almeno sul piano del controllo del territorio, dato che la questione della capacità di colpire con il terrorismo resta purtroppo aperta. A risvegliare l&#039;attenzione nei primi mesi di questo 2019 sono state notizie, o meglio “rumors”, sulla sorte dei prigionieri del gruppo jihadista. 
Secondo fonti curde, riprese prima dai media libanesi e poi dalla stampa internazionale, a Baghouz, dove al momento in cui questo articolo viene scritto si sta combattendo contro l&#039;ultima sacca di resistenza dell&#039;Isis, sarebbe in corso una trattativa per la liberazione di 24 ostaggi stranieri. Tra questi ci sarebbero padre Paolo dell&#039;Oglio, il gesuita romano scomparsi nel luglio del 2013 a Raqqa, la “capitale” del sedicente califfato jihadista, il giornalista britannico John Cantlie, rapito nel 2012, e un&#039;infermiera neozelandese. Un sacerdote che aveva dedicato la vita a promuovere il dialogo interreligioso e la comprensione tra le diverse comunità siriane, una donna impegnata a curare i malati, un giornalista che faceva il suo mestiere, a conferma dell&#039;incancrenimento del contesto sociale, dell&#039;arretramento del rispetto dei valori dell&#039;uomo, che da tempo si registra un po&#039; in tutto il mondo, ma che in quelle terre martoriate ha assunto dimensioni spaventose. 
Sull&#039;attendibilità di queste informazioni ci sono solo ipotesi, o meglio speranze. Ma che nelle mani dell&#039;Isis ci siano ancora ostaggi purtroppo è certo. Ancora in questa presumibilmente ultima fase del conflitto, dunque, tra l&#039;Isis e chi lo combatte trattative si tengono. In passato, alcune volte si sono concluse con scambi di prigionieri o pagamenti di riscatti, anche se non sempre è ammessi dai governi coinvolti. In ogni caso, il delirio jihadista è tutt&#039;altro che assopito. Lo ha tragicamente dimostrato l&#039;ennesimo video di un brutale sgozzamento diffuso dall&#039;Isas, quello del giapponese Kenji Goto, per il quale era stato chiesto un riscatto di duecento milioni di dollari. Ovviamente, in questi anni in cui orrore e ferocia sono diventati strumenti di comunicazione, non è possibile sapere quando tale delitto sia stato perpetrato. Tuttavia il messaggio è chiarissimo: se non avranno la possibilità di sottrarsi alla cattura o alla morte e non otterranno la liberazione di alcuni loro dirigenti catturati, Kenji Goto non sarà stato l&#039;ultima vittima. 
Né gli ostaggi stranieri sono gli unici prigionieri dell&#039;Isis. Un problema cruciale è quello della sorte dei civili che per anni hanno subito le vessazioni – e l&#039;indottrinamento - del gruppo jihadista che controllava un territorio vastissimo. Tragica è la condizione dei bambini nati dai matrimoni forzati con i miliziani imposti alle donne catturate, oggi in gran parte orfani abbandonati. Ancora più tragica quella dei tanti ragazzini o al più adolescenti che sono stati testimoni di violenze brutali, poi costretti a imbracciare le armi e compiere a loro volta delitti inumani contro civili inermi, vittime che l&#039;età fa innocenti e che sono state trasformate in carnefici, torturati diventati trorturatori, in un&#039;oscena escalation della cosiddetta sindrome di Stoccolma, il legame morboso che un prigioniero può stringere con il suo carceriere.
La legge internazionale riconosce ai bambini soldato reclutati da gruppi armatil o status di vittime, da liberare e reinserire nella società. Ma in questo caso i numeri sono impressionanti e quella di riabilitare, attraverso programmi mirati, una generazione pervasa da un&#039;ideologia delirante trasmessa già durante l&#039;infanzia non è un&#039;impresa facile. E il futuro che li aspetta minaccia di trasformarsi in una prigione a vita, anche se senza sbarre.
Né certo il diritto internazionale, almeno per ora, è per loro una reale tutela. Secondo l&#039;ultimo rapporto dell&#039;organizzazione umanitaria Human Rights Watch, oltre millecinquecento minori catturati dalle Forze democratiche siriane (Sdf), sostenute dagli Stati Uniti, sono detenuti, e &quot;spesso sono stati torturati per estorcere confessioni di sospetta appartenenza all&#039;Isis nei territori un tempo sotto il controllo dell&#039;organizzazione jihadista&quot;. Molti di questi adolescenti, si legge nel rapporto, sono stati condannati a pene detentive dopo &quot;processi frettolosi e ingiusti&quot; e tra questi ci sono almeno 185 minori stranieri condannati per presunte connessioni con i miliziani dell’Isis.
Anche la sorte di quanti sono accorsi da tutto il mondo per combattere con il sedicente califfato, i cosiddetti foreign fighters, provoca frizioni nella comunità internazionale. Secondo la Commissione europea, in Siria tra il 2011 e il 2016 ne sono arrivati oltre 42.000, cinquemila dei quali europei, compresi diversi italiani. Il presidente statunitense Donald Trump ha detto che i foreign fighters  nelle mani delle Sdf devono essere rimpatriati nei Paesi di provenienza o verranno semplicemente lasciati liberi. Ma almeno per quanto riguarda gli europei, la questione non è semplice. 
Inizialmente i Governi europei si sono rifiutati di rimpatriare i loro cittadini, ma alcuni hanno iniziato a riconsiderare la loro posizione, secondo alcuni commentatori proprio in seguito alle pressioni degli Stati Uniti. La Macedonia del Nord è stata il primo Paese europeo a muoversi in questo senso, rimpatriando e processando sette combattenti nell&#039;agosto 2018.
A gennaio la Francia ha dichiarato che stava considerando il rimpatrio di 130 uomini e donne, ma al momento non se ne è fatto nulla. La Germania, che ha molti foreign fighters, prende tempo, ma il ministero dell&#039;Interno ha comunque reso noto che sono già tornati in patria un terzo dei circa mille cittadini tedeschi che a partire dal 2013 si sono uniti all&#039;Isis in Iraq e Siria. Molti di loro sono stati perseguiti o inseriti in programmi di riabilitazione. 
Aldilà di ogni altra considerazione, la riluttanza europea si spiega con il fatto che difficilmente le prove a loro carico reggerebbero nei tribunali dei loro Paesi. Parlando specificamente dei casi nel Regno Unito, Shiraz Maher, direttore del Centro Internazionale per lo Studio della Radicalizzazione, ha scritto che &quot;per varie ragioni legali, molte di quelle che sono chiamate &#039;prove sul campo di battaglia&#039; non sarebbero ammissibili in tribunale, sia per la loro consistenza sia per il modo in cui sono state ottenute. Nei tribunali britannici, per esempio, non sono ammesse le intercettazioni&quot;. &quot;Il risultato è che alcuni combattenti britannici rimpatriati potrebbero semplicemente essere rilasciati una volta tornati in patria”.
Quanto all&#039;Italia, la posizione non cambia per chi nel conflitto siriano ha combattuto per l&#039;Isis o contro. Esclusi ovviamente i casi di crimini di guerra o contro l&#039;umanità, per il codice italiano andare a combattere all&#039;estero non è reato. Si può tuttavia attivare misure di restrizione nei loro confronti per “pericolosità sociale”, come ha chiesto a gennaio la procura di Torino per cinque persone che in questi anni hanno raggiunto la regione a maggioranza curda di Rojava, in Siria, per combattere l&#039;Isis o comunque per sostenere la lotta dei curdi. 
Ancora più complessa è la questione di quanti, soprattutto donne, sono andati nel “califfato”, ma non hanno partecipato a combattimenti o ad atti di violenza. Su diversi media europei sono state pubblicate interviste a queste persone che ora chiedono di tornare a casa. Secondo Maarten van de Donk, membro del Radicalisation Awareness Network della Commissione Europea, l&#039;organismo che si occupa di monitorare l&#039;incidenza dei fenomeni di adesione al terrorismo di matrice pseudoreligiosa, &quot;dipingere le donne come innocenti e gli uomini come colpevoli rientra in una visione manichea della realtà. Non tutte le donne sono innocenti, alcune lavoravano per la polizia dell&#039;Isis e sappiamo anche che molte di loro lavoravano nel reclutamento&quot;. 
Ancora più drastica – e a giudizio di chi scrive più inquietante – e la posizione su queste persone espressa da Maher, secondo il quale anche gli stranieri che non hanno combattuto hanno comunque contribuito ad alimentare la macchina propagandistica dell&#039;Isis, dato che &quot;si tratta di individui altamente radicalizzati che hanno dato un sostegno intangibile all&#039;Isis attraverso la semplice presenza sul territorio; la loro presenza ha rappresentato una sorta di vittoria morale e propagandistica per il gruppo&quot;. In pratica, espatrio irregolare a parte, sarebbero colpevoli di connivenza con il nemico e di reato d&#039;opinione.


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			<title>Leggi sulla poligamia in Kenya e sul matrimonio â&amp;euro;�riparatoreâ&amp;euro;� in Mozambico</title>
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			<description><![CDATA[<strong>Leggi sulla poligamia in Kenya e sul matrimonio ”riparatore” in Mozambico</strong><br /> 
Due notizie dall&#039;Africa, rispettivamente dal Mozambico e dal Kenya, hanno ottenuto durante la settimana appena trascorsa un&#039;insolita attenzione sulla stampa occidentale (nel caso kenyano persino in quella italiana caratterizzata di solito da un acceso provincialismo). Entrambe riguardano, in senso lato, il matrimonio. 
A Maputo alcune centinaia di donne mozambicane hanno manifestato venerdì per chiedere la soppressione dal futuro codice penale, sul quale si appresta a decidere il Parlamento, di un controverso articolo di legge, tuttora vigente, che permette agli autori di violenza sessuale di sfuggire al carcere in caso di matrimonio con la vittima. La questione è comunque legale quanto culturale. In Mozambico, come in altri Paesi, infatti, le famiglie spesso obbligano le ragazze a sposare il loro violentatore, come del resto accadeva spesso neanche tanto tempo fa – e in qualche caso accade tuttora - in Italia. La legge mozambicana è un residuo del codice del 1886 del Portogallo, ex Paese coloniale. In Portogallo, ovviamente, la legge in questione è stata abrogata, peraltro non molti anni fa, persino dopo che l&#039;aveva fatto l&#039;Italia, con la riforma del diritto di famiglia che negli anni Settanta cancello anche il cosiddetto delitto d&#039;onore (per dirla con Manzoni, l&#039;onore va a nascondersi in posti strani). 
Ma se l&#039;Europa sembra in gran parte uscita dagli aspetti più deteriori del suo Medioevo cristiano (che per molti altri fu invece epoca di grande civiltà) in Africa gli aspetti positivi della modernizzazione non sembrano imporsi con la stessa velocità di quelli negativi, tipo urbanizzazione dissennata, disastri ambientali, corruzione diffusa, localismi e contrasti tra etnie che degenerano in guerre decennali, utili soprattutto al commercio di armi (saldamente nelle mani di soggetti internazionali non africani).
Poche ore prima, a tarda sera di giovedì, il Parlamento kenyota ha approvato una legge in base alla quale gli uomini possono sposare tutte le donne che vogliono, in ossequio a precetti tanto dell&#039;ebraismo veterotestamentario quanto dell&#039;islam. La legge va anzi oltre, dato che non consente alle donne di sottrarsi a questo regime poligamo, come implicitamente previsto dalla tradizione tanto ebraica quanto islamica, quest&#039;ultima di forte influenza dato che un quindo della popolazione è musulmana. Il disegno di legge proposto inizialmente garantiva alle donne la possibilità di rifiutare la scelta del marito, ma i membri del Parlamento hanno superato le divisioni di partito e hanno fatto cadere la clausola. Né a modificare le decisioni è valsa l&#039;ira delle non molte parlamentari e delle esponenti donne del Governo. Del resto, come in molte parti dell&#039;Africa, la poligamia è pratica comune tra le comunità tradizionali in Kenya, oltre che fra musulmani più tradizionalisti.
Dall&#039;acceso dibattito che ha visto soccombere le donne in Parlamento sono emerse sulla stampa alcune “perle”di saccenteria maschile spacciate per rivendicazione di tradizioni culturali. «Quando una donna africana si sposa, lei deve essere cosciente del fatto che una seconda moglie sta per arrivare. E pure una terza. Questa è l&#039;Africa», ha dichiarato uno dei parlamentari. «Ogni volta che un uomo torna a casa con una donna, potrebbe diventare la sua seconda o terza moglie», e ancora «secondo il diritto consuetudinario, le donne che avete sposato non hanno il diritto di sapere se state tornando a casa con un&#039;altra donna. Qualsiasi donna che porti a casa può essere tua moglie», hanno detto altri parlamentari, soddisfatti del voto. 
La legge dovrà ora essere promulgata dal presidente della Repubblica, quell&#039;Uhuru Kenyatta eletto un anno fa sebbene la Corte penale internazionale dell&#039;Aja lo avesse già imputato, insieme con il suo vice William Ruto, di crimini contro l&#039;umanità legati alle violenze che segnarono le elezioni del 2007. Scommettiamo che promulgherà la legge e non avrà imputazione alcuna per la palese violazione della Dichiarazione universale dei Diritti umani?
Ma forse hanno ragione i medievali maschi africani e dovremmo prendere esempio anche noi moderni occidentali, magari rivendicando tradizioni cristiane o pseudo tali difese oggi solo da gruppi sparuti, tipo mormomi. In epoca di crisi, con la poligamia (meglio se temporanea, introducendo quel saggio strumento giuridico del ripudio sul quale Gesù Cristo forse ebbe torto a esprimere contrarietà) si eviterebbero in caso di corna rotture delle famiglie (e costose corresponsioni di alimenti, un aspetto non secondario in epoca di crisi economica). E nei casi più difficili non sarebbe male ripristinare il delitto d&#039;onore, quello che per l&#039;omicidio del coniuge prevedeva un massimo di tre anni di carcere. In Italia, tra leggi di indulto e depenalizzazioni varie significherebbe uscire dal processo già liberi. Ovviamente con l&#039;accortezza di specificare che va applicato solo al marito che uccide la moglie e non viceversa, altrimenti con quel residuo testardo di femminismo che sopravvive nel Paese chissà dove andremmo a finire.
 
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			<title>Tensione tra Egitto ed Etiopia</title>
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			<description><![CDATA[<strong>Tensione tra Egitto ed Etiopia</strong><br />di Pierluigi Natalia
La ratifica,  questa settimana, da parte dell’Etiopia dell’accordo quadro tra i Paesi del bacino del Nilo che contestano il diritto di veto dell’Egitto su tutti i progetti relativi alle acque del fiume sembra destinata ad alimentare le tensioni tra Il Cairo e Addis Abeba.  A riportare d’attualità il contrasto  è il  progetto della Diga del Rinascimento, un colosso idroelettrico per cui l’Etiopia ha disposto e avviato i lavori di modifica del corso del Nilo Azzurro.
L’accordo quadro in questione,  firmato nel 2010 da sei dei dieci Paesi rivieraschi  membri dell’Iniziativa del bacino del Nilo,  prevede  l’abolizione delle intese di epoca coloniale  che garantiscono  ad Egitto e Sudan lo sfruttamento di circa il novanta per cento  delle acque del più grande fiume d’Africa. 
Le regole, infatti, nonostante i tentativi di revisione, sono tuttora quelle fissate dal trattato concluso nel 1929 tra Il Cairo e Londra (quest’ultima a nome delle allora colonie britanniche, oggi Stati indipendenti) in base al quale i Paesi attraversati dal fiume non possono in alcun modo incrementare l’utilizzo di tali acque se ciò ne diminuisce la portata che giunge in Egitto. Il trattato fu in parte rinegoziato nel 1959, prima dell’inizio dei lavori per la grande diga di Assuan, da Egitto e Sudan ormai indipendente, dando ai due Stati rispettivamente 55,5 e 18,5 miliardi di metri cubi d’acqua all’anno. Ma tutti gli altri Paesi non parteciparono alla nuova spartizione e da allora continuano a chiedere, in particolare Tanzania e Etiopia, di poter riaprire la partita negoziale per stabilire quote più eque di utilizzo delle acque.
Quello legato al Nilo è da sempre uno dei maggiori rischi di conflitto in Africa. Nel giugno del 1980 si arrivò a un passo dalla guerra tra Egitto ed Etiopia, che si opponeva alla decisione del Cairo di far confluire parte delle acque del fiume verso il deserto del Sinai. Per tutto il Novecento la posizione egiziana è stata assolutamente rigida. All’inizio di questo secolo, invece, il Governo del Cairo ha  più volte partecipato a tavoli negoziali.  Ciò nonostante, sul punto cruciale, cioè il suo diritto di veto, non ha mai fatto passi indietro e non ha mai nascosto di essere pronto a usare la forza. 
Anche questa settimana, di fronte alle iniziative dell’Etiopia, il presidente egiziano Mohammed Mursi ha dichiarato che «tutte le opzioni sono al vaglio» e che l’Egitto «non ammetterà la perdita di una sola goccia della sua acqua». Il Governo di Addis Abeba  ha risposto che tanta acqua entrerà nell’invaso della diga e tanta ne uscirà, ma ciò non è servito  a stemperare i contrasti con quello del Cairo. 
  In ogni caso, l’Egitto  rischia un ulteriore isolamento. Lo stesso Sudan, infatti, ha sposato le ragioni dell’Etiopia e degli altri Paesi rivieraschi. A questo ha contribuito la secessione sudsudanese, che da quasi due anni vede un nuovo soggetto internazionale, il Sud Sudan appunto, coinvolto nella questione. Si tratta oltretutto di un nuovo Paese non arabo (la popolazione del Sud del Sudan è diversa da quella del Nord) e quindi non legato  a quel mondo arabo del quale  l’Egitto è uno degli Stati leader.
Quello del Nilo è solo l’esempio più eclatante, non certo l’unico, del rischio  che si avveri la minaccia secondo la quale nel xxi secolo l’acqua avrà lo stesso ruolo di causa di conflitti avuto nel xx secolo dal  petrolio. 
L’emergenza idrica già si configura, infatti, come una  catastrofe. La maggioranza dell’umanità è vessata da una situazione che provoca — direttamente e per le malattie collegate al consumo di acqua non pulita — cinque milioni di morti all’anno, compresi due milioni di bambini sotto ai cinque anni di età. E la situazione, lungi dal migliorare, si aggrava continuamente. Senza  misure immediate e concrete per invertire la tendenza, i rapporti dell’Onu  stimano  che nel 2025 due persone su tre soffriranno in varia misura di mancanza di acqua. 
Mantenere l’integrità degli ecosistemi d’acqua dolce costituisce dunque una priorità in diverse zone del mondo, soprattutto nelle più povere, dove la sicurezza alimentare  dipende in gran parte dalle risorse dei fiumi. 
 Questo vale in quasi ogni parte del pianeta, ma ha conseguenze particolarmente drammatiche  in Africa, dove ogni Stato  condivide almeno un fiume con altri Stati, determinando un contesto geopolitico segnato da attriti continui. 
Il continente, che conta circa un settimo della popolazione mondiale, dispone del nove per cento delle risorse di acqua dolce, ripartite però in modo diseguale, male utilizzate e minacciate da inquinamento e in qualche caso da accaparramenti a beneficio di interessi privati, locali e internazionali. Secondo i dati delle Nazioni Unite, solo il 64 per cento della popolazione africana ha accesso all’acqua potabile. 
Tuttavia, in situazioni nel passato spesso sfociate in conflitti armati  comincia ora a farsi largo la volontà di percorrere la strada maestra della cooperazione. Ma si tratta di una strada ancora irta di ostacoli e di un’impostazione tutt’altro che consolidata.  Gli sviluppi politici e diplomatici di alcune tra le più annose e cruente crisi africane, infatti,  aprono o riaprono contenziosi solo all’apparenza marginali e che sarebbe miope sottovalutare da parte della comunità internazionale. ]]></description>
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			<title>L'intervista del Papa  a Civiltà Cattolica</title>
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			<description><![CDATA[<strong>L&#039;intervista del Papa  a Civiltà Cattolica</strong><br />Cosa c&#039;è di nuovo nell&#039;intervista data da Papa Francesco a Civiltà Cattolica, la rivista dei gesuiti? Cosa c&#039;è di diverso dall&#039;insegnamento bimillenario della Chiesa? In realtà nulla, a parte qualche considerazione sul suo carattere, sulla sua esperienza e sulle sue preferenze in fatto di letteratura e di cinema (con lusinghieri riferimenti a quelli italiani che dovrebbero far piacere ai cittadini di questo Paese). A questo si può aggiungere la valutazione sul concetto di decisionismo, che alcuni gli chiedono e altri gli contestano. Ma sugli argomenti generali non c&#039;è nulla di nuovo o di diverso. Le stesse cose la Chiesa le dice da sempre e dopo il Concilio Vaticano II con una particolare insistenza. Basta prendere a caso un testo di magistero pontificio, soprattutto in materia di dottrina sociale. E allora perché tanto clamore mediatico? Solo perché il Papa ha parlato, fra l&#039;altro, di omosessuali e di divorziati? Il punto è che sono sbagliate, volutamente malposte, le due domande iniziali. Basta sostituire “come” a “cosa” e la risposta si fa necessariamente più articolata. Come si mostra nuovo, come si mostra diverso il Papa attuale in questa intervista e nelle diverse espressioni dei suoi primi mesi di pontificato?.
La prima risposta sta nella maternità della Chiesa alla quale il Papa fa riferimento. Quale madre darebbe un sasso al figlio che le chiede un pane o un serpe se le chiede un pesce? So benissimo che il Vangelo riferisce la frase a Dio Padre, ma in questo contesto si spiega meglio al femminile. Anche perché il Papa, nell&#039;intervista, insiste sul ruolo femminile nella Chiesa, non come brutta copia del potere maschilista che troppo spesso la caratterizza nelle sue vicende concrete, ma come risposta d&#039;attenzione alle «domande profonde che vanno affrontate» poste dalle donne. Del resto, nella visione evangelica non è il potere a contare, ma il sentire e il sapere. E di sentire e sapere femminili la Chiesa ha un grande bisogno. Così come ne ha di esaltarne la dignità e la funzione, ha sottolineato il Papa.
L&#039;altro “come” al quale credo importante fare riferimento è la sintesi tra la scelta francescana e il discernimento proprio dei figli di Ignazio di Loyola (proprio discernimento è una delle parole chiave nell&#039;intervista del gesuita Bergoglio al confratello Antonio Spataro). Con un&#039;immagine efficace, Papa Francesco ricorda che la Chiesa non è un consesso medico nel quale si discetta di grassi o zuccheri nel sangue di un paziente, ma un ospedale da campo dove si curano ferite gravi. Non può limitarsi a diagnosi o a prescrizioni: deve curare, curare, curare. La Chiesa è madre e maestra, ma non madre snaturata e maestra arcigna. Non a caso, in riferimento ad aborto, matrimonio omosessuale e uso dei metodi contraccettivi, il Papa dice che «una pastorale missionaria non è ossessionata dalla trasmissione disarticolata di una moltitudine di dottrine da imporre con insistenza». In pratica non può ridursi a un disco rotto. Invece, «l&#039;annuncio di tipo missionario si concentra sull&#039;essenziale, sul necessario, che è anche ciò che appassiona di più, ciò che fa ardere il cuore».
Perché è sempre e soprattutto una questione di cuore. Del come del cuore. Quale madre di figlio o figlia omosessuale, anche pienamente convinta che la natura ci voglia maschi e femmine tra loro attratti e complementari, condannerà l&#039;omosessualità più di quanto non ami suo figlio o sua figlia? Quale madre di divorziato, pur certa del valore sacramentale indissolubile del matrimonio, condannerà il divorzio più di quanto non ami suo figlio? 
E del resto in quale madre di spacciatore di droga, di ladro o anche di ben più gravi criminali tipo politici corrotti o assassini, l&#039;orrore per il delitto cancellerà l&#039;amore per i figli? Sui padri forse non c&#039;è da giurarci, ma le madri, almeno in generale, sono un esempio di quanto il Papa chiede ai ministri del Vangelo: «essere capaci di riscaldare il cuore delle persone, di camminare nella notte con loro di saper dialogare e anche di scendere nel buio della loro notte, nel loro buio senza perdersi»]]></description>
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			<title>Durissime condanne delle atrocità del gruppo jihadista</title>
			<link>http://www.pierluiginatalia.net/1/durissime_condanne_delle_atrocita_del_gruppo_jihadista_10260568.html</link>
			<description><![CDATA[<strong>Durissime condanne delle atrocità del gruppo jihadista</strong><br />La condanna delle atrocità perpetrate dal cosiddetto Stato islamico (Isis) ha trovato toni particolarmente duri nell&#039;islam sunnita, la confessione alla quale il gruppo jihadista pretenderebbe di appartenere. Si tratta di un aspetto tanto più significativo perché a pronunciarsi non sono stati i Governi, ma i principali rappresentanti religiosi e delle strutture della società civile, compresa la stampa araba.
Dopo la diffusione del video con la feroce uccisione del pilota giordano Muaz Kassasbe, arso vivo in una gabbia di ferro, una fatwa è stato lanciata dall’Università di Al Azhar al Cairo, il più prestigioso centro d’insegnamento sunnita, che ha chiesto « l’uccisione, la crocifissione e l’amputazione degli arti» dei terroristi dell’Isis. Ovviamente, come ha spiegato Ahmed Al Tayeb, grande iman di Al Azhar, la richiesta non è da prendere alla lettera. Si tratta della citazione di un verso del Corano che indica la pena da applicare nei confronti di chi «uccide sfrenatamente gli innocenti senza peccato». La differenza tra sentire religioso e follia fondamentalista – vale per tutte le confessioni, comprese quelle cristiane – sta proprio nella capacità di interpretare i testi sacri e incarnarli nella quotidianità, con riferimento irrinunciabile alla sacralità della vita umana. Del resto chi sosterrebbe che provare odio nei confronti dei propri genitori sia un valore cristiano? Eppure, nel Vangelo gesù dice testualmente: «Chi non odia suo padre e sua madre non può essere mio discepolo». Ricordarsene potrebbe servire. Soprattutto a quanti dalle parti nostre continuano a blaterare di islamici nemici della civiltà.
Tra l&#039;altro, Al Tayeb, dopo aver a ricordato che in base ai precetti dell’Islam «solo Allah può punire con le fiamme», cosa che «non è concessa agli esseri umani», ha sollecitato la comunità internazionale a combattere contro «chi ha offeso l’Islam e il profeta». Sempre dal Cairo, l&#039;unione degli ulema dei Fratelli  musulmani (un&#039;altra organizzazione che molti in Occidente definiscono tout court terroristica) ha parlato di un «crimine vile, che contrasta con la sharia», la legge coranica. Così come un editoriale di Al Jazeera, la principale emittente araba, ha sostenuto che l’azione dell’Isis è per l’islam molto più dannosa delle vignette del giornale satirico «Charlie Hebdo» nella cui sede parigina fu perpetrata la strage jihadista del 7 gennaio scorso. 
Sul piano internazionale, intanto, si muove la Russia, che non partecipa alla coalizione impegnata nei raid aerei contro l&#039;Isis in Iraq e in Siria. Mosca sta preparando la bozza di una risoluzione a carattere vincolante, da sottoporre nei prossimi giorni al voto del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, con l’obiettivo di tagliare le fonti di finanziamento dell&#039;Isis, secondo quanto riferito dalla stessa rappresentanza russa all&#039;Onu. Da ambienti diplomatici occidentali è trapelato che una prima stesura del documento sarebbe già stata consegnata agli altri membri permanenti del Consiglio stesso - che nel frattempo ha condannato formalmente la truce esecuzione del pilota giordano - e presto sarà distribuita anche ai dieci membri non permanenti. 
A quanto si è appreso, la bozza di risoluzione si concentra soprattutto sui tre principali canali attraverso i quali l&#039;Isis si finanzia: forniture clandestine di petrolio, vendite di contrabbando di reperti archeologici e sequestri di persona a scopo di estorsione. Tutti i Paesi saranno sollecitati a boicottare tali attività evitando di elargire denaro, anche per il semplice rilascio degli ostaggi. È molto raro che Mosca assuma iniziative del genere in ambito Onu, ma diversi osservatori sottolineano come la questione dell&#039;Is stia suscitando particolare apprensione al Cremlino, soprattutto a causa dell’elevato numero di estremisti ceceni che vi hanno aderito. ]]></description>
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			<title>Congedo dai lettori</title>
			<link>http://www.pierluiginatalia.net/1/congedo_dai_lettori_11632474.html</link>
			<description><![CDATA[<strong>Congedo dai lettori</strong><br />22 Luglio 2024
Scrivo queste righe per prendere congedo dai lettori di un giornale, trimestrale nella sua versione cartacea e quotidiano in quella online, che ho diretto per anni, a titolo gratuito, nella convinzione di poter dare un contributo alla diffusione dell’eredità valoriale del magistero di Tommasina Alfieri, figura luminosa del laicato cattolico del Novecento, e di poter indagare il senso dell’identità cattolica, alla luce della dottrina sociale della Chiesa. Resto orgoglioso del livello qualitativo che questa testata ha raggiunto in questi anni.
Ma prendo atto del fatto che non sussistano più le condizioni affinché la mia presenza e il mio indirizzo al giornale possano proseguire. Lo faccio senza ira e senza rancore, ma con un giudizio ponderato e sereno che l’amarezza non inficia. 
 
Tommasina Alfieri
 
Serve qualche sommaria spiegazione. Devo molto a Tommasina Alfieri, ma devo qualcosa anche alla mia firma e alla mia storia professionale e non intendo dimenticare né l’una né le altre. Nell’ultimo anno, con il passaggio alla nuova editrice – non più l’associazione Amici della Familia Chisti, ma l’APS Amici del Beato Domenico della Madre di Dio (al secolo il viterbese Domenico Barberi) -, un passaggio praticamente imposto da palese diffidenza sul nome Familia Christi, espressa dal vescovo di Viterbo Orazio Francesco Piazza a causa delle vicende legate all’Eremo di Sant’Antonio alla Palanzana, più volte raccontate su queste pagine, è cambiato il clima intorno al giornale e alla mia direzione. 
Si è incominciato presto, con alcuni soci dell’associazione Bàrberi, che avevano la strana pretesa di insegnare il Credo agli Apostoli, cioè fuor di metafora di sindacare su cosa e come il giornale doveva o non doveva pubblicare e quindi di contestare proprio il ruolo del direttore responsabile. Poi, dopo che Mario Mancini, che della Signorina Alfieri è il primo e autentico successore e che mi chiese a suo tempo di occuparmi di Sosta e Ripresa, ha lasciato la presidenza dell’associazione Bàrberi (che per inciso preferisce nelle chat associative definirsi “comunità di Castel d’Asso”, peraltro senza alcun riconoscimento ecclesiale come tale) qualcuno si è spinto a dire che Sosta e Ripresa doveva servire ai propri scopi. 
Specifico che ho sposato con convinzione la causa del Beato Bàrberi, fra l’altro iscrivendomi all’associazione e soprattutto dimostrandolo con l’attenzione puntuale sempre avuta dal giornale. Ma aggiungo che su altri scopi e posizioni ho sempre avuto perplessità che non ho nascosto agli interessati. 
Ma il punto di fondo resta che di Sosta e Ripresa i soci di tale associazione non si curino proprio, almeno per come è stata fatta sotto la mia direzione, come dimostra il fatto che tolte un paio di persone non l’hanno mai letta e che tra il quasi centinaio di soci si sono raccolti meno di dieci abbonamenti alla versione cartacea. Se intendono farne altro lo faranno senza di me. 
Ma una cosa va aggiunta: un giornale non “serve” a chi lo fa. È esattamente il contrario. E se qualcuno, che peraltro sembra godere di consenso non so se nella APS Bàrberi, ma all’apparenza di certo nella sedicente “comunità di Castel d’Asso”, si spinge ad affermare quanto sopra senza che l’editore intervenga, di fatto si delegittima il direttore responsabile. Magari nella superficialità imperante tra molti che nel viterbese amano definirsi o farsi definire giornalisti senza averne il titolo né la deontologia la cosa sembrerà irrilevante. Ma come ho detto, la mia è un’altra storia. Non nascondo il timore che a Sosta e Ripresa possa accadere quanto già accaduto all’eredità materiale di Tommasina Alfieri, l’Eremo della Palanzana e non solo, nelle mani di persone che ne hanno pervertito gli scopi, ma la mia decisione è presa con coscienza tranquilla.
 
Udienza privata da Papa Francesco
 
A conclusione di questo congedo dai lettori, oltre al ringraziamento per tutti loro, ne devo alcuni specifici a un numero ristretto di persone. La prima è appunto Mario Mancini. L’affetto, il rispetto e l’impegno a sostenerlo in tutte le iniziative per tenere viva l’eredità alfieriana da parte mia non verranno meno. Ma questo giornale non è più a mio giudizio lo strumento per sostanziare tale impegno. 
 
Mario Mancini, Laura Ciulli e Pierluigi Natalia
 
La seconda è la vice direttrice Laura Ciulli che è anche la creatrice e proprietaria del sito online. Ho trovato in lei una collaboratrice (ma il termine è riduttivo) preziosa e ho avuto modo, in un confronto pressoché quotidiano, non solo di apprezzarne le qualità umane e la capacità di tenere la schiena dritta e di guardare all’essenziale, ma anche la crescita sul piano strettamente professionale, il che la rende, nel panorama dei tanti suddetti  sedicenti giornalisti che pubblicano nel viterbese, una specie di mosca bianca, anche se la compagnia di cui sopra forse userebbe l’espressione pecora nera.
 
Cardinale Agostino Marchetto e Pierluigi Natalia
 
Un ringraziamento più specificamente personale va ai grandi esponenti del giornalismo e della cultura cattolica, che per amicizia e rispetto nei miei confronti hanno accettato di scrivere gratuitamente su Sosta e Ripresa, da padre Giulio Albanese, probabilmente oggi la firma più prestigiosa del giornalismo cattolico non solo italiano, al cardinale Agostino Marchetto, che lo stesso Papa Francesco definisce il miglior ermeneuta del Concilio Vaticano II; ai colleghi de L’Osservatore Romano, Gaetano Vallini, Silvia Guidi, Giulia Galeotti; della stampa vaticana in genere, Andrea Tonielli e Alessandro Di Bussolo; di Avvenire, Marco Tarquinio; di Famiglia Cristiana, Giulia Cerqueti e Antonio Sanfrancesco; del Messaggero di Sant’Antonio, Giulia Cananzi.
Infine esprimo gratitudine per tutti quegli esponenti del clero diocesano viterbese che in tempi e modi diversi hanno mostrato vicinanza, senza vanità personali, a Sosta e Ripresa, con citazioni d’obbligo per il vescovo emerito Lino Fumagalli, che al giornale volle indirizzare un significativo video messaggio, per padre Ignazio Martelletto C.S.I, dei Giuseppini del Murialdo, e per padre Ubaldo Terrinoni OFM Capp, da tanti anni firma  importante e preziosa di Sosta e Ripresa e ultimo curatore, succedendo a padre Ignazio, della rubrica Spezzare la Parola, con la Lectio sul Vangelo festivo.
A tutti un saluto cordiale e grato.]]></description>
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			<title>Un testo ritrovato dopo trent'anni</title>
			<link>http://www.pierluiginatalia.net/1/un_testo_ritrovato_dopo_trent_anni_11446875.html</link>
			<description><![CDATA[<strong>Un testo ritrovato dopo trent&#039;anni</strong><br />Tre settimane fa, il 12 settembre, nel suo 97° anno di età, è morta mia madre. In questi giorni ho dovuto occuparmi della sua lapide, nella nostra cappella di famiglia. Sempre in questi giorni, ho dovuto aprire i suoi cassetti, mettere ordine tra le sue cose. Vi ho trovato una cosa scritta trent&#039;anni fa da me, che lei aveva conservato, credo gelosamente. Si tratta della prima stesura di una poesia in versi liberi. All&#039;epoca mi ripromettevo di lavorarci ancora un po&#039;, ma poi altre cure me la fecero abbandonare.
Parla appunto della cappella della Famiglia Natalia nel cimitero di Tagliacozzo. Mio padre Mario morì improvvisamente nel gennaio del 1963 e fu tumulato in un fornetto nel cimitero della sua città d&#039;origine, Anagni. Ma, sembra per le insistenze di mio fratello, come me bambino anche lui all&#039;epoca, che lo avrebbe voluto a Tagliacozzo, il paese di mia madre e suo (io, per grazia di Dio, sono nato a Roma) mia madre promise che avrebbe edificato una tomba lì. E lo fece. Ci vollero quasi sei anni e molti soldi – all&#039;epoca erano in molti a truffare la vedova e l&#039;orfano – perchè venisse ultimata e potessimo traslarvi la salma di mio padre, nel novembre del 1968. All&#039;epoca ero ancora un bambino che entrava nell&#039;adolescenza, con molto rancore nei confronti della vita e con una smisurata idea di me stesso nella quale ho passato decenni a crogiolarmi e dalla quale probabilmente non mi staccherò mai del tutto. Tra l&#039;altro, per molto tempo ho detto a mia madre che aveva buttato i soldi, che i morti sono morti, che avrebbe fatto meglio a comprarci una casa a Roma.
Vent&#039;anni dopo ero una persona diversa. E già allora sapevo che edificare quella cappella è stata il dono maggiore fatto da mia madre alla mia storia.
Quei versi, scritti a macchina (all&#039;epoca non usavo il computer) e corretti a penna, avevo pensato di riprenderli e di lavorarci ora. Poi ho deciso di lasciarli come sono, come mia madre li ha conservati per trent&#039;anni. Li pubblico ora, così, su questo sito che da un po&#039; di tempo mi vede scrivere più di cose personali che di vicende globali. Li pubblico per chi vorrà leggerli, ma soprattutto li pubblico per chi nel conservarli per trent&#039;anni, senza mai farmene parola, mi ha offerto forse il perdono per tutte le volte in cui non l&#039;ho compresa o l&#039;ho ferita. Li pubblico perchè nella casa dei miei morti dove era il suo cuore ora riposa anche mia madre. 
 
Vent&#039;anni appena.
E se le cose avessero uguale agli uomini 
ritmo di vecchiezza
ancora giovane e nuova saresti
casa dei miei morti.
Vent&#039;anni appena da che mi ha preceduto
mio padre
tra i tuoi marmi.
E tra i tuoi fiori.
Gladioli dal lungo gambo
nei lunghi vasi
d&#039;ottone già ossidato
e i settembrini
e i crisantemi gialli,
compagni allegri delle tombe di novembre,
e margherite
e quando è inverno le stelle di Natale
e gigli a primavera.
E le rose sull&#039;altare
(le rose che mio padre amava
crescono adesso davanti alla dimora
che lo accoglie...
che mi attende).
Gli stessi fiori di ogni anno
quasi a scandire il tempo sempre uguale.
Mi sei cara
casa dei miei morti che sarai la mia casa.
I tuoi marmi e le lettere dorate sulle lapidi
e il Cristo crocifisso sull&#039;altare
sono memoria e mia eredità.
Più della mia casa
più di ogni stanza che ha vestito
il volgere dei giorni
la storia dei miei anni
mi sei cara
(eppure turbavi i giorni brevi di novembre
il giorno triste di gennaio
quando mia madre mi portava
ad ascoltare la Messa di suffragio).
E a gennaio la data anniversaria
del mio essere orfano
riporta alla memoria
gioie mai avute
amare nostalgie della mia infanzia.
Eri luogo oscuro a gennaio
e la morte rivelava
quanto mancava alla mia vita.
Ancora adesso il freddo è uguale
fra i tuoi marmi
memoria persistente di quei giorni.
Eppure mi sei cara
casa dei miei morti
che ho visto nascere 
(è giusta la parola
perchè sei frutto d&#039;amore)
e oggi sei l&#039;unica radice alla mia storia
l&#039;unica quiete nel mio affanno.
Oggi soltanto
(e dolgono le le spalle
del peso di tanti anni di dolore
dell&#039;orrore che attraverso e che racconto)
sento che il vostro sonno è buono
miei morti
cullati nella vita del Dio vivo.
La croce di ferro arruginito
sul frontone
è pegno della vostra redenzione
carezza lieve
ombra benigna e consolante
sul camposanto
coi vostri nomi incisi...
col mio nome atteso.
E bello è il sole settembrino
che incendia le vetrate
belli i fiori nuovi
che la pietà vi riconduce
lievi ornamenti
consolazioni dolci
per noi di questa vita ancora vivi.
Colmo di pace è il cuore
e la solitudine stessa
sembra una compiacenza d&#039;intelletto
quasi una sciocca fantasia.
Dietro le foto sulle tombe
ci sono i gesti del ricordo
c&#039;è la presenza
misteriosa e certa
del vostro amore
nei giorni gli attimi i gesti
che fanno oggi la mia mia vita
miei morti cari
che educaste i passi miei bambini
e ora consolate il tempo mio di adulto
del vostro esempio.
L&#039;eredità di affetti
(oh l&#039;intuizione del poeta
che cercava luce
e che cantò la luce)
è pasta lievitata ormai
cibo continuo al mio ricordo
e insieme forza per nuovi giorni.
Non più pugni contratti
o il soffocare lacrime
per i miei giorni schiantati dalla grandine.
Nuove stagioni senz&#039;ira
mi prometti
casa dei miei morti
che attendi la mia quiete. 
Casa di consolazione e di memoria
il vento lieve tra i tuoi roseti
carezza ora di baci le mie labbra...
e le bruciava allora di baci disperati.
E porta la promessa 
che nuove carezze sapranno le mie mani
nuove carezze avrò nel mio futuro.
Sembra non sanguinare più
il mio cuore di carne
casa dei miei morti che sei la mia casa.
A lungo atteso di sapere placati i miei rimorsi
fantasie vane i miei rimpianti
casa dei miei morti che mi attendi
abitudine dolce e sempre cara
di deporre un fiore...
di dire una preghiera. 
 
 
 ]]></description>
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			<title>La testimonianza di Tade Ipadeola</title>
			<link>http://www.pierluiginatalia.net/1/la_testimonianza_di_tade_ipadeola_9629275.html</link>
			<description><![CDATA[<strong>La testimonianza di Tade Ipadeola</strong><br />Cos&#039;è poesia nell&#039;Africa dolente? Come si esprime quest&#039;epoca feroce per il continente nelle parole, nel sentire di quanti vivono il peso e il dovere di raccontare, di testimoniare? Poesia, come dovunque, sono le storie, le culture, le persone. E in un continente dove la trasmissione orale resta tra i fondamenti del sapere condiviso, anche le lingue dei colonizzatori trovano senso, peculiare capacità, forza di testimonianza. È il caso della poesia di Tade Ipadeola, vincitore del Premio nigeriano per la letteratura con la raccolta “Sahara Testaments” (Testamenti del Sahara). 
La notizia è stata data, questo 21 marzo, nel primo giorno di primavera, dalla Misna, l&#039;agenzia delle congregazioni missionarie pensata, fondata e diretta fino a dieci anni fa da Giulio Albanese, il missionario comboniano che più di chiunque, da anni, racconta al nord distratto del mondo quelle realtà che con tanta ipocrisia chiamiamo “in via di sviluppo”. 
La poesia del quarantenne Ipadeola è al tempo stesso letteratura e cronaca. Letteratura perché indaga fenomeni storici e culturali. Cronaca perchèé riferisce di realtà spesso ignorate della difficile contemporaneità africana. Originario della città di Ibadan, Ipadeola ha interrotto la propria attività di avvocato per viaggiare e cercare storie nel Sahara. La sua esperienza è incominciata in Mauritania e si conclusa in Egitto, in un momento storico cruciale, sospeso tra le speranza suscitate dalla cosiddetta primavera araba e gli orrori del conflitto civile in Libia. 
In “Sahara Testaments” si incrociano racconto e denuncia. Ipadeola scrive dei cambiamenti climatici o delle responsabilità socio-ambientali delle compagnie petrolifere. Poi ci sono le tragedie dei migranti e dei profughi che a rischio della vita attraversano il deserto in cerca di un futuro migliore in Europa, come quegli 87 morti di sete nell’ottobre scorso mentre cercavano di raggiungere l’Algeria attraversando il deserto nigerino.
Poesia civile e politica, dunque. Alla cerimonia per il conferimento del premio tenuta a Lagos Ipadeola ha detto che i giovani sono spinti a lasciare il loro Paese da povertà e da mancanza di prospettive. Un segno inconfutabile, secondo il poeta, del fallimento della leadership africana.


]]></description>
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		<item>
			<title>Le politiche della Santa Sede sulla mobilità umana</title>
			<link>http://www.pierluiginatalia.net/1/le_politiche_della_santa_sede_sulla_mobilita_umana_11534941.html</link>
			<description><![CDATA[<strong>Le politiche della Santa Sede sulla mobilità umana</strong><br /> La posizione cattolica sul fenomeno delle migrazioni, oggi ingigantito come mai prima, fino a coinvolgere oltre duecentoventi milioni di persone, si può raccontare in due modi. Il primo è quello ecclesiale, identitario in senso cristiano, e si basa sul Vangelo: “ero straniero e mi avete accolto”. Un imperativo che la Chiesa traduce nella pastorale ordinaria e in iniziative straordinarie nei momenti di emergenza particolarmente acuta. E verrebbe da preferire concentrarsi sulla ricchezza antropologica, prima ancora che confessionale, di quest&#039;opera costante e silenziosa di tante migliaia di cattolici, laici e religiosi. L&#039;altro modo, è riferire, necessariamente per sommi capi, l&#039;azione della Santa Sede, una struttura con personalità giuridica internazionale con il compito, concreto e realista, di tradurre il magistero del Papa nei rapporti internazionali e interreligiosi.
Il 2018 potrebbe essere un anno cruciale. In dicembre all&#039;Onu dovrà essere approvato il Global Compact per le migrazioni e per i rifugiati, un duplice accordo al quale si lavora da due anni. I rappresentanti dell&#039;Onu parlano di un accordo ambizioso e innovativo. Ambizioso lo è di sicuro, innovativo fino a un certo punto, dato che non supera la consolidata distinzione tra profughi e migranti cosiddetti economici. Mentre oggi i flussi sono sempre misti e l&#039;enfasi specifica al tema della protezione internazionale per i profughi di guerra minaccia di discriminare i “profughi dalla fame”, vittime del progressivo allargamento della forbice tra i pochi sempre più ricchi e i miliardi di essere umani sempre più poveri.
 
Nel lavoro sul Global Compact è molto impegnata proprio la Santa Sede, dotata di strumenti – e di visione – che le danno una conoscenza del fenomeno certo più globale di quella dei singoli Stati, specie di quelli cosiddetti di accoglienza (termine che indica purtroppo più un auspico che comportamenti effettivi), dove prevalgono spesso interessi di corto respiro, atteggiamenti di chiusura, regurgiti di nazionalismi e particolarismi esasperati, esplicita xenofobia, talora vero e proprio razzismo. 
 
Il contributo della Santa Sede alla ricerca di soluzioni può essere particolarmente prezioso per l&#039;Africa, stremata da una storia di spostamenti delle popolazioni quasi sempre forzati, a partire della tratta degli schiavi, responsabilità, giova ricordare, non solo dei colonizzatori europei, ma anche di quelli arabi. E forse di più: secondo gli studi più attendibili, tra l&#039;VIII e il XX secolo, oltre 17 milioni di africani resi schiavi avrebbero percorso la tratta orientale, verso il Golfo persico e l&#039;Oceano indiano. Tra il XV e il XIX secolo le navi negrerie ne avrebbero trasportati 11 milioni sulla tratta occidentale, verso l&#039;Europa e le Americhe. 
 
Dopo oltre mezzo secolo di decolonizzazione, almeno formale, non mancano ovviamente le responsabilità locali, ma questo quadro di sradicamento resta la causa principale dalla secolare impossibilità per gli africani di prendere davvero il proprio destino nelle proprie mani, e persino dei conflitti, spesso dimenticati e incancreniti, che oggi insanguinano il continente, conflitti soprattutto etnici ed economici, non religiosi come molta stampa, molta saggistica e molta politica nel nord ricco del mondo tendono a far credere. 
 
Ciò detto, va sottolineato che in Africa il fenomeno è un dramma soprattutto interno: meno di un quarto dei suoi migranti e profughi, circa cinque milioni sui venti totali (numero che a sua volta rappresenta meno del dieci per cento del totale mondiale) si trovano fuori dal continente, in maggioranza in Asia. Il che dimostra falsa e strumentale l&#039;idea della “minaccia di invasione” sulla sponda nord del Mediterraneo. 
 
Le realtà ecclesiali, soprattutto i missionari, fronteggiano da sempre questo fenomeno, con sostanziale vicinanza alle vittime, anche se storicamente non sono mancati colletarismi e complicità di fatto con i colonizzatori. Di certo, comunque, dopo il Concilio Vaticano II questa sollecitudine si è accresciuta e meglio definita. E più ancora dopo la fine del bipolarismo est-ovest la Chiesa cattolica è stata in prima linea nella difesa dei popoli del sud devastato del mondo e in particolare degli africani. Gli esempi sono innumerevoli sia nell&#039;azione quotidiana, sia nei documenti pontifici, sia nei rapporti diplomatici, nella convinzione che “tanto la moltiplicazione dei conflitti armati, quanto il dramma dei profughi e dei migranti, sono frutti amari anche della globalizzazione”, come si legge nella dichiarazione finale della riunione tenuta in primavera dai vescovi africani ed europei. 
 
Di una globalizzazione, cioè, dominata dalla finanza predatoria che ha aumentato a dismisura la miseria sul piano economico e la discriminazione su quello politico e sociale, senza che comunità internazionale sia riuscita finora a contrastarne gli esiti nefandi con un&#039;efficace spinta alla globalizzazione dei diritti. Dagli anni Novanta in poi, da Giovanni Paolo II a Francesco, tutta l&#039;azione politica politica della Santa Sede punta sulla prospettiva di una nuova “economia sociale di mercato” da costruire nella dimensione globale. Perchè, come ha più volte ripetuto anche di recente Papa Francesco, è l&#039;iniquità a produrre instabilità e violenze, comprese quelle legate ai fenomeni migratori, che nessuna forza forza di di polizia, alla lunga, è in grado di reprimere e neppure di contenere. 
 
Della mobilità umana si occupa uno specifico Pontificio Consiglio pontificio, quello per la pastorale dei migranti e degli itineranti. Nato dal Concilio Vaticano II, è soprattutto un think tank, un serbatoio di pensiero, ma le sue ricadute sul piano pastorale, con il sostegno e l&#039;indirizzo per le Chiese locali, su quello sociale e su quello internazionale, sono sempre state rilevanti, in particolare nel primo decennio di questo secolo, quando a coordinarle e in gran parte a ispirarle era l&#039;allora suo Segretario, l&#039;arcivescovo Agostino Marchetto, non a caso un diplomatico di lungo corso, di formazione storica e giuridica, oltre che probabilmente il massimo esegeta vivente del Concilio stesso. 
 
C&#039;è molto contributo di questo piccolo Consiglio (ci lavorano a tempo pieno appena una ventina di persone) nelle posizioni con le quali la Santa Sede affronterà in dicembre la discussione all&#039;Onu sul Global Compact. I rappresentanti vaticani da tempo ne stanno illustrando i contenuti nei consessi internazionali, in particolare con le istituzione europee, a conferma della volontà di costruire una linea comune alla quale la Santa Sede non intende rinunciare, nella speranza che l’Unione Europea sappia ricompattarsi sui suoi valori fondanti. In particolare, la Santa Sede ha presentato in primavera, in una riunione dell&#039;Onu a Ginevra e in un&#039;audizione al Parlamento europeo, una lista in venti punti con proposte su quattro esigenze cruciali: accogliere, proteggere, promuovere e integrare i migranti. Vi si trovano, oltre principi già codificati come il diritto al non respingimento, raccomandazioni a istituire canali sicuri e legali per migranti e rifugiati, forme di accoglienza degna e responsabile, procedure che garantiscano i minori e il ricongiungimento familiare, promozione di politiche nazionali che permettano l&#039;accesso all&#039;istruzione, alla formazione e al mercato del lavoro. Un punto cruciale è l&#039;accesso alla cittadinanza, che include lo ius soli per gli immigrati di seconda generazione. 
 
Va detto, però, che nonostante l&#039;indubbio interesse mondiale per la figura del Papa, la capacità di comunicazione e di persuasione della Chiesa in questo campo sembra insufficiente. Degli infiniti documenti in materia prodotti nell&#039;ultimo quarantennio, ben pochi arrivano al grande pubblico. E potrebbe essere anche la sorte di quanto la Santa Sede sta facendo riguardo al Global Compact, le cui  prospettive di successo non sembrano molte. Come tutti gli accordi dell&#039;Onu, infatti, a farlo funzionare dovrebbero essere gli Stati. E oggi sembrano prevalere un po&#039; ovunque i suddetti atteggiamenti, fomentati e cavalcati da forze politiche che in molti Paesi hanno visto aumentare i loro consensi fino ad assumere responsabilità di governo. Per fare solo esempio, sull&#039;approccio multilaterale, indispensabile di fronte a una questione appunto globale, pesa il mutamento della politica statunitense, dopo che Trump ha ritirato l&#039;adesione al Global Compat data da Obama. 
 
E il discorso vale anche per l&#039;Europa, come dimostra l&#039;esito delle tornate elettorali in diversi Paesi, compresa l&#039;Italia, dove è di fatto passata l&#039;equazione “più migranti meno sicurezza”, equazione che la Santa Sede ha denunciato con chiarezza come  falsa e perversa. Dopo il voto italiano, per esempio,  il Segretario di Stato, il Cardinale Pietro Parolin, ha ribadito che sicurezza e accoglienza dei migranti sono “due esigenze imprescindibili” che la politica deve conciliare e non contrapporre. “La Santa Sede sa che deve lavorare nelle condizioni che si presentano. Non possiamo avere la società che vorremmo”, ha detto Parolin, ma la Chiesa “continuerà la sua opera&quot;, perché è importante &quot;riuscire a educare la popolazione a passare da un atteggiamento negativo a un atteggiamento più positivo nei confronti dei migranti, dissipare pregiudizi e paure e abbandonare la cultura dominante dello scarto e del rifiuto&quot;, secondo un&#039;espessione cara a Papa Francesco. 
Perché quei due modi di raccontare la posizione del Papa e della Chiesa sulla questione migratoria citati all&#039;inizio di questo articolo in fondo finiscono per coincidere.]]></description>
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			<title>Crescente tensione tra Mogadiscio e Nairobi</title>
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			<description><![CDATA[<strong>Crescente tensione tra Mogadiscio e Nairobi</strong><br />La situazione a Chisimaio minaccia di riaccendere il conflitto in Somalia con ripercussioni preoccupanti per l’intero Corno d’Africa. In un vertice tenuto nei giorni scorsi in  Uganda, capi  di Stato dei Paesi dell’area hanno  affermato che  il controllo di Chisimaio, principale città meridionale somala e secondo porto del Paese, deve ritornare alle autorità di Mogadiscio. Chisimaio,  che per anni era stata la principale roccaforte dei ribelli  radicali islamici di al Shabaab, alla fine dell’anno scorso è diventata campo di battaglia tra  le milizie armate della regione. Più che a queste ultime, però, il monito dei leader africani    sembra rivolto al Kenya,  le cui truppe controllano Chisimaio  e sostengono la milizia Ras Kamboni  guidata da  Ahmed Mohamed Islam, meglio conosciuto come Ahmed Madobe, contro quella del colonnello Bare Adam Shire, a sua volta meglio noto come   Barre Hirale, un altro dei tanti “signori della guerra” che da decenni spadroneggiano in Somalia.  I  protagonisti dello scontro si erano entrambi proclamati in maggio governatori del Jubaland, la regione di Chisimaio, prospettando un’ennesima situazione di semiautonomia che renderebbe ancora più incerto il processo di pacificazione somala sostenuto dalla comunità internazionale.
A metà luglio, il Governo di Nairobi si è rifiutato di ritirare i propri militari dal sud della Somalia, come richiesto da quello  di Mogadiscio, che ne voleva la sostituzione con altre truppe  nell’ambito dell’Amisom, la missione dispiegata dall’unione africana in Somalia. Nairobi ha risposto che il controllo  del confine  riguarda la sicurezza nazionale del Kenya. Del resto, le truppe kenyote erano state incorporate nell’Amisom solo in un secondo momento, dopo essere entrate in Somalia due anni fa per una propria operazione autonoma dal dichiarato intento di mettere in sicurezza il confine. Era stato appunto  l’intervento di tali truppe, appoggiate da marina e aviazione da guerra, a obbligare le milizie di al Shabaab a ritirarsi da Chisimaio.  Nonostante il ritiro, le milizie di al Shabaab, frettolosamente considerate sconfitte da fonti ufficiali somale e internazionali,  hanno però conservato intatta la  capacità di colpire tanto con azioni di guerriglia quanto con attentati. Questo vale soprattutto  in territorio somalo, come dimostrano gli avvenimenti delle ultime settimane, compreso l’attacco a un complesso dell’Onu nei pressi dell’aeroporto di Mogadiscio, cioè in una delle aree teoricamente più protette della Somalia. Ma vale anche  oltre confine, in particolare proprio in Kenya, dove  si trovano centinaia di migliaia di  rifugiati somali, 430.000 nel solo complesso di Dadaab. Anche con questo si spiegano le mosse del Governo di Nairobi. 
Tre settimane fa, nella capitale del Kenya ha condotto una missione Antonio Guterres, il responsabile dell’Alto commissariato dell’Onu per i rifugiati. Nei colloqui con i governanti  kenyoti è stato definito un impegno per il rimpatrio  di almeno sessantamila profughi somali entro l’anno. In maggioranza si tratta proprio di persone provenienti dal Jubaland e dal sud della Somalia in genere. Controllare l’area di confine e Chisimaio significa quindi per il Governo di Nairobi controllare la gestione dei rimpatri e, in prospettiva, ottenere la messa in sicurezza del confine da penetrazioni destabilizzanti, come appunto quelle dei militanti di al Shabaab. 
Di contro, il contrasto tra le autorità kenyote e quelle di Mogadiscio minaccia di vanificare la tenuta del processo di pacificazione somala che in molti avevano ritenuto positivamente avviato  con la fine, un anno fa, della transizione sostenuta dalla comunità internazionale.
Sullo sfondo, tra l’altro, restano  i nodi irrisolti dei  rapporti tra il Governo centrale di Mogadiscio  e le regioni da tempo proclamatesi autonome  del Puntland,  del Somaliland e  del Galmudug. Se dovesse aggiungervisi il Jubaland, il controllo del Governo centrale sul Paese finirebbe per essere messo definitivamente in discussione.
 
Sullo sfondo, tra l&#039;altro, restano i nodi irrisolti dei rapporti tra il Governo centrale di Mogadiscio e le regioni da tempo proclamatesi autonome del Puntland, del Somaliland e del Galmudug. La questione è rilevante anche sul piano economico. Sui temi della ricostruzione e dei finanziamenti tutti gli attori internazionali hanno ribadito negli ultimi mesi consenso e impegni, almeno in linea di principio, ma anche sotto questo aspetto ci sono interessi interni e esteri difficili da conciliare. Per esempio, da tempo sono stati scoperti importanti giacimenti petroliferi sottomarini al largo delle coste del Puntland, o meglio ne è stata confermata la presenza. La  britannica Beyond Petroleum si accinge a sfruttarli  grazie ad accordi con le autorità locali, che di fatto escludono vantaggi per il Governo di Mogadiscio.  
La gestione dell&#039;industria petrolifera, come pure la riscossione delle tasse e dei proventi dei commerci e dei traffici portuali è affidata al Joint Financial Management Board, organismo composto da rappresentanti somali, ma soprattutto di Francia, Gran Bretagna, Unione europea, Banca Mondiale. Il bord è formalmente incaricato di aumentare la trasparenza e di rafforzare le istituzioni pubbliche nella gestione finanziaria. Ma diversi osservatori hanno dubbi sulle disinteressate intenzioni dei membri di tale organismo. Al tempo stesso, l’assenza vistosa nel bord di attori non tradizionali in Somalia, quale la Turchia, che ultimamente hanno contribuito significativamente alla ricostruzione di Mogadiscio e avviato programmi di sviluppo nelle regioni sottratte al controllo di al Shabaab, lasciano intravedere i contrasti e le forze che si agitano dietro le quinte. A conferma che il disastro somalo, in definitiva, potrebbe trasformarsi in un vero e proprio eldorado per chi riuscirà ad assicurarsi un posto in prima fila nella ricostruzione post-bellica. E certo il Kenya è tra quanti non intendono stare a guardare.]]></description>
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			<title>Ricordo e omaggio</title>
			<link>http://www.pierluiginatalia.net/1/ricordo_e_omaggio_11439967.html</link>
			<description><![CDATA[<strong>Ricordo e omaggio</strong><br />Mia madre, Velia Trovato – o come aveva sempre detto e ancora diceva dopo cinquantaquattro anni vedovanza, Velia Natalia – ha concluso la sua laboriosa giornata terrena a quasi novantasette anni di età. È un tempo lungo quasi un secolo e una persona lo attraversa con tante condizioni diverse, con tanti mutamenti. Velia è stata una ragazza determinata, una donna volitiva, spesso costretta a essere e a mostrarsi dura come l&#039;acciaio, prima che l&#039;età anziana le consentisse quella dolcezza che si accompagna alla fragilità. 
Velia è stata una studentessa brillante e poi, per quarantadue anni, un&#039;insegnante capace e ricordata con amore e riconoscenza da tanti suoi allievi. È stata un&#039;attivista politica di quel cattolicesimo sociale a cui tanto deve la civiltà di questo Paese e lo è stata in un&#039;epoca in cui le contrapposizioni erano aspre, scegliendo invece la difficile ricerca del dialogo e dell&#039;ascolto dell&#039;altro. Lo è stata “per” e non “contro”, per l&#039;uomo concreto e non contro l&#039;avversario da considerare un nemico. Lo è stata da donna in un&#039;epoca in cui le donne erano comunque lasciate in seconda fila. È stata una militante cattolica nel servizio ai poveri. Ha sempre saputo che i meno fortunati, chi ha fame, chi non ha casa, chi cerca speranza lungo le difficili vie delle migrazioni è portatore di diritti inalienabili che devono ricordare a noi più fortunati i doveri che impone la comune umanità. 
Ha avuto tanti amici ed è stata per loro una buona amica. Nemici nessuno ne ricorda.
È stata figlia ed è stata una buona figlia, occupandosi con premura per quarantadue anni di suo padre Vincenzo e per settantuno di sua madre Lucia. È stata sorella ed è stata una sorella preziosa, soprattutto per Irma, ma anche per i suoi fratelli vissuti per tanto tempo oltre oceano. Per i suoi parenti tutti, quelli di sangue e quelli acquisiti per matrimonio – senza mai fare distinzioni d&#039;affetto tra gli uni e gli altri – è sempre stata una presenza significativa, spesso un aiuto materiale e spirituale.
È stata madre, spesso severa, spesso fin troppo esigente, eppure mai ingiusta, sempre amorevole. Di mio fratello Vincenzo, che negli anni della vecchiaia le ha dato la gioia di essere nonna, una gioia che aveva sempre atteso, è stata orgogliosa per tutta la vita. E credo, senza iattanza, che un po&#039; lo sia stata anche di me.
Soprattutto, più di tutto, è stata la sposa di un marito, mio padre Mario, avuto fisicamente con sé per meno di dieci anni e nel cuore, nei pensieri, nelle parole, nei sogni fino al suo ultimo giorno. Si, ha vissuto novantasette anni e ne ha avuti dieci di felicità piena. È stata la donna di un solo uomo dal quale la morte l&#039;ha divisa troppo presto e al quale la morte ora l&#039;ha ricongiunta. E ora è davvero nella pace.
Si: novantasette anni sono un lungo tempo. Eppure il salmista ci ricorda che mille anni di fronte agli occhi del Signore sono come un turno di veglia nella notte. Il turno di veglia di mia madre è finito. Il cero pasquale che, nella stessa chiesa del suo paese,  fu luce quando fu battezzata e lo sarà tra qualche ora al suo funerale, ora illumina l&#039;aurora della sua eternità. E Velia che ora è luce nella Luce vera già prega per noi la pace che consola.]]></description>
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			<title>Le crisi in Iraq e in Siria</title>
			<link>http://www.pierluiginatalia.net/1/le_crisi_in_iraq_e_in_siria_9999715.html</link>
			<description><![CDATA[<strong>Le crisi in Iraq e in Siria</strong><br />Un progressivo imbarbarimento segna la vicenda mediorientale, con la sfida portata tanto in Iraq quanto in Siria dai terroristi del cosiddetto Stato islamico (Is). Tra le risposte di civiltà alla loro violenza si segnala quella dei musulmani di Mosul, nel nord dell’Iraq, di confessione sunnita come si dichiarano anche i feroci aggressori che avevano occupato la città e contro la cui aderenza ai principi dell&#039;islam si sono peraltro già espresse più volte le voci più autorevoli della comunità musulmana mondiale. Molti cristiani di Mosul, infatti, sono riusciti a mettersi in salvo proprio grazie alla solidarietà dei vicini di casa musulmani. Testimonianze in merito sono state diffuse nelle ultime ore dalle agenzie di stampa internazionali, dopo che in questo senso si erano già espressi più volte i responsabili delle chiese in Iraq.
La condizione dei cristiani costretti a fuggire resta comunque drammatica. Incombenti minacce di epidemia si segnalano nel campo profughi di Ankawa, un sobborgo a maggioranza cattolica di Erbil, nel Kurdistan iracheno, dove sono già stati registrati alcuni casi di lebbra, come riferito oggi dal parroco don Benham Benoka, in un collegamento con TV2000, l&#039;emittente della Conferenza episcopale italiana 
La vicenda legata all&#039;attacco dell&#039;Is – e più in generale alle mai risolte crisi dell&#039;area - incancrenisce mentre si assiste a una spaccatura della comunità internazionale, soprattutto con una contrapposizione tra Russia e Paesi occidentali che non si registrava dai tempi della guerra fredda, cioè da un quarto di secolo. La divisione sulla questione ucraina, oltre ad approfondire le contrapposizioni, sembra infatti ostacolare un&#039;azione concorde, nell&#039;ambito delle Nazioni Unite, per fronteggiare la sfida dell&#039;Is. I Paesi occidentali difendono la scelta sia dei raid aerei in Iraq sia di sostegno militare al Governo di Baghdad e ai combattenti del Kurdistan iracheno. Al tempo stesso, però, permane una loro sostanziale opposizione al Governo siriano, a sua volta impegnato a fronteggiare l&#039;Is. 
Proprio il fronte siriano, peraltro, potrebbe rivelarsi potenzialmente il più critico. Tra l&#039;altro, un anno dopo il vertice del G20 in Russia concluso in extremis con un accordo tra il presidente russo Vladimir Putin e quello statunitense Barack Obama per scongiurare un intervento armato straniero in Siria, la questione delle armi chimiche torna a essere sollevata dalla diplomazia statunitense. Lo ha fatto la rappresentante di Washington all&#039;Onu, Samantha Power, esprimendo dubbi sul fatto che l&#039;arsenale chimico siriano sia stato in effetti completamente smantellato e prospettando il pericolo che se sono rimaste armi chimiche in Siria possano cadere nelle mani dell&#039;Is. A questo va aggiunto che gli ostaggi occidentali uccisi brutalmente dall&#039;Is o ancora nelle loro mani sono stati catturati proprio in Siria.
In Iraq, intanto, non s&#039;interrompono né i raid dell&#039;aviazione statunitense né le violenze dell&#039;Is. Fonti ufficiali della polizia irachena hanno riferito ieri che una cinquantina di civili sono stati catturati dall&#039;Is a Tal Ali, un villaggio vicino a Kirkuk, dopo che i residenti avevano incendiato una delle postazioni dei miliziani islamisti insieme alla bandiera del gruppo. Le fonti hanno specificato che i miliziani sono tornati ieri a Tal Ali da dove si erano ritirati il giorno prima. Non è la prima volta che l&#039;Is compie sequestri di massa in Iraq, dove il gruppo ha rapito migliaia di civili nei villaggi nel nord, in quella che appare una vera e propria pulizia etnica, denunciata da diverse organizzazioni internazionali e sulla quale è in atto un&#039;indagine dell&#039;alto commissariato dell&#039;Onu per i diritti umani.
In uno dei raid dell&#039;aviazione statunitense, intanto, sarebbero stati uccisi tre alti esponenti dell&#039;Is, tra cui Abu Hajar Al Sufi, il principale collaboratore del capo del gruppo, Abu Bakr Al Baghdadi. La notizia è stata data da un alto funzionario della sicurezza irachena citato in forma anonima dall&#039;emittente statunitense Nbc News. Secondo la fonte, nel raid, nella zona di Mosul, sono stati uccisi anche un esperto di esplosivi e il comandante militare dell’Is della vicina Tal Afar.]]></description>
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			<title>Si valuta unâ&amp;euro;™amnistia per  Boko Haram</title>
			<link>http://www.pierluiginatalia.net/1/si_valuta_un_amnistia_per_boko_haram_9044581.html</link>
			<description><![CDATA[<strong>Si valuta un’amnistia per  Boko Haram</strong><br />
 
La crisi in atto da anni nel nord-est della Nigeria ha assunto sempre più la caratteristica di una guerra civile di fatto, con stragi ormai quotidiane. Da maggio scorso, il Governo sta dando una risposta militare alla sfida del gruppo di matrice fondamentalista islamica Boko Haram, responsabile dal 2009 di attacchi e attentati terroristici che hanno provocato oltre tremila vittime, in massima parte tra la popolazione civile. Il presidente Goodluck Jonathan ha proclamato lo stato d’assedio in tre Stati, il Borno, dove Boko Haram ha le sue tradizionali roccaforti, lo Yobe e l’Adamawa, e vi ha inviato l’esercito. Alle forze governative si sono poi affiancate, in molte località, milizie civili di autodifesa. Il risultato, finora, è stato solo un inasprimento delle violenze. 
Le prospettive di un successo militare, come spesso nelle crisi africane, risultano almeno aleatorie. Incomincia a prenderne atto lo stesso Governo di Abuja. Proprio in questi giorni è stato consegnato al presidente Jonathan un rapporto sulla possibilità di un programma di amnistia che consenta di mettere fine agli attacchi e agli attentati di Boko Haram. Il punto centrale del documento è l’invito a tentare con determinazione la via del negoziato. Il quotidiano «The Vanguard», nel darne notizia, ha sottolineato che il rapporto è frutto di circa sei mesi di lavoro di un comitato costituito dal Governo in aprile. Il presidente dell’organismo, Kabiru Turaki, ha riferito che durante questo periodo è stato possibile stabilire contatti con diverse fazioni di Boko Haram. Alcune di loro, ha detto, avrebbero «accettato il dialogo come via per la piena risoluzione del conflitto». 
Le raccomandazioni contenute nel rapporto sono state accettate da Jonathan. Il presidente ha annunciato l’imminente creazione di un nuovo comitato incaricato di condurre un negoziato, sottolineando che «da sola la forza non può portare la pace». Un modo, a giudizio di molti osservatori, di prendere le distanze dalla sua stessa decisione, in maggio, di inviare l’esercito contro Boko Haram.
Dell’ipotesi di un’amnistia a beneficio dei militanti del gruppo armato disposti a rinunciare alla violenza si era parlato con insistenza almeno dallo scorso marzo, dopo una proposta in questo senso fatta dal sultano di Sokoto Alhaji Mohammad Saad Abubakar iii, la massima autorità dell’islam nigeriano. Il religioso aveva chiesto di «porre fine a una guerra senza fine», adottando misure simili a quelle che dal 2009 avevano riguardato i militanti dei gruppi armati della regione meridionale del Delta del Niger, a sua volta teatro di una crisi, legata al controllo delle risorse petrolifere, che si protrae fin dall’epoca del colonialismo. 
Anche in questo caso, peraltro, la crisi è tutt’altro che definitivamente risolta, se non altro perché il controllo delle immense ricchezze petrolifere è rimasto in massima parte nelle mani di multinazionali straniere, mentre le popolazioni locali vedono se possibile peggiorare continuamente le loro condizioni, per non parlare delle devastazioni ambientali di un territorio ormai compromesso dallo sfruttamento senza controllo. Ma in ogni caso, le soluzioni che si cercano nel Delta del Niger sono ormai di tipo politico ed economico. 
Ma c’è un altro insegnamento da trarre dalla crisi nel nord-est della Nigeria e cioè che il fondamentalismo islamico in Africa non è sempre derubricabile al mero aspetto del terrorismo internazionale. La crisi innescata nel 2009 dall’inizio degli attacchi di Boko Haram, infatti, ha connotati propri e contesto meno internazionalizzato di altre. In Boko Haram, per esempio, non risultano miliziani provenienti da altri Paesi, come accade tra le forze ribelli di altre aree di crisi africane, dal Mali alla Somalia, alla Repubblica Centroafricana. Al tempo stesso, in Nigeria si è evitato, almeno finora, il coinvolgimento — diretto o indiretto — di potenze straniere, l’opposizione alle quali è da un ventennio almeno il principale argomento della propaganda fondamentalista islamica (per esempio, il nome Boko Haram fa riferimento al fatto che l’educazione di tipo occidentale sarebbe peccaminosa per un musulmano, posizione che l’islam africano ha sempre rifiutato). 
Ma le crisi irrisolte incancreniscono e segnali in questo senso ci sono anche in Nigeria. Nel nord-est del Paese si è assistito, infatti, a un mutamento di strategie che fa pensare a un disegno più ampio. I primi attacchi di Boko Haram avevano avuto come bersaglio strutture governative, in particolare commissariati di polizia, e interessi occidentali. Ben presto, però, le violenze si sono concentrate sulle comunità religiose, soprattutto cristiane, ma anche islamiche che rifiutano il fondamentalismo omicida. Lo stesso sultano di Sokoto è stato fatto bersaglio di attacchi. La speranza è che la decisione di Jonathan di recepire le indicazioni del comitato guidato da Turaki si traduca in passi concreti. Già troppe volte, infatti, gli sforzi di favorire un dialogo sono stati bruscamente vanificati, lasciando irrisolti problemi che sono essenzialmente sociali ed economici.]]></description>
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			<title>Il Papa sulla tomba di don Milani</title>
			<link>http://www.pierluiginatalia.net/1/il_papa_sulla_tomba_di_don_milani_11438695.html</link>
			<description><![CDATA[<strong>Il Papa sulla tomba di don Milani</strong><br /> 
Ci vogliono scarpe robuste per muoversi a Barbiana, questa piccola, povera terra di sassi affacciata sulla valle del Mugello, generosa solo di castagne, funghi e more nelle siepi di rovi. Ricca di una memoria e di una tomba, quelle di un prete, don Lorenzo Milani, che vi impresse con i suoi scarponi passi sapienti, tracciando strade di concreto servizio. Ricca di una testimonianza in gran parte non compresa in quegli anni dopo la metà del secolo scorso e ancora oggi denuncia viva di ingiustizie e miserie delle tante “barbiane” del mondo. 
Di Papa Francesco, fin dalla sua elezione, colpirono proprio le scarpe, adatte alle strade difficili delle periferie del mondo e della storia più che ai pavimenti levigati delle cattedrali e dei palazzi. Scarpe per camminare sempre, indossate anche quest&#039;oggi per recarsi a pregare presso la tomba dove attende la resurrezione non un agitatore sociale, come in molti dissero a lungo e qualcuno dice dice ancora, ma un prete cattolico che prendeva il Vangelo sul serio. E proprio quella tomba ne è una prova concreta: la prima cosa che fece don Lorenzo arrivato a Barbiana fu comprare il terreno in cui sarebbe stato sepolto, far capire a se stesso e alla gente che sarebbe rimasto sempre lì a fare il parroco con loro fino alla morte. E oltre. In quella tomba dove riposa vestito dei paramenti sacerdotali bianchi, senza più ai piedi quegli scarponi, conservati nella piccola canonica, deposti al termine del suo laborioso cammino terreno. Perchè in Paradiso non vi sono più strade faticose e difficili. 
Un centinaio di metri o poco più separa la chiesetta di Barbiana dal piccolo cimitero. A congiungerli oggi è una viuzza tracciata e voluta proprio da don Milani. Così come c&#039;è il Sentiero della Costituzione: un “libro di strada” con 45 grandi pannelli che ti accompagnano fino alla scuola scandendo, a uno a uno, gli articoli della Costituzione, illustrati con i disegni dei ragazzi di diverse scuole italiane per rilanciare la costruzione di una società nuova e diversa, capace di dare pari diritti e dignità a tutti. E il Ponte di Luciano. Milani lo spiegava così: &quot;Ho un bambino se voi lo vedeste piangereste tutti, uno scricciolino di 11 anni fa un&#039;ora e mezza di strada, solo, per venire a scuola. Viene da lontanissimo col suo lanternino a petrolio per la notte. Avreste tutti paura a fare la strada che lui fa di notte con la neve&quot;. Luciano per arrivare a Barbiana doveva attraversare un ruscello e una volta che era in piena ci cascò. Quel Ponte è come il simbolo del passaggio dal mondo contadino a quello operaio di tanti ragazzi della scuola. E il sentiero che porta alla chiesetta, con sul muro la frase simbolo di Barbiana: “I care”, mi importa, mi riguarda, mi coinvolge. Scritta in inglese, quasi a prefigurare una mondialità di partecipazione solidale alla tutela dell&#039;uomo, contrapposta a quel “me ne frego” che aveva segnato la pagina più oscura dell&#039;Italia e che oggi si propopone a livello globale in politiche asservite a poteri depradatori e incuranti dei più deboli.
E forse, percorrendo oggi quei pochi metri, anche Papa Francesco avrà pensato che suona persino banale insistere sull&#039;attualità religiosa e civile di don Milani. Dal suo tempo, ingiustizie e povertà non sono certo diminuite. Avrà pensato, il Papa, che la Barbiana povera di allora - così come apparve a don Lorenzo il 7 dicembre 1954 - si riflette nelle tante barbiane del nostro tempo, quelle che conosce e attraversa con le sue scarpe da prete tra la gente, con un magistero che è fatto prima di tutto di presenza e coinvolgimento. Perché sono barbiane anche le baraccopoli e i rifugi di fortuna delle vittime di ogni tipo di sfruttamento, le discariche umane dove si getta via la giustizia. Le barbiane dell’Africa, dell’Asia e dell’America Latina, quelle delle zone di guerra e del Mediterraneo, dove il mare inghiotte o getta sulle spiagge i corpi delle vittime della fame, della schiavitù e dell’ingiustizia globale. Quelle delle periferie straziate nelle metropoli opulente.
 
Barbiana non è un paese, non è nemmeno un villaggio. Barbiana è una chiesina con la canonica. Le case, poche decine in tutto, sono sparse nel bosco di castagni e quercioli e nei campi, isolate tra loro. Barbiana è una terrazza sulla valle del Mugello. Laggiù, da qualche parte, una volta Cimabue osservò Giotto disegnare una pecora su un lastrone di pietra e scoprì una nuova epifania dell&#039;arte. 
Barbiana è un&#039;allegoria e un promemoria. Quassù, ogni volta e più ancora questa volta con il Papa, si riscopre l&#039;epifania esigente e dolorosa delle priorità. Quassù risulta ancora più evidente che don Milani resterà sempre contemporaneo di ogni generazione anche per quello il fondamento del suo apostolato, e cioè la scuola. La “questione educativa”, come si dice, e cioè la formazione delle coscienze e l&#039;attenzione a che non resti indietro nessuno perché se si perdono i più deboli. 
Meno contemporaneo, probabilmente, ma certo non meno significativo è lo stle di quanti furono suoi allievi, determinato ma senza fragore, convinto ma senza iattanza. Salire a Barbiana, incontrarli in questa speciale occasione, è come ritrovarsi a tu per tu con la propria coscienza: spalle al muro. Senza esservi spinti da una forza arrogante. Perchè non è nel loro stile spintonare per conquistare la prima fila. Eppure è proprio questo loro atteggiamento a sbatterti in faccia che “sì, è davvero una vergogna essere stati contemporanei di don Lorenzo e don Primo – e non solo -e non aver imparato, non essersi convertiti ed essere rimasti quelli di sempre, se non peggio”. 
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			<title>Seconda Conferenza internazionale sulla nutrizione</title>
			<link>http://www.pierluiginatalia.net/1/seconda_conferenza_internazionale_sulla_nutrizione_10134119.html</link>
			<description><![CDATA[<strong>Seconda Conferenza internazionale sulla nutrizione</strong><br /> 
In un mondo nel quale oltre un sesto della popolazione non ha di che nutrirsi, mentre si sprecano ogni anno alimenti per un valore di oltre duemila miliardi di euro, la fame è un delitto sociale. L’obiettivo di cancellare la fame dichiarato dall’Onu non sarebbe un’utopia se la lotta alla malnutrizione venisse davvero assunta come priorità assoluta dall’intera comunità internazionale. Perché la fame non è una condizione ineluttabile, ma sempre il risultato di politiche sbagliate o non efficaci. Su questa realtà — più volte unanimemente denunciata, ma mai contrastata con la necessaria energia — sono chiamati a esprimersi i Paesi che partecipano alla seconda Conferenza internazionale sulla nutrizione (Icn2) nella sede dell’Organizzazione per l’alimentazione e l’agricoltura (Fao) a Roma, dal oggi a venerdì. All&#039;’incontro che arriva ventidue anni dopo la prima Icn, quella sempre a Roma del 1992, parteciperà domani Papa Francesco. 
La conferenza è chiamata ad approvare un documento finale politico, la Dichiarazione di Roma, accompagnato da uno su un quadro operativo volontario per attuarne i principi. Entrambi sono stati messi a punto dopo lunghi negoziati tra i Paesi aderenti alla Fao e all’Organizzazione mondiale della sanità (Oms), che organizzano la conferenza e che hanno comuni obiettivi. La lotta per garantire il diritto all’alimentazione si intreccia infatti con evidenti aspetti sanitari, se non altro per la stridente contrapposizione tra le aree del mondo dove si muore di fame e quelle dove tra le principali cause di morte c’è un’alimentazione eccessiva o sregolata. 
Il quadro operativo volontario, presentato alla vigilia dell’incontro da Brian Thompson, coordinatore del segretariato dell’Icn2, comprende oltre sessanta raccomandazioni volte a garantire a tutti l’accesso a un’alimentazione più sana. L’intenzione è ottenerne l’approvazione prima ancora di avviare la discussione sulla Dichiarazione di Roma, la cui bozza ne recepisce comunque le indicazioni. Di entrambi i documenti Thompson ha sottolineato la spinta per un’azione efficace e per il rafforzamento dei sistemi alimentari sostenibili. Questo include sia politiche di tutela ambientale e di contrasto dei cambiamenti climatici, sia azioni di protezione sociale come gli investimenti in favore dei piccoli coltivatori e la tutela dell’accesso alle risorse idriche e ai servizi igienici e sanitari.
 Al tempo stesso si sollecitano adeguate riforme del commercio internazionale. Particolare enfasi è posta sui meccanismi di monitoraggio messi dalla Fao e dall’Oms a disposizione di ciascun Paese. Componente cruciale dei documenti è anche la raccomandazione rivolta ai Governi nazionali di definire propri percorsi per raggiungere gli obiettivi.
Gli organizzatori dell’Icn2 chiedono di rivedere gli schemi di produzione, commercio e distribuzione delle risorse alimentari in un mondo che in questi ventidue anni, quelli della globalizzazione, ha visto sì dei successi parziali nei diversi campi della promozione umana, ma più spesso ha dovuto registrare sconfitte. La globalizzazione, infatti, si è affermata solo in minima parte nella tutela dei diritti umani e nella cura delle esigenze primarie, a partire da salute, casa e lavoro. Si è imposto invece uno strapotere della finanza che paralizza i necessari interventi nell’economia reale e, di conseguenza, inficia lo sviluppo.
Secondo i responsabili della Fao e dell’Oms, gli strumenti individuati dall’Icn2 possono offrire un importante contributo per dare coerenza alle politiche internazionali, regionali, nazionali e locali nel campo della nutrizione. Un contributo cioè a un partenariato per lo sviluppo davvero globale. «Concordare un quadro operativo volontario manda un segnale forte al mondo: gli Stati membri si impegnano seriamente sul problema della nutrizione», ebbe a dire il direttore generale della Fao, José Graziano da Silva, annunciando l’intesa con l’Oms alla vigilia della Giornata mondiale dell’alimentazione dello scorso 16 ottobre. La speranza è che stavolta quel “volontario” — un’espressione che nel diritto internazionale si è troppo spesso tradotta in “improbabile” o “tralasciato” — significhi davvero concorso di volontà ed effettiva determinazione.]]></description>
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			<title>Tra deficit di reale rappresentanza e attacchi alla giustizia sociale</title>
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			<description><![CDATA[<strong>Tra deficit di reale rappresentanza e attacchi alla giustizia sociale</strong><br />C&#039;è una parola cara a Papa Francesco che da qualche tempo sembra molto declinata a livello politico, a ogni latitudine. La parola in questione è periferia. Intesa non tanto in senso topografico, quanto culturale e sociale. Di periferie emarginate si parla in Europa ogni volta che un qualche cane sciolto s&#039;improvvisa terrorista e fa una strage. Di periferie devastate si parla in ogni racconto – peraltro sporadico – dell&#039;Africa susahariana ormai narrata solo per luoghi comuni. Di periferie si parla persino ogni volta che qualche poliziotto ammazza un nero negli Stati Uniti, incuranti del fatto che, con qualche eccezione, sono i bianchi a spostarsi dai centri cittadini quando vi arrivano i neri o gli ispanici e che, per esempio, una casa ad Harlem, cioè in un quartiere di New York City, costa e vale da tempo molto meno di una equivalente delle varie città limitrofe. 
Diciamo che in un&#039;epoca di globalizzazione falsata da uno strapotere della finanza scollegato dall&#039;economia reale e dalla giustizia sociale, è il concetto stesso di periferia a dover essere rivisto. E con esso il concetto di democrazia. Il “centro” che si contrappone alle periferie sociali non è oggi rappresentato dalle capitali, dai palazzi della politica, dalle ideologie vincenti. Il centro reale del potere è staccato dai comportamenti umani, lodevoli o perversi che siano. Sta in transazioni finanziarie gigantesche regolate in gran parte da algoritmi matematici. Paradossalmente, finisce quindi per risultare periferica la quasi totalità delle esperienze umane. Se mille persone controllano oltre la metà della ricchezza del mondo – statistica abbondantemente documentata da tutti i rapporti internazionali – a essere esclusa dalla costruzione del futuro è in pratica la totalità del genere umano. Ovviamente ci sono le eccezioni, i ricchi che lo diventano sempre di più, ma in tutto il mondo, dal Sud devastato ai nostri Paesi tuttora opulenti, l&#039;ascensore sociale – il vero frutto della storia delle democrazie – è bloccato: i poveri restano tali o lo diventano di più, la classe media viene ricacciata indietro, i giovani si avviano a un futuro molto più difficile del presente dei loro padri.
Vale ovunque: in Nord Arfrica e in Medio Oriente in pochi anni la ventata di speranza delle cosiddette primavere arabe si è fermata su una palude di sangue. Senza affrontare un&#039;analisi approfondita, basta fare l&#039;esempio della Libia dove si consuma il palese fallimento dei cosiddetti “interventi di pace”, con o senza l&#039;ombrello dell&#039;Onu, degli eserciti delle grandi potenze. Quel fallimento che tante volte si è ripetuto con la copertura di una stampa mondiale appiattita da tempo su un&#039;incapacità di indagine e di denuncia documentata, una stampa che brilla, tolte poche lodevoli eccezioni, per ignavia se non per complicità.
In uno schema che ormai non è più neppure ideologico, come ai tempi del bipolarismo tra Paesi liberali e Paesi comunisti, si continua a raccontare una presunta lotta del bene contro il male: qualsiasi banda armata che si opponga non solo ai poteri locali, ma che sembri utile agli interessi delle grandi potenze – compreso quello di vendere armi – viene raccontata come una nobile insurrezione contro dittatori cattivi. Salvo distinguere – si pensi alla Siria, ma non solo – tra insorti buoni e insorti cattivi. E se l&#039;esito di elezioni imposte in fretta non è quello sperato dai Paesi “democratici” allora non vale, come insegna il caso dell&#039;Egitto, ma ben prima quello dell&#039;Algeria. E inquieta abbastanza che le uniche iniziative politiche dell&#039;Europa siano la ricerca di accordi con i Paesi di transito dei migranti, per frenarne i flussi, senza curarsi più di tanto dei modi con i quali questo scopo viene perseguito, né della democraticità almeno dubbia dei Paesi in questione.
In America Latina dove le grandi conquiste del primo decennio del secolo – con oltre cento milioni di persone sottratte alla povertà estrema, soprattutto in Brasile e poi in Venezuela, esempi principali ma non unici – minacciano di essere vanificate non solo dal contesto economico e finanziario globale, ma da una corruzione che si rivela sempre più estesa, quando non da manifesti tentativi di contrarre le libertà popolari e i principi di rappresentanza. 
Lo scorso 30 luglio in Venezuela si sono tenute le elezioni dell’Assemblea Costituente incaricata di riscrivere la Costituzione chavista del Paese e, di fatto, di consolidare il potere del presidente Nicolás Maduro. Il giorno delle elezioni, boicottate dall&#039;opposizione, si sono verificati violenti scontri fra i manifestanti antigovernativi e polizia e da allora i morti nelle strade si contano non più a decine, ma ormai a centinaia. I principali leader dell&#039;opposizione sono stati posti agli arresti domiciliari o hanno lasciato in fretta e in furia il Paese. Da un mese, al momento in cui questo articolo viene scritto, si susseguono le condanne di alcuni soggetti internazionali, compresa l&#039;esplicita minaccia di intervento armato da parte del presidente degli Stati Uniti, Donald Trump. Persino la Segreteria di Stato vaticana ha chiesto al Presidente venezuelano di fare un passo indietro: nella nota viene espressa “profonda preoccupazione per la radicalizzazione e l’aggravamento della crisi” e viene chiesto di “evitare o sospendere le iniziative in corso come la nuova Costituente”. La nota fa anche presente che Papa Francesco “segue da vicino tale situazione e i suoi risvolti umanitari, sociali, politici, e anche spirituali”.
Repressioni di tipo diverso, ma non per questo meno preoccupanti, sono in atto in molti Paesi dell&#039;Africa sahariana, e dell&#039;Asia. Tra gli esempi più evidenti ci sono le Filippine, il cui presidente Rodrigo Duterte, eletto l&#039;anno scorso, ha varato leggi di spropositata seveverità contro chiunque usi stupefacenti e contro ogni forma di microcriminalità, con operazioni di polizia che hanno provocato oltre novemila morti. Duarte, che a fine agosto ha ribadito che la polizia ha ordine di uccidere chiunque si opponga all&#039;arresto, ha altresì proclamato la legge marziale nel sud del Paese, promettendo di usare il pugno di ferro contro la crescita dell’estremismo islamistico, dichiarando esplicitamente di rifarsi alle scelte dell’ex dittatore Ferdinand Marcos. La crisi era scoppiata a fine maggio, a Marawi, nell’isola di Mindanao, dopo un blitz fallito dell’esercito per mettere le mani su Isnilon Hapilon, comandante del gruppo ribelle Abu Sayyaf. In risposta il gruppo in questione ha riacceso la guerriglia, in alleanza con l&#039;altra formazione islamista Maute, una di quelle che un po&#039; dovunque hanno giurato fedeltà all’Isis, ormai una sorta di marchio identitario, piuttosto che un&#039;effettiva organizzazione, un po&#039; come una decina di anni fa accadde con Al Qaeda. Tra i principali bersagli della violenza islamista, oltre alle forze governative, ci sono le comunità e le strutture cattoliche. Il che non impedisce, per fortuna, alla maggioranza dell’opinione pubblica cattolica, per quanto preoccupata dal pericolo di terrorismo di matrice fondamentalista islamica, di essere avversa ai provvedimenti governativi ormai non diversi dagli agli abusi dei diritti umani perpetrati dal regime di Marcos.
Leggi speciali e modifiche delle Costituzioni (o tentativi di farlo) sono sempre più in tutto il mondo un modo usuale per perpetrare il potere. E Venezuela e Filippine non ne sono certo gli unici casi. Con livelli ovviamente diversi di violenza, ce ne sono fin troppi esempi, dalla Turchia a diversi Stati africani, e persino in Europa (soprattutto contro gli stranieri). 
Nessuno può ragionevolmente pansare che le libertà, politiche ed economiche, possano trovare un&#039;effettiva tutela senza rappresentanza, senza le strutture dei sistemi parlamentari. Ma la democrazia è fatta di contrappesi, non solo di deleghe attraverso il voto. E a far vacillare una democrazia basta ormai la pressione di una crisi economica. Il vero nemico dei sistemi parlamentari è il deficit di partecipazione, la progressiva irrelevanza delle strutture intermedie tra cittadino e Stato. Finché c&#039;è benessere abbastanza diffuso, c&#039;è una forza d&#039;inerzia del sistema, ma basta una crisi di risorse a far esplodere le tensioni. La democrazia parlamentare vive di mediazioni, ma i suoi benefici – le conquiste di civiltà dello Stato sociale – s&#039;incrinano quando la qualità della vita peggiora, la classe di governo colleziona fallimenti ed episodi di corruzione, la burocrazia è opprimente, la prospettiva del proprio futuro personale si fa inquietante.
E in questo vacillamento che da anni priva di senso soprattutto l&#039;Occidente, trovano spazio classi direnti inadeguate, senza i contrappesi e la vigilanza di una vera stampa libera, con l&#039;informazione appiattita sulla mercificazione di tutto, compresi gli stati d&#039;animo. In un gioco perverso al quale internet ha dato un nutrimento impensabile fino a un paio di decenni fa, a quanti perdono diritti, speranze, tutele sociali viene lasciata solo l&#039;indignazione, un&#039;indignazione sterile che si appaga di potersi esprimere in una isterica bulimia di consumo di se stessi sui “social”.  E allora si perde il senso stesso del principio democratico, al punto che l&#039;idea del “leader forte” o il vociare feroce di forze politiche che indicano solo nemici – a partire dallo straniero, dal diverso – che puntano su su protezionismo, chiusura e discriminazione, lungi dall&#039;essere riconosciute come minaccia, danno rassicurazione e identificazione al risentimento.
E forse oggi c&#039;è da chiedersi un “Quo vadis?” diverso: “Dove vai, democrazia?&quot;]]></description>
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			<title>Un decennio di crisi incancrenita</title>
			<link>http://www.pierluiginatalia.net/1/un_decennio_di_crisi_incancrenita_8299368.html</link>
			<description><![CDATA[<strong>Un decennio di crisi incancrenita</strong><br />
di Pierluigi Natalia
Dieci anni fa la crisi nel Darfur ottenne per qualche tempo le prime pagine dei giornali e le aperture dei notiziari televisivi e radiofonici di tutto il mondo. In ogni Paese si costituirono associazione di sostegno. Le pressioni internazionali furono tali da portare, per la prima volta, a incriminare un capo di Stato, il presidente sudanese Omar Hassam el Bashir, all&#039;incriminazione davanti alla giustizia internazionale (il liberiano Taylor e il serbo Milosevic lo furono quando erano già ex presidenti, mentre il kenyano Kenyatta lo è stato mentre non era ancora tale). Nel Darfur l&#039;Onu ha dispiegato per la prima volta una missione internazionale, l&#039;Unamid, in collaborazione con un organismo regionale, l&#039;Unione africana, ed è tuttora quella più numerosa, con oltre ventimila effettivi tra militari e poliziotti. Ma da anni, salvo saltuarie eccezioni, la crisi nel Darfur è scomparsa o quasi dai radar delle cancellerie e delle testate d&#039;informazione.
Eppure resta sostanzialmente irrisolta la spaventosa vicenda esplosa nel febbraio 2003 con l&#039;insurrezione contemporanea dei due principali ribelli delle etnie del Darfur, l&#039;esercito di liberazione sudanese (Sla) e il Movimento per la giustizia e l&#039;eguaglianza (Jem) contro il Governo di Khartoum e, soprattutto, contro gli janjaweed, i miliziani arabi delle tribù nomadi dei Baggara, responsabili di sistematiche violenze contro le popolazioni autoctone della regione, con la connivenza, se non con il controllo del Governo stesso. Soprattutto nei primi anni, il conflitto nel Darfur ebbe esiti spaventosi. Dopo un biennio, le stime dell&#039;Onu erano di trecentomila morti e di due milioni e mezzo do profughi, tra sfollati interni e rifugiati all&#039;estero, soprattutto in Ciad. Col tempo la situazione si è modificata, ma solo in parte. I profughi interni sono ancora oltre un milione e negli ultimi mesi sono ripresi i flussi di rifugiati oltre confine.
Ancora all&#039;inizio di maggio, una brusca ripresa delle violenze tra etnie contrapposte, in questo caso arabe, ha provocato centotrenta morti e duemila feriti, secondo l’Ocha, l’ufficio dell’Onu per gli interventi umanitari. Gli scontri hanno avuto come teatro la zona di Edd Al Fursan, a circa cento chilometri a sud ovest di Nyala, capoluogo del Darfur meridionale, e avrebbero avuto origine, come spesso accade in quelle aree, dalla contrapposizione delle comunità dei Beni Halaba e dei Gimir per il controllo delle fonti d’acqua e dei pochi terreni fertili. L’Ocha ricorda che in aprile analoghi scontri avevano provocato oltre 50.000 sfollati, molti dei quali sono fuggiti in Ciad. Nella stessa Nyala, poco tempo prima, ad aumentate la tensione c&#039;era stata anche anche la repressione da parte della polizia di manifestazioni di protesta per il carovita. Il movimento di opposizione Sudan Change Now ha riferito di almeno 15 persone uccise, per lo più giovani tra i 15 e il 20 anni. Poche settimane prima, l&#039;Unimid aveva riferito di 25.000 nuovi sfollati per violenze anche nel nord del Darfur, per violenze scoppiate proprio in un campo profughi, quello di Kassab, nei pressi di Kutum.]]></description>
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			<title>La questione siriana indirizza la scelta</title>
			<link>http://www.pierluiginatalia.net/1/la_questione_siriana_indirizza_la_scelta_8931946.html</link>
			<description><![CDATA[<strong>La questione siriana indirizza la scelta</strong><br /> 
             Il Nobel per la Pace assegnato all&#039;Opac, l&#039;Organizzazione per la proibizione delle armi chimiche, è un esempio di come sia la cronaca, spesso drammatica, a determinare le scelte del comitato di Oslo che assegna il premio (gli altri sono invece decisi dal comitato di Stoccolma). L&#039;avvio della missione congiunta con l&#039;Onu in Siria è stato infatti determinante per la decisione: «I recenti eventi in Siria, dove le armi chimiche sono state ancora usate, hanno sottolineato la necessità di rafforzare gli sforzi per mettere al bando queste armi», si legge nella motivazione comunicata da Thorbjørn Jagland, il presidente del comitato. Janglad, tra l&#039;altro, ha sottolineato che due superpotenze, Stati Uniti e Russia, non hanno ancora ultimato la distruzione dei loro arsenali chimici. Alcuni Stati, ha detto, «non hanno osservato la scadenza, che era aprile 2012, per la distruzione delle loro armi chimiche. E questo si applica specialmente agli Stati Uniti e la Russia».
Alcuni osservatori, in considerazione del fatto che la situazione in Siria è tutt&#039;altro che già sotto controllo, ritengono che anche in questo caso si tratti di una sorta di premio sulla fiducia, come avvenuto in altre occasioni in conferimenti sia a organizzazioni sia a persone. L&#039;esempio più recente è quello di Barack Obama, premiato nel 2009, a meno di un anno dalla sua elezione alla presidenza degli Stati Uniti, di fatto sulla base del suo programma elettorale che non aveva potuto nemmeno avviare. 
In questo caso, però, si tratta di un giudizio eccessivamente critico. È vero che la missione in Siria è stata la spinta, ma la decisione ha tenuto conto anche di fatti concreti. La notizia ha raggiunto i rappresentanti dei 41 Stati membri del comitato esecutivo dell&#039;Opac mentre erano in riunione. «Per anni abbiamo fatto il nostro dovere contribuendo alla pace del mondo. Le ultime settimane hanno dato ulteriore impulso alla nostra missione. Accetto con umiltà il premio e con voi mi impegno a continuare a lavorare con immutata determinazione», ha dichiarato il direttore generale dell’organizzazione, il turco Ahmet Üzümcü. I dati, almeno a livello macroscopico, sembrano dargli ragione. L’attività dell’organizzazione è cominciata nel 1997 e ha permesso la distruzione di 57.000 tonnellate di armi chimiche, in gran parte appartenenti a Stati Uniti e Russia dai tempi della guerra fredda. L’Opac, che non fa parte della struttura dell&#039;Onu, con la quale ha però stretto dal 2000 un rapporto di collaborazione organica, ha effettuato inoltre 5.167 ispezioni sul territorio di 86 Paesi. Circa l’81 per cento delle armi chimiche dichiarate sono state distrutte sotto la supervisione di questa organizzazione. Con la recente adesione della Siria alla Convenzione di Parigi, sono rimasti solo sei gli Stati che non fanno parte dell&#039;Opac: Angola, Myanmar, Corea del Nord, Egitto, Israele e Sud Sudan, quest&#039;ultimo, peraltro, esistente da appena due anni.]]></description>
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			<title>Guerra civile a due anni e mezzo dall'indipendenza</title>
			<link>http://www.pierluiginatalia.net/1/guerra_civile_a_due_anni_e_mezzo_dall_indipendenza_9293930.html</link>
			<description><![CDATA[<strong>Guerra civile a due anni e mezzo dall&#039;indipendenza</strong><br /> 
«Siamo pronti a discutere della fine delle violenze, è nell’interesse di tutti noi. Discuteremo anche di altre questioni importanti, relative alla spartizione del potere». Questa dichiarazione spiega meglio di tante altre cosa sia in ballo in Sud Sudan, dove a metà dicembre è scoppiato un conflitto tra reparti dell’esercito fedeli rispettivamente al presidente Salva Kiir Mayardit e all’ex vice presidente Riek Machar, rimosso dall’incarico lo scorso luglio. La dichiarazione in questione è stata rilasciata questa mattina alla Bbc da Yohanes Pouk, il portavoce della delegazione dei sostenitori di Riek Machar ai negoziati che si sono aperti ad Addis Abeba, la capitale dell&#039;Etiopia, con la mediazione dall’Autorità intergovernativa per lo sviluppo (Igad), organizzazione di sei Stati dell’Africa orientale, della quale appunto l&#039;Etiopia ha in questo momento la presidenza di turno. Le parti per ora hanno incontrato solo i mediatori, ma tra domani e dopodomani incominceranno colloqui diretti. Non ci sono state conferme, finora, del fatto che ad Addis Abeba saranno presenti personalmente sia Salva Kiir Mayardit sia Riek Machar, come prospettato ancora questa mattina da fonti del ministero degli Esteri etiopico, in quella che a molti osservatori è sembrata più una pressione diplomatica che la comunicazione di una notizia 
Spartizione del potere, dunque. Il che in Sud Sudan, il più giovane Stato del mondo, diventato indipendente dal Sudan nel luglio 2011, significa essenzialmente spartizione del controllo sul petrolio. Questo, come spesso accade in Africa, s&#039;innesta però su contrasti etnici mai sopiti. Salva Kiir Mayardit appartiene ai dinka, l&#039;etnia maggioritaria, mentre Riek Machar è un nuer. I rapporti tra le due etnie sono stati molto tesi in passato, ma sembravano essere stati messi da parte nella comune militanza nell&#039;ultraventennale conflitto delle popolazioni sudsudanesi con Khartoum. Né la componente etnica era sembrata motivo di scontro nei sei anni e mezzo trascorsi tra l&#039;Accordo generale di pace che mise fine a quel conflitto, il 9 gennaio 2005, e la dichiarazione d&#039;indipendenza sudsudanese del 9 luglio 2011, seguita a un esito plebiscitario in questo senso di un referendum. 
Il dinka Salva Kiir Mayardit, tra l&#039;altro, almeno all&#039;apparenza, non aveva mai fatto condizionare la sua azione politica dall&#039;appartenenza etnica negli ormai otto anni che lo avevano visto guidare il suo popolo, come successore di John Garang, il leader storico della ribellione sudsudanese contro Khartoum, morto in un incidente areo – sul quale si fecero molte chiacchiere e congetture, ma che un&#039;indagine dell&#039;Onu dichiarò essere stato proprio tale – poche settimane dopo aver firmato quello storico accordo.
Negli ultimi anni, non erano mancati scontri su basi etniche, in particolare nello Stato dello Jonglei, ma i problemi sudsudanesi erano sembrati essere più esterni che interni, soprattutto per le irrisolte questioni con Khartoum. Ora, invece, le tensioni interne sono esplose in un conflitto che minaccia la tenuta stessa del giovanissimo Stato. Oltretutto, l’avvio dei negoziati non ha fermato le armi. Combattimenti sono stati segnalati anche oggi negli Stati di Jonglei e di Unity. 
Finora negli scontri, incominciati nella capitale Juba tra reparti della Guardia repubblicana, sono morte almeno mille persone e circa duecentomila sono state costrette a lasciare le loro case per cercare rifugio presso le basi dell’Onu o oltre confine. Le agenzie umanitarie hanno lanciato un appello per chiedere un immediato aiuto per queste persone. Le condizioni sono peggiorate, per esempio, nel capo profughi di Awerial, sulle sponde nel Nilo, dove sono ospitate circa 75.000 persone fuggite da Bor, la capitale dello Jonglei, passata tre giorni fa nelle mani dei ribelli.
E torna a farsi evidente il pericolo che il conflitto si allarghi e riprenda a divampare lungo il tormentato e non ancora ben definito confine tra Sudan e Sud Sudan. Non sembrano infatti tanto stabili le parziali intese raggiunte dai Governi di Khartoum e di Juba nel negoziato dello scorso anno ad Addis Abeba, in quel caso con la più autorevole mediazione dell&#039;Unione africana. In quel caso, i mediatori preferirono chiudere la trattativa una volta ottenuti accordi per riprendere la produzione di petrolio, che Juba aveva interrotto, non intendendo pagare il transito per glio oleodotti di Khartoum. Certamente questo era e resta un punto cruciale per i due Paesi, oltre che per gli interessi di diversi attori stranieri. Tuttavia a ostacolare le speranze di pace restano altre questioni lasciate irrisolte. Tra queste c&#039;è quella dei confini, molto delicata non solo per il controllo delle risorse petrolifere e degli oleodotti, ma anche per la secolare presenza di pastori nomadi che hanno relazioni complesse con le popolazioni sedentarie. Ed anche questa è una storia che si ripete nella maggior parte dei conflitti africani. 
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			<title>I presidenti israeliano e palestinese in Vaticano</title>
			<link>http://www.pierluiginatalia.net/1/i_presidenti_israeliano_e_palestinese_in_vaticano_9832300.html</link>
			<description><![CDATA[<strong>I presidenti israeliano e palestinese in Vaticano</strong><br /> 
Abbattere i muri e costruire ponti. Chiunque ha sentito, almeno una volta, usare questa espressione riguardo a molti e inveterati conflitti. Non tutti, forse, sanno però che a coniarla fu Giorgio La Pira in una lettera a Paolo VI nel febbraio del 1970, nella quale delineava il significato del suo sforzo incessante per il disarmo e la pace. In molti, alla vigilia dell’incontro in Vaticano tra Papa Francesco e i presidenti israeliano e palestinese, Shimon Peres e Mahmoud Abbas (meglio conosciuto come Abu Mazen), tornano a riflettere su quelle parole e forse su quel concetto di una «Chiesa come centro di gravità delle Nazioni», che era alla base dell&#039;idea lapiriana. 
Non c&#039;era all&#039;epoca – e a maggior ragione non c&#039;è oggi – nessuna componente prioritariamente confessionale in questa visione. Con Paolo Vi e con i suoi successori, anzi, la Chiesa cattolica ha riconosciuto la propria parte di responsabilità nelle devastazioni provocate dai contrasti e dalle divisioni religiose e ha accresciuto, nei gesti e nelle dichiarazioni, la convinzione che dialogo e preghiera comune non siano segni di vita spirituale e mezzi di intercessione, ma anche strumenti di valore civile.
I segnali in questo senso, dal pontificato montiniano allo “spirito di Assisi” che ha segnato quello di Giovanni Paolo II, fino alle iniziative di Papa Francesco, sono inequivocabili. Lo scorso anno la giornata di preghiera e digiuno per la pace in Siria, voluta da Papa Francesco, contribuì se no a fermare il conflitto, almeno a scongiurarne l&#039;escalation che si prospettava. Proprio dall&#039;incontro interreligioso ad Assisi del 1987, poi ripetuto ogni anno, emerse uno slogan feliche che faceva giustizia di tante divisioni non solo storiche, ma teologiche. Se le differenze di credo impediscono ancora di “pregare insieme” è comunque possibile “essere insieme per pregare”. Ora l&#039;idea di offrire all&#039;ebreo Shimon Peres e al musulmano Mahmoud Abbas il Vaticano come luogo d&#039;incontro a questo scopo manda un nuovo e forte segnale. 
Coglierlo, per i protagonisti e per tutti gli osservatori, avrà un significato spirituale e concreto, nella sfera dei sentire religioso e in quella della politica (non a Caso, proprio Paolo VI diceva che dopo la preghiera è proprio la politioca la forma più alta di carità). Introdurre questo elemento nelle situazioni di crisi può contribuire in modo significativo alla causa della pace e, per inciso, a prosciugare l&#039;acqua torbida nella quale trova nutrimento la violenza di matrice fondamentalista religiosa. Ricordando che si tratta di un cancro degenerativo che non risparmia nessuna confessione.]]></description>
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			<title>L'amicizia valoriale tra Laura Boldrini e Agostino Marchetto</title>
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			<description><![CDATA[<strong>L&#039;amicizia valoriale tra Laura Boldrini e Agostino Marchetto</strong><br />Una visione dell&#039;integrazione sociale che non deve essere considerata come mera assimilazione, bensì come incontro serio e reciproco tra culture aventi sullo sfondo una precisa visione di civiltà. L&#039;espressione è di Laura Boldrini, la presidente della Camera. L&#039;ha usata intervenendo alla presentazione, martedì 12 novembre in Campidoglio, del volume &quot;Primato Pontificio ed Episcopato. Studi in onore dell&#039;Arcivescovo Agostino Marchetto&quot;, a cura di Jean Ehret, con una prefazione del cardinale Raffaele Farina, Archivista e Bibliotecario emerito (in vaticanese significa in pensione) di Santa Romana Chiesa. L&#039;argomento dei saggi contenuti nel volume non sembrerebbe, a prima vista, di quelli per il grande pubblico, né di interesse politico in senso stretto. Del resto, a presentare il volume c&#039;erano due cardinali, il presidente della Conferenza episcopale Angelo  Bagnasco, e il presidente del Pontificio Consiglio per l&#039;Unità dei Cristiani Kurt Koch, e un arcivescovo, Jean-Louis Bruguès, che di Farina è il successore come Archivista e Bibliotecario di Santa Romana Chiesa, moderati dal direttore de “L&#039;Osservatore Romano”, Giovanni Maria Vian, che è docente di Filologia patristica. Argomento del volume e degli interventi della serata è l&#039;interpretazione del Concilio Vaticano II. E c&#039;è stata una sorta di consacrazione di Marchetto fatta dallo stesso Papa Francesco, che ha dato espressa indicazione di leggere nell&#039;occasione una sua lettera in cui lo definisce il più grande ermeneuta del Concilio stesso.
 All&#039;apparenza, dunque, Laura Boldrini sarebbe sembrata fuori contesto. Né a motivarne la presenza basta l&#039;amicizia personale che la lega a Marchetto. La spiegazione sta proprio nella figura e nella vicenda di questo arcivescovo, che non è solo uno studioso, ma un uomo che ha servito per tutta la vita sul campo la Chiesa e la persona umana, da finissimo diplomatico, come ha detto Boldrini, e soprattutto da uomo in cui pensiero e azione si coniugano e si sorreggono a vicenda. 
In questo senso, è stato proprio l&#039;intervento di Boldrini, a rendere palese la linea interpretativa offerta da Marchetto delle vicende conciliari e postconciliari, nelle quali &quot;tradizione e rinnovamento si sono abbracciati&quot;, come egli stesso afferma. «Ho conosciuto Monsignor Agostino Marchetto molti anni fa e fin da subito ne ho apprezzato l&#039;indole autentica, coraggiosa, umana», ha detto Boldrini, sottolineando che «il terreno comune in cui questa conoscenza è maturata, è stato quello dei migranti e dei rifugiati, negli anni in cui Egli è stato segretario del Pontificio Consiglio della Pastorale per i Migranti e gli Itineranti, tra il 2001 ed il 2010, dopo avere rappresentato la Santa Sede in Africa, in America latina, presso la FAO ed altre organizzazioni internazionali». Per Laura Boldrini, dunque, la stima per Marchetto – più che ricambiata - è maturata sul campo in cui negli ultimi decenni si è affrontata una delle maggiori e dirimente questioni di civiltà della mostra epoca, appunto quella dei migranti e dei profughi. (Per inciso, molto più modestamente, questo aspetto spiega anche l&#039;amicizia con Marchetto e Boldrini che onora chi scrive queste righe).
Il Concilio Vaticano II, ha trovato in Marchetto non solo il miglior ermeneuta, ma anche un attuatore. Come ha scritto Henri Bergson, egli ha saputo, appunto, agire come un uomo di pensiero e pensare al tempo stesso come un uomo di azione. «Come uomo di fede, aggiungo io, e di diritto – ha detto Boldrini -. È sempre stato costante, infatti, il suo richiamo al diritto e alle Convenzioni internazionali. Per esigerne il rispetto, anche a costo di alzare la voce».
Ed è stata sempre la presidente della Camera – uno dei pochi politici italiani legittimati a dare sul fenomeno della mobilità umana valutazioni fondate – a ricordare che Marchetto, «divenuto noto all&#039;opinione pubblica italiana ed internazionale per aver saputo versare nel suo lavoro un&#039;umanità profonda accompagnata da una chiara solidità intellettuale», è stato un autentico figlio della Chiesa e del Concilio,  incarnando  «una visione realmente cristiana dell&#039;accoglienza delle popolazioni migranti», appunto «proponendo nella sua azione e nei suoi scritti una visione dell&#039;integrazione sociale che non deve essere considerata come mera assimilazione, bensì come incontro serio e reciproco tra culture aventi sullo sfondo una precisa visione di civiltà».
 
Sul questo aspetto si potrebbero scrivere volumi ponderosi almeno come quello presentato in Campidoglio. Ma per una buona sintesi esplicativa forse basta riportare proprio l&#039;ultima parte dell&#039;intervento della presidente della Camera: «questa idea d&#039;integrazione – ha detto Boldrini - sorregge l&#039;impegno solidale di una rete che nel nostro Paese è molto ampia - l&#039;abbiamo vista all&#039;opera in queste ultime settimane di fronte al dramma di Lampedusa - e che comprende gruppi e associazioni, ma anche enti locali e istituzioni centrali».
 
«In particolare, il mondo cattolico ha trovato su questo tema - grazie anche all&#039;azione di monsignor Marchetto - una grande occasione per rinnovare la tradizione di opere sociali, cogliendo nei flussi migratori una nuova sfida per la comunità cristiana.
 
«La presenza migrante in Italia, ormai radicata e matura, si trova a fare i conti con la realtà drammatica della crisi economica globale. Credo siano evidenti ormai i limiti di un approccio, comune a non pochi Paesi occidentali, che tende ad aderire alla prospettiva del &quot;lavoratore ospite&quot;, senza considerarlo nella sua dignità di persona, e a erigere barriere e ostacoli. I modelli normativi su lavoro, abitazione, servizi sociali assistenziali e sanitari, scuola, convivenza civile sono spesso stati improntati alla diffidenza e all&#039;esclusione. Il loro superamento può essere immaginato partendo dalle esperienze del volontariato e dell&#039;associazionismo, che monsignor Marchetto conosce così bene e che ha contribuito a creare».
 
«È tempo di dare vita – ha concluso Boldrini a una nuova stagione di integrazione sociale tramite un impegno &quot;normale&quot; e non emergenziale di istituzioni, organismi ed individui. È un passaggio importante, che comporta una seria capacità di governo nei processi di globalizzazione che stiamo vivendo. Devono essere pertanto sollecitate alcune precise responsabilità che esigono un rigoroso impegno professionale ed istituzionale, poiché oggi è richiesto un livello diverso e più elevato di accoglienza, che non può ridursi, come avvenuto nel passato, soltanto alla dimensione securitaria, né può implicare - come disse una volta proprio monsignor Marchetto - &quot;un&#039;accoglienza al ribasso&quot;. Papa Francesco, con le sue parole profonde, è a ricordarcelo ogni qualvolta si presenta l&#039;occasione. Rimango convinta che accettare &quot;ribassi&quot; sui diritti umani fondamentali sarebbe una sconfitta sociale, giuridica e civile per tutti. E questo la nostra cultura democratica e i nostri valori umanitari non lo possono consentire».
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			<title>La nuova tragedia in Mediterraneo</title>
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			<description><![CDATA[<strong>La nuova tragedia in Mediterraneo</strong><br /> Cinquemila persone sono state tratte in salvo nelle operazioni condotte dalla Marina italiana in Mediterraneo durante il fine settimana. Tutti giungeranno tra oggi e domani in porti siciliani e pugliesi. In quello di Pozzallo, in Sicilia, è atteso anche il barcone dove si è consumata l’ennesima tragedia delle migrazioni. Nel natante, ora al rimorchio della fregata Grecale, c’erano 566 salvati, le persone trovate vive dai soccorritori, e trenta cadaveri di quanti sono stati sommersi dalla morte che accompagna questi viaggia di una speranza tante volte stroncata. 
«I sommersi e i salvati» è il titolo dell’ultimo libro di Primo Levi sulla tragedia della shoà, una vicenda che resta senza paragoni nella storia. Tuttavia, come già ebbi a scrivere in occasione del naufragio a Lampedusa dello scorso 3 ottobre, quel titolo si addice purtroppo anche a questo drammatico fenomeno epocale, se è vero che tra migranti e profughi ci sono oggi nel mondo duecento milioni di persone in cerca di un futuro loro negato in patria dalla fame o dalla guerra. Ci sono, in questo, responsabilità dirette ed evidenti di Governi, gruppi armati, reti criminali di sfruttatori, interessi economici talora inconfessabili, ma spesso palesi. C’è però, senza voler azzardare paragoni con l’ignavia, se non con l’indifferenza internazionale che rese possibile la shoà, anche diffusi egoismi, miopi particolarismi, persino aperta xenofofobia, se non razzismo, nell’approccio della comunità internazionale nel suo complesso — e dell’Europa in particolare — a questa vicenda epocale. 
Il lutto per queste trenta persone e per le migliaia di vittime sommerse dalla morte lungo le rotte delle migrazioni in questi anni è un promemoria scritto da un dolore che non deve sbiadire. Un promemoria a fare scelte politiche, scelte di giustizia prima ancora che umanitarie.]]></description>
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			<title>Papa Francesco per la Giornata mondiale della Pace  20172017</title>
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			<description><![CDATA[<strong>Papa Francesco per la Giornata mondiale della Pace  20172017</strong><br />Il tema scelto da Papa Francesco per la Giornata mondiale della Pace 2017 - «La non violenza: stile di una politica per la pace» - costituisce un passo ulteriore del ministero di questo pontefice. Un ministero, cioè, che va chiarificandosi nella direzione dell&#039;impegno, appunto politico, per la costruzione di rapporti internazionazionali improntati a giustizia. Quella del prossimo 1° gennaio è la cinquantesima edizione della Giornata, istituita da Paolo VI nel 1968. In questo cinquantennio, i messaggi dei Papi per la gionata, inviati alle cancellerie ditutto il mondo, sono andati sempre più delineandosi come contributi significativi alla causa della pace. Anno per anno – in significativa congiunzione con i discorsi rivolti, sempre a gennaio, agli ambasciatori dei Paesi accreditati presso la Santa Sede - hanno segnato la linea vaticana in diplomazia e in politica.
Nei tre precenti messaggi dopo la sua elezione - “Fraternità fondamento e via della pace” nel 2014, “Non più schiavi ma fratelli” nel 2015, “Vinci l&#039;indifferenza e conquista la pace” nel 2016 – l&#039;attenzione del Papa si era concentrata sull&#039;aspetto etico e persino antropologico della ricerca della pace. Stavolta si va oltre. Francesco invita a scegliere tra due modi opposti e inconciliabili di costruire la società, cioè da un lato la pace e dall&#039;altro violenza che continua a squassare l&#039;umanità, a ogni latitudine, in quella che definisce &quot;terza guerra mondiale a pezzi&quot;. 
La non violenza, non solo come scelta personale, ma come strumento d&#039;azione politica, là dove è stata sperimentata, non ha mancato di ottenere risultati importanti. Si pensi all&#039;India di Gandhi o al Sud Africa di Mandela. Risultati, però, spesso ridotti e persino vanificati da contesti – locali e più ancora globali – di predominio del conflitto, dell&#039;ingiustizia, della prevaricazione del più forte sul più debole.
I motivi di sconforto non sembrerebbero dunque mancare. Il primato della forza del diritto sul diritto della forza - per usare un&#039;espressione che non è uno slogan di moderni pacifisti sentimali, ma la defizione di Tacito della differenza tra civiltà e barbarie - sembrerebbe un&#039;illusione più che un progetto da perseguire. Ma è proprio a questo atteggianento che il Papa invita a opporsi. L&#039;obiettivo è chiaro anche se le strade per raggiungerlo appaiono accidentate e difficili da praticare. Papa Francesco invita cioè tutti, soprattutto i responsabili dei governi del mondo, a cercare gli spazi d&#039;azione, sempre possibili da trovare, negoziando appunto strade di pace, anche là dove appaiono tortuose e persino impraticabili. 
La non violenza, secondo il Papa, non è dunque solo aspirazione, afflato, rifiuto morale del conflitto e delle barriere, dell&#039;impulso – tanto spesso indotto da politici beceri in alleanza con una plutograzia predatoria – a rifiutare e persino a distruggere l&#039;altro. La non violenza è invece un metodo politico realistico, aperto alla speranza e fondato, appunto, sul primato del diritto. Se i diritti e la dignità di ogni essere umano sono salvaguardati, se discriminazioni e distinzioni sono rifiutate, il metodo non violento può realisticamente superare i conflitti armati.
Nelle attuali circostanze geopolitiche, lo sforzo da compiere, secondo il Papa, è ottenere la risoluzione delle controversie attraverso il negoziato, evitando che esse degenerino in guerra. Si tratta, cioè, di riconoscere il primato della diplomazia su quello delle delle armi. In questo senso ha peso la coscienza di un nemico in genere poco denunciato dai grandi mezzi di comunicazione sociale, quel traffico mondiale delle armi che è l&#039;unico settore economico a non conoscere mai crisi. E che non è, come si potrebbe credere, conseguenza del proliferare dei conflitti, ma sua causa e suo principale alimento. Non a caso, i conflitti armati si protraggono sempre più a lungo. Il Papa non nasconde di ritenere indispensabile arginare questo flagello e iscrive anche questo scopo nel suo auspicio di non violenza come stile politico.
Certo, lo scenario non sembra essere favorevole ad accogliere questo invito. In tutto il mondo – e segnatamente nell&#039;Occidente che resta opulento eppure si sente impoverito – prevale da tempo un egoismo becero frutto da un lato di ignoranza e dall&#039;altro di perdita di senso. Aumentano i successi, in termini di consenso, dei populismi di ogni matrice, da quella nazionalistica e quella pseudoreligiosa. E sembrano riproporsi, grazie anche a una globalizzazione fatta solo di interessi finanziari e che ha reso i ricchi sempre più ricchi e i poveri sempre più poveri, gli spettri che hanno portato alle grandi tragedie del Novecento, dal razzismo all&#039;odio di classe o confessionale, dalle dittature disumanizzanti alle guerre mondiali.
Lo scenario non sembrerebbe dunque propizio all&#039;ottimismo o alla speranza. Ma il messaggio del Papa lo è. Mostra infatti una speranza fatta non di attesa generica che le cose cambino, ma di impegno determinato a moficarle, a curare questa malattia, presente da sempre nella storia dell&#039;uomo, ma ora con spaventose caratteristiche epidemiche.
Il pontefice (in latino letteralmente “costruttore di ponti”) si contrappone con convinzione e visione a una deriva che oggi sembra vincente, quella che premia e cavalca l&#039;odio e la paura, innalza muri e barriere. A quanti si alimentano di ingiustizia globale, il magistero petrino torna a rammentare come lo stile non violento di costruzione della pace abbia strumenti di lavoro che oggi in troppi sembrano aver dimenticato, soprattutto il superamento dell&#039;idea secondo la quale una parte sia moralmente superiore a un&#039;altra, con il corollario dell&#039;indifferenza di tante Nazioni ricche alle tragedie di quelle povere.
Dopo cinquan&#039;anni restano pregnanti e purtroppo ancora attuali, le parole con le quali Paolo VI accompagnò l&#039;istituzione della Giornata, per sottolineare “... la necessità di difendere la pace nei confronti dei pericoli, che sempre la minacciano:  il pericolo della sopravvivenza degli egoismi nei rapporti tra le Nazioni; il pericolo delle violenze, a cui alcune popolazioni possono lasciarsi trascinare per la disperazione nel non vedere riconosciuto e rispettato il loro diritto alla vita e alla dignità umana; il pericolo, oggi tremendamente cresciuto, del ricorso ai terribili armamenti sterminatori, di cui alcune potenze dispongono, impiegandovi enormi mezzi finanziari, il cui dispendio è motivo di penosa riflessione, di fronte alle gravi necessità che angustiano lo sviluppo di tanti altri popoli; il pericolo di credere che le controversie internazionali non siano risolvibili per le vie della ragione, cioè delle trattative fondate sul diritto, la giustizia, l&#039;equità, ma solo per quelle delle forze deterrenti e micidiali”.
Paolo VI ricordava che “la pace si fonda soggettivamente sopra un nuovo spirito, che deve animare la convivenza dei Popoli, una nuova mentalità circa l&#039;uomo ed i suoi doveri ed i suoi destini” e come fosse necessario un lungo cammino “per rendere universale e operante questa mentalità”, sottolineando che “una nuova pedagogia deve educare le nuove generazioni al reciproco rispetto delle Nazioni, alla fratellanza dei popoli, alla collaborazione delle genti fra loro, anche in vista del loro progresso e sviluppo”.
In merito, Paolo VI aggiungeva che “gli Organismi internazionali, istituiti a questo scopo, devono essere sostenuti da tutti, meglio conosciuti, dotati di autorità e di mezzi, idonei alla loro grande missione”. Questa scelta, purtroppo, sembra oggi in arretramento, tra veti reciproci e tendenze a politiche di difesa dei privilegi a scapito di quelle di cooperazione. Quanto pure èstato fatto minaccia di perdersi. Anche per questo, a mezzo secolo di distanza, Papa Francesco rinnova le denunce e gli inviti del suo predecessore e torna a indicare uno stile e un progetto da perseguire con fede nel Signore e fiducia nell&#039;uomo. ]]></description>
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			<title>Coronavirus e speculazione</title>
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			<description><![CDATA[<strong>Coronavirus e speculazione</strong><br />]]></description>
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			<title>Mentre torna l'incubo delle armi chimiche</title>
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			<description><![CDATA[<strong>Mentre torna l&#039;incubo delle armi chimiche</strong><br /> 
Mentre tutta la stampa mondiale e molte cancellerie danno ampio rilevo – spesso in modo acritico e senza riscontri – alle accuse mosse dai ribelli siriani alle forze governative riguardo all&#039;uso di gas nervino contro i civili alla periferia di Damasco, a imporsi all&#039;attenzione è anche l&#039;ennesimo dato drammatico, in questo caso sicuro, sul conflitto siriano, cioè che sono ormai un milione i bambini siriani rifugiati all’estero. La cifra è stata raggiunta proprio ieri, secondo i dati diffusi a Ginevra dall’alto commissariato Onu per i rifugiati (Unhcr) e dall’Unicef. Almeno il doppio sono invece i bambini sfollati all’interno della Siria a causa del conflitto che devasta il Paese. Del milione di minorenni costretti a fuggire oltreconfine, circa tre quarti, 740.000, hanno meno di undici anni.
«Questo milionesimo bambino rifugiato non è solo un altro numero. È un vero bambino in carne ed ossa strappato alla sua casa, forse anche alla famiglia, di fronte a orrori che possiamo solo cominciare a capire», ha dichiarato il direttore generale dell’Unicef, Anthony Lake, denunciando il «fallimento della comunità internazionale». Una «vergogna», ha detto, che tutti «dobbiamo condividere».
Il responsabile dell’Unhcr, Antonio Guterres, ha detto a sua volta che sono «in gioco la sopravvivenza e il benessere di una generazione di innocenti». I giovani siriani, ha aggiunto Guterres, «hanno perso la loro casa, i loro familiari ed il loro futuro. Anche dopo aver attraversato il confine verso la sicurezza, sono traumatizzati, depressi ed hanno bisogno di un motivo di speranza». Secondo gli ultimi dati delle due agenzie dell’Onu, circa 3.500 bambini e minorenni siriani sono giunti in Giordania, Libano e Iraq non accompagnati o separati dalle loro famiglie.
Il prezzo pagato dall’infanzia siriana al conflitto è enorme: l’Onu stima che ne siano stati uccisi non meno di settemila. I minorenni sono inoltre esposti a minacce quali il lavoro forzato, il matrimonio precoce e lo sfruttamento sessuale.
Nel frattempo, come detto, non si placano le reazioni sulla questione delle armi chimiche, come del resto appare naturale. Il punto da sottolineare per primo è che non c’è alcuna conferma indipendente all’accusa di uso di gas nervino rivolta mercoledì all’esercito siriano dall’opposizione, secondo la quale un bombardamento con questo tipo di arma chimica di distruzione di massa avrebbe provocato 1.300 morti nella provincia di Damasco. Sulla vicenda, seccamente smentita dal Governo del presidente Bashar Al Assad, c’è stata una convocazione d’urgenza del Consiglio di sicurezza dell’Onu, a conferma dello sconcerto e della preoccupazione suscitata nel mondo dall’accusa accompagnata dalla diffusione sui social network di immagini sconvolgenti di vittime civili, compresi bambini e donne, anche se non esistono prove documentate né sulle cause né sulla collocazione temporale della loro morte.
Il Consiglio di sicurezza ha chiesto «chiarezza», ma non ha esplicitamente sollecitato un’inchiesta dell’Onu stessa, limitandosi ad apprezzare la «determinazione» con cui il segretario generale, Ban Ki-moon, ha assicurato che ci sarà una «pronta indagine imparziale» su quanto eventualmente avvenuto. Va ricordato che sul presunto uso di armi chimiche nel conflitto siriano, sul quale si sono scambiati accuse nei mesi scorsi il Governo e i ribelli, è in corso proprio in questi giorni una missione di ispettori dell’Onu. Gli interventi in sede di Consiglio di sicurezza hanno registrato approcci diversi tra Stati Uniti e Russia, pur concordi sulla richiesta di accertamenti imparziali. La rappresentante di Washington all’Onu, Samantha Power, ha fatto riferimento alle immagini diffuse sui social network e ha parlato di «notizie dalla Siria devastanti, con centinaia di morti nelle strade, tra cui donne e bambini». Secondo Power, «l’Onu deve andar lì in fretta. Se le accuse saranno confermate i responsabili dovranno finire davanti alla giustizia». Poche ore dopo, peraltro, il Governo di Washington ha ammesso di non disporre di informazioni attendibili. L’ambasciatore russo, Vitaly Churkin, ha espresso scetticismo sulle accuse dei ribelli, tanto più in presenza degli ispettori dell’Onu nel Paese, parlando di una provocazione e di una manipolazione mediatica da parte delle opposizioni.
Doverosa prudenza, ma anche estrema chiarezza sulla vicenda si sono riscontrate in un intervento della Santa Sede, sia pure in forma non ufficiale. L’arcivescovo Silvano Maria Tomasi, il rappresentante del Papa presso le strutture dell&#039;Onu con sede a Ginevra, ha rilasciato un&#039;intervista alla radio vaticana nella quale ha ribadito soprattutto la necessità di riprendere il dialogo per poter arrivare alla conferenza internazionale, la cosiddetta Ginevra 2, «dove i rappresentanti di tutte le componenti della società siriana possano essere presenti, esporre le loro ragioni e insieme creare una specie di Governo di transizione. Per ottenere quest’obiettivo non si possono mettere condizioni che rendano di fatto impossibile questa iniziativa, come escludere l’uno o l’altro dei gruppi che sono coinvolti». Secondo l&#039;arcivescovo, questo sforzo è assolutamente necessario per fermare la violenza. Ma a tal fine serve anche, se non soprattutto «non continuare ad inviare armi sia all’opposizione sia al Governo». Su un possibile intervento armato internazionale, del quale si è tornati a parlare nelle ultime ore dopo l’accusa mossa dai ribelli siriani riguardo al gas nervino, l’arcivescovo ha invitato ovviamente a fare chiarezza, ma ha sottolineato che «anche da un punto di vista d’interessi immediati, al governo di Damasco non serve questo tipo di tragedia, sapendo che ne è comunque incolpato direttamente».

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			<title>La tragedia delle migrazioni interpella l'Europa</title>
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			<description><![CDATA[<strong>La tragedia delle migrazioni interpella l&#039;Europa</strong><br />Il fenomeno epocale dei flussi migratori provocati dalla fame e dalla guerra, dei quali le tragedie in Mediterraneo sono uno dei segni più evidenti, interpella l&#039;intera comunità mondiale, ma in particolare l&#039;Europa, che del diritto internazionale umanitario è stata la culla. Il dramma delle decine di migliaia di persone in cerca di salvezza e futuro sulle sponde europee del Mediterraneo attiene infatti a due aspetti cruciali di quel diritto: l&#039;asilo e il dovere di proteggere. Il primo esiste da sempre nel pensiero e nella cultura europei. L&#039;altro è l&#039;ultimo sviluppo, fatto proprio dall&#039;Onu, di quel cammino che ha portato dal concetto di non ingerenza a quello di intervento umanitario. 
 
Da questo punto occorre partire per affrontare la questione cruciale del controllo delle frontiere, che i trattati europei affidano ancora alle competenze dei singoli Stati e che sta alimentando, soprattutto da parte del Governo di Roma, l&#039;insistenza per il coinvolgimento comunitario e le polemiche sui ritardi nel varo di una reale politica estera comune. 
 
Né certo bastano le affermazioni – che anzi preoccupano – rilasciate da Cecilia Malmström, commissaria agli Affari interni della Commissione uscente, secondo la quale l&#039;Unione starebbe cercando il modo di aumentare il contributo comunitario agli sforzi dell’Italia per gestire l’aumento dei flussi migratori «nell’ambito delle risorse disponibili». Dichiarazione, fral&#039;altro, rilasciata subito dopo la notizia dell&#039;ennesima tragedia in Mediterraneo, con i corpi di trenta persone morte, sembra per asfissia, su un barcone con oltre trecento migranti e profughi soccorso dalla nave italiana Orione.
 
La questione migratoria non è infatti riconducibile al sia pure importante versante finanziario. In essa s’intrecciano molteplici aspetti, dai soccorsi in Mediterraneo alle migliaia di migranti e profughi in cerca di scampo da guerre e fame, alla lotta alle organizzazioni criminali che li sfruttano, ai timori sul piano sanitario, fino alle politiche di cooperazione con i Paesi di provenienza. Tutti questi aspetti convergono su un punto cruciale e mai realizzato, quello di una politica comune europea, che riesce ad imporsi solo quando sono in gioco interessi finanziari, spesso in palese contraddizione con i concreti bisogni dei cittadini, per non parlare dei principi di diritto ai quali dovrebbe ispirarsi e dai quali dovrebbe trarre forza l&#039;Europa.
 
Peraltro, su tutti questi aspetti non mancano polemiche. Il Governo italiano è impegnato nell’operazione Mare Nostrum che ha salvato oltre sessantamila persone dall’inizio dell’anno. Ma alcune forze politiche, da sempre caratterizzate da una xenofobia che rasenta il razzismo, contestano anche questo aspetto, argomentando che le tragedie in Mediterraneo sono responsabilità del Governo, dato che Mare Nostrum sarebbe invito ai barconi a salpare verso le coste italiane. Nessuno ribatte che quando l&#039;Italia, con Governi espressione da tali forze politiche, praticava la politica dei respingimenti (in assoluto disprezzo della prima legge del mare, quella che impone di salvare le vite umane) le traversate non si erano certo interrotte. 
 
Ma anche il Governo, con il ministro dell’Interno Angelino Alfano, dopo l&#039;ultima tragedia è tornato a denunciare non tanto l&#039;impostazione delle politiche europee, quanto l’assenza del contributo dei partner continentali ai pattugliamenti in mare e, appunto, ai loro costi. 
 
Il presidente del Consiglio dei ministri, Matteo Renzi, da parte sua, sulla questione delle migrazioni ha fatto un&#039;altra delle sue promesse, quella di farne un punto cruciale del semestre di presidenza di turno italiana dell’Unione europea, incominciato questo 1° luglio. A suo sostegno è andato il sottosegretario alle Politiche europee, Sandro Gozi, sostenendo in una trasnmissione radiofonica che i capi di Stato e di Governo dell’Unione, designando Jean-Claude Juncker come prossimo presidente della Commissione europea, lo hanno già «impegnato politicamente a mettere l’immigrazione come grande priorità dei cinque anni di legislatura». Per ora, fonti di Bruxelles si sono limitate a dire che Juncker sarebbe intenzionato a proporre di istituire un commissario per le migrazioni e la mobilità.
 
Un&#039;occasione per confrontarsi sulla questione sarà il dibattito fissato nel nuovo parlamento europeo per ratificare la designazione di Juncker. L&#039;esito del voto appare scontato. Sul nome del politico tedesco, un altro esponente di quel liberismo che ha dominato l&#039;Europa almeno nell&#039;ultimo decennio, sono infatti d&#039;accordo popolari e socialisti, cioè i gruppi maggioritari nonostante le sconfitte subite nelle elezioni di maggio. Tuttavia, proprio il dibattito nell&#039;aula di Strasburgo potrà contribuire a chiarire le posizioni sulla questione centrale legata alle migrazioni, cioè il modello di sviluppo che finora ha aumentato la forbice tra i pochi che hanno moltissimo e i moltissimi che non hanno nulla. Per non parlare del commercio delle armi che vede in posizione predominante proprio società europee. E per dirla con Papa Francesco, le guerre si fanno per vendere le armi. 
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			<title>Ritorno su queste pagine</title>
			<link>http://www.pierluiginatalia.net/1/ritorno_su_queste_pagine_11590515.html</link>
			<description><![CDATA[<strong>Ritorno su queste pagine</strong><br />Torno a scrivere su questo sito dopo molti mesi. In questo tempo ho pensato spesso di chiuderlo, se non altro perché ormai la poca attività professionale che conservo non sembra tale da aggiornare i suoi contenuti. Poi l&#039;essere privato dallo scoppio della pandemia del Covid-19 di quell&#039;andare per mare ormai più frequente che è la principale gioia dei miei giorni da pensionato, mi ha spinto a intensificare le poche collaborazioni giornalistiche che ho conservato dopo il mio pensionamento, se non altro perché sono aumentate le richieste che io ritenevo invece doversi diradare a seguito dei miei sempre più frequenti rifiuti. Puntavo insomma a una dimenticanza che almeno in questo periodo non c&#039;è stata. E più ancora a rimettermi alla tastiera è stata la possibilità, per non dire pomposamente il senso del dovere, di occuparmi più stabilmente di Sosta e Ripresa, la piccola testata della quale sono direttore e che oggi è anche on-line e implica quindi un impegno più costante di quando era solo una rivista a periodicità trimestrale, salvo numeri straordinari. Nonostante la ruggine nelle mie giunture professionali, la cosa per il momento non sembra pesarmi più di tanto. E allora torno a mettere qualcosa anche qui, a vantaggio di quei lettori che sembro aver conservato e magari di quei colleghi che non hanno perso l&#039;abitudine di attingere dall&#039;archivio di questo sito, quasi sempre con citazione gradita quanto doverosa, ma qualche volta no.]]></description>
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			<title>La polemica sui musulmani a Messa</title>
			<link>http://www.pierluiginatalia.net/1/la_polemica_sui_musulmani_a_messa_11140467.html</link>
			<description><![CDATA[<strong>La polemica sui musulmani a Messa</strong><br />La partecipazione di musulmani alla messa accolta con gioia dagli episcopati francese e italiano lo scorso luglio, dopo l&#039;uccisione a Ruen di un sacerdote cattolico, padre Jacques Hamel, da parte di uno squilibrato che lo ha accoltellato sull&#039;altare, ha suscitato tra i fedeli delle due comunità religiose ampi consensi, ma non ha mancato di sollevare polemiche.
Per la verità, alcune di queste ultime non sono del tutto campate in aria. Dialogo interreligioso non è infatti sincretismo, né certo il sacrificio eucaristico è riconducibile a una manifestazione sia pure nobilissimana di condanna del terrorismo. La questione non è nuova. Basti pensare che quando Giovanni Paolo II convocò per la prima volta gli incontri interreligiosi ad Assisi fu da molti specificato che non si trattava di pregare insieme, ma di essere insieme per pregare. Non si tratta di un gioco di parole, ma della coscienza che l&#039;appartenenza religiosa non può essere banalizzata. 
Cosa diversa – e grave – è però strumentalizzare la religione per cementare le fragili identità. Il fondamentalismo religioso, il terrorismo di matrice religiosa, sono figli di questa identità fragile che non cerca confronti, ma cerca nemici. Così come suoi figli sono le invettive e la demonizzazione, la chiamata all’identità sotto bandiere al vento spesso neppure proprie, quando non manifestamente inventate. I forsennati appelli dell&#039;Isis a “colpire gli infedeli” non sono concettualmente diversi dalle chiamate alle armi contro “l’Islam terrorista”. Entrambi costruiscono un futuro ancora più fosco, non solo prevedono, ma auspicano ed aiutano l’esplodere sanguinoso e generalizzato di uno scontro tra civiltà, culture e anche mondi religiosi.
I molti conflitti che costellano oggi i continenti, nascono ferite profonde, inferte dal colonialismo politico o economico, da dittature corrotte e da mercanti spregiudicati, da vere e proprie rapine di materie prime e da giochi strategici mascherati, da strumentalizzate rivendicazioni etniche. Non mancano anche riferimenti religiosi, che sacralizzano le cosiddette “giuste ragioni” della guerra. La guerra che costituisce un affare per i potentati finanziari sempre più rapaci e che rappresenta sempre una tragedia per i popoli. 
Il passo successivo è il terrorismo di matrice non più ideologica, ma religiosa. E occorre chiedersi se esiste da esso una difesa possibile sul piano della forza o della tecnologia. La domanda più semplice, ma al tempo stesso meno posta è quella se è possibile fermare un uomo deciso a morire pur di uccidere perché convinto che glielo abbia ordinato Dio. La risposta è no, non è possibile. Non ci sono controlli, polizie, occupazioni militari in grado di riuscirvi. Anzi, combattere il terrorismo è spesso un pretesto e quelli che sono invocati come strumenti sono in realtà degli obbiettivi. C’è un solo modo per fermare quell’uomo: convincerlo che Dio non è d’accordo con lui. Il suo di Dio. 
Questo è lo scopo che ispira, questa è la convinzione che sostiene gli incontri interreligiosi e, in senso lato, l’ecumenismo. Occorre allargare questo confronto, finora praticato soprattutto tra gerarchie o tra gruppi più eticamente motivati, alla realtà civili, alle opinioni pubbliche spesso disorientate da una propaganda pervasiva di soggetti politici beceri che trova ampie complicità sui mezzi di comunicazione sociale.
In questo la presenza di musulmani alla messa dopo un gesto folle e atroce come quello compiuto a Ruen è stata una scelta di civiltà e d&#039;amore.
Del resto non è certo la prima volta che feli di una religione partecipano a celebrazioni di religioni diverse. Accade abbastanza spesso, soprattutto nei luoghi dove maggiore è la necessità di rispondere con gesti di pace al terrorismo fondamentalista di matrice religiosa. Nella Nigeria insanguinatada da Boko Haram, per fare solo un esempio, le popolazioni cristiane e nusulmane sono entrambe vittime di quel terrorismo (che per inciso uccide molti più musulmani che cristiani) e si moltiplicano anche questo tipo di gesti di solidarietà tra le diverse comunità.
E per restare a casa nostra, tra i volontari che si sono mobilitati per prestare soccorso ai terremotati in Italia centrale ci sono diversi musulmani, compresi alcuni immigrati. Il che non ha impedito a qualche idiota in cerca di una comparsata sui giornali o in televisione, di chiedere di cacciare gli immigrati dalle strutture abitative che talora li ospitano per far posto ai terremotati stessi.
In Italia per fortuna siamo ancora, appunto, a livello di idiozia, per ora senza conseguenze di ferocia diffusa. Ma giova ricordare come il considerare il diverso, ogni diverso, un potenziale nemico sia demenziale e apra la strada alla penetrazione di un odio contro il quale non c&#039;è difesa. 
Questo atteggiamento di incuria e di miopia - e anche di egoismo - non riguarda solo gli eventi spaventosi, investe anzi l’esperienza quotidiana di ciascuno di noi. Occorre rifiutare ogni ipocrisia del perbenismo: questo atteggiamento o lo si condanna in todo o lo si assolve fino alle sue estreme conseguenze. Se lo scopo, l’obiettivo, e la volontà autentica sono quelli di non toccare niente del nostro modo di vita e di limitare al massimo i danni della convivenza, occorre essere chiari e ammettere che è di troppo anche un solo immigrato in più, compresa la nostra domestica o la badante dei genitori che non ci teniamo in casa. E dato che comunque arrivano, allora persino le guerre, i genocidi, lo sterminio di intere generazioni di africani per malattia lungi dal costituire motivo di inquietudine, di sdegno, di sofferenza per noi che ne siamo risparmiati, devono apparire al contrario un’opportunità da guardare con occhio ammirato. 
Di globalizzazione oggi parlano tutti, anche se con significati diversi. Di fatto oggi di globalizzato c&#039;è soprattutto una finanza rapace che perverte l&#039;economia reale e che ha creato una nuova, gigantesca questione sociale. La globalizzazione richiede dunque di essere conosciuta e governata, affinché non degeneri ancora di più in sfruttamento degli uni sugli altri e in rancori, preludi di nuovi conflitti. Perchè ai muscoli si risponde con i muscoli, con le armi. Al terrore si risponde con il terrorismo, magari in nome di Dio. 
Di contro, un artigianato di pace ha come suo principale strumento di lavoro il dialogo. Questo non significa certo nascondere i problemi e le difficoltà che esistono nel colloquio e nella vita tra i diversi mondi. Tutti siamo stanchi, dopo una lunga esperienza storica di dolore, di nuove frontiere, di nuovi muri, di barriere, di freddi distacchi e di diffuso disinteresse per le ragioni e per le condizioni dell’altro. Sono ancora anchilosati i passi per varcare il confine tra la pace e la violenza, tra la scelta sofferta del perdono vicendevole e il rancore persistente e doloroso delle ferite. Per questo, alla lungimiranza degli obiettivi deve essere affiancata la pazienza dei piccoli passi. 
Anche a questo il dialogo offre una possibile risposta, se non altro perché smaschera le identità superficiali, quelle che cercano il nemico per esistere o, al contrario, fanno facile commercio delle convinzioni. Il dialogo non dimentica i conflitti, ma anzi si propone come strumento indispensabile proprio quando l&#039;incontro tra forme di sentire diverse non è scontato. Ecco perché risulta indispensabile maturare nelle coscienze il riferimento ai valori etici, culturali e religiosi, capaci dì reinventare. in un passaggio epocale come il nostro, un modo di vivere insieme. 
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			<title>Missionari in un mondo di  guerre ai bambini</title>
			<link>http://www.pierluiginatalia.net/1/missionari_in_un_mondo_di_guerre_ai_bambini_10011508.html</link>
			<description><![CDATA[<strong>Missionari in un mondo di  guerre ai bambini</strong><br />Tra le quotidiane notizie di orrori che si susseguono ogni giorno, due hanno avuto in questa seconda settimana di settembre un rilievo sulla stampa paradossalmente inverso alla loro rilevanza. Sull&#039;uccisione delle tre missionarie saveriane in Burundi, tutti hanno voluto dire la loro, talora in modo palesemente assurdo, per esempio facendo riferimento alla persecuzione dei cristiani nel mondo (in Burundi sono tutti cattolici). Sul lancio della campagna «Bambini, non soldati» voluta dall&#039;Onu e volta in primo luogo all’assistenza ai minori coinvolti nei conflitti armati, il rilievo è stato invece infinitamente minore. Del resto, chi fa il mio mestiere, non può ignorare che tre suore uccise sono una notizia, mentre centinaia di migliaia di bambini uccisi sono una statistica.
Ma forse anche per un giornalista – cioè per uno che ha come unica ragion d&#039;essere documentarsi per documentare - mettere insieme le due notizie non costituirà una forzatura, ma un tentativo di ragionamento per provare a capire se bisogna scommettere ancora, in quest&#039;epoca di orrori, sull&#039;amore che vince il marchio di Erode, sul servizio agli scampati alle stragi di innocenti.
La motivazione della campagna lanciata dall&#039;Onu è che «il moltiplicarsi delle crisi che colpiscono i bambini dall’inizio del 2014 sta creando sfide tali da far passare in secondo piano i progressi fatti per proteggerli dagli effetti della guerra». 
La campagna ha l’obiettivo di porre fine all’arruolamento di bambini e ragazzi entro la fine del 2016. «Una pace duratura non potrà mai essere raggiunta senza dare ai bambini i mezzi, le competenze e l’istruzione per ricostruire società e istituzioni lacerate da conflitti armati» ha detto Leila Zerrougui, rappresentante dell’Onu per la protezione dei bambini nei conflitti, durante una speciale riunione al Consiglio di sicurezza, affermando che occorre fare di più per includere negli accordi di pace disposizioni speciali per i bambini colpiti.
Sono ancora più di 250.000 i bambini e gli adolescenti arruolati per combattere le guerre o per servire nelle diverse milizie belligeranti nel mondo, praticamente in stato di schiavitù, anche sessuale. Nella cifra sono compresi anche i minori di diciotto anni arruolati in eserciti regolari, ma il fenomeno riguarda soprattutto le bande armate protagoniste dei conflitti oggi in atto nel mondo. La maggior parte dei rapporti internazionali, pur sottolineando che stime precise sono impossibili, sostengono che i bambini soldato sono in aumento. Secondo l&#039;Onu, ce ne sono ancora in 35 Paesi. La maggioranza ha dai 15 ai 18 anni, ma alcuni ne hanno anche meno di dieci e si c’è una tendenza evidente all’abbassamento dell’età media. 
Nessun continente è estraneo al fenomeno, neppure l&#039;Europa, come documentano diversi esempi registrati nei conflitti caucasici. Ma certo l&#039;Occidente è risparmiato da un fenomeno legato alle guerre parcellizate, condotte da gruppi armati che ripropongono, nel terzo millennio, il fenomeno delle compagnie di ventura medievali europee, abituate a porsi al soldo di un offerente, ma anche a mantenersi sulle risorse dei territori. 
Zerroughi si è detta in particolare «inorridita dal totale disprezzo per la vita umana dimostrato dai gruppi estremisti armati, come lo Stato islamico e Boko Haram». Secondo il monitoraggio delle Nazioni Unite, fino a settecento bambini sono stati uccisi o mutilati in Iraq dall’inizio dell’anno, anche in esecuzioni sommarie. Nello stesso periodo Boko Haram ha attaccato scuole in Nigeria causando la morte di almeno cento studenti e settanta insegnanti. Le oltre duecento ragazze rapite da Boko Haram nel mese di aprile sono ancora disperse, mentre il gruppo armato nigeriano continua ad attaccare e rapire altri bambini. La rappresentante dell&#039;Onu ha detto che l’instabilità e le crescenti tensioni in Libia, Afghanistan, Repubblica Centroafricana, Mali e Sud Sudan continuano a minacciare i bambini, ma che oggi è il Vicino e Medio Oriente il teatro delle principali violazioni dei diritti dei più piccoli.
Il riferimento immediato, quindi, sembra essere alle violenze di matrice fondamentalista islamica. Ma proprio l&#039;uccisione delle tre suore saveriane in Burundi, tutte ultrasettantenni, racconta un&#039;altra storia. Il delitto che ha visto vittime suor Olga Raschietti, suor Lucia Pulici e suor Bernardetta Boggian ha avatuto come teatro il loro convento di Kamange, nella capitale burundese Bujumbura, dove si trova un centro per i giovani fondato dalle congregazioni saveriane maschili e femminili per promuovere la convivenza tra etnie diverse. E le etnie in questione sono i tutsi e gli hutu, che nell&#039;area si combattono da sempre, con massacri reciproci culminati nel genocidio dei tutsi (e degli hutu moderati) in Rwanda nel 1994. Da allora, certamente, episodi rilevanti di violenza non ci sono più stati. Tuttavia, il cammino verso una vera riconciliazione resta accidentato e non mancano segnali di un fuoco che cova sotto la cenere.
Le tre suore uccise – da uno squilibrato, sembra, senza nessuna matrice ideologica o religiosa – operavano cioè in uno dei contesti e dei compiti più difficili, quello dell&#039;aiuto alle nuove generazioni a crescere come persone capaci di interrompere definitivamente la spirale forsennata delle violenze e delle vendette. Per il presunto autore del delitto «chiediamo una pena giusta ma umana. Abbiamo sentito nelle ultime ore troppe parole di vendetta», ha dichiarato suor Silvia Marsili, vicaria generale delle saveriane a Parma, alla notizia dell’arresto compiuto dalla polizia di Bujumbura. «Vogliamo che il sacrificio delle nostre sorelle non sia vano e crei un’ulteriore occasione di dialogo e un cammino di riabilitazione per l’autore di questo terribile gesto», ha aggiunto suor Silvia.
Suor Olga, suor Lucia e suor Bernardetta prima che in Burundi avevano svolto il loro servizio nella Repubblica Democratica del Congo, l&#039;epicentro dell&#039;intricata interconnessione tra le diverse crisi pluridecennali che dilaniano la tormentata regione dei Grandi Laghi. Proprio in questa regione è perpetrata da decenni la barbarie di usare bambini e bambine per fare la guerra, direttamente o indirettamente, per esempio con il loro impiego come scudi umani o per trovare passaggi nei campi minati, o anche per servire da schiavi o da trastullo per i combattenti. Nell&#039;est congolese gli arruolamenti di minori, spesso con pratiche atroci, restano una piaga quotidiana. A questo si aggiunge la connessione perversa fra traffico di armi — prodotte nei Paesi ricchi: in Africa non ce ne è neppure una fabbrica — e uso delle milizie per garantirsi il controllo a basso prezzo delle immani risorse minerarie dell&#039;area. 
Anche nel passato i ragazzi sono stati usati come soldati —e non mancano nelle letterature di tutti i Paesi retoriche esaltazioni di minorenni pronti a combattere e a sacrificarsi — ma è stato soprattutto nella nostra epoca che il fenomeno si è ingigantito, perché è cambiata la natura dei conflitti. Basti pensare che fino alla prima guerra mondiale i civili rappresentavano il 5 per cento delle vittime, mentre oggi sono il 90 per cento. Né ha scarso rilievo il fatto che l&#039;uso di armi automatiche e leggere abbia reso più facile l&#039;arruolamento dei minori. Un bambino di 10 anni può usare un AK-47 come un adulto. 
I ragazzi, poi, non chiedono paghe, si fanno indottrinare e controllare più facilmente di un adulto — il che vale anche per i gruppi terroristici — affrontano il pericolo con maggior incoscienza, per esempio attraversando campi minati o intrufolandosi nei territori nemici come spie. 
Inoltre la lunghezza dei conflitti rende sempre più urgente trovare nuove reclute per rimpiazzare le perdite e in Paesi dall&#039;età media bassissima lo si fa arruolando i ragazzi. Paradossalmente, questo accresce i rischi per le popolazioni civili: in molti casi, anche quando non sono imbottiti di droghe come è prassi abituale nella gran parte dei gruppi armati, i bambini soldato hanno meno autocontrollo dei miliziani adulti e diventano combattenti &quot;dal grilletto facile&quot;. 
L&#039;azione internazionale contro l&#039;uso dei bambini soldato è tra le più difficili non solo sul piano della prevenzione, ma anche su quello del recupero e del reinserimento sociale di quelli che si riesce a sottrarre a tale condizione. Per i ragazzi che sopravvivono alla guerra e non hanno riportato ferite o mutilazioni, le conseguenze sul piano fisico sono comunque gravi: stati di denutrizione, malattie della pelle, patologie respiratorie e dell&#039;apparato sessuale, incluso l&#039;Aids. Inoltre ci sono le ripercussioni psicologiche dell’essere stati testimoni o aver commesso atrocità: senso di panico e incubi li perseguitare anche dopo anni. Gravi sono anche le conseguenze di carattere sociale: la difficoltà dell&#039;inserirsi nuovamente in famiglia spesso è tale che i ragazzi non riescono ad affrontarla. Per le ragazze, tra l’altro, il reinserimento sociale e la stessa riaccoglienza in famiglia sono difficilissimi e questo si traduce in una prospettiva di emarginazione e di degrado. 
È con tutto questo che bisogna confrontarsi, con la difficoltà di bonificare il terreno sociale dall&#039;odio e da pregiudizio, per dar tempo alla pace di crescere. Le tre missionarie saveriane erano dei «caschi blu di Dio», per usare un&#039;espressione di un collega e amico, il comboniano padre Giulio Albanese, molto più capace di me di raccontare l&#039;Africa, anzi le Afriche. E questo fa riflettere su un altro aspetto. Se i caschi blu (quelli dell&#039;Onu) vengono uccisi durante le loro importantissime missioni, le loro salme vengono rimpatriate, restituite alle loro famiglie. Così accade per il personale internazionale in genere, per i diplomatici. Così non accade, spesso, per i missionari e le missionarie ad gentes. O meglio, non accade che siano sepolti nella loro patria d&#039;origine, ma in realtà anch&#039;essi riposano tra la loro gente, vicino a quella parte d&#039;umanità che è la loro famiglia di adozione.
Anche suor Olga, suor Lucia e suor Bernardetta riposeranno in Africa, nel cimitero di Panzi, nei pressi di Bukavu, il capoluogo del Sud Kivo, unas delle devastate regioni dell&#039;est congolese, loro precedente terra di missione. Riposeranno, nel rispetto di una loro precisa volontà, accanto a tanti altri missionari e missionarie che come loro hanno impegnato — e spesso sacrificato — la vita in Africa.
Le tombe di Panzi non sono mai state raccontate, non hanno avuto un Foscolo a iscriverle nel novero dei Sepolcri che «a egregie cose il forte animo accendono». Ma dovrebbero trovarlo. Dovrebbe esserci qualche voce capace di dare adeguato rilievo culturale alle loro vicende. In quest&#039;epoca di globalizzazione delle diseguaglianze, dei conflitti, dell&#039;ingiustizia, della ferocia delle armi - dal coltello per sgozzare al cacciabombardiere - servirebbe qualcuno capace di far comprendere che «santo e lacrimato» non è tanto «il sangue per la patria versato», ma soprattutto quello versato per la causa dell&#039;uomo. 
Perché forse è proprio la compromissione, l&#039;amore, il coinvolgimento nelle vite degli altri – quella scelta di vita che della quale i caschi blu di Dio sono l&#039;esempio probabilmente più grande, ma non certo l&#039;unico – l&#039;unica risposta possibile a invertire la deriva di un mondo in cui si straparla di guerre di religione. Perché sono luoghi come Kamenge, non certo tante sedi ovattate della diplomazia internazionale, i veri campi dove si semina civiltà. E sono i luoghi come Panzi i sacrari di una scelta prioritaria dell&#039;uomo, del debole. I luoghi dove un amore che rivendica e persegue pace e giustizia cancella il marchio di Erode. 
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			<title>la Giornata mondiale dei popoli indigeni</title>
			<link>http://www.pierluiginatalia.net/1/la_giornata_mondiale_dei_popoli_indigeni_8746870.html</link>
			<description><![CDATA[<strong>la Giornata mondiale dei popoli indigeni</strong><br />I popoli indigeni rappresentano una diversità notevole. Sono più di cinquemila distinti gruppi in novanta Paesi. Costituiscono con circa 370 milioni di persone oltre il 5 per cento della popolazione mondiale. E purtroppo nel mondo cosiddetto globalizzato (con un concetto di mondialità stabilito soprattutto dai poteri finanziari) contano poco – in qualche caso nulla – nonostante gli sforzi in molti Paesi, soprattutto ma non solo in America latina, di applicare le convenzioni internazionali che ne garantiscono i diritti. A suo tempo, alla questione l&#039;Onu dedicò persino un decennio di riflessione (1995-2004), oltre a stabilire una Giornata mondiale annuale da celebrare il 9 agosto. Ma i risultati ottenuti sono finora inferiori alle attese contenute delle dichiarazioni, in particolare per quanto riguarda il diritto ancestrale alla terra, argomento cruciale perché contrasta con le sovranità statali e soprattutto con gli interessi di un&#039;economia tuttora basata sullo sfruttamento indiscriminato delle risorse naturali, a partire da quelle fossili non rinnovabili, per non parlare dell&#039;acqua o delle foreste.
Ne prende atto, implicitamente, il Segretario generale dell’Onu, Ban Ki Moon, nel suo messaggio per la Giornata di quest&#039;anno, un messaggio fatto più di inviti per il futuro che di un compiacimento, del resto improponibile, per la situazione presente. In particolare, il messaggio sottolinea il valore e le potenzialità delle differenze culturali e l’importanza di «rafforzare partenariati che aiuteranno preservare il vigore culturale, facilitando la riduzione della povertà, l’inclusione sociale e lo sviluppo sostenibile».
Secondo Ban Ki-moon, va garantita la partecipazione dei popoli indigeni, uomini e donne, nei processi decisionali a tutti i livelli». Questo include l’accelerazione delle azioni per raggiungere gli obiettivi di sviluppo del millennio fissati per il 2015 e la definizione dell’agenda dello sviluppo successivo. «I popoli indigeni — scrive Ban Ki-moon —hanno chiarito di volere uno sviluppo che tenga in considerazione la cultura e l’identità e il diritto di definire le proprie priorità». Il messaggio ricorda che la Conferenza mondiale sulle popolazioni indigene, in programma nel 2014, offre l’opportunità di promuovere la loro causa e ha esortato gli Stati ad adottare misure concrete per rafforzare i loro diritti e sostenere le loro aspirazioni. «Cerchiamo — conclude il messaggio — di creare un mondo che valorizzi la ricchezza della diversità umana e alimenti le potenzialità che offre».]]></description>
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			<title>L'Onu teme un nuovo genocidio nella Repubblica Centroafricana</title>
			<link>http://www.pierluiginatalia.net/1/l_onu_teme_un_nuovo_genocidio_nella_repubblica_centroafricana_9672567.html</link>
			<description><![CDATA[<strong>L&#039;Onu teme un nuovo genocidio nella Repubblica Centroafricana</strong><br /> 
Ha raggiunto oggi il sacrario di Gisozi, nella capitale rwandese Kigali, la torcia che negli ultimi tre mesi ha attraversato tutto il Paese per ricordare le vittime del genocidio di vent’anni fa, incominciato il 7 aprile 1994. La torcia si chiama Kwibuka (ricordando, in lingua locale). Così come «Ricordare, unire, rinnovare» si legge nel manifesto delle commemorazioni delle vittime di uno dei maggiori orrori della storia, che provocò oltre ottocentomila morti accertati, in stragrande maggioranza tutsi, ma anche hutu moderati, e poi due milioni di profughi, in questo caso quasi tutti della maggioranza hutu uscita sconfitta dalla guerra civile.
Le cerimonie incominciate oggi a Kigali — dove è giunto tra gli altri il Segretario generale dell’Onu, Ban Ki-moon — andranno avanti per cento giorni, quanti furono, vent’anni fa, quelli che videro trucidare centinaia di migliaia di donne e di uomini, di vecchi e di bambini. Ricordare, appunto, ma anche rinnovare e unire un Paese ancora lacerato al suo interno e spesso in contrasto con la comunità internazionale. 
Da parte sua, con la presenza a Kigali, Ban Ki-moon ha voluto testimoniare la volontà di non ripetere mai più la sostanziale sottovalutazione mostrata all’epoca su quanto stava accadendo. Significativa, in merito, è stata anche la tappa a sorpresa che il Segretario dell&#039;Onu ha fatto ieri nella Repubblica Centroafricana, dove non ha nascosto i timori per il possibile ripetersi di un’analoga, spaventosa tragedia. «È responsabilità di tutti in quanto leader assicurarsi che non dovremo mai commemorare un tale anniversario nella Repubblica Centroafricana», ha detto Ban Ki- moon alle autorità di transizione di un Paese che da tempo ritiene sull’orlo del baratro, facendo riferimento appunto al Rwanda. «Non ripetete gli errori del passato, non dimenticate di imparare la lezione», ha detto ancora Ban Ki-moon alla presidente ad interim Catherine Samba-Panza e agli altri esponenti di Governo e Parlamento, chiedendo loro di compiere ogni sforzo per avviare un processo politico di riconciliazione e pace civile. 
Se in Rwanda la questione fu solo etnica, tra tutsi e hutu, nella Repubblica Centroafricana, come in molte altre crisi di oggi nel mondo, una componente hanno i fondamentalismi pseudoreligiosi. A Bangui, infatti, il Segretario generale dell’Onu insisato sul fatto che musulmani e cristiani sono esposti a pericoli mortali solo per l’appartenenza a una comunità o a un credo. C’è il rischio, ha detto, di un’altra «epurazione etnico-religiosa che, se si guardano i fatti di questi ultimi mesi, sembra già essere una dolorosa e insanguinata realtà». A cominciare le stragi furono lo scorso anni gli ex ribelli della Seleka (alleanza, in lingua locale sango) andati al potere con il colpo di Stato che in marzo aveva rovesciato l&#039;ex presidente François Bozizé. Le melizie Seleka all&#039;origine era formate da poche centinaia di oppositori, ma subito dopo il colpo di Stato furono ingrossate da alcune migliaia di combattenti stranieri, quasi tutti di matrice fondamentalista islamica, giunti soprattutto dal Ciad, che per mesi hanno fatto strage di cristiani in tutto il Paese, soprattutto a colpi di machete, in un&#039;altra tragica analogia con quanto accadde in Rwanda. Successivamente, sono state però le milizie di autodifesa della maggioranza cristiana, chiamate anti-balaka (Balaka significa appunto machete, in sango) a compiere contro la minoranza musulmana gli stessi atroci crimini.
A Kigali, oggi, Ban Ki-moon ha detto che la vergogna dell’Onu per non aver potuto impedire il genocidio di vent&#039;anni fa «nello spazio di una generazione non è stata cancellata». «Avremmo potuto fare di più», ha ripetuto due volte, ricordando che i 2.500 caschi blu furono ritirati dal Rwanda a metà aprile, nel momento in cui ce ne sarebbe stato più bisogno», Il ritiro fu deciso dopo che dieci caschi blu belgi erano stati uccisi nelle prime, convulse ore della strage, seguite avviata dalla guardia presidenziale, formata da hutu, dopo l&#039;uccisione dei presidenti rwandese, Juvénal Habyarimana, e burundese, Cyprien Ntaryamira, nell’abbattimento del loro aereo che stava atterrando all&#039;aeroporto di Kigali. 
ln ogni caso, l&#039;Onu non colse immediatamente la spaventosa portata degli avvenimenti in Rweanda, così come un anno dopo, nel luglio del 1995, i caschi blu francesi dell’Onu si dimostrarono impotenti davanti a un altro genocidio, quello bosniaco di Srebrenica. 
Eppure, fin dall’inizio, non erano mancati i moniti e gli appelli accorati delle coscienze più vigili, primi fra tutti quelli di Giovanni Paolo ii, che della tragedia rwandese parlò continuamente in quei mesi. Già prima, nel discorso di inizio anno al Corpo diplomatico presso la Santa Sede, il Papa aveva ammonito sui pericoli incombenti sul Rwanda. E al Regina Caeli del 10 aprile, al primo scatenarsi delle violenze, fece «appello a tutti i responsabili, anche della comunità internazionale, perché non desistano dal cercare ogni via che possa porre argine a tanta distruzione e morte».]]></description>
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			<title>Il Papa chiede speciale  protezione per i minori   che attraversano le frontiere</title>
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			<description><![CDATA[<strong>Il Papa chiede speciale  protezione per i minori   che attraversano le frontiere</strong><br />I tanti bambini non accompagnati che lasciano la loro patria per sfuggire alla povertà e alla violenza sono «una categoria di migranti che dal Centroamerica e dal Messico attraversano la frontiera con gli Stati Uniti d’America in condizioni estreme, in cerca di una speranza che la maggior parte delle volte risulta vana. Essi aumentano di giorno in giorno. Tale emergenza umanitaria richiede, come primo, urgente intervento, che questi minori siano accolti e protetti». Sono parole di Papa francesco nel messaggio indirizzato ai partecipanti al «Colloquio Messico - Santa Sede su mobilità umana e sviluppo» tenuto ieri nella capitale messicana per iniziativa del ministero degli Affari esteri e dell’Ambasciata del Messico presso la Santa Sede e aperto da un intervento del segretario di Stato vaticano, il cardinale Pietro Parolin. Il Papa avverte comunque che tali misure non saranno sufficienti se non accompagnate da politiche di informazione circa i pericoli di tali viaggi «e soprattutto di promozione dello sviluppo nei loro Paesi di origine». 
Nelle stesse ore, gli Stati Uniti hanno avviato i rimpatri di decine di immigrati privi di documenti, tra cui diversi bambini, che erano arrivati nelle scorse settimane da Messico, El Salvador, Guatemala e Honduras. Il presidente Obama aveva chiesto al Congresso finanziamenti per quattro miliardi di dollari per affrontare l&#039;ondata migratoria aumentata quest&#039;anno, facendo riferimento in particolare proprio all&#039;esigenza di tutelare i bambini. Al momento, però, sembra prevalere ancora una volta la posizione del respingimento, cara ai repubblicani, maggioritari al Congresso.
Alla questione dei flussi migratori dal a Centroamerica verso nord sarà dedicata domani e dopodomani una conferenza internazionale in Honduras — su iniziativa del Governo locale e dell’Unicef — e alla quale è prevista la partecipazione dei rappresentanti dei Paesi interessati e di diversi organismi delle Nazioni Unite. Nel corso dell’incontro, almeno secondo le intenzioni, si cercherà — come ha oggi auspicato il segretario generale dell’Organizzazione degli Stati americani, José Miguel Insulza — di individuare strumenti comuni per rispondere alla nuova sfida dei bambini che emigrano da soli, spesso alla ricerca dei loro familiari.
Al confine terrestre meridionale degli Stati Uniti accade in pratica, sia pure in misura relativamente ridotta, quanto si registra da mesi in Mediterraneo, con centinaia di migliaia di persone che cercano di arrivare in Europa per sfuggire alla guerra e alla fame. E anche in Europa – e in Italia, Paese di prima linea in questa vicenda – sembrano talora prevalere le posizioni di quelle forze politiche che considerano al rango di invasori persone tanto sfortunate. Ne offrono un esempio quelle forze politiche italiane che contestano una delle poche cose buone fatte dal Paese nell&#039;ultimo anno, cioè l&#039;operazione Mare nostrum per i soccorsi in Mediterraneo. Soccorsi che hanno certo contenuto una tragedia immane, segnata ancora oggi dall&#039;ennesimo naufragio. Navi italiane hanno tratto in salvo dodici superstiti di un gommone carico di migranti e profughi che si è rovesciato a quaranta miglia al largo delle coste libiche. Non è chiaro al momento quante persone fossero a bordo dell’imbarcazione, ma si teme purtroppo un numero elevato di morti, anche se al momento in cui questo articolo viene scritto è stato recuperato un solo corpo. Il gommone, semiaffondato, è stato individuato dal mercantile turco Seyit Ali, che ha subito allertato le navi italiane impegnate nell’operazione Mare nostrum. 
 
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			<title>Dall'inizio dell'anno mezzo milione di nuovi profughi</title>
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			<description><![CDATA[<strong>Dall&#039;inizio dell&#039;anno mezzo milione di nuovi profughi</strong><br /> 
Stavolta non se ne sono accorte le televisioni, sulle quali crisi scaccia crisi (sempre se non si parli delle perenni crisi nei palazzi del potere). Ma la tragedia nel Darfur, la regione occidentale sudanese teatro da oltre un decennio di una della maggiori emergenze umanitarie in atto nel mondo, ha avuto in questo 2013 un nuovo inasprimento. Secondo l’Ocha, l’ufficio dell’Onu per il coordinamento degli interventi umanitari, dall’inizio dell’anno le violenze tra gruppi etnici e i tribali e gli scontri tra movimenti ribelli e truppe sudanesi hanno causato non meno di altri 460.000 sfollati.
Nel Darfur l&#039;Onu ha dispiegato per la prima volta una missione internazionale, l’Unamid, in collaborazione con un organismo regionale, l’Unione africana, ed è tuttora quella più numerosa, con oltre ventimila effettivi tra militari e poliziotti. Ma resta sostanzialmente irrisolta la spaventosa vicenda esplosa nel febbraio 2003 con l’insurrezione contemporanea dei due principali gruppi ribelli del Darfur, l’esercito di liberazione sudanese (Sla), poi divisosi in diverse fazioni, e il Movimento per la giustizia e l’eguaglianza (Jem) contro il Governo di Khartoum e, soprattutto, contro gli janjaweed, i miliziani arabi delle tribù nomadi dei Baggara, responsabili di sistematiche violenze contro le popolazioni autoctone della regione, con la connivenza, se non con il controllo del Governo stesso. 
Soprattutto nei primi anni, il conflitto nel Darfur ebbe esiti spaventosi. Dopo un biennio, le stime dell’Onu erano di trecentomila morti e di più di due milioni e mezzo di profughi, tra sfollati interni e rifugiati all’estero, soprattutto in Ciad. Col tempo la situazione si è modificata, ma solo in parte. A fine 2012 profughi interni erano ancora oltre un milione e negli ultimi mesi sono ripresi i flussi di rifugiati oltre confine, oltre ad aumentare, appunto gli sfollati interni. All’inizio di maggio, una brusca ripresa delle violenze tra etnie contrapposte, in questo caso arabe, aveva provocato centotrenta morti e duemila feriti nella zona di Edd Al Fursan, a circa cento chilometri a sud ovest di Nyala, il capoluogo del Darfur meridionale. In aprile analoghi scontri avevano provocato oltre 50.000 profughi, molti dei quali riparati in Ciad.]]></description>
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			<title>Le presidenziali in Afghanistan</title>
			<link>http://www.pierluiginatalia.net/1/le_presidenziali_in_afghanistan_9665918.html</link>
			<description><![CDATA[<strong>Le presidenziali in Afghanistan</strong><br />Sulle elezioni di domani per la presidenza dell&#039;Afghanistan pende la minaccia talebana. Nel ricordarlo sulle pagine de L&#039;Osservatore Romano, Gabriele Nicolò, da anni fra i più qualificati osservatori di quell&#039;area del mondo, sottolinea che si vota anche per il rinnovo di 34 consigli provinciali e che l’elemento significativo, su questo versante, è dato dall’alto numero di donne in corsa per un seggio: sono 308 tra i 2.713 candidati. Anche e soprattutto su queste donne incombe la minaccia di rappresaglie talebane, ma nessuna di loro si è tirata indietro. In questo senso, i tredici anni passati dall&#039;attacco statunitense hanno portato a un qualche sviluppo di civiltà. Ma per il resto quello di domani è il voto delle incognite, se non delle delusioni di un Paese tutt&#039;altro che restituito alla pace. 
Dopo tredici anni di presidenza di Hamid Karzai, comunque, la scelta del successore ha valore strategico, se non altro perché potrebbe segnare una svolta nella politica estera di Kabul. Entro la fine del 2014 sarà completato il ritiro delle truppe straniere e ci sono forti dubbi sulle capacità militari dell&#039;esercito afghano di rispondere a una possibile, se non probabile intensificazione delle violenze talebane. Per mesi si è parlato di un accordo sulla sicurezza tra Afghanistan e Stati Uniti, che avrebbe dovuto agevolare il passaggio delle responsabilità alle unità afghane. Ma l&#039;accordo è saltato. Washington voleva siglarlo subito, ma Karzai ha preferito prendere tempo, con un&#039;intransigenza che gli ha attirato strali non solo stranieri, ma della stessa Loja Jirga (la grande assemblea afghana degli anziani e dei capi tribali). Il risultato, di fatto, è un Afghanistan diviso al suo interno e isolato dalla comunità internazionale.
Dal nuovo presidente molti attendono un cambio di rotta, ma – come annota sempre Nicolò – resta incerto se l&#039;era di Karzai sia davvero al tramonto o se la sua influenza resterà determinante, se non altro perché sono a lui particolarmente vicini alcuni degli otto candidati alla successione.



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			<title>Importante iniziativa  a  Bogotá</title>
			<link>http://www.pierluiginatalia.net/1/importante_iniziativa_a_bogota_8984959.html</link>
			<description><![CDATA[<strong>Importante iniziativa  a  Bogotá</strong><br />
 
Centinaia di donne colombiane sono scese in piazza ieri a Bogotá per rivendicare l’importanza della partecipazione della società civile — e in particolare proprio delle organizzazioni sociali femminili — alla definizione degli accordi tra il Governo e le Forze armate rivoluzionarie della Colombia (Farc), impegnati da un anno in negoziati di pace a Cuba. Le manifestanti, tutte esponenti di movimenti che hanno costituito in questa occasione un Vertice nazionale donne e pace, denunciano di non sentirsi rappresentate nel processo in atto e chiedono il riconoscimento del loro potenziale come attori di pace dopo la conclusione del conflitto. Il rappresentante dell’Onu in Colombia, Fabrizio Hochschild, è intervenuto alla manifestazione, lamentando a sua volta l’assenza di donne nelle sedi di decisioni. «Per garantire una pace sostenibile è necessaria la partecipazione delle donne alla ricostruzione postbellica. Questa è la lezione di molti processi di pace e anche l’obiettivo di questo Vertice», ha detto Hochschild. 
 
Un sentire femminile, un sentire cioè di persone che, almeno in generale, non fanno la guerra e la subiscono, che vivono in condizioni spesso disperanti e nutrono un&#039;ostinata speranza nel futuro dei loro figli, che tante volte sanno gestire i problemi economici molto meglio dei sedicenti esperti, potrebbe davvero dare un contributo determinante alla causa della pace e, per inciso, un supplemento di buon senso ai negoziati per arrivarci. 
 
Una prova indiretta è venuta ieri da Cuba dove si è aperta una nuova tornata di colloqui, accompagnata da polemiche tra le Farc e il Governo, polemiche che le partecipanti alla manifestazione a Bogotá hanno chiaramente definito pretestuose e strumentali. In questo caso, a innescarle è stato il principale comandante delle Farc, Timoleón Jiménez, meglio conosciuto come Timochenko, secondo il quale la vera difficoltà per il processo di pace sarebbero gli interessi elettorali del presidente Juan Manuel Santos». Il riferimento è all’imminente scadenza di fine novembre per la presentazione delle candidature alle presidenziali del 2014. Santos non ha ancora sciolto la riserva sul fatto di ripresentarsi o meno. Il presidente aveva stimato inizialmente che nel giro di un anno si sarebbe potuti arrivare a un accordo di pace. Tuttavia, dopo le intese parziali sul primo punto in discussione, quello sulla proprietà delle terre, il negoziato si è fatto più difficile sulla questione del disarmo delle Farc e dei modi della loro futura partecipazione alla vita politica. Capitoli sui quali un accordo non sembra essere ancora vicino. 
 
In ogni caso, il capo negoziatore governativo all’Avana, l’ex vice presidente Humberto della Calle, in quella che tutti gli osservatori ritengono una risposta alle Farc, ha precisato che riguardo ai negoziati «l’ordine del capo dello Stato è procedere verso i risultati».
 
Un buon risultato sarebbe incominciare ad ascoltare la società civile e, in essa, soprattutto le donne.
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			<title>Vincoli politici ma non legali</title>
			<link>http://www.pierluiginatalia.net/1/vincoli_politici_ma_non_legali_9143935.html</link>
			<description><![CDATA[<strong>Vincoli politici ma non legali</strong><br /> 
La libertà di religione o di credo come componente irrinunciabile della convivenza civile è stata argomento di un approfondito confronto, ieri a Roma nel cosiddetto Spazio Europa, tra il rappresentante speciale dell’Unione europea per i diritti umani, Stavros Lambridinis, e una folta platea di diplomatici, rappresentanti della società civile e giornalisti, in un incontro organizzato a Roma dalla Delegazione dell’Ue presso la Santa Sede. L&#039;incontro ha fatto seguito di poche ore all&#039;udienza data in mattinata da Papa Francesco ai partecipanti alla Plenaria del Pontificio Consiglio per il dialogo interreligioso, in una coincidenza significativa. Il Papa ha ribadito che i cattolici non vogliono imporre nulla a nessuno. Testimoniano solo con gioia ciò in cui credono. Sono sempre pronti a fare il primo passo per incontrare gli altri, senza lasciarsi scoraggiare da paure e possibili incomprensioni. Convinti come sono che il futuro sta nella convivenza rispettosa delle diversità e non nell’omologazione a un pensiero unico. Così come sono convinti che l’edificazione della pace passa attraverso il rispetto del diritto alla libertà religiosa, valido per tutti. 
 
Entrambi gli aspetti – dialogo e libertà – sono presenti nelle linee guida varate in materia dal Consiglio europeo dello scorso 24 giugno e illustrate da Lambridinis, alla cui relazione è seguito un dibattito concentrato soprattutto sugli strumenti per renderne sempre più efficace l’attuazione e per bloccarne le violazioni. Nel documento approvato a giugno dai capi di Stato e di Governo dei Paesi dell’Unione europea si afferma che l’affermazione della libertà di credo contribuisce direttamente alla democrazia, allo sviluppo, allo Stato di diritto, alla pace, alla stabilità. L’Ue si è data tre anni di tempo prima che un’apposita commissione valuti l’azione dei singoli Stati per applicare tale principio. Quelle fissate dall’Ue, infatti, sono linee vincolanti sul piano politico, ma non lo sono legalmente. Spetta cioè ai singoli Stati recepirle come meglio credono negli ordinamenti.
 
Questo comporta necessariamente una difficoltà di azione unitaria europea sia sul piano interno, sia soprattutto su quello dei rapporti internazionali. Vale per tutti l’aspetto del diritto di cambiare culto, una scelta che in molte aree del mondo implica tuttora mettere a rischio la vita. In merito, Lambridinis ha riferito delle missioni che lo hanno condotto, da quando ha assunto l’incarico, in Cina, Tibet, Egitto, Bahrein, Myanmar, rivendicando un’accresciuta incisività dell’azione europea contro le discriminazioni che hanno tra le cause principali proprio l’appartenenza religiosa. 
 
Ampio spazio, sia nella relazione introduttiva del rappresentante speciale sia negli interventi dei partecipanti all’incontro, ha avuto l’esame delle profonde differenze culturali in materia di religione che si registrano nelle diverse aree del mondo. Secondo Lambridinis, pur in presenza di limiti e compromessi, non è accettabile un relativismo generalizzato che pone ogni opzione sullo stesso piano. Certamente, le violazioni e gli abusi delle libertà religiose, commesse da attori statali e non statali, sono diffuse anche in Europa, come riconoscono, peraltro, le stesse linee guida. Così come non è ignorabile un rigurgito e un aumento in Europa di posizioni xenofobe e razziste. Tuttavia, l’Ue dispone di rigorose leggi in materia, probabilmente le più avanzate del mondo. 
 
A giudizio del rappresentante speciale, lo specifico della posizione europea, ma anche del diritto internazionale per quanto riguarda la libertà di culto sta nel fatto che non è il culto stesso a essere protetto, ma gli individui. Non si tratta, dunque, di una prerogativa confessionale, ma al tempo stesso non è una libertà illimitata che può entrare in conflitto con altri diritti fondamentali. In particolare, sono inaccettabili le violenze contro la persona giustificate con pretesti pseudoreligiosi, dai matrimoni coatti alle mutilazioni genitali, dalle limitazioni dei diritti politici alle discriminazioni sociali. 
 
I limiti alla libertà di culto, cioè, sono quelli posti dal diritto internazionale così come si è andato configurando a partire dalla Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo. Dal dibattito è emerso un consenso di massima su questo punto, ma non sono mancate puntualizzazioni. Come detto, l’incontro era promosso dalla Delegazione dell’Unione europea presso la Santa Sede: gli intervenuti hanno una sostanziale adesione alle posizioni proprio della Santa Sede, sulla necessità di non tralasciare alcuna via di dialogo nella costruzione di rapporti internazionali rispettosi delle diversità culturali, oltre che religiose, ma non proni all’omologazione di un pensiero unico.
 
In questo senso, Lambridinis ha valutato positivamente il dibattito in sede di Assemblea generale dell’Onu volto a cancellare dal diritto internazionale il cosiddetto divieto di diffamazione della religione, che in più aree del mondo si traduce in una sovrapposizione di principi confessionali alle legislazioni civili.
 
Tuttavia, l’incontro è stato anche occasione per contestare la critica, ricorrente in questi decenni, di quanti considerano la dottrina dei diritti umani basata sostanzialmente su valori occidentali e, di conseguenza, uno strumento per imporre questi ultimi a livello mondiale. In merito, è stato sottolineato come i grandi movimenti anticolonialisti del Novecento, tutt’altro che filo-occidentali, abbiano radice anche nel processo di affermazione internazionale dei diritti dell’uomo.
  ]]></description>
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			<title>La tragedia a Lampedusa</title>
			<link>http://www.pierluiginatalia.net/1/la_tragedia_a_lampedusa_8905599.html</link>
			<description><![CDATA[<strong>La tragedia a Lampedusa</strong><br />In una trappola mortale d&#039;acqua e di fuoco si è consumata poco prima dell’alba di oggi una delle più gravi tragedie delle migrazioni in Mediterraneo. A circa mezzo miglio marino al largo di Lampedusa è scoppiato un incendio su un’imbarcazione in difficoltà. Mentre queste righe vengono scritte sono ancora in atto i soccorsi in mare, ma le conseguenze della sciagura si prospettano terrificanti. Sono stati finora recuperati i corpi senza vita di 94 persone, compresi una donna incinta e quattro bambini, una dei quali di apparente età di meno di tre anni. Secondo i 151 superstiti tratti in salvo, sull’imbarcazione c’erano oltre cinquecento persone. Ne risulterebbero dunque disperse più di duecentocinquanta.
Sembra che le fiamme si siano propagate da una coperta incendiata dai naufraghi per attirare l’attenzione di un peschereccio non distante. Ma a questa trappola la casualità concorre solo in parte. Ci sono scelte precise, nazionali e internazionali, in quella che Papa Francesco ha chiamato globalizzazione dell’indifferenza, all’origine di una strage che si ripete da almeno un ventennio, periodo in cui il Mediterraneo è diventato tomba di venticinquemila persone, contando solo le vittime accertate.
«È un orrore», ha ripetuto più volte tra le lacrime il sindaco di Lampedusa Giusy Nicolini, assistendo sul molo Favarolo all’arrivo delle barche cariche di cadaveri. Le salme sono state via via trasportate nell’hangar dell’aeroporto perché nella camera mortuaria non c&#039;è più spazio. In un messaggio al Governo — che riferirà al più presto alle Camere, come comunicato in mattinata da Palazzo Chigi — il sindaco manifesta il suo «cordoglio per le centinaia di vite spezzate alla ricerca di un futuro migliore proclamando per domani il lutto cittadino», e aggiunge che «accanto al profondo dolore, c&#039;è lo sgomento e la rabbia per l’atteggiamento delle istituzioni italiane e dell’Europa che continuano a considerare il fenomeno dei migranti come un’emergenza» e non come una realtà epocale da affrontare con politiche lungimiranti di accoglienza e di cooperazione internazionale. L’assenza di misure e strutture adeguate rende difficile anche prestare cure mediche ai superstiti, come ha sottolineato Pietro Bartolo, responsabile del poliambulatorio dell’isola. In nottata, prima del tragico naufragio, altri due barconi con a bordo complessivamente 463 persone erano stati soccorsi al largo di Lampedusa.
Come di recente sembra accadere spesso, è stato Papoa Francesco a trovare la parola più chiara: «È una vergogna», ha detto, esprimendo dolore e profonda indignazione per il continuo ripetersi di queste sciagure nell’indifferenza della comunità internazionale. Di «una notizia che fa sorgere sentimenti di tristezza e indignazione perché non possiamo continuare a contare morti come se fossimo semplicemente testimoni» ha parlato anche l&#039;arcivescovo di Agrigento, Francesco Montenegro, che è presidente della commissione episcopale per le migrazioni. «Si parla sempre di emergenza — ha detto — ma forse dobbiamo cambiare il senso di questa parola. Questa è storia, la storia di ogni giorno, è quella storia dove vediamo nei volti di bambini, di donne. Non possiamo fare gli spettatori».
Analoghe espressioni aveva usato poco prima Laura Boldrini, la presidente della Camera dei deputati, certo la voce più qualificata che si sia nelle isatituzioni italiane su questa questione, dato che prima del suo impegno in politica era stata portavoce nel nostro Paese dell&#039;alto commissariato dell&#039;Onu per i rifugiati e, prima ancora, del Programma alimentare mondiale, trascorrendo una vita d&#039;impegno in quelle che Papa Francesco chiama le periferie del mondo. «L’aspetto più sconvolgente — aveva detto Boldrini — è il fatto che assistiamo da anni a tragedie identiche, sentendoci coinvolti, pronunciando parole di sincera commozione, ma senza trovare soluzioni». Secondo Boldrini, «siamo tutti vittime consapevoli o no, di quella globalizzazione dell’indifferenza che proprio a Lampedusa Papa Francesco ha denunciato in modo sferzante». ]]></description>
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			<title>Miscellanea 2011 - 2012 (2)</title>
			<link>http://www.pierluiginatalia.net/1/miscellanea_2011_2012_2_7398528.html</link>
			<description><![CDATA[<strong>Miscellanea 2011 - 2012 (2)</strong><br />22 dicembre 2011
I ribelli dell&#039;enclave senegalese pronti a rinunciare alle armi
Prospettive di pace per la Casamance
Pierluigi Natalia
Potrebbe essere a una svolta conclusiva e pacifica una nelle più annose crisi africane, quella della regione senegalese della Casamance, un’enclave lungo l’omonimo fiume, stretta tra i territori del Gambia e della Guinea Bissau e teatro da quasi trent’anni di una lotta indipendentista contro il Governo di Dakar. Il principale gruppo impegnato in tale lotta, il Movimento delle forze democratiche di Casamance (Mfdc), ha infatti annunciato questa settimana che intende abbandonare le armi per trasformarsi in partito politico. «È una decisione presa nel rispetto della pace e della ricostruzione del Senegal», ha detto il segretario generale dell’Mfdc, Jean-Marie François Biagui, annunciando che d’ora in poi la sigla del gruppo starà per Movimento per il federalismo e la democrazia costituzionale. Intervenendo agli Stati generali del processo di pace in Casamance, una riunione di due giorni di lavori convocata dal movimento, Biagui ha detto che «non si tratta solo di arricchire il panorama politico senegalese, ma di contribuire all’obiettivo di riformare il Paese». Punto cruciale della riunione, che sembra fugare voci insistenti di una presunta spaccature nell’Mfdc e di una perdita di leadership dello stesso Biagui, è stata la presenza di Bertrand Diamacoune, fratello dell’ormai scomparso Agostino Diamacoune Senghor, l’ex religioso che fu lo storico leader dell’Mfdc.
Nato già nel 1947, ancora senza aspirazioni separatiste, ma anzi con un programma di partecipazione al riscatto sociale del Paese, l’Mfdc si è via via posto in contrasto con il Governo di Dakar fino a rendersi protagonista, a partire dal 1982, di attacchi armati di diversa intensità. Nel 2004 si arrivò alla firma di una tregua che per alcuni anni era sembrata sostanzialmente rispettata. Tra l’altro, questo accordo sbloccò molto denaro stanziato dalla comunità internazionale per investire sul potenziale agricolo e turistico della regione.
Da un anno a questa parte, però, le violenze nella Casamance sono riprese e dalla fine del 2010 sono stati registrati diversi combattimenti, culminati in marzo in un’offensiva lanciata dall’esercito su alcuni villaggi a sud del capoluogo Ziguinchor. Ci furono una ventina di morti tra i soldati senegalesi e altrettanti tra i ribelli, oltre a un numero imprecisato di feriti delle due parti, ma anche tra la popolazione civile. E attacchi armati contro postazioni dell’esercito ci sono stati ancora nelle ultime ore, anche se Biagui nega ogni coinvolgimento dell’Mfdc.
Nonostante la presenza nella Casamance di altri gruppi indipendentisti e di fazioni minori, la rinuncia alle armi dell’Mfdc, se confermata, aprirebbe la strada a una possibile normalizzazione della regione, che ne ha certamente bisogno. La popolazione vive infatti da trent’anni nel terrore di quello che viene definito, con una certa dose di impropria minimizzazione, un conflitto a bassa intensità, ma che ha comunque causato finora oltre quattromila morti e quasi undicimila sfollati su meno di un milione di persone.
Isolata dal resto del Senegal, in passato la Casamance è stata considerata dalle autorità di Dakar soprattutto come teatro di un conflitto conseguenza di un’anomalia geografica coloniale. Ma è anche la zona più fertile del Senegal, con coltivazioni di riso, arachidi e canapa, oltre ad avere qualche giacimento di petrolio e anche una forte vocazione turistica, grazie a spiagge tra le più belle del mondo. Tuttavia, ben poco di questa ricchezza si traduce in un miglioramento delle condizioni di vita della maggioranza della popolazione. Così come l’altra grande risorsa della regione, la pesca, va di fatto a beneficio, come spesso accade in Africa, delle flotte straniere.
Di conseguenza, la maggioranza degli abitanti della Casamance, in massima parte di etnia jola, traggono in pratica il loro unico sostentamento dalla vendita e dal commercio dei prodotti della brousse, la savana, ma hanno paura di inoltrarvisi e rimanere vittime dei ribelli o dell’esercito e, soprattutto, delle mine. La Casamance è infatti uno dei territori africani con più campi minati in rapporto alla sua estensione e la bonifica richiederà anni e impegni economici che la regione non può certo affrontare da sola e che lo stesso Governo di Dakar avrà difficoltà ad assumere.



28 dicembre 2011
La donna secondo il documento conclusivo del Sinodo per l&#039;Africa
Dignità al femminile
Pierluigi Natalia
 Nell’Esortazione apostolica postsinodale Africae munus, Benedetto XVI praticamente all’inizio (Introduzione, 4) dichiara di essere rimasto impressionato dal realismo e dalla lungimiranza degli interventi al Sinodo dello scorso anno. Vale per tutti gli aspetti della riflessione fatta dalla Chiesa universale sulla sua condizione in Africa, ma vale anche per comprendere meglio l’azione di quelle Chiese locali, di quelle società civili che in parte educano e formano, degli attori di questa realtà. Terra tradizionalmente di missione, l’Africa trova oggi, nonostante la sua persistente emarginazione dai grandi consessi internazionali, una sua propria capacità di missione che è anche servizio sociale, contributo culturale e persino antropologico alla costruzione di una convivenza internazionale diversa. 
In questo il ruolo più cruciale, il sentire più qualificante — del quale l’Africae munus dà conto — è forse quello al femminile. Del resto, intorno alla donna si costruisce la casa e si definisce la pace. Una pace che non è parentesi tra situazioni di conflitto, ma assunzione di senso, persino oltre il tempo contingente. La donna, trasmettitrice di vita, è effettiva garanzia anche dell’incarnazione del processo di pace nella storia. Non a caso, l’Esortazione ricorda che «nella visione africana del mondo, la vita viene percepita come una realtà che ingloba gli antenati, i vivi e i bambini che devono nascere, tutta la creazione e ogni essere: quelli che parlano e quelli che sono muti, quelli che pensano e quelli che non hanno alcun pensiero. L’universo visibile e invisibile viene considerato come uno spazio di vita degli uomini, ma anche come uno spazio di comunione ove le generazioni passate sono a fianco, in maniera invisibile, delle generazioni presenti, madri a loro volta delle generazioni future» (III, 69). Di questa duplice direzione, che per il cristiano è comunione dei santi e apertura alla vita, le donne sono la principale forza visibile.
Di questo alle donne africane il Papa dà un riconoscimento non solo religioso e spirituale, ma anche — linea con la cifra antropologica del suo ministero così come è andato delineandosi negli anni — sociale e persino propriamente politico, offrendo loro la dottrina sociale della Chiesa come strumento prezioso per impegnarsi con discernimento nei diversi progetti che le riguardano, portando alla società tutta il contributo dei doni propriamente femminili, l’amore e la tenerezza, l’accoglienza e la delicatezza, e infine la misericordia. Questi valori, che le donne sanno trasmettere ai figli e di cui il mondo ha bisogno, sono quelli che favoriscono la riconciliazione degli uomini e delle comunità, in sintesi la costruzione della pace (cfr. ii, D, 59).
Azione propriamente politica è colmare i ritardi, in Africa come altrove, che ostacolano ancora il riconoscimento della donna nella sua dignità e nei suoi diritti. Di qui, anche il forte invito del Papa «a combattere ogni atto di violenza contro le donne, a denunciarlo e a condannarlo» e l’ammonimento secondo il quale «converrebbe che i comportamenti all’interno stesso della Chiesa siano un modello per l’insieme della società» (ii, D, 56).
L’Africa, infatti, non fa eccezione (e anzi paga il prezzo più pesante) alle discriminazioni subite dalle donne in tutto il mondo e alla diffusa non applicazione delle leggi a loro tutela. Purtroppo, nei processi di sviluppo e di democratizzazione in atto o che si tentano nelle società africane, questo aspetto non trova l’attenzione necessaria. Per esempio, è di fatto ignorato il ruolo fondamentale avuto dalle donne nell’avvenimento forse più rilevante di quest’anno nel continente, la nascita il 9 luglio del Sud Sudan indipendente. Purtroppo dopo già pochi mesi aleggia su questo ruolo, e sugli impegni assunti dalla nuova dirigenza sudsudanese, la minaccia dell’incuria, se non del vero e proprio tradimento. La stesura della Costituzione provvisoria, che ha preceduto la dichiarazione d’indipendenza, non ha soddisfatto le rappresentanti dei movimenti femminili, che chiedono più spazio nell’attuale processo costituzionale. «Il nuovo Stato dovrà parlare con la voce delle donne. Siamo una parte importante della popolazione e rivendichiamo il nostro ruolo nella vita del paese», ha dichiarato subito dopo l’indipendenza Melania Itto, rappresentante del Media Women in South Sudan, associazione di matrice cattolica per i diritti femminili e la lotta alla discriminazione, in un’intervista all’agenzia missionaria Misna.
Quello delle associazioni cristiane si annuncia come un ruolo non secondario nel processo di costruzione del nuovo Stato dopo la separazione da Khartoum e dall’egemonia culturale islamista che al Sudan unito era stata imposta dal regime del presidente Omar Hassam el Bashir. Tra l’altro, il network delle emittenti cattoliche che fanno riferimento a Radio Bakita (dal nome della prima donna sudanese dichiarata beata) costituisce una parte rilevante dell’informazione in un Paese dove resta altissimo il tasso di analfabetismo. 
Tuttavia, la tanto attesa indipendenza giunge in un momento in cui le donne del Sud Sudan pagano ancora un altissimo prezzo per il sottosviluppo e la povertà diffusa, lasciate in eredità da oltre vent’anni di conflitto. Il Paese è in assoluto al mondo quello con il più alto tasso di mortalità materna durante il parto, pari a una donna su sette. «Da queste parti una bambina ha più probabilità di morire di parto che di finire le scuole elementari» ha ricordato ancora Itto, il problema «è strettamente connesso con quello del matrimonio forzato di giovani bambine al di sotto dei quindici anni, una piaga diffusa specie nelle campagne e tra le comunità di allevatori di bestiame». Soprattutto nelle zone rurali, infatti, le donne vivono ancora marginalizzate e diventano, in alcuni casi, merce di scambio con il bestiame tra clan e famiglie. «Quando, in cambio di una donna, una famiglia ha pagato molte mucche, vuole che questa partorisca per suo marito tanti figli. E in assenza di cure e degli esami necessari, la morte durante il parto diventa cosa comune», ha spiegato ancora Itto.
Eloquente, per tutto il mondo, per il continente e in particolare per la tormentata regione dei Grandi Laghi, è anche il primo rapporto Progressi delle donne nel mondo, presentato lo scorso luglio da Michelle Bachelet, l’ex presidente del Cile che ora guida la nuova agenzia delle Nazioni Unite per le donne (Unwomen). Riguardo alla tragedia congolese, ma non solo, lo studio rileva che lo stupro viene spesso usato come una vera e propria arma di guerra, «al fine di trasmettere deliberatamente l’Aids con l’obiettivo della contaminazione forzata».
Nelle stesse ore veniva pubblicata a Ginevra la relazione della commissione d’inchiesta insediata dal Consiglio dell’Onu per i diritti umani sugli stupri di massa commessi tra il 30 luglio e il 2 agosto 2010 nella Repubblica Democratica del Congo. Per la commissione, gli attacchi sono stati «pianificati in anticipo e portati avanti in maniera sistematica» e possono pertanto «costituire crimini di guerra e contro l’umanità». L’Alto commissario dell’Onu per i diritti umani, Navanethem Pillay, ha sottolineato come questi crimini non vengano mai puniti, anche per il timore di rappresaglie, «ponendo così un serio ostacolo alla prevenzione di future violenze». Un’implicita conferma l’ha data, sempre in luglio, il dipartimento di Stato di Washington, con un rapporto sull’ennesimo stupro di massa nel Paese africano. Fonti mediche avevano denunciato che, fra il 10 e il 13 giugno di quest’anno, 248 donne erano state violentate nei villaggi di Nakiele, Abala e Kanguli nella provincia del Nord Kivu. Secondo testimoni, all’arrivo delle truppe a Nakiele, gli uomini si erano nascosti nella foresta per sfuggire alla cattura. I soldati si erano abbandonati alle violenze sulle donne che all’indomani avevano raccontato l’accaduto ai propri mariti. Per una decina di loro, questo aveva significato essere ripudiate. Erano però intervenuti gli anziani del villaggio per spiegare agli uomini che quanto successo non è colpa delle donne, in quella che appare una significativa correzione di pregiudizi plurisecolari.



1 febbraio 2012
Il vertice ad Addis Abeba
L&#039;Africa non trova coesione politica
Pierluigi Natalia
 Sembra ancora lontana l’unità d’intenti politica dell’Unione africana che gli osservatori più attenti ritengono indispensabile per sottrarre il continente al sottosviluppo e alla marginalizzazione. Ne ha offerto un’ulteriore dimostrazione il vertice dell’organizzazione panafricana, concluso lunedì 30 ad Addis Abeba senza aver preso la sua decisione più attesa, cioè la nomina del presidente della Commissione, il suo organismo esecutivo. Dopo quattro turni di votazione i capi di Stato e di Governo non sono riusciti a esprimere la necessaria maggioranza dei due terzi dei 54 Paesi membri e hanno rinviato la decisione al prossimo vertice di giugno. Nell’attesa, l’interim sarà assicurato dall’attuale vice presidente della Commissione, il kenyano Erastus Mwencha.
Alle prime tre votazioni, il gabonese Jean Ping, che ha ricoperto l’incarico negli ultimi quattro anni, ha ottenuto un ridotto vantaggio sulla contendente, l’attuale ministro degli Interni del Sudafrica, Nkosazana Dlamini Zuma. Al quarto turno Ping è rimasto solo in lizza, ma ha avuto solo 32 voti.
Il voto era segreto, ma diverse fonti diplomatiche hanno riferito sotto garanzia di anonimato di un clima gelido tra le delegazioni di fronte alle pressioni esercitate da quella sudafricana, guidata dal presidente Jacob Zuma, mentre il Gabon ha mostrato più discrezione nella sua azione a favore della conferma di Ping.
Non pochi Paesi, soprattutto nell’Africa settentrionale, come Algeria ed Egitto, ma anche in quella subsahariana, in particolare la Nigeria, non hanno mai nascosto di non vedere con favore la candidatura del Sud Africa, prima potenza economica continentale, alla guida di fatto anche politica del continente. Del resto, da più parti si accusa il Sud Africa, unico Paese continentale a far parte del g20 e che l’anno scorso è entrato nel gruppo dei Paesi emergenti conosciuto con l’acronimo Brics (Brasile, Russia, India, Cina e appunto Sud Africa) di non operare in primo luogo come rappresentante dell’Africa, ma di perseguire interessi principalmente propri. In ogni caso, il Governo di Zuma ha mancato un risultato che avrebbe potuto far valere anche in sede Onu in vista di una riforma, sempre annunciata e mai realizzata, del Consiglio di sicurezza.
In attesa di possibili sviluppi a giugno, c’è intanto uno stallo che minaccia di avere conseguenze negative sul funzionamento della Commissione nell’immediato futuro, con il pericolo di far slittare ancora non solo i processi di mediazione nelle varie crisi in atto nel continente, ma anche l’attuazione effettiva dei pochi programmi sui quali è stato raggiunto consenso.



25 febbraio 2012
Nel Paese del corno d&#039;Africa la maggiore emergenza umanitaria mondiale
Un futuro per la Somalia
Pierluigi Natalia
 La crisi in Somalia, riproposta all’attenzione internazionale dalla conferenza tenuta ieri a Londra, si configura come la maggiore emergenza umanitaria oggi in atto nel mondo. Da almeno due anni, in particolare, la siccità che ha colpito il Corno d’Africa — una delle regioni del mondo che sconta maggiormente le conseguenze dei cambiamenti climatici — ha avuto le sue ricadute più gravi proprio sulla popolazione somala, costituita per metà da rifugiati all’estero o da profughi interni, a causa anche della fragilissima situazione politica. L’ormai ventennale mancanza di strutture statali nel protrarsi, con diversi modi e intensità, una condizione di perenne guerra civile, rende infatti quello somalo il più difficile contesto per un’azione internazionale efficace anche sul piano strettamente assistenziale.
Di catastrofe umanitaria parlò Benedetto xvi al dopo Angelus del 17 luglio 2011, auspicando «mobilitazione internazionale per inviare tempestivamente soccorsi», rinnovando poi l’appello nel discorso al Corpo diplomatico accreditato presso la Santa Sede il 9 gennaio 2012. Ma al suo, come ad altri appelli non sono seguiti interventi efficaci, ostacolati proprio dall’incancrenita situazione di insicurezza del Paese. Diversi osservatori sottolineano come, per tentare di risolvere l’annoso conflitto, sia necessario agire contemporaneamente in diverse direzioni, dal finanziare e garantire i servizi primari a neutralizzare le milizie estremiste, a partire da quelle radicali islamiche di al Shabaab, protagoniste dell’ultima fase del conflitto somalo, quella dell’insurrezione contro il Governo federale di transizione (Tfg) guidato dal presidente Sharif Ahmed. Al tempo stesso occorre coinvolgere in un processo di pace e di ricostruzione non solo il Tfg, ma anche altri gruppi che hanno l’effettivo controllo del territorio e potenziare l’Amisom, la missione dell’Unione africana in Somalia. Su queste linee si è espressa in diversi contesti internazionali la Santa Sede. 
Nelle ultimi tempi, comunque, passi in questo senso ci sono stati. Il Consiglio di sicurezza dell’Onu proprio questa settimana ha autorizzato un aumento degli effettivi dell’Amisom dagli attuali circa dodicimila a quasi diciottomila, dando al tempo stesso alla missione l’esplicito mandato di passare all’offensiva contro le milizie di al Shabaab. Sul piano politico, la risoluzione dell’Onu ingiunge al Tfg di mettere a punto la bozza della futura Costituzione e i preparativi per eleggere un nuovo Parlamento, entro il termine massimo del 20 agosto, quando scadrà il mandato dello stesso Tfg, che non verrà rinnovato. Anche su questo versante, ci sono state novità recenti, soprattutto con l’incontro di domenica scorsa tra il presidente Ahmed e e i leader delle regioni semiautonome del Puntland e del Galmudug. È stata raggiunta un’intesa che per trasformare la Somalia in uno Stato federale, con Mogadiscio capitale, e per un nuovo Parlamento, con una Camera bassa con metà dei deputati attuali e una Camera alta di saggi nominati da tutti i clan somali. 
Con questi sviluppi si è confrontata anche la conferenza di ieri a Londra, che ha visto la partecipazione dei rappresentanti di una quarantina di Governi e delle principali istituzioni internazionali, a partire dal Segretario generale dell’Onu, Ban Ki-moon. La principale decisione presa è stata l’istituzione di un consiglio congiunto di gestione finanziaria, un nuovo meccanismo di monitoraggio per assicurare maggiore trasparenza nella gestione delle entrate, inclusi gli aiuti internazionali, da parte delle autorità somale e delle agenzie delle Nazioni Unite.
 
6 aprile 2012
Venti anni fa cominciava l’assedio di Sarajevo
 11.541 sedie vuote
 Pierluigi Natalia
 Ci saranno 11.541 sedie vuote, sistemate per una lunghezza di circa un chilometro lungo il viale Maresciallo Tito, la via principale di Sarajevo, in occasione del concerto organizzato per ricordare l’inizio, il 6 aprile 1992, della guerra in Bosnia ed Erzegovina. Una sedia per ciascuna delle vittime del lungo assedio della città, nel cui segno si era aperto e si concluse il Novecento, il “secolo breve” della violenza in Europa. «Quelle sedie saranno vuote poiché gli spettatori, tutti colpiti a morte, a questo concerto non potranno assistere», ha detto Haris Pasović, che lo ha organizzato. Il numero è quello delle persone uccise dai bombardamenti e dai cecchini, mentre non è possibile un conteggio preciso delle persone morte per gli stenti dell’assedio, il cui numero è comunque stimato in diverse migliaia, in massima parte vecchi e bambini.
 Gli abitanti della città sono stati invitati a interrompere ogni attività, per un’ora a partire da mezzogiorno, e a sistemarsi lungo i marciapiede dietro quelle sedie vuote. Il sindaco, Aljia Behmen, ha ricordato che l’evento si chiamerà “La linea rossa”, a ricordare «una linea di sangue che ha ricoperto la nostra città dal 1992 al 1995». Già negli anni della guerra, ci fu l’uguale scelta. Con macchie di vernice rossa e targhe sono da vent’anni segnati i luoghi dove più feroci si abbatterono i bombardamenti, come il mercato di Markale (68 morti nel febbraio del 1994, 37 nell’agosto del 1995). Un altro tributo alla memoria verrà da un coro locale che eseguirà una decina di canzoni composte durante i 44 mesi dell’assedio della città, quelle canzoni nelle quali i giornalisti stranieri impararono a cogliere la parola mir, pace.
 Sono passati vent’anni da quando la città, con la Jugoslavia già disgregata, riassunse lo stesso drammatico ruolo di simbolo della fine della pace in Europa che aveva avuto nel 1914. In realtà, la guerra già c’era in Croazia, dopo aver lambito la Slovenia, l’altra Repubblica jugoslava che per prima aveva dichiarato la secessione nel 1991. C’erano stati, per la prima volta dal 1945, bombardamenti su città europee, come Dubrovnik, Vukovar, la stessa Zagabria. Ma fu Sarajevo a rendere palese il feroce ritorno di fenomeni che si speravano sconfitti, i fantasmi del nazionalismo e del razzismo che si speravano esorcizzati. La città che era diventata simbolo della convivenza multietnica e multiculturale nei Balcani, il 6 aprile 1992 veniva consegnata all’orrore.
 Il termine consegnata è giusto, perché mai come in quella occasione il popolo di una città si dimostrò innocente. Il giorno prima tutti gli abitanti di Sarajevo — serbi, croati, bosniaci; ortodossi, cattolici, musulmani — si radunarono davanti al Parlamento per dire no alla guerra, per affermare di essere la testimonianza vivente della possibilità di vivere insieme in pace. Di quel 5 aprile le cronache hanno tramandato le parole toccanti di Abdulah Sidran, il poeta bosniaco musulmano che tenne uno dei discorsi ufficiali: «Senza i serbi non potrei respirare, senza i croati non potrei scrivere e senza essere me stesso non potrei vivere con loro».
 Ma già quel giorno alcuni cecchini aprirono il fuoco sulla folla e uccisero due donne, Suada Dilberović e Olga Sucić. Ma già sulle colline intorno alla città erano piazzati i mortai di quanto restava dell’Armata rossa, l’esercito jugoslavo ormai ridotto a esercito della Serbia nazionalista di Slobodan Milosević, e delle milizie serbo-bosniache guidate da Ratko Mladić, il comandante militare dell’alleato di Milosević in Bosnia ed Erzegovina, Radovan Karadžić. I tre sarebbero stati chiamati a rispondere davanti al Tribunale penale internazionale per l’Ex Jugoslavia, la prima corte chiamata a giudicare su crimini di genocidio, di guerra e contro l’umanità, dopo quelle di Norimberga e di Tokyo insediate al termine della seconda guerra mondiale.
 E il 6 aprile l’artiglieria serba entrò in azione. Avrebbe smesso solo dopo 44 mesi. Quasi privi di acqua, di cibo, di elettricità e riscaldamento, gli abitanti di Sarajevo sperimentarono la quotidianità dell’orrore e la determinazione a non cedere. Per ricordarlo nelle celebrazioni di questo 6 aprile, le vetrine della città mostreranno annunci e manifesti di eventi culturali che si riuscì a organizzare in quei 44 mesi di un assedio appena mitigato dal lungo ponte aereo (oltre mille giorni) organizzato dall’Onu e dagli aiuti che alcune organizzazioni riuscivano di tanto in tanto a portare.
 I primi a passare lo fecero attraverso la galleria sotterranea scavata nei paraggi dell’aeroporto, della quale tutti conoscevano l’esistenza e che gli assedianti non vollero mai bloccare. Perché in realtà quell’assedio non mirava alla conquista. Sul piano militare, Sarajevo non aveva una grande importanza. Agli assedianti interessava continuare colpirla, per colpire la tradizione di coesistenza e di pluralismo alla quale opponevano la loro rinata follia nazionalistica. Non era l’azione di un esercito, ma quella di un terrorismo sistematico. Fu chiarissimo quando i mortai, il 25 agosto 1992, concentrarono il tiro sulla Vijecnica, la biblioteca nazionale. Militarmente non aveva senso. Ma mandare in fiamme un milione di volumi, compresi manoscritti e testi antichi, testimoniava la volontà di annientare un secolare patrimonio culturale.
Il conflitto bosniaco fu il più sanguinoso di quelli della dissoluzione jugoslava, con i suoi oltre duecentomila morti. Ma fu un altro dato, quello dei due milioni di profughi, a far comprendere all’Europa e al mondo quali erano i veri obiettivi di quella guerra. Perché i profughi ne erano lo scopo, non una conseguenza. Fu il conflitto bosniaco a far conoscere il rinnovato concetto di “pulizia etnica”.
 Per uno dei paradossi della storia, i serbi di Milosević, di Karadžić e di Mladić, sconfitti dall’intervento armato della Nato, come poi sarebbe accaduto in Kosovo (ma anche gli altri leader nazionalisti dell’ex Jugoslavia) sembrerebbero aver raggiunto il loro obiettivo. L’architettura istituzionale stabilita dal piano di pace di Dayton, praticamente imposto dalla Nato stessa nel 1995, lascia il Paese diviso in aree di influenza, delimitate da quelle che somigliano tanto alle vecchie linee dei fronti di guerra.
 Quella Sarajevo che aveva il suo simbolo nella vicinanza, in un raggio di poche decine di metri, della cattedrale ortodossa, della cattedrale cattolica, della moschea e della sinagoga, è oggi di fatto una città musulmana. I serbo-bosniaci non ci sono più. I croato-bosniaci cattolici sono ridotti ai minimi termini. La piccola Chiesa locale nella quale Giovanni Paolo II riconobbe il segno del martirio, conferendo la porpora al suo arcivescovo Vinko Puljić, è oggi un piccolo resto. Ma continua nella sua ostinata volontà di dialogo, con tutti. Di questo fu un segno eloquente la decisione del cardinale Puljić e del suo ausiliare Pero Sudar di distribuire durante il conflitto gli aiuti arrivati alla diocesi di Vrbosna, Sarajevo dal mondo cattolico senza fare alcuna distinzione di credo religioso. Su questo dialogo, sullo sforzo di risanare le ferite, il mondo sembra aver spento i riflettori. Riaccenderli sarebbe l’unico modo per rendere la memoria dolente di questo ventesimo anniversario un impegno di civiltà.
20 aprile 2012
La crisi coinvolge tutti i Paesi del Sahel
Dalle rivolte arabe alla guerra in Mali
Pierluigi Natalia
La crisi in atto nel Mali è una delle prove più evidenti degli irrisolti problemi non solo del Paese, ma dell’intera area dal Sahel. In questa luce si possono leggere, infatti, sia l’insurrezione nel nord dei tuareg del Movimento nazionale di liberazione dell’Azawad (Mnla), incominciata il 17 gennaio, sia la pressochè contemporanea concentrazione in quell’area di gruppi legati alla galassia del terrorismo internazionale di matrice fondamentalista islamica. L’insurrezione dell’Mnla, che mira all’indipendenza delle regioni a popolazione tuareg, ha avuto una tempistica in qualche modo legata alle crisi nordafricane del 2011.
Da un punto di vista militare, in particolare, è stato determinante il rientro in patria di miliziani tuareg, pesantemente armati, che avevano fatto parte delle forze di Gheddafi, sconfitte dagli insorti libici appoggiati dalla Nato.
L’accresciuta porosità delle frontiere, libiche e non solo, seguita alle rivolte del 2011 nel Maghreb, ha favorito anche gli spostamenti dei gruppi islamisti, che in Mali sembrano intenzionati a riprodurre la situazione in Somalia, dove combattenti non somali aderiscono da anni alle milizie di al Shabaab che guidano l’insurrezione contro il Governo del presidente Sharif Ahmed. Non a caso, nel nord del Mali è segnalata la presenza di gruppi stranieri, a partire da Al Qaeda per il Maghreb islamico, e dal nigeriano Boko Haram. Un’implicita riprova di tale concentrazione è stata fornita il 17 aprile anche dalla liberazione alla frontiera tra Mali e Burkina Faso della turista italiana Maria Sandra Mariani, rapita dall’Aqmi il 2 febbraio 2011 nel sud dell’Algeria.
Meno evidenti, anche se non mancano commentatori che li ipotizzano, sembrerebbero eventuali collegamenti con la situazione internazionale per quanto riguarda il colpo di Stato messo in atto il 22 marzo nella capitale Bamako da reparti militari che hanno rovesciato il presidente Amadou Toumani Touré, ma che poi hanno accettato di avviare una transizione. Determinante è stata la pressione della Comunità economica dei Paesi dell’Africa occidentale (Ecowas) che avevano imposto sanzioni ai golpisti e minacciato un intervento armato.
Anche in questo caso, peraltro, la situazione resta fluida e incerta. Nonostante il consenso raggiunto tra civili e militari riuniti a Ouagadougou, in Burkina Faso, con i mediatori dell’Ecowas, sul futuro politico e istituzionale del Mali non c’è ancora chiarezza. A cominciare dalla scelta del primo ministro di transizione. L’incarico è andato a Modibo Diarra, presidente di Microsoft Africa, che è stato nominato dal capo di Stato ad interim, Diacoumba Traoré (l’ex presidente del Parlamento che aveva prestato giuramento il 12 aprile dopo l’intesa sottoscritta con l’Ecowas la settimana prima), ma è stato indicato dai militari golpisti guidati dal capitano Amadou Haya Sanogo.
La soluzione era prospettata nella dichiarazione conclusiva dell’incontro a Ouagadougou, è considerata però da molti osservatori incompleta e frutto di un compromesso al ribasso. Questo anche perché la durata della transizione non viene precisata, ma «sarà determinata dalla concertazione regionale tenendo conto del ripristino dell’integrità territoriale e della valutazione tecnica del processo elettorale».
In altre parole la transizione, fino a elezioni generali in sostituzione di quelle inizialmente previste per il 29 aprile, o sarà vincolata alla risoluzione della crisi del nord. Il che ad alcuni sembra una sorta di attenuante data dall’Ecowas al colpo di Stato militare che era stato giustificato proprio con l’incapacità del precedente Governo di fronteggiare l’insurrezione che in poche settimane aveva assunto il controllo del nord del Paese.
La clausola che tutti i membri della giunta militare e tutti gli esponenti del futuro Governo di transizione dalla candidatura alle prossime presidenziali potrebbe, comunque, essere ritenuta una garanzia per quanti temono che la posizione troppo morbida dell’Ecowas finisca per favorire un ritorno al potere dei militari.
La dichiarazione di Ouagadougou sollecita l’intera comunità internazionale a fornire un’assistenza umanitaria urgente alle popolazioni delle regioni settentrionali e a coinvolgersi per aiutare il Mali a ripristinare l’integrità territoriale. Ai gruppi armati che hanno preso il controllo dei tre principali centri (Gao, Kidal e Timbuctu) viene chiesto di far cessare immediatamente ogni violenza.
Sui ribelli dell’Mnla e sui gruppi islamici pesa la minaccia di intervento armato dell’Ecowas, tuttavia piccoli passi in avanti sulla strada del dialogo per scongiurare il ricorso alle armi sono stati compiuti negli ultimi giorni. A Nouakchott, la capitale della Mauritania, c’è stato un incontro tra una delegazione delle autorità di transizione di Bamako, guidata da Tiébilé Dramé, e una dell’Mnla. Le forze politiche maliane avevano chiesto al presidente mauritano, Mohamed Ould Abdel Aziz, contrario a un intervento militare, e a quello del Burkina Faso, Blaise Compaoré, di attivarsi per «aprire quanto prima negoziati tra ribelli tuareg e islamici e le autorità di transizione».
Anche il movimento islamico maliano di Ansar Eddine si è detto disposto a dialogare con le autorità di Bamako. Ma le posizione dell’Mnla e quelle dei gruppi islamici, compreso Ansar Eddine che è formato da tuareg, restano distanti e tali da poter rallentare o persino bloccare i tentativi di dialogo. L’Mnla ha ribadito che negozierà «l’indipendenza dell’Azawad» (proponendo un assetto federale), solo «se la comunità internazionale accetta di portarsi garante» dell’applicazione futura di un eventuale accordo.
Gli islamici di Ansar Eddine, invece sono contrari a dividere il Mali e, soprattutto, «respingono ogni mediazione occidentale nel dialogo intermaliano». Preferiscono seguire il canale dell’alto consiglio islamico del Mali, che raggruppa tutte le associazioni musulmane nazionali. Proprio a tale organismo, il gruppo ha consegnato quasi duecento militari liberati dopo essere stati fatti prigionieri nei combattimenti delle scorse settimane.
  
26 maggio 2012
La Giornata per la coesione del continente
Le Afriche che non si uniscono
 
Pierluigi Natalia
Sembra più un&#039;occasione di rimpianti che per registrare successi la celebrazione della Giornata dell&#039;unità africana, che si celebra questo 25 maggio in ricordo dell&#039;istituzione, 49 anni fa, dell&#039;Organizzazione dell&#039;unità africana, poi trasformata dieci anni fa in Unione africana. La Giornata, promossa a suo tempo dall&#039;Onu e oggi organizzata appunto dall&#039;Unione africana, vede in tutto il mondo iniziative di sensibilizzazione sulle principali emergenze dell&#039;Africa, ma sarebbe meglio dire delle Afriche, dato che più ancora che in altri continenti mancano suffienti parametri comuni.
“L’Africa deve unirsi” fu il motto dell&#039;epoca della decolonizzazione, lanciato da un celebre discorso pronunciato cinquant&#039;anni dal padre del panafricanismo, Nkwame Nkrumah, il primo presidente del Ghana. Da allora quell&#039;appello è rimasto fondamentalmente tale, senza riuscire a trasformarsi in un programma politico reale, anche se in un cammino di mezzo secolo non sono mancati alcuni risultati parziali. Ma certo, rispetto alle aspettative di quella stagione, si tratta di successi troppo limitati, soprattutto alla luce di una convinzione, non negata da nessuno, che quella dell&#039;integrazione continentale sia l&#039;unica strada per costruire la pace e lo sviluppo economico e sociale.
Ancora qualche giorno fa, in una conferenza organizzata ad Addis Abeba dalla Fondazione per la collaborazione tra i popoli, Joseph Atta-Mensah, il direttore della Commissione economica dell’Onu per l’Africa (Uneca), ha sottolineato che le parole di Nkrumah valgono più che mai in un mondo multipolare dove entro quindici anni le potenze emergenti garantiranno oltre la metà della crescita globale. “L’Africa – ha sottolineato Atta-Mensah – è di fronte a una scelta: vuole restare divisa o trovare un suo posto in questa nuova realtà?”.
Le risposte a questo interrogativo sono ancora incerte, soprattutto perché nei diversi contesti africani il tema dello sviluppo s&#039;intreccia in modo inestricabile a quello della pace e le stesse speranze per il futuro devovo confrontarsi sia con le eredità del passato, sia con le condizioni del presente, sia con l&#039;inevitabile necessità di accettare la gradualità di ogni progresso duraturo. Del resto, come ha ricordato ad Addis Abeba Wane el Ghasim, il direttore del dipartimento dell’Unione africana per la pace e la sicurezza, anche in Asia molti Paesi sono usciti da una condizione di povertà solo 20 o 30 anni dopo la fine dei conflitti armati, così come è accaduto e sta accadendo nell&#039;America Latina. Sembra purtroppo che per l&#039;Africa ci vorrà ancora tempo, per accorciare il quale ci vorrebbe un impegno massimo a livello non solo continentale, ma mondiale, come sottolineato proprio da Wane el Ghasim.
Ma un simile impegno è ancora solo una speranza dei popoli del continente e degli autentici amici dell&#039;Africa. Per dare un senso alle celebrazioni di questa come delle tante altre Giornate mondiali dedicate all&#039;Africa servirebbe che questa speranza fosse capace di farsi progetto nel continente più devastato da violenze e discriminazioni, dove vengono continuamente rimessi in forse i processi di pace avviati e rimangono inattuati tutti gli impegni a promuovere forme di sviluppo sostenibile e socialmente indirizzato. Invece, le grandi potenze del mondo, economiche e politiche, in Africa trovano ancora più vantaggioso mantenere un atteggiamento di fatto neocolonialista piuttosto che reimpostare i rapporti su una cooperazione paritaria e mutualmente vantaggiosa, se non altro perché promotrice di sviluppo democratico. Di tale atteggiamento, interno ed esterno, le popolazioni continuano a pagare un prezzo inaccettabile di violenze, malattie e miseria.
Ma attribuire la responsabilità dei ritardi africani solo a vecchi schemi antimperialisti sarebbe fuorviante. Se nelle rivolte maghrebite e più in generale del mondo arabo c&#039;è un aspetto di novità indiscutibile e un chiaro protagonismo di una generazione emergente, nell&#039;Africa nera c&#039;è soprattutto una continua recrudescenza di irrisolti e pluridecennali problemi, che travolgono una generazione dopo l&#039;altra. Vale per il Sahel come per l&#039;Africa occidentale, per i Grandi Laghi come per il Corno d&#039;Africa. Vale per le tante guerre dimenticate dell&#039;Africa, così come per le immani emergenze umanitarie che si protraggono e incancreniscono nel continente. 
E intanto questa giornata del 25 maggio viene a ricordarci che l&#039;Africa è il continente in maggiore ritardo per quanto riguarda i processi di integrazione. L&#039;Unione africana è l&#039;organismo che più più di altri della comunità internazionale resta poco reattivo nei confronti di cambiamenti. Non è un fenomeno isolato: accade in America Latina, nel Sud-Est asiatico e, in misura appena minore, nella stessa Unione europea. Ma è soprattutto l&#039;Africa che non riesce a parlare con una voce sola nei contesti internazionali, e come tale è incapace di contribuire a determinarne le scelte. Ma la sfida della speranza in Africa sta soprattutto nel dar voce a chi non ne ha, non solo all&#039;esterno, ma anche all&#039;interno. Infatti, la via della mobilitazione dei cittadini per difendere la propria libertà non trova ancora a sud del Sahara il modo di di esprimersi e quindi di consolidare le democrazie del continente perennemente in crisi. ]]></description>
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			<title>Il rapporto Caritas â&amp;euro;œCibo di guerraâ&amp;euro;�</title>
			<link>http://www.pierluiginatalia.net/1/il_rapporto_caritas_cibo_di_guerra_10550912.html</link>
			<description><![CDATA[<strong>Il rapporto Caritas “Cibo di guerra”</strong><br /> 
Non sta trovando spazio adeguato sulla stampa italiana, almeno a quanto si vede finora, una delle poche notizie realmente tali arrivata oggi dall&#039;Expo di Milano. Niente politici in passerella, niente dichiarazioni roboanti, ma solo cifre e dati. Sto parlando di “Cibo di guerra, quinto rapporto sui conflitti dimenticati”, curato dalla Caritas italiana insieme con Il Regno e Famiglia Cristiana, il mensile e il settimanale dei paolini. 
Ne emerge una conferma, ammesso che ce ne fosse bisogno, che la fame e la guerra non sono evento incontrollabili, ma il frutto di scelte consapevoli e deliberate. C&#039;è una correlazione evidente e voluta tra conflitti e cattiva distribuzione delle risorse. In pratica, fame, aiuti alimentari, terreni accaparrati, giochi di borsa possono essere cause o effetti delle guerre al tempo stesso. 
Il dossier indaga proprio sul reciproco condizionamento tra conflitti bellici e beni alimentari, ma affronta anche un altro aspetto, quello dell’attenzione ai conflitti, molto forte nell’informazione sui social network, ma altrettanto generica e non documentata, quando non palesemente manipolata. E questo chiama in causa chi fa il mio mestiere e, più ancora, chi detiene l&#039;effettivo controllo dell&#039;informazione. «Nel nuovo scenario liquido dell’informazione — sottolinea il rapporto Caritas — si avverte un forte bisogno di contestualizzazione e mediazione giornalistica. L’utente che arriva su YouTube attraverso un social network spesso non si chiede su quale canale è arrivato, qual è la sua agenda politica o da chi è finanziato. Preme play, commenta e condivide senza farsi troppe domande».
Di fronte a questa massa di rappresentazioni tendenzioso — ha osservato don Francesco Soddu, il direttore di Caritas italiana, presentando il rapporto ha sottolineato proprio la necessità di approfondimento e consapevolezza di fronte a questo modo tendenzioso di rappresentare la realtà. «Il racconto delle persone vittime di guerra, violenza, persecuzione, ci restituisce uno spaccato complesso che rischia di spaventarci e renderci a nostra volta vittime di un’informazione che semplifica, esprime sentimenti di paura e difesa, in molti casi prodotto della propaganda. Occorre rappresentare in maniera corretta ed equilibrata, stimolando un senso critico e un pensiero indipendente, unico mezzo per discriminare la massa di notizie», ha detto.
 
La data della presentazione del rapporto è significativa. Dopo l&#039;attacco terroristico negli Stati Uniti dell&#039;11 settembre 2001, ogni tipo di guerra – e di violazione del diritto internazionale – è stato sempre “giustificato” con la pretesa di sconfiggere appunto il terrorismo. Il risultato è che si sono moltiplicate le guerre e che il terrorismo si è fatto più aggressivo e ha allargato i propri consensi. Nel 2011, anno al quale faceva riferimento il precedente rapporto della Caritas, nel mondo si contavano 388 conflitti, mentre nel 2014, quello documentato dal dossier presentato oggi, hanno raggiunto quota 424. Sono aumentate soprattutto le crisi violente all&#039;interno di singoli Stati (da 11 a 166), con un significativo coinvolgimento della popolazione civile e un crescente ricorso all’impiego di tattiche tipiche dell’azione terroristica. Si stima che le vittime di attacchi terroristici siano quintuplicate negli ultimi quindici anni, concentrandosi per il 95 per cento in Paesi non dell&#039;Organizzazione per la cooperazione ie lo sviluppo economico (Ocse, quella di cui facciamo parte noi Paesi ricchi)). La grande parte degli attacchi ha avuto luogo in cinque Paesi: Iraq, Siria, Afghanistan, Pakistan e Nigeria. Più in generale, nei vari conflitti, si è passati da una media di 21.000 a 38.000 morti annui. 
Ma ancora più significativo è il dato sugli armamenti, poiché come ebbe a dire Papa Francesco non è che si producono armi perché c&#039;è la guerra, ma si fanno le guerre per vendere le armi. Dal 2010 al 2014 i trasferimenti internazionali di armi convenzionali sono aumentati del 16 per cento; Stati Uniti e Russia hanno esportato armi per il 58 per cento del mercato mondiale, mentre India e Arabia Saudita hanno importato armi rispettivamente per un +140 e un +300 per cento. «Esiste un mix letale — ha spiegato Paolo Beccegato, vicedirettore di Caritas Italiana e curatore dello studio — che contribuisce a far risorgere nei Paesi conflitti violenti e guerre cicliche: povertà assoluta, recessione economica, diseguaglianza. Se in uno Stato si verificano queste condizioni è più probabile che insorgano dei conflitti. L’11 settembre 2001 ha segnato una svolta nella crescita della spesa militare mondiale: sono nate nuove guerre e altri conflitti sono stati rimitalizzati. Dal 2010 al 2014 c’è stato un aumento della corsa agli armamenti che è un settore immune dalla crisi. Dal 2011 al 2014 il numero dei conflitti è in costante aumento e non stupisce il fenomeno dei flussi migratori di fronte a questo quadro geopolitico».
Poi, se volete, un&#039;altra volta parliamo più diffusamente di quello che le religioni fanno e di quello che non fanno per arginare questa deriva.]]></description>
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			<title>Papa Francesco a Lampedusa</title>
			<link>http://www.pierluiginatalia.net/1/papa_francesco_a_lampedusa_8632961.html</link>
			<description><![CDATA[<strong>Papa Francesco a Lampedusa</strong><br />
 
«Chi ha pianto oggi nel mondo» per i migranti? Quanti di noi riescono ancora a trovare senso e consistenza senza essere «bolle di sapone, che sono belle, ma non sono nulla, sono l’illusione del futile»? Quanti s&#039;interrogano su un benessere che rende insensibili alla tragedia dell&#039;altro? Se lo è chiesto e lo ha chiesto Papa Francesco l&#039;8 luglio, all&#039;omelia della messa penitenziale celebrata a Lampedusa in suffragio delle decine di migliaia di migranti morti nel tentativo di toccare le coste italiane ed europee in generale. Mai con tanta evidenza erano risuonate parole così poco equivocabili su un argomento che pure ha visto la Chiesa pronunciarsi sempre senza tentennamenti. La speranza è che questo intervento del Papa non finisca per annacquarsi in distinguo ed elucubrazioni di tanti pseudo cattolici. 
Ma non si tratta solo di identità religiosa. «Ipse ignotus egens Libyae deserta peragro, Europa atque Asia pulsus» (“Ignoto, derelitto, percorro i deserti della Libia, respinto dall&#039;Europa e dall&#039;Asia“). E ancora: «Che genere d&#039;uomini è questo? Che barbara patria permette quest&#039;uso? Ci muovono guerra, vietano di fermarci sulla spiaggia. Se spregiate il genere umano e le armi dei mortali, almeno temete gli dei, memori del bene e del male». È l&#039;Eneide. Così come protettore dello straniero, dell’ospite, è uno degli attributi di Zeus più ricorrente nell’Iliade e nell’Odissea. Prima ancora delle parole inequivocabili del Vangelo — ero straniero e mi avete accolto — la cultura occidentale affermava il diritto d&#039;asilo come segno irrinunciabile di civiltà. Questo diritto, con ancora più forza, affermano duemila anni di cristianesimo. Questo riaffermano tutti – tutti! - i documenti di dottrina sociale sociale della Chiesa.
Eppure un Papa, che qualche bello spirito magari definirà extracomunitario, ha dovuto e voluto compiere il suo primo viaggio apostolico a Lampedusa, la piccola isola siciliana diventata il simbolo della tragedia dell&#039;immigrazione. Francesco ha scelto un&#039;essenzialità fatta di gesti e di parole inequivocabili e pesanti: il lancio di una corona di fiori in mare a ricordo delle decine di vittime inghiottite dal Mediterraneo e un&#039;omelia tagliente e senza sconti. Francesco ha iscritto l&#039;indifferenza della nostra società globalizzata nella ferocia di Caino e di Erode. 
 «Chi è il responsabile del sangue di questi fratelli e sorelle? - ha chiesto il Papa - Nessuno! Tutti noi rispondiamo così: non sono io, io non c&#039;entro, saranno altri, non certo io». &quot;Ma Dio chiede a ciascuno di noi: “Dov&#039;è il sangue di tuo fratello che grida fino a me?”. Oggi nessuno si sente responsabile di questo; abbiamo perso il senso della responsabilità fraterna; siamo caduti nell’atteggiamento ipocrita del sacerdote e del servitore dell’altare, di cui parla Gesù nella parabola del Buon Samaritano: guardiamo il fratello mezzo morto sul ciglio della strada, forse pensiamo “poverino”, e continuiamo per la nostra strada, non è compito nostro; e con questo ci sentiamo a posto». 
«La cultura del benessere - ha spiegato appunto Francesco -, che ci porta a pensare a noi stessi, ci rende insensibili alle grida degli altri, ci fa vivere in bolle di sapone, che sono belle, ma non sono nulla, sono l’illusione del futile, del provvisorio, che porta all’indifferenza verso gli altri, anzi porta alla globalizzazione dell’indifferenza». Secondo il Papa, «ci siamo abituati alla sofferenza dell’altro, non ci riguarda, non ci interessa, non è affare nostro. Chi di noi ha pianto fatti come questo? Chi ha pianto per la morte di questi fratelli e sorelle? Chi ha pianto per queste persone che erano sulla barca? Per le giovani mamme che portavano i loro bambini?». 
Siamo una società senza memoria, senza rimorsi, senza coscienza, autoassolutoria e bulimica di arroganza individuale e autoreferenziale. «Siamo una società che ha dimenticato l’esperienza del piangere», ha detto Papa Francesco, denunciando accanto alle responsabilità individuali quelle politiche, la «crudeltà che c&#039;è (…) in coloro che nell’anonimato prendono decisioni socio-economiche che aprono la strada ai drammi come questo». 
E insieme quelle di quanti, magari non anonimi, ma abituati a lucrare consensi senza spessore e a vestirsi della pavidità compromissoria del potere, di quei decisori si mostrano servi, o compiacenti o peggio ignavi. Nessuna presunta emergenza immigrazione consente a un cattolico di dimenticare che non esistono clandestini nell&#039;umanità. A maggior ragione non è lecito farlo a persone che si definiscono cattolici impegnati in politica, come, tra gli altri tutti quei parlamentari italiani che negli anni hanno votato leggi inique e feroci, comprese alcune che sono arrivate a definire l’immigrazione un reato penale. 
«Quei fratelli e sorelle - ha rimarcato Francesco - cercavano un posto migliore per sé e le loro famiglie, ma hanno trovato la morte. Quante volte coloro che cercano, non trovano comprensione e udienze, ma le loro voci salgono fino a Dio». E ancora: «Ho sentito uno di questi fratelli: prima di arrivare qui sono passati per mano dei trafficanti, quelli che sfruttano la povertà degli altri, che è fonte di guadagno». 
Chi ha pianto oggi nel mondo?.]]></description>
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			<title>La sfida del fondamentalismo islamico in Africa</title>
			<link>http://www.pierluiginatalia.net/1/la_sfida_del_fondamentalismo_islamico_in_africa_8876674.html</link>
			<description><![CDATA[<strong>La sfida del fondamentalismo islamico in Africa</strong><br />L&#039;attenzione della stampa mondiale passa da una crisi all&#039;altra, imponendo all&#039;opinione pubblica, al manifestarsi di una nuova emergenza, si pensi a quella in Siria, una sorta di oblio sulle precedenti. Ma episodi come quelli accaduti durante lo scorso fine settimana a Nairobi, con l&#039;assalto sferrato a un centro commerciale da un commando delle milizie radicali islamiche di al Shabaab, confermano come la guerra alimenti la guerra, nelle sue espressioni più tradizionali e in quelle, aumentate da un ventennio a questa parte, della guerriglia e degli attacchi terroristici. Vale praticamente in tutto il mondo (è di questi giorni la cruenta riesplosione di un conflitto nelle Filippine) ma vale soprattutto in Africa. 
 
Anche volendo tralasciare la vicenda libica, con l&#039;ingresso di massicce forniture di armi che si sono diffuse in tutto il Sahel, solo quest&#039;anno ci sono almeno tre situazioni – In Mali, in Nigeria e appunto in Somalia - che spingono a riflettere su quanto denunciato da Papa Francesco all&#039;Angelus dell&#039;8 settembre sulle le responsabilità dei produttori, dei venditori e dei trafficanti di armi, del denaro senza controllo e senza principi. 
 
Nel Mali, l&#039;informazione internazionale si è concentrata sull&#039;insediamento, del nuovo presidente, Ibrahim Boubacar Keïta, visto come un incamminamento sulla strada della riconciliazione nazionale. Dopo l’insurrezione secessionista tuareg nel nord del gennaio 2012 e il colpo di Stato militare del marzo successivo, che aveva rovesciato il presidente Amadou Toumani Touré, era seguito l’intervento armato francese del gennaio scorso contro i gruppi fondamentalisti islamici, come il Movimento per l’unicità e il jihad nell’Africa occidentale (Mujao) e Al Qaeda per il Magheb islamico (Aqmi), che avevano preso il controllo del territorio settentrionale. Alla cerimonia, il 19 settembre, è intervenuto, tra altri capi di Stato, il presidente francese, François Hollande, il quale ha sostenuto che «abbiamo vinto questa guerra». L&#039;affermazione, peraltro, è almeno prematura, come dimostra il fatto che le truppe francesi, il cui ritiro avrebbe dovuto essere ultimato entro aprile, sono ancora impegnate in battaglia nel nord del Mali. 
 
Le milizie del Mujao e dell’Aqmi, oltre a risultare tutt’altro che definitivamente sconfitte ed espulse dal nord del Mali - contro di loro è in corso in questi giorni nel deserto del Tilemsi un’operazione di truppe francesi – hanno consolidato le posizioni in tutto il Sahel, come hanno confermato già lo scorso gennaio l&#039;attacco all&#039;impianto di estrazione del gas di In Amenas, in Algeria – anch&#039;esso, come questo fine settimana a Nairobi, con una presa di ostaggi conclusa con una strage dopo l&#039;intervento di truppe governative – e quello ai siti minerari per l&#039;estrazione dell&#039;uranio in Niger. Tra l&#039;altro, il primo ministro britannico, David Cameron, dopo la vicenda di In Amenas aveva detto che poteva essere l’inizio di una battaglia lunga decenni contro il terrorismo in Nord Africa. 
 
Una vicenda dai contorni più strettamente nazionali sembra quella della Nigeria, nel cui nord-est opera da quasi cinque anni il gruppo di matrice fondamentalista islamica Boko Haram, ritenuto responsabile di sistematiche violenze che hanno provocato oltre tremila morti. Anche in questo caso, peraltro, si è assistito a un mutamento di strategie che fa pensare a un disegno più ampio. I primi attacchi di Boko Haram hanno avuto come bersaglio strutture governative, in particolare commissariati di polizia, e interessi occidentali. Ben presto, però, le violenze si sono concentrate sulle comunità religiose, soprattutto cristiane, ma anche islamiche che rifiutano il fondamentalismo nella sua versione omicida. A trasformare la situazione in una vera e propria guerra civile, con battaglie ormai quasi quotidiane, ha contribuito la decisione del presidente nigeriano Goodluck Jonathan di dichiarare nei mesi scorsi lo stato d&#039;assedio in tre Staati nordorientali, il Borno, lo Yobe e l&#039;Adamawa, e di inviarvi l&#039;esercito. Ancora una volta, gli sforzi delle autorità religiose di favorire un dialogo sono stati bruscamente vanificati, con da un lato la scelta almeno discutibile di affidare alle armi la soluzione di problemi che sono prima sociali ed economici e poi religiosi, e dall&#039;altro un aumentato consenso di larghi strati della popolazione più discriminata alle posizioni del gruppo fondamentalista. Nel frattempo, la presenza di armi in Nigeria si è diffusa sempre più.
 
Sempre in Nigeria, in questo caso nella regione meridionale petrolifera del Delta del Niger, resta irrisolta la questione che si protrae fin dall&#039;epoca del colonialismo, cioè appunto il controllo delle risorse petrolifere rimasto in massi parte nelle mani di multinazionali straniere, mentre le èpopolazioni locali vedono se possibile peggiorare continuamente le loro condizioni, per non parlare delle devastazioni ambientali di un territorio ormai compromesso dallo sfruttamento senza controllo delle sisorse fossili.
 
L&#039;esempio più drammatico, comunque, resta proprio la Somalia, da oltre vent&#039;anni teatro di una guerra civile, con diverse fasi e diverse intensità, che le solenni dichiarazioni internazionali non hanno certo conclusa. Al Shabaab prese le armi dopo che un intervento militare dell&#039;Etiopia in Somalia aveva scacciato da Mogadiscio nel 2006 le corti islamiche che vi avevano insediato una sorta di Governo e incominciato ad avviare una possibile pacificazione. Successivamente, nel 2009, c&#039;era stato il ritiro delle truppe di Addis Abeba e un&#039;intesa per una transizione guidata proprio da quello che era stato il leader delle corti islamiche, cioè Sharif Ahmed. Ma intanto la guerra civile era riesplosa.
 
L&#039;’attacco di Al Shabaab al centro commerciale Westgate di Nairobi è il più sanguinoso, ma non il primo, sferrato in Kenya, Paese che aveva inviato truppe a combattere in Somalia. I soldati kenyani, originariamente impegnati in un’operazione autonoma dal dichiarato scopo di mettere in sicurezza il confine, erano poi stati integrati nell’Amisom, la missione dell’Unione africana. Proprio le forze di Nairobi erano state determinanti nell’offensiva di un anno fa contro le milizie di Al Shabaab che controllavano il sud della Somalia e in particolare Chisimaio, seconda città e secondo porto del Paese. Al Shabaab fu dichiarata sconfitta subito dopo e la comunità internazionale considerò formalmente conclusa la transizione somala, con il varo delle nuove istituzioni guidate dal presidente Hassan Mohamud. Ma numerosi episodi negli ultimi mesi hanno dimostrato che la capacità di colpire di Al Shabaab, con azioni di guerriglia e attentati, è rimasta intatta sia in Somalia sia all’estero. La vicenda di Chisimaio, inoltre ha suscitato duri contrasti tra il nuovo Governo somalo e quello del Kenya, accusato di aver sostenuto la milizia Ras Ramboni guidata da uno dei “signori della guerra “ somali, Ahmed Mohamed Islam, meglio conosciuto come Ahmed Madobe, che si è dichiarato governatore di Chisimaio, dopo aver sconfitto le forze di Bare Adam Shire, a sua volta meglio noto come Barre Hirale, un altro dei “signori della guerra” che da decenni spadroneggiano in Somalia. Successivamente, tra Mogadiscio e Ahmed Madobe c’è stata un’intesa, ma le tensioni con Nairobi restano latenti. 
 
Tra l&#039;altro, proprio in questi giorni ci sono state denunce, in particolare dell&#039;associazione dei premi Nobel per la pace, sul fatto che il Governo del Kenya avrebbe dato a società straniere, come l&#039;italiana Eni, concessioni di sfruttamento petrolifero offshore per giacimenti sottomarini del cosiddetto corridoio 5, nei pressi della linea di di confine, che sembrerebbero sotto sovranità somala.
 
Né il Kenya è l&#039;unico Paese dell&#039;area in allarme per possibili attacchi. Uganda ed Etiopia, in particolare, sono in prima linea: entrambe combattono al fianco dei soldati somali e del governo di Mogadiscio contro al Shabaab e il fatto che gli insorti islamisti abbiano colpito al cuore la capitale kenyana alimenta il timore di un&#039;accentuata strategia regionale da parte di milizie che, come in altri parti del mondo, non sembrano avere problemi a procurarsi armi. A Kampala, si è mobilitato l&#039;esercito per attivare un protocollo di emergenza ideato dopo il doppio attentato, sempre di al Shabaab, che nel 2010 causò 77 vittime tra gli spettatori di una partita di calcio della coppa del mondo in Sud Africa trasmessa per televisione. 
 
Ad Addis Abeba intanto, il principale partito di opposizione Medrek ha diffuso una nota in cui chiede il ritiro dell’esercito dalla Somalia. «finchè i nostri soldati rimarranno sul territorio – ha spiegato un responsabile del partito al Sudan Tribune – il nostro Paese sarà un bersaglio privilegiato». Dopo il ritiro nel 2009, le truppe di Addis Abeba hanno varcato nuovamente la frontiera nel 2012, per sostenere l’offensiva contro al Shabaab, in particolare nelle regioni occidentali della Somalia. Gli insorti hanno minacciato più volte l’Etiopia, affermando di voler vendicare l’invasione, ma finora il Paese non è stato bersaglio di attacchi. 
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			<title>Natale 2016</title>
			<link>http://www.pierluiginatalia.net/1/natale_2016_11246978.html</link>
			<description><![CDATA[<strong>Natale 2016</strong><br />Si rischia la banalità dopo tanti anni spesi come giornalista e come osservatore di questioni internazionali nello scrivere dell&#039;arrivo del Natale quando si è spinti dal duplice, severo monito dei fatti e dell’ispirazione cristiana, dell’esame della storia come vicenda in cui incarnare il Vangelo. Il rischio del commentatore è quello del generico appello ai “buoni sentimenti” o della semplice denuncia del travisamento del significato del giorno in cui la Chiesa fa memoria dell’Incarnazione. Il rischio del giornalista è quello di smettere di fare – e di farsi – domande e di cercare risposte e notizie da diffondere. 
Nei manuali di giornalismo si sostiene che una notizia ben data, oltre a documentare le fonti, debba contenere cinque elementi. In gergo si dice le cinque “W”, perché in inglese si esprimono con parole che incominciano appunto con quella lettera, cioè “who” (chi), “what” (cosa), “when” (quando) “where” (dove) e “why” (perché). E allora proviamo a seguire il manuale, anche se tra le domande relative alla “notizia Natale” ce ne possono essere alcune all’apparenza paradossali. Chi è il soggetto della notizia? Cosa è l’avvenimento che si commenta? Quando avviene? Dove accade? Perché si verifica?. Sembrerebbe facile: Gesù (chi) nasce (cosa) circa duemila anni fa (quando) a Betlemme (dove) per redimere il mondo dal peccato (perché). Quanto alle fonti, ci sono i Vangeli. Ciò detto, l’articolo sembrerebbe finito e magari sarebbe un bene perché lascerebbe spazio a penne migliori di quella di chi scrive. Però (c’è sempre un però) nessun buon giornalista si accontenta di una prima risposta, per quanto autorevole possa essere la fonte, e cerca di scavare ancora un po’.
E allora, indipendentemente dal fatto storico accaduto duemila anni fa, se si assume il concetto che Gesù è con noi ogni giorno, in ogni situazione, anche la più semplice di quelle domande può suscitare altre domande e altre risposte. Ad esempio: oggi dove nascerebbe Gesù se per un paradosso teologico volesse tornare ad incarnarsi? E se decidesse ancora per Betlemme (la storica città profetata come patria del Messia d’Israele, ma oggi in territorio palestinese) sarebbe un israeliano o un palestinese, si innesterebbe nella tradizione israelitica o in quella musulmana o, magari, il quella della residua minoranza cristiana che abita la Terra che le tre religioni abramitiche definiscono Santa? 
 E ancora: nascerebbe nel Nord del mondo dove il predominio del consumo si sposa a un indurimento dei rapporti sociali frutto di una crescente perdita di senso, o nel Sud devastato un cui si muore o da cui si fugge per andare incontro a crescenti rifiuti, respingimenti, nuove vessazioni?
Ovviamente la risposta univoca non esiste, ci sono solo quelle determinate da opinioni personali più o meno maturate attraverso l’esame della realtà, c’è solo il più o meno ragionevole convincimento di ciascuno. Però (c’è sempre un però) se vuole stare ai fatti e all&#039;ispirazione cristiana, non può ignorare che tutto il Vangelo (e tutta la dottrina sociale della Chiesa) raccontano un’opzione preferenziale per il povero. Ed oggi, nascere poveri significa con una ragionevole probabilità percentuale nascere tra gli affamati, tra le vittime di guerre interminabili, tra i profughi.
Ma forse, nel caso di questa paradossale nuova nascita, i Vangeli andrebbero riscritti, magari perché la Madre e il suo sposo da qualunque Nazareth in Galilea a qualunque Betlemme in Giudea non ci arriverebbero proprio, fermati dagli estenuanti blocchi che gli egoismi e la paura costruiscono in ogni parte del mondo. E invece che in una grotta scaldata dal fiato di animali, Gesù nascerebbe nel fango di una tenda improvvisata ò sul sedile di una macchina arroventata, lungo quelle barriere che accrescono il rancore.
Mi capita spesso di trovarmi immerso in scambi di opinioni proprio sul significato del Natale. Si va a una recita di bambini e si sentono raccontare strane favole riguardo a stelle comete che si perdono e chiedono informazioni a renne parlanti che trascinano slitte cariche di doni. Incontro continuamente persone di apparente levatura sia intellettuale sia morale secondo le quali la definizione non solo mia preferita, ma filologica del Natale (“il Bambino che nasce”) non sarebbe corretta perchè “confessionale e non universale” e sarebbe invece opportuno considerare questa festa “come – cito un vecchio amico in una discussione di qualche anno fa - la fine dell&#039;anno ovvero un momento di presa di coscienza di sé in cui si tirano le somme, si pesano le proprie azioni e omissioni, si rinnovano i proponimenti e si fanno i programmi per l&#039;anno successivo”. Un altro amico, intervenendo nel dibattito, a sua volta definiva un po’ infantile il mio riferimento al Bambino. All&#039;epoca pensai per un momento di rispondere, a proposito di infantilismo, che “tirare le somme, pesare azioni e omissioni, rinnovare proponimenti e fare programmi” sembra molto la “letterina” che da bambini, con più o meno spontaneità, scrivevamo per Natale ai genitori. Poi cominciai a riflettere – e continuo a farlo da anni - sul merito delle posizioni che mi si contrapponevano. E sono appunto posizioni che sollecitano domande.
Le risposte – ovviamente personali – sono le stesse da dare alle domande “paradossali” di cui scrivevo prima. Pur nell’assoluto rispetto di ogni convinzione, pur nella determinazione e persino nell’ostinazione del dialogo con l’altro, per il cristiano il Natale è un fatto identitario. Per il cristiano il Natale non è, non può essere una generica festa della gioia, dei doni, magari della rafforzata unità delle famiglie, non è la favola pseudo rassicurante di Babbo Natale, peraltro ridotto da decenni a testimonial della Coca Cola e di altri prodotti di consumo. 
Il Natale è storia. Anzi, è il punto cruciale della storia, è l’Incarnazione. E se di storia di oggi bisogna parlare, se sulla speranza di sempre bisogna oggi interrogarsi, allora il Dio che si fa Bambino vuole nascere povero tra i poveri, a Betlemme (di Giuda o di Cisgiordania che sia) come in ogni luogo dove il povero interpella la coscienza di tutti. E il povero più colpito è il bambino, derubato non solo del presente, ma della speranza del futuro, se non del fatto stesso di averlo un qualche futuro. 
Nulla di nuovo, verrebbe da dire. Già duemila anni fa, all’esultanza del Natale del Bambino fece quasi immediato riscontro l’orrore, già allora il marchio di Erode venne a ricordare alla Madre, a tutte le madri, che su ogni innocenza è in agguato una spada.
Si, il Vangelo ci dice che il Natale non è certo “cartolina” o “fumetto”. 
Ma pure Natale è speranza e certezza. Concludo con un pensiero su Maria che mi accompagna da tempo e del quale mi fece dono un amico, un sacerdote francescano che è tra le persone che più stimo. Questo frate mi disse una volta che Maria è colei che consente di prendere Dio fra le braccia. Mi sembrò e continua a sembrarmi un pensiero stupendo e gravido di significati. Lo “giro”, quindi a tutti voi, felice, ameno una volta, di poter essere un giornalista che dà notizie buone. Auguri a tutti e che Dio vi benedica.]]></description>
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		<item>
			<title>Il Papa, la  Siria e il fallimento del G20</title>
			<link>http://www.pierluiginatalia.net/1/il_papa_la_siria_e_il_fallimento_del_g20_8828290.html</link>
			<description><![CDATA[<strong>Il Papa, la  Siria e il fallimento del G20</strong><br />
  
«Una catena di impegno per la pace unisca tutti gli uomini e le donne di buona volontà!»: alla sollecitazione reiterata da Papa Francesco con tweet diffuso attraverso l’account @Pontifex, risponde in n queste ore in tutto il mondo una mobilitazione disarmata di cuori e di ostinata speranza. sebbene &#039;incontro tra i “grandi della terra”, nel vertice del G20 concluso ieri a San Pietroburgo, non abbia portato un superamento delle divergenze sulla Siria, né la presa d&#039;atto che con le armi non si costruisce civiltà e consenso dei popoli. Le migliaia di persone attese stasera in Piazza San Pietro, per la veglia a conclusione della giornata di digiuno e di preghiera voluta dal Papa, sono una piccola parte dei milioni decisi a non accettare la presunta inevitabilità della violenza. E a quei milioni e milioni l&#039;incontro darà una visibilità che Governi e Parlamenti non possono ignorare.
 
La crisi siriana ha dominato il vertice del G20, ma nel documento finale non ve ne è traccia. Il presidente statunitense Barack Obama sembra comunque intenzionato a ordinare un attacco che molti, a partire dalla Russia, in assenza di un’autorizzazione del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite considererebbero un’aggressione. Nella conferenza stampa tenuta prima di ripartire da San Pietroburgo, Obama ha annunciato che martedì, alla vigilia della riapertura del Congresso, parlerà alla Nazione per spiegare le sue scelte, sulle quali si sta ancora confrontando con il Congresso stesso. «Ci sono momenti in cui bisogna fare scelte difficili e questo è uno di quelli», ha detto, sostenendo che il suo ruolo gli impone di agire anche se è «impopolare» farlo, perché di fronte all’uso di armi chimiche contro civili e bambini non ci si può limitare a reazioni di condanna. Secondo il presidente statunitense, l’Onu non dovrebbe trasformarsi in una «barriera per non agire». In proposito, Obama ha ricordato come molti abbiano accusato gli Stati Uniti e la comunità internazionale di non aver impedito il genocidio in Rwanda del 1994.
 
Il presidente degli Stati Uniti però evitato di rispondere a domande sulla possibilità, che la Costituzione gli consente, di procedere con un attacco militare anche se il Congresso dovesse negargli appoggio. Si tratta di una prospettiva non aleatoria: secondo la stampa statunitense sono ancora in maggioranza al Senato e alla Camera dei rappresentanti quanti si oppongono all’intervento. «Non voglio fare speculazioni sull’approvazione o meno, mentre è in corso il dibattito», si è limitato a rispondere Obama.
 
Il presidente russo, Vladimir Putin, pur definendo «amichevole e costruttivo» il breve colloquio bilaterale avuto con Obama al termine del summit, ha prospettato per la prima volta di schierarsi a difesa del Governo siriano del presidente Bashar Al Assad, in caso di attacco straniero. Secondo il leader del Cremlino, Paesi che intervenissero militarmente in Siria «si porrebbero al di fuori del diritto», in quanto non si tratterebbe di autodifesa e in ogni caso occorrerebbe la «preventiva approvazione del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite». 
 
La contrapposizione tra i leader di Washington e di Mosca è profonda anche sulla questione cruciale dell’uso di armi chimiche in Siria, Obama ha ribadito la certezza di Washington che la responsabilità vada all’esercito siriano, mentre Putin è tornato ad accusare i ribelli, sostenendo che l’impiego di gas nervini alla periferia di Damasco il 21 agosto è «una provocazione da parte di combattenti che sperano di ottenere aiuto dall’esterno».
 
Obama è comunque riuscito a ottenere la firma di 11 Paesi su 19 (il ventesimo membro del g20 è l’Unione europea) su una dichiarazione in cui si condanna con forza l’uso di armi chimiche, si parla di responsabilità di Assad in base ai «primi indizi» e si chiede «una risposta internazionale forte». Ma la dichiarazione non afferma che tale forza debba essere quella delle armi. Anche il presidente francese, François Hollande, che finora si è sempre detto pronto all’intervento militare, ha dichiarato ieri che in ogni caso bisogna attendere il rapporto degli ispettori dell’Onu sull’uso delle armi chimiche in Siria, un rapporto che la Germania ha chiesto di accelerare.
 
Nel frattempo, si è conclusa a Damasco la visita di Valerie Amos, responsabile degli interventi umanitari dell’Onu. Amos ha dichiarato di avere avuto incontri positivi con esponenti del Governo. «La Siria sta affrontando una crisi umanitaria senza precedenti» ha detto, ricordando che oltre quattro milioni di persone sono sfollate all’interno del Paese e più di due milioni si sono dovute rifugiare all’estero. In tutto un terzo della popolazione ha urgente bisogno di aiuto.
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			<title>Il messaggio di Francesco al forum di Davos 2016</title>
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			<description><![CDATA[<strong>Il messaggio di Francesco al forum di Davos 2016</strong><br />C&#039;è una consolidata abitudine nella stampa (soprattutto italiana, ma non solo) riguardo al papa. Lo si racconta con dovizia di evidenza e particolari quando resta sul generico – buoni sentimenti e magari anche denunce indifferenziate – e quando bacia i bambini o fa volare le colombe, ma lo si oscura quando indica con chiarezza dove si commettono i peccati più gravi e crimini più efferati (di solito non tra le lenzuola). Magari si riferiscono i suoi appelli per i poveri o per i profughi o per i migranti. Molto meno le sue denunce su chi poveri, migranti e profughi crea.
Piccolo test per i pochi lettori che seguono questo sito (sempre più di quelli di Manzoni): controllate se domani i principali mass media daranno spazio a quanto ha scritto oggi Francesco ai partecipanti al forum di Davos. Davos è una cittadina svizzera dove ogni anno si riuniscono per una settimanella circa i cosiddetti grandi del mondo (responsabili politici e istituzionali e soprattutto  gestori dei soldi “veri”), per far finta di occuparsi degli affari dei popoli e per farsi meglio gli affari loro. 
«Dar vita a nuovi modelli imprenditoriali che, nel promuovere lo sviluppo di tecnologie avanzate, siano anche in grado di utilizzarle per creare un lavoro dignitoso per tutti, sostenere e consolidare i diritti sociali e proteggere l’ambiente». Non permettere mai «che la cultura del benessere ci anestetizzi», anche perché «piangere davanti al dramma degli altri non significa solo partecipare alle loro sofferenze, ma anche, e soprattutto, rendersi conto che le nostre stesse azioni sono causa di ingiustizia e disuguaglianza».
Poche ore prima, il rappresentante del Papa all&#039;Onu, un arcivescovo che si chiama Bernardito Auza, era intervenuto a un dibattito del Consiglio di sicurezza sulla questione della protezione dei civili nei conflitti armati. Le guerre, aveva ricordato, non si fanno più tra eserciti, ma contro popolazioni inermi.  Le conseguenze sono sotto gli occhi di tutti: un numero enorme di vittime, compresi molti bambini; massicci spostamenti, la  crisi dei rifugiati e le migrazioni; la distruzione intenzionale di infrastrutture civili, come le scuole e le strutture sanitarie; l’uso di civili come armi da guerra; un totale disprezzo per la sicurezza degli operatori umanitari e dei giornalisti;  altre chiare violazioni del diritto umanitario internazionale.
E le responsabilità «vanno ben al di là di quanti massacrano direttamente i civili», ha detto il rappresentante della Santa Sede. Infatti, «l’intera comunità internazionale è coinvolta in questi crimini efferati  in un modo o nell’altro, dal nostro silenzio e dalla nostra  indifferenza, per esempio, e dal fatto che  vengono perpetrati con armi prodotte e fornite dai motori industriali   del mondo, e vendute apertamente o sul mercato  nero».
Di queste accusa precisa ai “motori industriali del mondo” (“the industrial engines of the world”, Auza parlava in inglese)  tra ieri e oggi non c&#039;è traccia sulle agenzie di stampa, né sui quotidiani internazionali.
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			<title>Il dibattito sul diaconato femminile riaperto da Papa Francesco</title>
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			<description><![CDATA[<strong>Il dibattito sul diaconato femminile riaperto da Papa Francesco</strong><br />&quot;Una decisione importante, epocale e anche molto bella. Lo trovo un messaggio veramente bello e anche di riscatto per le donne cattoliche che vogliono avere un ruolo all&#039;interno della Chiesa&quot;. Così si è espressa, a caldo, lo scorso maggio, Laura Boldrini, cioè la donna con il massimo ruolo istituzionale civile in Italia (presidente della Camera dei deputati) su quanto Papa Francesco aveva dichiarato a proposito del diaconato femminile. 
Per stare ai fatti, più che prospettare una decisione di magistero, il Papa si era limitato a convenire sull&#039;opportunità di insediare una commissione della Santa Sede sulla questione. Tra l&#039;altro, lo aveva fatto in risposta a una domanda rivoltagli durante un&#039;udienza all&#039;Uisg, l&#039;Unione internazionale delle superiori generali delle comunità religiose femminili. E quanti hanno modo di avere in anticipo i testi delle varie attività papali sanno benessimo che la domanda in questione non era tra quelle previste. 
Affrontare l&#039;argomento partendo dalla dichiarazione di Boldrini non è un vezzo “anticlericale”. Aiuta infatti a trattare il tema, reso scottante dalla diffusa opinione sul maschilismo della Chiesa e dalle crescenti contestazioni per il diritto al presbiterato e all’episcopato da parte di non pochi movimenti femminili. Fermo restando che la questione, più che di genere, appare di ruolo. Infatti nei livelli decisionali lo squilibrio vero è tra gerarchie e fedeli, maschi o femmine che siano. Non a caso, il termine laico è finito per identificare chi appartenenza religiosa non dichiara o non ha. Del resto è il destino delle parole, basti pensare a famiglia o matrimonio.
Non è impossibile che la classica bolla di sapone finisca per essere il risultato della costituenda commissione (al momento non se ne ha ancora traccia e del resto Papa Francesco si è limitato ad affermare &quot;Mi sembra utile avere una commissione che lo chiarisca bene&quot;). Accadde già con Paolo VI, il quale auspicò si analizzasse la questione della sacramentalità del diaconato femminile, al di là dei timori di possibili strumentalizzazioni. 
È pacifico che la commissione, qualora Papa Francesco la insedi, dovrà affrontare l&#039;argomento sia sul piano antropologico e culturale sia su quello storico e teologico. Nel primo caso non ci sarebbero ostacoli, anzi. Diaconia significa servizio alla comunità, sia nella liturgia sia nell&#039;organizzazione sociale. Ed è palese come questo, soprattutto oggi, nella Chiesa questo si declini anche, se non soprattutto al femminile. 
Quanto alla storia, il fatto che i primi sette diaconi fossero uomini è un non argomento. Da subito, infatti il diaconato fu esercitato anche al femminile e aveva rilevanza persino superiore al presbiterato, almeno sul piano sociologico. Di diaconi donne il nuovo Testamento e i padri della Chiesa parlano normalmente. Nella lettera ai Romani Paolo presenta Febe come diacono della Chiesa di Cencre. E non è un uso generico del titolo (η διακονοσ, con l&#039;articolo femminile per il sostantivo che rimane invariato). E sempre Paolo, nella prima lettera a Timoteo, quando tratta di dargli consigli sul discernimento delle vocazioni al diaconato fa specifico riferimento a quello delle donne. E gli esempi nei padri della Chiesa sono troppi per citarli tutti in un articolo. Così come non va dimenticato che il diaconato femminile esiste nelle Chiese orientali. Di ordinazione di diaconi donne in Occidente si è persa traccia dopo il primo millennio, ma basta ricordare che in uno dei mosaici delle basiliche ravennati la Madonna è raffigurata con la veste liturgica diaconale. In ogni caso nella Chiesa ortodossa la pratica è continuata normalmente fino al XVII secolo e in alcuni monasteri greci ancora oggi le badesse vengono ordinate diaconi. Per non parlare della Chiese riformate che hanno al femminile anche episcopato e sacerdozio.
 Sul piano teologico la questione è un po&#039; più complessa, né può essere liquidata con generici riferimenti a maschilismo e gerontocrazia. Tra l&#039;altro implica l&#039;unitarietà del ministero ordinato nella sua triplice articolazione ecclesiastica (episcopato - nella cosiddetta pienezza dell&#039;ordine - presbitariato e diaconato). E se si ammette la compatibilità donna-altare per il diaconato è poi difficile negarla per i ministeri superiori. (Per inciso, anche ministro significa servitore ed è un&#039;altra di quelle parole che nell&#039;uso comune hanno perso il loro significato originario).
Parte della tradizione cattolica, in merito, fa spesso distinzione proprio su questo punto tra i diaconi maschi e quelli femmine nella Chiesa delle origini. Non mancano lungo i secoli studiosi secondo i quali il diaconato femminile non avrebbe avuto mai i caratteri della sacralità, proprio in ragione della mentalità ebraica prima e protocristiana dopo sulla inconiugabilità donna-altare. Persino Tommaso d&#039;Aquino prova a forzare il testo della lettera a Timoteo sostenendo che le donne di cui si parla sono le mogli dei diaconi, facendo un salto logico, per non dire una confusione, con quanto viene detto poi a proposto del fatto che i diaconi vedovi non possono prendere moglie. Oggi, del resto, un dicono permanente celibe al momento dell&#039;ordinazione poi non può sposarsi. Ma un uomo già sposato può essere ordinato diacono.
L&#039;ultima parola spetta alla Santa Sede e certo stavolta potrebbe esserci un discernimento più accurato, se non altro perchè per la prima volta un gesuita siede sulla cattedra di Pietro. E tra le cose da discernere ci sono sicuramente i segni dei tempi, anche se i tempi dei cambiamenti nella Chiesa non sono mai veloci. Oltre vent&#039;anni fa, al Congresso eucaristico di Siena del 1994, quando Giovanni Paolo II ribadì senza tentennamenti che il sacerdozio è maschile, un altro gesuita, il cardinale Carlo Maria Martini commentò che il discorso sul ruolo della donna nella Chiesa poteva continuare a partire dal diaconato. Si è dovuti arrivare all&#039;ottobre scorso perchè l&#039;ipotesi fosse portata all&#039;attenzione del Papa durante il Sinodo dei Vescovi. Lo fece uno degli esperti invitati, il reverendo Jeremias Schroeder, presidente della Congregazione benedettina di St.Ottilien, in Baviera, ma la cosa non ebbe seguito. 
Di una particolare forma di diaconato femminile da esercitare in parrocchia - conferito senza un&#039;ordinazione sacramentale, ma tramite una benedizione - aveva parlato due anni fa anche il cardinale tedesco Walter Kasper, un teologo caro a Papa Francesco, durante una giornata di studio della Conferenza episcopale tedesca a Treviri, finalizzata a discutere come coinvolgere di più le donne nella vita ecclesiastica. Ma lo stesso Kasper, dopo la dichiarazione del Papa, ha detto che sulla questione ci sarà una “lotta feroce” perchè negli episcopati, nelle gerarchie in genere e nella curia romana in particolare, ci sono in merito contrasti accentuati e difficilmente conciliabili.
Né sulla questione del diaconato si possono fare a cuor leggero distinzioni di sacralità, specialmente nel pontificato di questo Papa che sul diaconato e sulla questione del rapporto tra donne e liturgia ha compiuto gesti e preso decisioni importanti. 
Ciò è chiaro soprattutto nel rito della lavanda dei piedi del Giovedì Santo, giorno in cui si celebra l&#039;istituzione dell&#039;Eucarestia e di conseguenza della Chiesa sacramentale. Papa Francesco ha disposto che tale gesto di servizio sia offerto a donne come ad uomini, cencellando di fatto la più antica e più ostinata obiezione al sacerdozio femminile, cioè che Gesù avesse voluto intorno a Sé nell&#039;ultima Cena solo uomini. Così come è significativo che il Papa compiendo tale rito abbia indossato – ma forse sarebbe da dire che abbia ostentato – la stola diconale e non quella presbiteriale, oltre che il tradizionale grembiule. Con tali premesse è difficile pensare che Francesco voglia insediare una commissione per pronunciarsi sull&#039;ipotesi minimalista di Kasper, cioè su uno preudodiaconato non ordinato da conferire alle donne. 
 Resta il fatto che lo Spirito soffia dove vuole. Il diaconato femminile nella Chiesa cattolica è stato cancellato dopo una tradizione durata quasi un millennio. Ma non si può ignorare come – soprattutto ma non solo in terre di missione – esista un tale ministero di fatto esercitato da suore parroco o da laiche parroco sulle quale pesa quasi esclusivamente l&#039;organizzazione della vita ecclesiale. E la prassi, talora, rende obsolete le norme senza che nessuno se ne scandalizzi, tolto qualche pedante. Basti l&#039;esempio dei ministri straordinari dell&#039;Eucarestia. Il Codice canonico parla esplicitamente di “viri laici” (maschi non ordinati vescovi, presbiteri o diaconi). Andate un po&#039; a vedere di che sesso sono le persone che portano l&#039;Eucarestia a vecchi e malati nelle nostre parrocchie.
E in ogni caso, nella Chiesa come nella società, chi dice servizio dice perlopiù donna. 
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			<title>La scomparsa di Leonard Nimoy</title>
			<link>http://www.pierluiginatalia.net/1/la_scomparsa_di_leonard_nimoy_10304901.html</link>
			<description><![CDATA[<strong>La scomparsa di Leonard Nimoy</strong><br /> 
Aveva concluso con il saluto live long and prosper («lunga vita e prosperità») anche l’ultimo breve scritto che aveva pubblicato il 22 febbraio. L’attore, regista e scrittore Leonard Nimoy, morto ieri a 83 anni, da tempo usava nella vita quest’espressione del personaggio più celebre da lui interpretato, il signor Spock, in Star Trek, la serie di fantascienza televisiva prima e cinematografica poi che diventò un cult a partire da metà degli anni Sessanta. Più volte aveva confessato che avrebbe fatto a meno di quelle orecchie a punta. Ma di quel meticcio interstellare, figlio di una terrestre e di un abitante del pianeta Vulcano, aveva sempre rivendicato i valori congiunti di razionalità e di rispetto per le differenze. Dunque, lunga vita e prosperità a questi valori. (L&#039;Osservatore Romano, 1 febbraio)]]></description>
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			<title>L'iniziativa di Trump rigetta Gerusalemme nel sangue</title>
			<link>http://www.pierluiginatalia.net/1/l_iniziativa_di_trump_rigetta_gerusalemme_nel_sangue_11483271.html</link>
			<description><![CDATA[<strong>L&#039;iniziativa di Trump rigetta Gerusalemme nel sangue</strong><br />Come era nelle previsioni, lo spostamento dell&#039;ambasciata statunitense in Israele da Tel Aviv a Gerusalemme, lo scorso 14 maggio, ha aggiunto benzina sul fuoco mai sopito del conflitto israelo-palestinese e ha ulteriormente accresciuto l&#039;instabilità della cruciale area del vicino Oriente. L&#039;inaugurazione della nuova ambasciata, annunciata da Donald Trump lo scorso dicembre tra forti proteste internazionali, è stata preceduta e accompagnata da sanguinose violente, con ripercussioni pesanti ed evidenti sul principale scacchiere di quella guerra mondiale parcellizzata, come dice Papa Francesco, che proprio in quell&#039;area resta più cruenta e dall&#039;incerta prospettiva di soluzione.
 
Si sono confermati, dunque, i timori sulla pericolosità dell&#039;iniziativa espressi dal Papa alla vigilia dell&#039;annuncio di Trump. Francesco all&#039;udienza generale del 6 dicembre aveva rivolto “un accorato appello affinché sia impegno di tutti rispettare lo status quo, in conformità con le pertinenti risoluzioni delle Nazioni Unite” e aveva ricordato che “Gerusalemme è una città unica, sacra per gli ebrei, i cristiani e i musulmani, che in essa venerano i luoghi santi delle rispettive religioni”. Da qui la necessità che “tale identità sia preservata e rafforzata a beneficio della Terra santa, del Medio Oriente e del mondo intero e che prevalgano saggezza e prudenza, per evitare di aggiungere nuovi elementi di tensione in un panorama mondiale già convulso e segnato da tanti e crudeli conflitti”.
 
Ancora una volta, comunque, né gli accorati appelli alla pace, né prudenza e buon senso politici hanno prevalso e Trump ha tirato dritto, anzi ha tirato storto. Già il 18 dicembre gli Stati Uniti avevano bloccato con il veto una bozza di risoluzione del Consiglio di Sicurezza Onu che condannava i nuovi sviluppi. Il testo, elaborato dall’Egitto, senza menzionare direttamente gli Stati Uniti o Trump, esprimeva “il profondo rammarico per le recenti decisioni riguardanti lo status di Gerusalemme”, affermava che le mosse per alterare tale status “non hanno alcun effetto giuridico, sono nulle e devono essere annullate in conformità con le pertinenti risoluzioni del Consiglio di Sicurezza Onu” e invitava tutti gli Stati membri dell&#039;Onu a non riconoscere “nessuna azione o misura contraria a tali risoluzioni”. Il testo aveva ottenuto l&#039;appoggio di tutti gli altri quattordici membri del Consiglio di sicurezza, compresi quindi quelli europei, spingendo l&#039;ambasciatrice statunitense all&#039;Onu, Nikki Haley, a parlare di “un insulto e un affronto che non dimenticheremo”. 
 
Il che non annuncia certo la possibilità sia pure remota che trovi consensi il già improbabile schema per un nuovo piano di pace messo a punto dall&#039;Amministrazione statunitense insieme con l&#039;alleata Arabia Saudita, e più specificamente da Jared Kushner, il marito di Ivanka Trump, la figlia del presidente, e da Mohammed bin Salman, ormai ufficializzato erede al trono di un Paese, unico caso al mondo, che prende il nome da una famiglia, la sua, appunto gli al-Saud, e ne costituisce una sorta di proprietà privata. 
 
Tra l&#039;altro, l&#039;inaugurazione dell’ambasciata si è tenuta in concomitanza con le celebrazioni per il 70° anniversario della nascita dello Stato di Israele, ricorrenza che i palestinesi commemorano ogni anno come la Nakba (la catastrofe), scelta che ha suggerito il termine “provocazione” anche ad alcuni commentatori non certo pregiudizialmente antiamericani o antisraeliani. E così, mentre il Dipartimento di Stato americano comunicava presenze alla cerimonia, a partire proprio da figlia e genero di Trump, e particolari sulle entusiastiche dichiarazioni del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, che era intervenuto, e dello stesso Trump in un videomessaggio, i siti d&#039;informazione aggiornavano via via il numero dei morti - diverse decine, compresa una bambina di otto mesi soffocata dai gas lacrimogeni - e dei feriti, migliaia, soprattutto al confine fra Israele e Striscia di Gaza, di fatto controllata da Hamas. 
 
Due giorni dopo, il 16 maggio, l’esercito israeliano comunicava di aver attaccato con proiettili di artiglieria alcune postazioni delle brigate Ezzedine al-Qassam, l’ala armata di Hamas, nel nord della striscia di Gaza, dopo che i miliziani avevano sparato alcuni colpi di arma da fuoco contro le sue postazioni, senza fare vittime. Già alla vigilia dell&#039;inaugurazione dell&#039;ambasciata, un attacco missilistico era stato lanciato da Israele sulla striscia di Gaza, poche ore dopo la decisione del ministro della Difesa Avigdor Lieberman di chiudere la zona di Kerem Shalom, il valico di passaggio commerciale al confine tra Gaza, Israele e Egitto, dopo un incendio causato da manifestanti palestinesi. 
 
Sempre il 16 maggio, riferendo al Consiglio di sicurezza, l’inviato dell’Onu per il Medio Oriente, Nickolay Mladenov, affermava che “non ci sono giustificazioni” per quanto accaduto a Gaza, sollecitando un&#039;indagine internazionale. Peraltro, come di prassi in simili casi, Mladenov aveva caricato di responsabilità entrambe le parti. Cioè, Israele “deve proteggere le sue frontiere dalle infiltrazioni e dal terrorismo”, ma deve farlo in modo “proporzionato”, ma Hamas “non deve usare le proteste per cercare di posizionare bombe sulla barriera di sicurezza e provocare, i suoi miliziani non devono nascondersi tra i manifestanti e mettere a rischio la vita dei civili”. Anche in questo caso, comunque, gli Stati Uniti avevano annunciato che avrebbero bloccato la risoluzione per &quot;un&#039;inchiesta indipendente e trasparente su queste azioni per garantire le responsabilità&quot;.
 
Un&#039;analoga risoluzione, presentata dal Pakistan a nome dell’Organizzazione per la cooperazione islamica, aveva invece approvato a Ginevra il Consiglio dei diritti umani delle Nazioni Unite – che ovviamente conta molto meno del Consiglio di sicurezza - decidendo l’invio di alcuni investigatori internazionali nella Striscia. La risoluzione aveva ottenuto 29 voti a favore, 2 contrari (Stati Uniti e Australia) e 14 astensioni. Gli europei rappresentati nel Consiglio, come al solito, erano andati in ordine sparso: Gran Bretagna, Germania e Ungheria si erano astenute, mentre Spagna, Belgio e Slovenia avevano votato a favore (e Israele ne aveva subito convocato gli ambasciatori a Tel Aviv per protestare). Intanto, sempre per protestare, diversi Paesi, a partire dalla Turchia, richiamavano a loro volta gli ambasciatori a Tel Aviv.
 
Scontri diplomatici a parte, la questione cruciale è quella posta da Abu Mazen, il presidente dell’Autorità nazionale palestinese, secondo il quale “gli Stati Uniti non possono più proporsi come mediatori del conflitto israelo-palestinese”. Se è vero – e purtroppo vero appare, almeno durante la presidenza di Trump – significa di fatto mettere in frigorifero, se non sotto una pietra tombale definitiva, la prospettiva della soluzione dei due Stati sulla quale la comunità internazionale punta da decenni, cioè il processo di pace che proprio gli Stati Uniti, fin dalla presidenza di Carter, quarant&#039;anni fa, hanno voluto, costruito e, almeno in alcuni periodi, garantito. 
 
È vero che ci sono stati cocenti fallimenti anche di presidenti statunitensi ben più coscienti delle complessità mondiali e ben più decisi di quanto non appaia Trump a perseguire una politica di allargamento del consenso internazionale all&#039;architettura del processo di pace, soprattutto dei Paesi arabi. Ma stavolta, purtroppo, più che di arresto di tale processo, bisogna parlare di passi indietro. La politica di Trump ha consentito nell&#039;ultimo anno a Netanyahu di incassare diversi successi parziali, per esempio un nuovo e ampio spazio di manovra, anche militare, in Siria, e un insperato sostegno alla sua rigida posizione contro Teheran grazie al ritiro statunitense dall&#039;accordo sul nucleare iraniano. Ma la vicenda dell&#039;ambasciata ha già trasformato il bagno di sangue, non ancora interrotto al momento in cui questo articolo viene scritto, in un abisso politico. Dal piano di Jared Kushner e Mohammed bin Salman hanno già preso le distanze diversi Paesi arabi alleati degli Stati Uniti. Per esempio era stato il Kuwait a chiedere la riunione del Consiglio di sicurezza per condannare le violenze nei Territori palestinese. E già prima la stessa Arabia Saudita si era unita alle condanne del trasferimento dell&#039;ambasciata. Per non parlare delle divergenze sempre più profonde, praticamente in ogni settore dei rapporti politici, diplomatici e commerciali, tra Stati Uniti e alleati europei. ]]></description>
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			<title>Per un'economia diversa dopo epidemia</title>
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			<description><![CDATA[<strong>Per un&#039;economia diversa dopo epidemia</strong><br /> «Non si può pensare che l’economia abbia bisogno delle banche», intese come banche d&#039;affari, perché farlo equivale a un «errato sistema economico che ha dimenticato l’uomo e la sua dignità». Sono parole chiare nel monento in cui l&#039;Italia entra nella cosiddetta fase 3 della pandemia del Covid-19. Sono parole chiare soprattutto perchè di banche, di finanziamenti e di economia si parla molto in questa fase e c&#039;è una sensazione inquietante che la crisi non abbia insegnato poi molto. Sono insomma parole chiare in un&#039;epoca in cui alla politica si richiederebbero parole chiave. Perché  in questi tempi di incertezza - e per molti persino di non speranza nel futuro - c&#039;è necessità di discernere il bene dal male non solo nei comportamenti personali, ma anche nell&#039;analisi del contesto storico che attraversiamo e delle vicende che impongono alla nostra vita direzioni e condizioni spesso incontrollabili. C&#039;è bisogno, cioè, di visione e di idealità, che è cosa diversa dalla degenerazione ideologica di qualunque segno. 
Ma quelle parole, non sono della politica, almeno da qualche decennio. Le pronunciò quasi all&#039;inizio del secolo un vescovo italiano,  Mario Toso, all&#039;epoca segretario (numero due) del Pontificio Consiglio Giustizia e Pace, un dicastero vaticano. A tanti sedicenti laici – in realtà anticlericali in ritardo sulla storia - avrebbe fatto bene ascoltarle. E magari uscire dallo schema di una presunta corrispondenza tra identità cattolica e collocazione politica tra i sedicenti moderati. Perché l&#039;epidemia potrebbe essere l&#039;ultima lezione per apprendere che c&#039;è bisogno di un riformismo autentico, di sistema e non solo di contingenza, un riformismo capace di essere radicale sulle basi della convivenza civile. E in questo i cattolici, quelli che prendono sul serioil Vangelo, non sono meno determinati di tanti presunti progressisti. 
«Se non sono gratuiti i sistemi economici e il bene comune diventano un male pubblico. Se c&#039;è una cosa che caratterizza il sistema finanziario e monetario moderno è che è diventato una forma di capitalismo addirittura più retrivo di quello dell’800. In quel periodo, infatti, le persone erano cose, oggi, invece, sono addirittura ignorate». Anche queste sono parole del vescovo Toso, anche queste ignorate. E ancora: «La crisi economica che stiamo vivendo non è quella tempesta leggera e momentanea che ci si vuole proporre, ma appare senza fine e rimarrà tale, perché è soprattutto di tipo entropico. Occorre cessare la speculazione che si fa dell’uomo e della società e aprire le coscienze all’attuazione di sistemi finanziari che si basino sul concetto di democrazia». Erano parole profetiche, come dimostrò la crisi esplosa nel 2007 e pesantemente pagata con uno spaventoso regresso delle parti più deboli delle popolazioni di tutto il mondo.
Per opporsi a finanza speculativa che non conosce confini, né teme più di tanto controlli a livello statale, occorre un salto di qualità anche nel ripensare il tipo di sviluppo economico. per sceglierne uno adeguato a ridurre le situazioni di povertà e di disuguaglianza, che lo strapotere di una finanza incontrollata ha spaventosamente aggravato. L&#039;uscita dalla crisi richiede determinazione nel perseguire gli obiettivi, compreso quello di restituire alla politica il suo primato sull’economia e sulla finanza, per ricondurre queste ultime alle loro reali funzioni, prima tra tutte quella sociale. 
Sarebbe già un primo passo separare banche in senso proprio e società finanziarie speculative, riservando solo alle prime il sostegno pubblico, dietro obbligo di uscire dai sistemi di finanza tossica. Se un compito ha dopo questa pandemia l&#039;Unione europea è condizionare il sostegno pubblico alle banche a comportamenti virtuosi per sviluppare l’economia reale, secondo principi di giustizia sociale e di solidarietà. Cioè di non consentire più che siano solo o principalmente il denaro, la cupidigia, il falso mito del mercato a determinare il destino dei popoli. ]]></description>
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			<title>Aumenta la frequenza scolastica</title>
			<link>http://www.pierluiginatalia.net/1/aumenta_la_frequenza_scolastica_9103500.html</link>
			<description><![CDATA[<strong>Aumenta la frequenza scolastica</strong><br />La condizione dell&#039;infanzia in Africa resta drammatica, ma il continente è diventato nell&#039;ultimo quinquennio   un posto leggermente migliore per i bambini e soprattutto per le bambine. Si sono infatti registrati  significativi passi in avanti nella tutela dell’infanzia e della parità di genere, compresi negli obiettivi di sviluppo del millennio a suo tempo fissati dall’Onu. Il risultato è tanto più significativo in quanto raggiunto in un contesto segnato dalle  ripercussioni della crisi finanziaria mondiale,  particolarmente pesanti proprio nel sud del mondo.
La valutazione emerge dai dati  del rapporto diffuso questa settimana dall’African Child Policy Forum (Acpf),  un centro studi con sede ad Addis Abeba, del quale dà notizia la Misna, l’agenzia internazionale delle congregazioni missionarie.  I  ricercatori dell’Acpf hanno raccolto  e messo a confronto le statistiche  sulla mortalità infantile e quelle sulla frequenza scolastica raccolte in  52  Paesi.
Il rapporto, che aggiorna studi del 2003 e del 2008,  certifica come   tra il 2000 e il 2011 la quota delle bambine che frequentano le scuole elementari sia  aumentata dal 41 all’83 per cento  in Etiopia e dal 35 al 78 per cento  in Angola. A livello continentale, oggi, la media è del 78 per cento  per le bambine e dell’83 per cento  per i loro coetanei maschi. Nel primo decennio del millennio, dunque, si è quasi azzerato un divario che aveva proporzioni gigantesche.
Molto spazio è dedicato dal rapporto al calo della mortalità infantile. In quest’ambito i progressi maggiori sarebbero stati ottenuti da Rwanda e Liberia, Paesi in grado tra il 2008 e il 2011 di ridurre i decessi dei bimbi con meno di cinque anni rispettivamente del 52 e del 47 per cento. Ma la tendenza al miglioramento è globale. Di recente, anche l’Unicef, il  Fondo dell’Onu per l’infanzia,  ha calcolato che tra il 1990 e il 2012 il numero dei casi di mortalità infantile in Africa si è  dimezzato, passando da   dodici a sei milioni.
Gli esperti dell’Acpf  sottolineano che i  progressi più significativi in tutti i settori dello sviluppo umano sono stati ottenuti dai Governi che hanno dimostrato volontà politica e non necessariamente da quelli dotati di maggiori risorse economiche e finanziarie, a conferma che le condizioni delle popolazioni dipendono in gran parte dai modelli di sviluppo adottati. Il dato riguarda tanto l’Africa settentrionale quanto quella subsahariana.  In cima alla lista dei Paesi definiti virtuosi dal rapporto dell’Acpf figurano così Sud Africa, Tunisia, Egitto, Capo Verde, Rwanda, Lesotho, Algeria, Swaziland e Marocco. Valutazioni negative il rapporto  dà invece delle situazioni in  Ciad, Eritrea, São Tomé e Príncipe, Zimbabwe, Isole Comore, Repubblica Centroafricana (anche prima del colpo di Stato dello scorso marzo), Camerun, Repubblica Democratica del Congo e Mauritania.
In ogni caso, gli sforzi per far uscire tanta parte dell’Africa dal sottosviluppo sono ancora ampiamente insufficienti. Nel presentare il rapporto,   il direttore  dell’Acpf, Théophane Nikyèma, ha sottolineato che a fronte della riduzione della mortalità infantile e dell’aumentata frequenza scolastica,  a ostacolare il benessere dei bambini restano  «fame, malnutrizione, mancanza di assistenza sanitaria e abbassamento della qualità dell’istruzione».]]></description>
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			<title>Una tragedia sempre in aumento</title>
			<link>http://www.pierluiginatalia.net/1/una_tragedia_sempre_in_aumento_8841614.html</link>
			<description><![CDATA[<strong>Una tragedia sempre in aumento</strong><br />
 
Un nuovo capitolo della tragedia dei profughi in Africa è stato denunciato in queste ore dall’alto commissariato dell’Onu per i rifugiati (Unhcr), che ha riferito dell’espulsione nell’ultimo mese di circa trentamila burundesi dalla Tanzania, deplorando l’assenza di attenzione internazionale su una situazione sempre più drammatica. Non è la prima volta che l’Unhcr denuncia latitanza d’impegno su una delle questioni cruciali della nostra epoca, quella appunto dei rifugiati. Il problema investe praticamente tutto il mondo, tra Paesi da cui fuggono milioni di persone e Paesi in cui cercano un rifugio che molto spesso viene loro negato o se non altro ostacolato. 
Lo stesso Unhcr, nato per fornire assistenza ai profughi della seconda guerra mondiale, meno di due milioni di persone in tutto, ha visto via via accrescere i propri compiti. Accaduto soprattutto dopo la caduta del muro si Berlino, un quarto di secolo fa. In questi venticinque anni quella che era stata salutata come una svolta di libertà si è via via consegnata alla deriva di quella distorsione della libertà che è il liberismo, sfociando nelle ingiustizie strutturali di una sedicente globalizzazione tradotta nel primato arrogante di una finanza anonima e incontrollata sull&#039;economia reale, sul lavoro. Anche gli i immensi spostamenti di popolazioni a causa delle guerre e della fame non pongono solo un problema di assistenza – che troppe volte si traduce in una sorta di carità pelosa – ma di reale accoglienza e, soprattutto, di giustizia e di riequilibrio dei rapporti tra le aree ricche del mondo e quelle devastate. Né vale solo per i Governi, ma anche per la società civile e per le stesse religioni. In merito è stato chiarissimo Papa Francesco due giorni fa, quando recandosi al centro Astalli per i rifugiati, gestito a Roma dai gesuiti, ha scandito a proposito delle proprietà ecclesiastiche che «i conventi vuoti non servono alla Chiesa per trasformarli in alberghi e guadagnare i soldi. I conventi vuoti non sono vostri, sono per la carne di Cristo che sono i rifugiati». 
La questione profughi non è solo conseguenza, ma anche alimento di conflitti e tensioni in molte aree del mondo e, tra queste, l’Africa si distingue dolorosamente. Se ne sono avute negli ultimi anni dimostrazioni evidenti nel Corno d’Africa, soprattutto con la tuttora irrisolta crisi somala, e nel Sahel, dove il conflitto in Mali anche sotto questo aspetto ha peggiorato le condizioni di popolazioni già stremate. Gli stessi flussi di profughi nel Mediterraneo, tante volte stroncati da mortali naufragi, costituiscono solo una percentuale minore di un drammatico fenomeno di dimensioni ben più ampie.
Nella regione africana dei Grandi Laghi e nell’intricata interconnessione tra le sue diverse crisi la questione profughi è ormai endemica e quanto sta accadendo in Tanzania ne costituisce, come detto, solo un ultimo capitolo. Secondo Catherine Hack, la responsabile dell’Unhcr nella capitale burundese Bujumbura, i provvedimenti sono stati adottati a partire dalla seconda metà di agosto. A essere espulse sono state sia persone fuggite dalla guerra civile negli anni Settanta, sia da quella del 1993-2002 che provocò 300.000 morti. Nel quinquennio successivo, i programmi di rimpatrio volontario attuati dall’Unhcr, che avevano ricondotto in Burundi oltre 350.000 rifugiati in Tanzania. Già allora, comunque, tali rimpatri erano stati difficili, nonostante l’impegno dell’Unhcr a fornire arnesi agricoli, suppellettili, semenze, aiuti per trovare una casa e assistenza legale (spesso, al loro rientro, i profughi trovano le loro terre occupate dai vicini). 
I trentamila burundesi espulsi nelle ultime settimane dalla Tanzania sono appunto in maggioranza profughi di guerra. Molti di loro, uomini e donne, si erano sposati o con cittadini tanzaniani o con connazionali con diritto di residenza e ora potrebbero essere costretti a vivere separati dal coniuge e dai figli. Tra gli espulsi, comunque, figurano anche persone arrivate più di recente, in questo caso non per sfuggire a violenze — che peraltro nei Grandi Laghi restano una costante — ma in cerca di opportunità di lavoro. Secondo il Governo tanzaniano, soprattutto queste ultime sarebbero entrate illegalmente. Le persone costrette a lasciare la Tanzania sono tornate per lo più nelle province burundesi di Rutana, di Muyinga, di Ruyigi e di Makamba. «Dormono all’aperto — ha sottolineato Hack — senza un documento di riconoscimento, senza nulla».]]></description>
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			<title>Dieci milioni di bambini nigeriani senza istruzione</title>
			<link>http://www.pierluiginatalia.net/1/dieci_milioni_di_bambini_nigeriani_senza_istruzione_10517649.html</link>
			<description><![CDATA[<strong>Dieci milioni di bambini nigeriani senza istruzione</strong><br /> 
Oltre dieci milioni di bambini in Nigeria, un terzo del totale, non hanno accesso alle scuole. Il dato, riferito oggi dall’Unicef, il fondo dell’Onu per l’infanzia, è il più elevato tra tutti i Paesi del mondo. Inoltre, in molti dei 36 Stati che compongono la Federazione nigeriana, evasione e abbandono scolastico sono due volte più alti tra le femmine, rispetto ai maschi.Si tratta di una realtà pluridecennale nel Paese più popoloso dell’Africa di gran lunga precedente la sanguinosa sfida lanciata da cinque anni a questa parte da Boko Haram. Ciò nonostante l’azione del gruppo jihadista ha aggravato il problema, aggiungendo alle storiche motivazioni sociali ed economiche un’esplicita minaccia di morte (il nome Boko Haram fa riferimento proprio al fatto che sarebbe peccato l’educazione occidentale e più in generale non basata sulla visione dell’islam che il gruppo professa). 
Particolarmente significativa — nella convinzione che l’educazione sia uno dei principali strumenti di costruzione della pace e dello sviluppo — appare quindi la decisione delle autorità dello Stato nordorientale del Borno di avviare regolarmente l’anno scolastico, nonostante la persistente minaccia di Boko Haram. Come noto, proprio nel Borno Boko Haram si è costituito e mantiene le sue principali roccaforti.
La scuola negata è una delle componenti “classiche” dei Paesi in guerra e di quelli di rifugio dei profughi. Non esiste riunione internazionale, convegno, conferenza o qualsiasi altra occasione in cui i Governi dei Paesi ricchi non promettano il massimo dell&#039;impegno a contrastarla. A chiacchere. E intanto, sempre oggi, l&#039;Unicef denuncia che nello Yemen, da mesi teatro di un&#039;altra guerra, hanno già chiuso i battenti 3.600 scuole, privando dell’istruzione quasi due milioni di bambini.L&#039;agenzia dell&#039;Onu L’Unicef lamenta che la sua richiesta di fondi è rimasta gravemente sottofinanziata: l aveva lanciato un appello ai donatori a fornire 182,6 milioni di dollari per gli interventi nello Yemen, ma ha ottenuto meno di un sesto di questa cifra. Ma tanto se continua così il problema si risolve da solo. Ogni giorno degli ultimi cinque mesi nello Yemen sono stati uccisi in media otto bambini, e le stime prevedono che 1,8 milioni di piccoli soffriranno di malnutrizione entro la fine dell’anno. 
Né l&#039;aumento degli abbandoni scolastici è prerogativa della sola Nigeria o di quei Paesi che un po&#039; ipocritamente definiamo in via di sviluppo. Così come non è solo Boko Haram a minacciare nelle scuole la stessa vita dei bambini. Nelle scuole pubbliche statunitensi – quelle frequentate dai più poveri ed emarginati - ci sono ormai più metal detector che lavagne, né questo basta a impedire che siano spesso teatro di stragi.
Nelle nostre si moltiplicano contro i soggetti più deboli - disabili, bambini più piccoli, ragazze – gli episodi di bullismo, le violenze “di branco”, gli stupri. E c&#039;è chi per contrastare tutto questo, per insegnare il rispetto dell&#039;altro, pensa che il modo migliore sia insegnare che i sessi non sono due, tre, quattro, ma qualche decina (magari tutti da sperimentare prima di decidere a quale si voglia appartenere). 
Ma questa è un&#039;altra storia, un altro aspetto del degrado di una società – e di genitori – propensa a ritenere che ai figli vada garantita la playstation e il cellulare e che questo basti. Anzi no. C&#039;è anche il computer per andare su internet. Quella rete sulla quale questa generazione malata di “selfie” si diletta a comunicare continuamente, non si sa bene a chi, dove sta, che sta mangiando, che sta facendo, ecc. E per inciso, se ha figli, anzi giocattoli, a pubblicarne le foto in ogni momento. Tanto per non far fare troppa fatica ai pedofili che su internet vanno a caccia. ]]></description>
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			<title>Si rinnova il Parlamento</title>
			<link>http://www.pierluiginatalia.net/1/si_rinnova_il_parlamento_9741459.html</link>
			<description><![CDATA[<strong>Si rinnova il Parlamento</strong><br /> 
Quello sull’affluenza alle urne è uno dei due dubbi sull’esito delle elezioni politiche di questo mercoledì 7 maggio in Sud Africa. L’altro è se la percentuale di consensi per l’African National Congress (Anc) — il partito fondato da Nelson Mandela e rimasto sempre al Governo dopo la fine dell’apartheid — supererà o meno il sessanta per cento dei consensi previsto dai sondaggi e soprattutto dei deputati all’Assemblea nazionale, cosa della quale si dichiara certo il presidente Jacob Zuma, avviato a un secondo mandato. 
Diversi osservatori ritengono che si potrebbe accentuare il fenomeno dell’assenteismo. Alle elezioni di cinque anni fa votarono il 56 per cento degli iscritti alle liste contro l’85 per cento del voto del 1994, il primo nel Paese a suffragio universale con la partecipazione degli elettori neri. La morte di Nelson Mandela, il cui universale prestigio ha continuato in qualche modo ad avere ricadute favorevoli all’Anc anche dopo il suo ritiro dalla scena pubblica, potrebbe contribuire a un ulteriore calo di partecipazione. Un calo che potrebbe avere dimensioni significative tra gli elettori più giovani, quelli che l&#039;epoca dell&#039;apharteid non hanno vissuto.
Una tale eventualità, soprattutto, sarebbe da molti considerata un avallo popolare alle valutazioni negative sulle politiche seguite dall’Anc negli ultimi anni, appunto quelli della presidenza di Zuma, da più parti accusato, oltre che di comportamenti personali ritenuti poco consoni al suo ruolo, di un uso spregiudicato delle prerogative e delle immunità che la Costituzione gli attribuisce. 
La campagna elettorale dell’opposizione, guidata dall’Alleanza democratica, capeggiata da Helen Zille ha puntato infatti anche sulle critiche al presidente, oltre che sulle accuse all’Anc di aver tradito molte delle sue promesse. Il Paese, infatti, attende ancora le annunciate riforme, soprattutto sociali, finora mancate. Sono in molti, anzi, a giudicare le misure prese non in grado di cancellare le diseguaglianze, ma persino a crearne altre, determinando la nascita di nuove classi dirigenti economiche, se non politiche. Insieme a quella dei bianchi rimasti eredi di storiche ricchezze, si sono infatti affermate nuove classi nere agiate che hanno precipitosamente abbandonato le tradizioni per approdare a uno stile di vita fatto di lusso e simboleggiato da case, scuole e cliniche private guardate a vista da vigilanti armati. Il tutto in un Paese che pure è la maggiore economia del continente, ma dove oltre il 40 per cento degli abitanti non hanno un lavoro regolare e in gran parte hanno anche smesso di cercarlo. L’opposizione denuncia che milioni di persone restano distanti non solo dai centri di potere, ma anche da una vita appena decente. Come testimoniano le centinaia di migliaia di famiglie che vivono ancora nelle turbolente e degradate township senza la prospettiva reale di potersene allontanare.
Come conferma della distanza dei vertici dell’Anc dal sentire dei ceti più deboli molti osservatori leggono, per esempio, l’ormai quasi biennale protesta dei minatori, che ha visto irrompere sulla scena nazionale un nuovo sindacato del settore, l’Association of Mineworkers and Costruction Union, e perdere posizioni la formazione storica della National Union of Mineworkers, legata all’Anc e considerata troppo acquiescente nei confronti del Governo e delle stesse società multinazionali concessionarie dei diritti di estrazione. 
A queste e ad altre critiche, l’Anc ha risposto con una campagna elettorale tutta puntata sull’impegno ad appianare i contrasti sociali, varando una serie di leggi mirate ad aprire l’economia nazionale a quanti — neri, indiani, meticci, ma anche bianchi poveri — ne sono in gran parte esclusi.]]></description>
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			<title>Miscellanea 2011 - 2012 (3)</title>
			<link>http://www.pierluiginatalia.net/1/miscellanea_2011_2012_3_7398804.html</link>
			<description><![CDATA[<strong>Miscellanea 2011 - 2012 (3)</strong><br />  
21 giugno 2012
Nel 2011 il numero più alto dall&#039;inizio del secolo 
Un mondo di profughi
Pierluigi Natalia
Guerre e rivoluzioni nel 2011 hanno spinto alla fuga dalle loro case oltre 4.300.00 persone, comprese ottocentomila costrette a cercare scampo fuori dai confini dei loro Paesi, secondo i dati del Global Trends 2011, il rapporto annuale dell&#039;alto commissariato dell&#039;Onu per i rifugiati (Unhcr), diffuso in vista della Giornata mondiale del rifugiato del 21 giugno. Si tratta del numero più alto registrato in un solo anno dall&#039;inizio di questo secolo, che pure ha già visto immani spostamenti forzati di popolazioni, soprattutto in seguito ai conflitti in Afghanistan e in Iraq e alle pluridecennali e irrisolte crisi in Sudan, Somalia e Repubblica Democratica del Congo. Sotto diretto mandato dell&#039;Unhcr ricadono oltre la metà di queste persone, quasi 26 milioni, compresi circa dieci milioni e mezzo di rifugiati all&#039;estero. 
L&#039;analisi della situazione conferma la falsità del luogo comune secondo il quale sarebbero i Paesi del nord del mondo a ricevere i flussi di profughi. Infatti, sono i Paesi in via di sviluppo continuano a ospitare la maggior parte dei rifugiati, con i 48 Paesi più poveri del mondo che garantiscono asilo a 23 milioni di persone. Tra questi il Pakistan che ne ospita 1,7 milioni, seguito dall’Iran e dalla Siria. Per quanto riguarda invece l’origine è l’Afghanistan il principale Paese di provenienza, con 2,7 milioni di persone che hanno lo status ufficiale di rifugiato, praticamente un quarto di quelli che rientrano sotto il mandato dell&#039;Unhcr. Seguono Iraq (1,4 milioni), Somalia (1,1 milioni), Sudan (500.000) e Repubblica Democratica del Congo (491.000). Circa i quattri quinti dei rifugiati di tutto il mondo fuggono nei paesi limitrofi. Ciò si riflette ad esempio nelle numerose popolazioni di rifugiati presenti in Pakistan (1,7 milioni), Iran (886.500), Kenya (566.500) e Ciad (366.500). 
Nel rapporto, l&#039;Unhcr presenta in maniera dettagliata la portata delle migrazioni forzate, cominciate alla fine del 2010 in Costa d’Avorio e seguite da quelle della Libia, Somalia, Sudan e altri Paesi. «Il 2011 ha visto sofferenze di dimensioni memorabili. Il fatto che così tante vite siano state sconvolte in un periodo di tempo così breve implica enormi costi personali per tutti coloro che ne sono stati colpiti», ha detto l&#039;alto commissario, Antonio Guterres, presentando il rapporto a Ginevra. Alla fine del 2011 in tutto il mondo vi erano 42,5 milioni di persone tra rifugiati (15,4 milioni), sfollati interni (26,4 milioni) o persone in attesa di una risposta in merito alla loro domanda d’asilo (895.000). Nonostante l’elevato numero di nuovi rifugiati, la cifra complessiva è risultata inferiore al totale del 2010 (43,7 milioni), soprattutto per effetto del ritorno alle proprie case di un gran numero di sfollati: 3,2 milioni, la cifra più alta da oltre un decennio. Per quanto riguarda i rifugiati, nonostante un incremento nel numero dei rimpatri rispetto al 2010, il 2011 si trova comunque al terzultimo posto per numero di ritorni a casa (532.000) nell’ultima decade.
Nell&#039;analisi dell&#039;ultimo decennio, il rapporto evidenzia tendenze preoccupanti sul piano non solo delle dimensioni del fenomeno, ma anche delle risposte politiche che giungono dai vari soggetti internazionali. In primo luogo, le migrazioni forzate sono imposte in misura sempre maggiore a livello globale, con cifre annuali che superano i 42 milioni di persone in ognuno degli ultimi cinque anni. Inoltre, chi diventa rifugiato ha un&#039;altissima probabilità di rimanerlo per molti anni, spesso bloccato in un campo profughi o vivendo in condizioni precarie in un centro urbano. Quasi i tre quarti dei rifugiati assistiti dall&#039;Unhcr (7,1 milioni di persone) si trovano in esilio protratto da almeno cinque anni, in attesa di una soluzione alla loro condizione.
Tra quelli industrializzati il principale Paese d’accoglienza è la Germania, con 571.000 rifugiati. Il Sud Africa è invece il primo paese per numero di domande d’asilo ricevute (107.000), confermando la posizione degli ultimi quattro anni. In percentuiale rispetto agli abitanti, il Paese europeo più accogliente è la Svezia, con 9 rifugiati ogni mille abitanti, seguita da Germania (7 ogni mille), Francia e Gran Bretagna (fra 3 e 4 ogni mille). Agli ultimi posti c&#039;è l&#039;Italia, con meno di un rifugiato ogni mille abitanti. Nel 2011 sono state presentate 34.000 domande d&#039;asilo, con un incremento rispetto agli anni precedenti, determinato anch&#039;esso dagli effetti della cosiddetta primavera araba e della guerra in Libia.
 
24 giugno 2012 
Proteste popolari a Khartoum mentre Juba rischia la bancarotta
La crisi sudanese affama le popolazioni
Pierluigi Natalia
Nel sostanziale stallo dei negoziati tra Sudan e Sud Sudan per dare soluzione ai contrasti lasciati irrisolti dalla proclamazione, quasi un anno fa, dell&#039;indipendenza sudsudanese, la crisi ha ripercussioni sempre più pesanti sulla vita delle popolazioni, non solo nelle aree di confine teatro della ripresa dei combattimenti. Per quanto riguarda il Sudan, le proteste che da giorni si segnalano in diverse città sono la spia di una situazione sempre più difficile in uno dei pochi Paesi dell&#039;area che l&#039;anno scorso non era stato investito dalle rivolte della cosiddetta primavera araba. Le proteste, originate dai rincari prezzi al consumo, avevano da principio visto protagonisti soprattutto gli studenti dell’Università di Khartoum, ma negli ultimi giorni si sono propagate ad altre città. Fonti locali hanno riferito di manifestazioni represse dalla polizia e di arresti dei loro organizzatori, oltre che nella capitale, nella città gemella di Omdurman, sulla sponda del Nilo, e ad al Ahlia.
Il malcontento giovanile, che dagli atenei minaccia di propagarsi all&#039;intera società, riflette le difficoltà che il Sudan si trova ad affrontare in un momento di crisi economica senza precedenti. Il Governo ha annunciato rincari del carburante fino al 60 per cento e un raddoppio, dal 15 al 30 per cento, degli interessi bancari, secondo quanto comunicato al Parlamento dal ministro delle Finanze, Mahmoud al Rassoul.  
Inoltre è stata decisa un&#039;ulteriore svalutazione della sterlina sudanese, per contrastare la disparità con i tassi del mercato nero. Tali politiche mirano a contenere un deficit di bilancio stimato intorno ai due miliardi e mezzo di dollari. 
Nel Paese, che subisce pesanti contraccolpi dalla separazione del Sud Sud, dove si concentrano la gran parte delle risorse petrolifere, l’inflazione ha raggiunto a maggio un tasso ufficiale del 30per cento, ma gran parte degli osservatori stimano il dato a oltre il 40 per cento. 
 Fonti missionarie a Khartoum citate dall&#039;agenzia Misna, sottolineano che se aumenta il prezzo del carburante, calmierato fino ad oggi grazie alle sovvenzioni, aumenterà tutto in un colpo solo. Prodotti, ma anche generi di prima necessità la cui consegna è inevitabilmente soggetta al trasporto su gomma. Senza contare che l’aumento dei prezzi si aggiunge a una situazione di penuria del carburante determinata dalla crisi di frontiera tra Sudan e Sud Sudan. In particolare, i bombardamenti delle scorse settimane su Heglig e combattimenti nei dintorni di altri giacimenti da cui il Governo sudanese si approvvigiona hanno determinato la sospensione delle attività estrattive. Le fonti citate dalla Misna riferiscono che le compagnie cinesi, che gestiscono gli impianti, vogliono garanzie per i loro operai e fino a quando la sicurezza non sarà ristabilita lavoreranno a singhiozzo.
 Anche il Sud Sudan, peraltro, è alle prese con difficoltà rese drammatiche dallo scontro con Khartoum. Il Governo di Juba in gennaio aveva deciso il blocco delle esportazioni di greggio nell&#039;ambito del contenzioso con Khartoum sull&#039;uso degli oleodotti e ha perduto finora il 98 per cento delle sue entrate valutarie. Per fronteggiare la situazione e per fare cassa, sta studiando misure straordinarie come prestiti esteri o da banche private, ma anche la vendita di concessioni petrolifere e minerarie. La possibilità di ricorrere a tali misure è stata prospettata dal ministro delle Finanze, Kosti Manibe Ngai, nel discorso con il quale a metà settimana ha presentato in Parlamento il disegno di legge di bilancio per l’anno fiscale 2012-2013. Nel documento le spese dello Stato sono fissate a sei miliardi e 400 milioni di sterline locali, circa un miliardo e 30 milioni di euro. Solo al pagamento degli stipendi dovrebbero essere destinati due miliardi e 900 milioni di sterline.
 Trovare nuove fonti di finanziamento è per il Sud Sudan un&#039;esigenza immediata Secondo Manibe, infatti, le riserve di valuta estera a disposizione dello Stato non dureranno tutto l’anno. Si spiega così l’ipotesi della richiesta di prestiti e della vendita di concessioni per lo sfruttamento delle risorse naturali. “Questi prestiti – ha detto il ministro – non sono garantiti e potrebbero non essere offerti a tassi d’interesse accettabili; se non dovessero esserci nuove fonti di finanziamento, saremo costretti a disporre un’ulteriore riduzione delle spese”. 
  
1 luglio 2012
 
Elezioni generali in un Messico lacerato
Pierluigi Natalia
 Sembra più che probabile che le elezioni generali in Messico di questa domenica segnino il ritorno del Partido Revolucionario Institucional (Pri) alla guida del Paese, che aveva tenuto ininterrottamente per 71 anni fino al 2000, quando gli subentrò il Partido Acción Nacional (Pan) di centro destra, prima con il presidente Vincente Fox e poi con il capo di Stato uscente Felipe Calderón. Poco meno di 80 milioni di messicani sono chiamati alle urne domenica prossima, per eleggere un nuovo presidente, 500 deputati, 128 senatori, 925 sindaci, 5 governatori statali più il capo del governo del Distretto federale di Città del Messico e altri funzionari. Il candidato alla presidenza del Pri, Enrique Peña Nieto, è dato per certo vincitore dai sondaggi che lo accreditano di oltre il 43 per cento dei consensi. Come principale rivale, tra l&#039;altro, Peña Nieto, ex governatore dello Stato di Mexico, dovrebbe avere  Andrés Manuel López Obrador,  conosciuto anche come Amnlo, il candidato  del Partido de la Rivolución Democratica (Prd), di sinistra, che lo segue nei sondaggi con oltre 15 punti percentuali in meno. La candidata del Pan, Josefina Vásquez Mota, già ministro dell’Istruzione nel Governo di Calderón, viene accreditata di meno del 24 per cento. Gli indecisi sono stimati comunque intorno al 20 per cento e una loro decisione in un senso o nell&#039;altro potrebbe essere determinante per i risultati. Ma a frenare – e forse a impedire – il successo di Peña Nieto, impreditore e in pratica monopolista del settore televisivo, potrebbe esserre l&#039;irruzione sulla scena politica del nuovo movimento studentesco YoSoy132 (io sono 132) che lo contesta duramente e che alcuni osservatori ritengono in grado di indirizzare verso López Obrador parte rilevante del voto giovanile, di grande importanza, dato che un quarto degli elettori hanno meno di 26 anni di età.
 In ogni caso, dopo dodici anni sembra essersi esaurito il consenso nei confronti del Pan che potrebbe in pratica quasi uscire di scena. Calderón lascia un Paese in gran parte nelle mani dei cartelli di narcotrafficanti, protagonisti di una violenza quotidiana e sistematica che ha provocato oltre cinquantamila morti, senza che sei anni di vera e propria militarizzazione del Paese abbiano portato a successi almeno parziali nella guerra al narcotraffico stesso che Calderón aveva lanciato come priorità del suo mandato e nella quale aveva fatto ricorso in modo massiccio all&#039;esercito. 
 
Di contro, gli esponenti del Governo uscente, e quindi Vásquez Mota, rivendicano quelli che ritengono lusinghieri risultati delle loro politiche liberiste, con un boom degli investimenti stranieri che ha rilanciato le esportazioni del Paese e portato ad un tasso di crescita che quest’anno potrebbe superare le stesse stime governative del 3,5 per cento. Lo scorso anno sono arrivati 18 miliardi di investimenti stranieri diretti, e per quest’anno le stime parlano di livelli almeno simili. &quot;Le compagnie internazionali hanno capito che devono essere nel nostro Paese se vogliono esportare nelle Americhe&quot;, ha dichiarato ancora nei giorni scorsi il ministro dell&#039;economia, Bruno Ferrari, in un&#039;intervista rilasciata al “Financial Times” durante il g20 tenuto proprio in Messico. Sul fatto che questo si sia tradotto in un miglioramento delle condizioni, anche economiche, della popolazione esprimono però forti dubbi persino i commentatori internazionali di sicure concezioni liberiste. Sempre il “Finalcial Times” ha ricordato che nel Messico &quot;bloody but booming&quot; (insanguinato, ma in boom economico), le corporation internazionali si trovano bene perché, pur essendo vicine alle violenze, si sentono immuni per diversi ordini di ragioni. Primo perchè solitamente i loro stabilimenti si trovano negli enormi parchi industriali, protetti da massicce misure di sicurezza, sorti in tutto il Messico settentrionale, a poca distanza dal confine Usa, dopo il varo del Nafta, l&#039;accordo di libero scambio nelle Americhe. Ma anche perchè, come ha sintentizzato sempre sul quotidiano finanziario londinese Alejandro Hope, ex funzionario dell’intelligence messicano ora consulente di sicurezza, &quot;il crimine organizzato non sa cosa fare quando si tratta di multinazionali, la sua struttura di estorsione è fatta per le piccole e medie imprese messicane&quot;. Inoltre, dopo dodici anni, la popolazione messicana sembra in maggioranza non credere più al principio del libero mercato come volano di sviluppo.
 
In ogni caso, l’ondata di violenza che insanguina il Messico potrebbe arrivare a macchiare le elezioni di domenica: Leonardo Valdes, responsabile dell’Istituto federale elettorale (Ife), ha assicurato che la giornata elettorale «non sarà condizionata» dalla violenza, ma ha ammesso allo stesso tempo che sulle elezioni pesa il rischio non solo della guerra contro i narcotrafficanti, ma anche di possibili conflitti etnici e sociali, ammettendo che il 14 per cento delle 66.000 sezioni in cui è diviso il Paese rappresentano un «centro potenziale di insicurezza» per le operazioni di voto. 
 
  
3 agosto 2012
 
Approvata dall&#039;Assemblea nominata dai clan
Costituzione provvisoria per una Somalia precaria
Pierluigi Natalia
 L&#039;adozione della Costituzione provvisoria della Somalia da parte dall’Assemblea costituente, insediata a Mogadiscio dal 25 luglio, è stata indicata con enfasi dalle autorità locali come una tappa decisiva della transizione somala che deve concludersi entro il 20 agosto. “Vi posso annunciare che la Somalia oggi è uscita dal periodo di transizione”, ha detto il primo ministro somalo Abdiweli Mohamed Ali, sebbene ancora manchino diverse tappe alla conclusione del processo politico avviato sotto l’egida dell’Onu. Manca, soprattutto, l&#039;effettiva normalizzazione di un Paese da oltre un ventennio ostaggio di una guerra civile continua, con diverse fasi di intensità e diversi protagonisti. Ne ha fornito l&#039;ennesima prova il fatto che i lavori dell&#039;Assemblea si siano conclusi subito dopo che due attentatori suicidi avevano tentato di introdursi nella sede in cui erano riuniti gli 825 delegati in rappresentanza dei vari clan somali, senza però riuscirci, dato che le forze di sicurezza li hanno fermati prima che potessero raggiungere il loro obiettivo, di modo che sono stati le uniche vittime delle esplosioni che hanno innescato.
 
Le prossime tappe fissate dalla comunità internazionale sono la nomina dei deputati della futura Assemblea nazionale, che saranno designati dai capi tradizionali dei clan somali. A loro volta i deputati eleggeranno il capo dello Stato e questo nominerà un primo ministro incaricandolo di formare il Governo. Il tutto, come detto, entro il 20 agosto, quando scadrà il mandato delle attuali istituzioni di transizione.
 
Ammesso che si rispettino tali scadenze, rimangono praticamente da superare tutti gli ostacoli sostanziali, dalla sicurezza alla stabilizzazione, dalla giustizia al coordinamento internazionale, mentre lungo il cammino verso la pace restano le persistenti pietre d’inciampo sia dei ribelli armati sia dei principali contrasti politici, istituzionali, culturali e di indirizzo economico tra le fazioni somale. 
 
Il testo approvato dagli 825 delegati dell&#039;Assemblea costituente, che hanno lavorato per appena una settimana su una bozza preparata per loro da responsabili dell&#039;Onu. entra immediatamente in vigore, ma resterà provvisorio fino a un referendum popolare. Tra le questioni di principio irrisolte, che il testo minaccia anzi di rendere concretamente impossibili da tutelare c&#039;è la libertà di culto, dato che non solo l&#039;islam viene definito religione di Stato, ma in pratica unica fonte di diritto. Così come non vi è traccia della richiesta, più volte avanzata dal Gruppo internazionale di contatto per la Somalia, di creare in pratica dal nulla un settore indipendente per la gestione della giustizia, fondato sul rispetto dei principi internazionali. 
 
Anche sul piano politico, le formule di compromesso trovate finora non sembrano aver risolto i nodi dei rapporti tra il Governo centrale e le regioni da tempo proclamatesi autonome del Puntland, del Somaliland e del Galmudug. La questione è rilevante anche sul piano economico. Sui temi della ricostruzione e dei finanziamenti tutti gli attori internazionali hanno ribadito negli ultimi mesi consenso e impegni, almeno in linea di principio, ma anche sotto questo aspetto ci sono interessi interni e esteri difficili da conciliare. Per esempio, l’anno scorso sono stati scoperti importanti giacimenti petroliferi sottomarini al largo delle coste del Puntland, o meglio ne è stata confermata la presenza. Secondo alcune fonti, anzi, sarebbero già incominciate le trivellazioni in alto mare, anche se non ancora il pompaggio, a opera soprattutto della British Petroleum. 
A gestire l&#039;industria petrolifera, come pure la riscossione delle tasse e dei proventi dei commerci e dei traffici portuali sarà il Joint Financial Management Board, organismo composto da rappresentanti somali, ma soprattutto di Francia, Gran Bretagna, Unione europea, Banca Mondiale. Il bord è formalmente incaricato di aumentare la trasparenza e di rafforzare le istituzioni pubbliche nella gestione finanziaria. Ma diversi osservatori hanno dubbi sulle disinteressate intenzioni dei membri di tale organismo. Al tempo stesso, l’assenza vistosa nel bord di attori non tradizionali in Somalia, quale la Turchia, che ultimamente hanno contribuito significativamente alla ricostruzione di Mogadiscio e avviato programmi di sviluppo nelle regioni sottratte al controllo di al Shabaab, lasciano intravedere i contrasti e le forze che si agitano dietro le quinte. A conferma che il disastro somalo, in definitiva, potrebbe trasformarsi in un vero e proprio eldorado per chi riuscirà ad assicurarsi un posto in prima fila nella ricostruzione post-bellica.
 
Il tutto mentre resta incerta la prospettiva di pieno successo dell’offensiva delle forze governative e dell’Amisom, la missione dell’Unione africana, contro le milizie radicali islamiche di al Shabaab, protagoniste da anni della ribellione contro le autorità di transizione, internazionalmente riconosciute, guidate dal presidente Sharif Ahmed. Oltre tutto, la scelta di al Shabaab di affiancare all&#039;azione militare gli attentati terroristici, sia in Somalia sia nei Paesi che forniscono truppe all&#039;Amisom, mantiene viva una minaccia reale sulla prospettiva di pacificazione. L&#039;Amisom e le forze governative non hanno infatti ripreso il controllo completo del territorio, il che protrae tra l&#039;altro le difficoltà di far arrivare i necessari aiuti umanitari alle stremate popolazioni, soprattutto del sud. Di conseguenza, si rischia di non avere il tempo per fronteggiare adeguatamente la minaccia di una nuova carestia, mentre diversi segnali indicano come stiano tornando le condizioni che un anno fa provocarono una crisi alimentare con decine di migliaia di vittime. Soprattutto nel sud della Somalia, per quasi un milione e mezzo di civili, in particolare sfollati, si prospetta una nuova emergenza in un contesto già segnato da livelli di malnutrizione acuta.
 
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			<title>Dopo la visita di Papa Francesco a Lampedusa</title>
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			<description><![CDATA[<strong>Dopo la visita di Papa Francesco a Lampedusa</strong><br />
 
Di Pierluigi Natalia
Durerà questa risvegliata coscienza europea sui migranti seguita al viaggio, già storico, fatto da Papa Francesco a Lampedusa? Le reazione delle prime ore lo farebbero sperare. le risposte europee alla questione migratoria. Il 10 luglio, due giorni dopo quella visita a Lampedusa che si delinea già come un fatto storico, la Corte europea dei diritti umani, interpellata d’urgenza da organizzazioni non governative, aveva ammonito le autorità di Malta - che proprio con Lampedusa condivide il ruolo di porta europea meridionale - a bloccare il piano per respingere in Libia quasi un centinaio di profughi somali soccorsi in mare.
 In precedenza era stata la svedese Cecilia Malmstrom, il commissario Ue per gli Affari interni, a intervenire sull’illegalità di un simile provvedimento in base alle leggi comunitarie e internazionali e sull’inviolabilità del diritto d’asilo. «In base agli obblighi derivanti dalla legislazione europea e dal diritto internazionale — ha ricordato — tutte le persone che arrivano sul territorio comunitario possono presentare domanda d’asilo e hanno il diritto di vedere la loro situazione valutata adeguatamente; ogni operazione di rimpatrio deve rispettare queste condizioni, in particolare il principio di non respingimento». La Commissione Ue è decisa non solo a utilizzare tutti gli strumenti a sua disposizione per assicurare che siano rispettate le norme internazionali, ma anche «a incrementare il sostegno a Malta — ha detto ancora Malmstrom — se si dovesse trovare a fronteggiare una crescente pressione migratoria». E se le autorità locali lo chiederanno, «siamo pronti a discutere di ulteriori misure di sostegno, siano esse di carattere finanziario o di assistenza».
Il primo ministro maltese, Joseph Muscat, che aveva prospettato il respingimento, in nome di una presunta «protezione dell’interesse nazionale» ha ribadito che il suo Governo prende in considerazione tutte le opzioni riguardo all’afflusso di migranti, ma ha affermato che Malta non violerà i suoi obblighi internazionali.
Fin qui tutto bene. Ma intanto, soprattutto in Italia, sono incominciati gli attacchi a Papa Bergoglio e, in subordine all&#039;unica rappresentante delle istituzione che su questa questione è davvero qualificata a dire parole di verità. Si tratta, ovviamente, della Presidente della Camera, Laura Bolgrini, che negli anni scorsi, come portavoce dell&#039;Alto Commissariato dell&#039;Onu per i Rifugiati, a Lampedusa c&#039;è stata sempre, a difendere il diritto dell&#039;uomo.
Ridurre il commento a valutazioni sugli autori di tali attacchi, la solita destra becera, sarebbe riduttivo. Purtroppo non si tratta solo di ignoranza, né si può liquidare la questione con un paio di considerazioni sul razzismo insito nella destra italiana. Gli attacchi al Papa si spiegano con il fatto che lo hanno capito benissimo. Il Papa, infatti, ha denunciato accanto alle responsabilità individuali quelle politiche, la «crudeltà che c&#039;è (…) in coloro che nell’anonimato prendono decisioni socio-economiche che aprono la strada ai drammi come questo». E insieme quelle di quanti, magari non anonimi, ma abituati a lucrare consensi senza spessore e a vestirsi della pavidità compromissoria del potere, di quei decisori si mostrano servi, o compiacenti o peggio ignavi. E in Italia sembrano essercene a bizzeffe, compresi molti che si definiscono cattolici in politica e per i quali la dottrina sociale della Chiesa è una sorta di componente che si può comodamente ignorare. Tanto qualche gerarchia ecclesiastica pronta a benedirli la trovano comunque.
E avrà pure un significato che quei parlamentari italiani sedicenti cattolici che negli anni hanno votato leggi inique e feroci, comprese alcune che sono arrivate a definire l’immigrazione un reato penale, si siano chiusi in un silenzio pavido, né approvando quanto detto dal Papa, né prendendo le distanze dai loro compagni di cordata.
Certo, quei politici che si mettono in prima fila durante le Messe con diretta televisiva e che magari hanno ogni momento in bocca (a chiacchiere) “famiglia” e “valori non negoziabili” non sono certo espressione della Chiesa, così come quei consacrati che ci fanno affari insieme. In questo senso, l&#039;impegno cattolico non incomincia certo con Papa Francesco. Da sempre, moltissime voci delle istituzioni religiose, dell’associazionismo e del giornalismo cattolici hanno ricordato che gli africani, prima li abbiamo schiavizzati per due o tre secoli, e quelli che morivano sulle terribili galere venivano sepolti nell’Atlantico (come quelli che scompaiono adesso negli oceani e nel Mediterraneo); poi per oltre un secolo li abbiamo colonizzati, per portargli via materie prime che servivano alla nostra industrializzazione; adesso non li vogliamo fra di noi, punto e basta. 
Ma forse l&#039;esempio di Papa Bergoglio ci insegnerà a dire parole ancora più forti e più chiare Ad esempio, per ribadire che l’accoglienza dello sventurato, la protezione del profugo, sono tra quei valori che la Chiesa considera non negoziabili. Ad esempio, per affermare che quanti rifiutano un’Italia multietnica e multiculturale rifiutano un’Italia cristiana. Ad esempio, per dire che è troppo comodo far dipendere dai sondaggi le posizioni che si prendono in politica.
Già: quanto durerà il risveglio di coscienza? 
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			<title>Il licenziamento dei giornalisti del Messaggero di Sant'Antonio</title>
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			<description><![CDATA[<strong>Il licenziamento dei giornalisti del Messaggero di Sant&#039;Antonio</strong><br />
Nell&#039;apprendere alla vigilia dell&#039;Immacolata la notizia, improvvisa, del licenziamento dell&#039;intera redazione del Messaggero di Sant&#039;Antonio, la storica ultracentenaria rivista edita dai frati francescani minori conventuali che gestiscono la basilica del Santo a Padova (ripeto: gestiscono, non posseggono, perché è della Santa Sede), ho passato una brutta nottata. Una notte in cui l&#039;ira e il dolore hanno prevalso a lungo sulla necessità di mantenere la mente serena nella valutazione dell&#039;accaduto. Se questa serenità ho ottenuto non so, ma certo sento una forte amarezza accompagnata da un senso di scoramento per il comportamento di questa porzione della Chiesa, la mia Chiesa. Conosco quei colleghi licenziati - due di loro, senza far nomi, annovero tra le persone più care della mia vita – e ne conosco, prima ancora del valore professionale, quello umano. E proprio questo valore è stato calpestato da chi dovrebbe rappresentare appunto la Chiesa, che si definisce maestra in umanità.
Sono da tempo un pensionato, la mia è la parola di un singolo individuo, senza autorità alcuna e, forse, con appena quel poco di auterevolezza che la mia storia professionale continua a garantirmi. Ma da quella storia una lezione ho imparato, quella dell&#039;indispensabile ruolo del laicato nella costruzione della Chiesa, nel più grande e nel più necessario dei cantieri della pace. Una lezione che mi accompagnato nella riflessione su questo episodo, senza precedenti nella storia del giornalismo italiano. 
Su due punti, con ancora forte dolore anche se con l&#039;ira ormai deposta, si incentra questa mia riflessione. Il primo è che se le strutture della Chiesa cedono alla logica di quest&#039;epoca dominata e corrotta da una finanzia predatoria, scelgono di servire Mammona e non Dio. Alcuni, con il linguaggio cattivo e rabbioso che imperversa sui cosiddetti social, hanno colto questa occasione per parlare di “corruzione”. Questa accusa va respinta senza tentennamenti. Come ho scritto, sono pieno di dolore, di amarezza e di sconcerto. Ma definire la Chiesa corrotta è un&#039;affermazione che non posso accettare. 
Eppure ci sono altri modi per cedere alla tentazione di Mammona, anche senza essere avidi o peggio corrotti. E quanto è accaduto a Padova resta un episodio grave, frutto di debolezza e forse di superficialità, certo di mancata attenzione ai principi e alle indicazioni della Dottrina Sociale della Chiesa, che da sempre è la carta nautica del mio navigare nella società. Una carta nutica sullla quale ogni laico cattolico ha il diritto e forse il dovere di valutare le rotte percorse dalle strutture ecclesiali. Sanare i bilanci togliendo il lavoro a qualcuno significa considerare il denaro più importante della persona umana, della quale Dio ha voluto assumere la natura. Significa dare al denaro l&#039;ultima parola, considerarlo non un mezzo più o meno utile, ma la pietra di paragone delle scelte di vita. 
E, per inciso, significa nel caso specifico disconoscere la lezione di Francesco d&#039;Assisi, dell&#039;Alter Christus. Si vende ogni bene personale dei frati, si vende il tesoro del Santo, prima di lasciare qualcuno senza lavoro, senza la dignità umana che il lavoro dà e rappresenta. Significa essere uomini deboli, come quel servo pavido del quale parla il Vangelo, quello che non sa e non vuole, per paura e per mancanza di fiducia nell&#039;aiuto del Signore, far fruttare i talenti che gli sono stati affidati. E credetemi: quei colleghi dei quali parlo di talenti ne hanno a profusione. 
E questo mi porta al secondo punto della mia riflessione, quello più specificamente relativo alla professione che ho esercitato per oltre quarant&#039;anni, trenta dei quali proprio negli organi di stampa della Santa Sede. Papa Francesco, in ogni suo intervento, disegna una Chiesa chiamata ad essere forza viva nel mondo, lievito della comunità umana, argine contro l&#039;egoismo e la ferocia che si fanno largo nelle nostre comunità. E poi i frati della più letta testata cattolica del mondo, decidono di privarla – per questione di soldi – di un patrimonio di capacità e di abnegazione indispensabile per seguire quella strada indicata dal Papa. E hanno anche l&#039;arroganza di dire che la rivista continuerà a uscire, magari grazie a un server esterno a basso costo. L&#039;importante è la devozione. E per quella può bastare qualcosa che non sia un giornale, può bastare un bollettino, un foglio qualunque scritto gratis da un qualche frate, magari un&#039;immaginetta di Sant&#039;Antonio.Tanto è “cosa loro”, con il più becero e antistorico clericalismo. Tanto i pellegrinaggi – e le donazioni – al Santo continueranno comunque. E se appena uscito dalla basilica qualche pellegrino ignorerà e peggio disprezzerà il povero, l&#039;immigrato, il diverso, pazienza. Accade anche a Roma e nelle altre basiliche pontificie. Ad Assisi, la città del poverello, da anni è in vigore un&#039;ordinanza comunale che vieta di chiedere l&#039;elemosina. Ma si: alle centinaia di migliaia di abbonati, che significa miolini di lettori, del Messaggero di Sant&#039;Antonio basteranno processioni e qualche omelia.
Del resto nell&#039;editrice lavorano un sacco di frati – tutti nei posti decisionali - che nessuno pensa a licenziare, tanto non costano come quei professionisti laici, otto in tutto, che in questi anni hanno prodotto un&#039;informazione qualificata e approfondita sul piano sociale, hanno fatto davvero evangelizzazione su quello ecclesiale. Lo hanno fatto con la loro penna, ora continuano a farlo con la loro mobilitazione. Sempre con intelligenza e cuore, sempre e ancora oggi senza quel rancore, quell&#039;incattivimento che pure ci si potrebbe aspettare. 
Ma la stampa cattolica serve a far pensare, non a far chinare la testa di fronte all&#039;ingiustizia. E se chiude – o si rinchiude in se stessa e si mistifica – sono tempi allegri per Mammona. Un po&#039; meno per quel Dio del quale ricordiamo in questo tempo dell&#039;anno l&#039;incarnazione. Ma tanto ci è abituato. A Natale soprattutto, con un consumismo sempre più debordante, con improbabili elfi o pancioni su slitte trainate da renne volanti. 
E allora, se altro non può fare, il direttore di Sosta & Ripresa chiede ai suoi lettori un momento di sosta in preghiera per quegli otto uomini e donne e per le loro famiglie e di riprendere poi la propria vicenda quotidiana portando dentro un po&#039; d&#039;amore per loro.]]></description>
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			<title>I bambini prime vittime della guerra</title>
			<link>http://www.pierluiginatalia.net/1/i_bambini_prime_vittime_della_guerra_9268635.html</link>
			<description><![CDATA[<strong>I bambini prime vittime della guerra</strong><br /> 
Papa Francesco, nel suo primo messaggio natalizio urbi et orbi - cioè alla città di Roma della quale è vescovo e al mondo, nel quale rappresenta l&#039;unità universale (cattolica) della Chiesa - ha invitato l’umanità a liberarsi da ogni forma di violenza. Tutti uniti per la pace, secondo il canto angelico risuonato per la prima volta agli emarginati (perché tali erano – ha ricordato – i pastori di Betlemme). E il giorno dopo, quando si commemora Santo Stefano, il primo martire cristiano, ha sollecitato a rifiutare una narrazione un po&#039; melensa del Natale, ricordando che sulla gioia dell&#039;annuncio cristiano incombe – sempre – la minaccia dell&#039;odio religioso, il più assurdo e feroce di tutti. Di qui, la preghiera per i cristiani discriminati e perseguitati laddove la libertà religiosa non è garantita né tutelata. Il che, ovviamente, vale anche per ii fedeli di altre confessioni.
Proseguendo in questa sorta di lezione offerta dal calendario liturgico, c&#039;è da aggiungere che questo 28 dicembre, giorno dei santi Innocenti, i bambini fatti uccidere perché fosse ucciso il pericoloso bambino Gesù,ci ricorda tutti i delitti contro l&#039;infanzia, che hanno segnato ogni epoca, ma che la nostra ha reso e rende tanto più evidenti. 
Eppure del marchio di Erode sembriamo inconsapevoli. Come il consumismo natalizio ci impedisce di cogliere il significato di un annuncio di pace e di speranza rivolto soprattutto agli emarginati, come l&#039;indifferenza religiosa che impregna le società opulente ci rende distratti davanti alle persecuzioni a motivo della fede, così i martiri innocenti ci scivolano addosso offrendoci solo un&#039;emozione, sincera magari, ma superficiale, che non sa farsi determinazione politica, scelta sociale. Le cronache internazionali degli ultimi giorni hanno quasi nascosto – perché sulla stampa non mettere in evidenza è nascondere – una realtà inquietante: mai come quest&#039;anno i giorni di Natale hanno fatto registrare tanti conflitti. Soprattutto, ma non solo, in Africa. E di questi conflitti sono i bambini, insieme con le donne, le prime vittime.
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			<title>Contro gli islamisti in Iraq ma non in Siria</title>
			<link>http://www.pierluiginatalia.net/1/contro_gli_islamisti_in_iraq_ma_non_in_siria_9978012.html</link>
			<description><![CDATA[<strong>Contro gli islamisti in Iraq ma non in Siria</strong><br />Le vicende delle ultime settimane confermano, purtroppo, come la tanto sbandierata lotta al terrorismo invocata dai Governi occidentali (e non solo) per legittimare gli interventi armati, sia per così dire a geografia variabile, o meglio a geopolitica variabile. Mentre la crisi in atto in Iraq e in Siria resta prioritaria nell&#039;attenzione internazionale, vengono sostanzialmente ignorati gli ammonimenti a non cadere in una pericolosa e falsa semplificazione di considerare quanto sta accadendo appunto una sfida del terrorismo o, peggio, una guerra lanciata dall&#039;islam contro il cristianesimo. In questo senso è tornato a esprimersi, in un&#039;intervista rilasciata domenica 24 agosto al quotidiano La Stampa, il cardinale Pietro Parolin, Segretario di Stato vaticano. Il porporato, citando rapporti del nunzio in Siria, ha sottolineato come tanti musulmani di quelle aree siano fortemente solidali con i cristiani e le altre minoranze e rifiutino i metodi «brutali e inumani» delle milizie islamiste, più volte condannati da Papa Francesco. 
 
Come noto, questi ha insistito sulla necessità di un coinvolgimento dell&#039;intera comunità internazionale nell&#039;impegno a fermare i miliziani dello Stato isòlamico (Is) che l’Alto commissario dell’Onu per i diritti umani, Navathen Pillay, ha accusato di compiere «una pulizia etnica e religiosa». Ma più ancora, il Papa ha invitato a fermate quella che ha definito una terza guerra guerra mondiale, anche se “spezzettata”. Il Papa, peraltro, ha chiaramente aggiunto che occorre trovare modi diversi dai bombardamenti. In quest&#039;ottica, il cardinale Parolin ha espresso la speranza che anche da parte del mondo musulmano «si sappia dire una parola in questo senso e quindi distinguere tra ciò che si può fare e ciò che non si può fare».
 
Al momento, però, la risposta è solo quella dei cacciabombardieri, oltretutto appunto a geopolitica variabile. Le milizie dell&#039;Is - in fase di difesa in Iraq, dove l&#039;appoggio dell&#039;aviazione statunitense favorisce la controffensiva curda - hanno invece fatto segnare un successo strategico in Siria, con la conquista, dopo una settimana di combattimenti, della base aerea militare di Tabqa, ultimo bastione delle forze governative nella provincia di Ar-Raqqah. Secondo l&#039;Osservatorio siriano per i diritti umani (Ondus), l&#039;organizzazione con sede a Londra espressione dell&#039;opposizione in esilio al presidente Bashar Al Assad, tra i miliziani islamisti ci sarebbero stati almeno 346 morti, a fronte dei 170 caduti tra le forze governativa. Su tali dati non è possibile avere conferme indipendenti, ma le fonti uffiali siriane hanno confermato il ripiegamento dalla base di Tabqa, pur non facendo alcun riferimento alle perdite subite. Sempre l&#039;Ondus ricorda comunque che con la conquista della base aerea l&#039;Is avrebbe ottenuto un immenso bottino. Tabqa era infatti uno dei maggiori arsenali di armi pesanti siriane - non solo aerei ed elicotteri da guerra, ma anche carri armati, cannoni e munizioni – e non è chiaro se le forze in ritirata siano state in grado di portarle con sé o di distruggerle.
 
Sempre in Siria, intanto, è stato rilasciato il giornalista statunitense Peter Theo Curtis, sequestrato nell&#039;ottobre del 2012 ad Antakya, fa nel sud della Turchia, e poi trasferito in territorio siriano. Il giornalista è stato preso in consegna dai caschi blu dell&#039;Onu nel villaggio di Al Rafid, nelle alture del Golan. In un comunicato, l&#039;Onu si è limitata a rendere noto di aver favorito le operazioni di rilascio. Secondo fonti citate anonimamente dall&#039;emittente Al Jazeera, la liberazione dell&#039;ostaggio sarebbe avvenuta grazie a una non meglio precisata mediazione condotta dal Qatar, cioè da uno di quei Paesi sospettati – per usare un eufemismo – di finanziare i gruppi islamisti. La notizia è arrivata cinque giorni dopo la diffusione del feroce video della decapitazione in Iraq del giornalista statunitense James Foley, da parte di un miliziano dell&#039;Is del quale sembra accertata la nazionalità britannica. Curtis era invece prigioniero del Fronte Al Nusra, anc&#039;esso sunnita come l&#039;Is, ma già più volte entrato in conflitto con quest&#039;ultimo nei tre anni e mezzo del conflitto siriano.
 
Proprio la tragica morte di Foley ha riproposto interrogativi sull&#039;opportunità di moltiplicare su internet la rappresentazione dell&#039;orrore, se non altro perché i diversi gruppi terrostici hanno sempre dimostrato di puntare proprio sulla comunicazione delle loro posizioni, per quanto feroci e forsennate. Se non altro, perché – ad essere sinceri – più che le reazioni di universale orrore del quale la stampa è usa parlare in questi casi, a prevalere sembrano essere da un lato la morbosità e dall&#039;altro la banalizzazione del male. 
 
All’uso di internet per diffondere le immagini di ferocia e terrore ha incominciato a ricorrere anche Boko Haram, il gruppo nigeriano di matrice fondamentalista islamica responsabile da quattro anni a questa parte dell’uccisione di migliaia di persone, in massima parte civili, in attacchi armati e attentati terroristici.
 
Mutuando linguaggi e sistemi già sperimentati da altri gruppi islamisti in aree diverse del mondo, Boko Haram ha messo in rete un video girato dopo la conquista di Gwoza, nello Stato nordorientale del Borno, considerato la sua principale roccaforte, che si conclude con la brutale esecuzione sommaria di una ventina di persone. Nel video, che dura 52 minuti, il leader dell’organizzazione, Abubakar Muhammad Shekau, annuncia la costituzione di un califfato nell’area. «Noi non ce ne andremo da questa città. Noi siamo venuti qui per rimanerci», ha detto il capo di Boko Haram, apparso come già in precedenti filmati in tenuta militare e con un mitra in spalla affiancato da cinque uomini armati e mascherati e con tre fuoristrada alle spalle. L’esercito nigeriano ha diffuso ieri un comunicato nel quale ha definito senza senso il proclama di Boko Haram, affermando che la sovranità e l’integrità territoriale della Nigeria sono intatte. Tuttavia, già dopo la caduta di Gwoza, i vescovi nigeriani avevano denunciato il cambiamento di strategia del gruppo islamista che sembra approfittare dell’inerzia dell’esercito e del Governo federale del presidente Goodluck Jonathan, per controllare spazi sempre più vasti del territorio nigeriano.
 
Ora giunge la rivendicazione appunto di un califfato, sebbene non vengano ripetuti gli annunci di vicinanza a quanto sta accadendo in Iraq. In un video del 13 luglio, Shekau aveva inneggiato ad Abubakr Al Baghdadi, il leader dello Stato islamico (Is), il gruppo armato attivo in Iraq e in Siria, mentre nel filmato diffuso ieri non fa alcun cenno al califfato mediorientale. 
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			<title>Colloqui tra  gruppi armati del nord e Governo</title>
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			<description><![CDATA[<strong>Colloqui tra  gruppi armati del nord e Governo</strong><br />Un passo in avanti nella ricerca di pace nel nord del Mali — non certo raggiunta nonostante l&#039;enfasi posta da diversi soggetti internazionali sulle elezioni dello scorso luglio — sembra esserci stato nelle ultime ore, con l&#039;avvio di colloqui nella capitale a Bamako tra le nuove autorità maliane e i  principali gruppi armati dell&#039;area. Ai colloqui non partecipano  i gruppi  di matrice fondamentalista islamica, il Movimento per l&#039;unicità e il jihad nell&#039;Africa occidentale (Mujao) e Al Qaeda per il Magheb islamico (Aqmi), che lo scorso anno avevano preso il controllo del territorio e che, peraltro, sono formati in maggioranza da miliziani non maliani. 
Secondo quanto riferito  dalla Misna, l&#039;agenzia internazionale delle congregazioni missionarie, le parti si sono sedute allo stesso tavolo per la prima volta dalla firma degli accordi di Ouagadougou, la capitale del Burkina Faso, con i quali  il 18 giugno scorso s’impegnarono a cercare  soluzioni pacifiche alla crisi. 
Appena eletto, il nuovo presidente, Ibrahim Boubacar Keïta, che si insedia  formalmente proprio questo mercoledì 18, aveva promesso dialogo nazionale  sul nord, per instaurarvi sicurezza, buon governo e sviluppo, nell&#039;ambito di un&#039;ampia autonomia. 
Per ora, si tratta di prime consultazioni in vista di un negoziato di pace globale che,  entro due mesi, dovrebbe portare chiudere la vicenda esplosa nel gennaio del 2012 con l&#039;insurrezione dei tuareg del Movimento nazionale per la liberazione dell&#039;Azawad (Mnla).
  All’incontro a Bamako, tenuto a porte chiuse, hanno partecipato rappresentanti  dei movimenti armati tuareg e arabi, sia sedentari che nomadi, cioè lo stesso Mnla,  il Movimento arabo dell’Azawad (Maa), l’Alto consiglio unificato dell’Azawad (Hcua) e il Fronte patriottico di resistenza (Fpr). La mediazione è stata affidata all’ex ministro della Cultura, Mohamed el Moctar,  originario del nord,  al rappresentante delle famiglie fondatrici di Bamako, Mamdou Bamou Touré, e a Daouda Maïga, che aveva contribuito a definire gli accordi  di giugno. 
Sempre secondo la Misna, l&#039;avvio dei colloqui ha mostrato perdurante diffidenza, ma è stato globalmente sereno.  Tuttavia, la situazione sul terreno resta  incerta e critica. In particolare, prosegue la mobilitazione delle milizie  dell’Mnla nella zona di  Foïta, al confine con la Mauritania, teatro di pesanti scontri combattimenti la settimana scorsa.  Inoltre a Kidal è stata interrotta una visita ministeriale per le proteste di giovani sostenitori dell’Mnla. Due ordigni sono esplosi all&#039;arrivo del  nuovo  ministro della Riconciliazione nazionale e per lo Sviluppo delle regioni settentrionali,  Oumar Diarrah,  accompagnato da quelli   della Sicurezza interna e dell&#039;Amministrazione territoriale, entrambi militari, cioè il colonnello Sada Samaké e  il generale Muossa Sinko Coulibaly. Subito dopo, i caschi blu della Minusma, la missione dell&#039;Onu, hanno usato  gas lacrimogeni per disperdere il corteo di simpatizzanti dell’Mnla che contestava i rappresentanti di Bamako.
Molti commentatori, peraltro, sostiengono che l&#039;Mnla, con la minaccia reiterata nei giorni scorsi «annientare l’esercito maliano», stia in realtà solo cercando di aumentare le  pressioni politiche su Keïta. In questo senso, per esempio, si esprime  «L’Observateur Paalga», un   quotidiano del Burkina Faso , particolarmente concentrato sulla questione dei rifugiati maliani. I due aspetti — violenze e flussi di profughi — come sempre sono infatti legati. , Negli ultimi mesi, tra l’altro,  autorevoli fonti internazionali, dall&#039;alto commissariato dell&#039;Onu per i rifugiati alla Corte penale internazionale, hanno denunciato l&#039;aumento di tensioni e violenze. Tuareg e arabi, in particolare, accusati da altri gruppi di sostenere la ribellione separatista, sono stati fatti oggetto di vendette da parte dei militari maliani, tutti appartenenti alle etnie nere del sud, che hanno affiancato i francesi nella riconquista delle regioni settentrionali. Come sempre accade, questo ha portato nuove ondate di profughi, sfollati interni o rifugiati all&#039;estero. 
Ed è soprattutto in queste situazioni che le posizioni più estremistiche trovano ascolto e proseliti. Oltre tutto,  risultano tutt&#039;altro che definitivamente sconfitte ed espulse dal nord del Mali le milizie del Mujao e dell&#039;Aqmi. Contro di loro è in corso in queste ore  nel deserto del Tilemsi, a nord di Gao, l&#039;ennesima operazione di truppe francesi, il cui ritiro era stato più volte garantito entro lo scorso aprile.
Nonostante il positivo segnale venuto dall&#039;avvio dei colloqui a Bamako, ci sono dunque abbastanza argomenti per dubitare che possa davvero ritenersi conclusa la  transizione avviata dopo il  colpo di Stato messo in atto il 22 marzo 2012  da reparti militari guidati dal capitano Amadou Haya Sanogo, che avevano rovesciato  il presidente Amadou Toumani Touré. I golpisti erano stati  poi  costretti dalle pressioni internazionali ad accettare appunto una transizione, ma  mantengono un&#039;influenza determinante sul Governo. 
Anche per questo, molti  osservatori indicano sulla possibilità di un vero dialogo nazionale per ricostruire la pace ombre evidenti   che  la  rioccupazione militare del nord non basterà certo a dissipare.]]></description>
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			<title>L'economia del latifondo in Paraguay</title>
			<link>http://www.pierluiginatalia.net/1/l_economia_del_latifondo_in_paraguay_9064349.html</link>
			<description><![CDATA[<strong>L&#039;economia del latifondo in Paraguay</strong><br /> 
Il Paraguay è in vantaggio quest&#039;anno nella classifica, cara agli analisti finanziari, della crescita economica in America latina. Per il suo prodotto interno lordo (pil) il Governo di Asunción prevede un aumento nel 2013 del 13,6 per cento. Più cauto è il Fondo mineario internazionale (Fmi) che parla di un 12 per cento, ma sempre in testa alla classifica lo pone. Già: prodotto interno lordo. Bell&#039;aggettivo. Per i cultori dei numeri in economia significa al netto delle spese di produzione. Per molti di coloro che l&#039;economia vorrebbero disciplinata da una politica di primato del lavoro quel lordo può anche significare lurido. 
Il Paraguay, più ancora del gigante Brasile, più ancora del Venezuela petrolifero, è il Paese che in proporzione crea più ricchezza. E lo fa nel settore primario, l&#039;agricoltura e l&#039;allevamento. Con appena 6,6 milioni di abitanti, 14 milioni di capi di bestiame e un territorio più vasto della Germania, che di abitanti ne ha ottanta milioni, il Paraguay è ridiventato il pupillo degli signori della finanza. Quest&#039;anno, sono attesi ottimi raccolti agricoli e la Banca centrale ha rivisto per ben volte al rialzo le stime iniziali. L&#039;Fmi non è stato da meno, e ha ritoccato a sua volta al rialzo le previsioni sul pil paraguayano.
Già: prodotto interno lordo. Bell&#039;aggettivo. Per i cultori dei numeri in economia significa al netto delle spese di produzione. Per molti di coloro che l&#039;economia vorrebbero disciplinata da una politica di primato del lavoro quel lordo può anche significare lurido. 
Del resto i dati macroeconomici sono altalenanti: l’aumento della crescita in Paraguay segue un anno in cui il pil era sceso dell’1,2 per cento; anche nel 2009 si era registrata una crescita del 13 per cento dopo un piccolo calo l’anno precedente. 
Soprattutto, questi numeri a due cifre significano poco in termini sociali. Le autorità di Asunción pongono molta enfasi sul fatto di essere riuscite a debellare la febbre aftosa del bestiame, il che faciliterà l’accesso ai grandi mercati della Russia e del Cile. Meno sottolineato è l&#039;impatto che le dichiarate buone performance economiche hanno o non hanno sulla vita concreta della popolazione. L&#039;aumento del pil arricchisce infatti i latifondisti del Paese, mentre la povertà estrema è salita dal 16,7 al 18 per cento. Il dato, fornito dalll&#039;Undp, il Programma dell’Onu per lo sviluppo, tra l&#039;altro è in controtendenza con i dati del decennio 2001-2011, quando soprattutto negli ultimi anni la cosiddetta povertà relativa era scesa dal 36,8 per cento al 32,4. 
Il fatto è che la produzione agro-zootecnica resta concentrata nelle mani di un pugno di latifondisti che sfruttano i campi con molta tecnologia e poca manodopera. 
Il Paraguay resta infatti il Paese con la seconda maggiore concentrazione di proprietà terra al mondo: il 2,6 per cento dei proprietari possiede l’85 per cento della superficie agraria, secondo i dati dell’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura (Fao). La povertà colpisce il 44,8 per cento degli abitanti delle campagne, a causa soprattutto della disoccupazione. 
Di fatto l’espansione su vasta scala delle colture destinate all&#039;esportazione, quelle che più fanno crescere il pil e i cui prezzi sono stabiliti dalle grandi multinazionali dell&#039;agroalimentare, ha costretto molta popolazione rurale a emigrare nelle città, facendo così crescere le aree di miseria attorno ai nuclei abitati più grandi. Allo stesso tempo, la ricchezza dei raccolti non ha portato molti introiti nelle casse pubbliche, che sono quelle che raccolgono meno imposte in America latina, pari appena al 12,3 per cento del pil. Soia e carne bovina, principali esportazioni, contribuiscono al 20 per cento del pil ma solo al due per cento delle entrate fiscali.
Il Paraguay, “normalizzato” dopo la rimozione del presidente Fernando Lugo, l&#039;ex vescovo che aveva condotto al successo per la prima volta una coalizione di sinistra, resta dunque un “paradiso liberista”. Del resto, cresca o diminuisca la produzione, il risultato è sempre lo stesso. Anche in Italia, tanto per fare solo un esempio, l&#039;unico dato indiscutibile riguardo alla crisi finanziaria scoppiata nel 2009 (quella negata dal Governo dell&#039;epoca, dato che i ristoranti erano pieni) è che c&#039;è stato uno spostamento di ricchezza dal lavoro alla rendita. Il ceto medio ha subito un costante smottamento verso la povertà e i ricchi sono diventati più ricchi (compresi quei parassiti della cosa pubblica che vengono esaltati come “grandi imprenditori” e vivono in simbiosi con tanti rappresentanti politici, salvo assolvere il ruolo in proprio e per i propri interessi più o meno legali ). 
Non a caso, all&#039;inizio dell&#039;anno non ha trovato praticamente spazio nell&#039;informazione italiana (controllata da quei parassiti di cui sopra) una notizia di rilievo assoluto: per la prima volta nella sua storia, l&#039;Fmi a ha aperto a misure di controllo sui flussi di capitale. In un rapporto pubblicato lunedì, l’istituto di Washington – che finora si era distinto soprattutto per i suoi programmi di finanziamento basati su principi liberisti (non liberali, che è un&#039;altra cosa) ha messo a punto un percorso che consentirà di «potenziare i vantaggi e minimizzare i rischi» della liberalizzazione dei flussi di capitale. Forse è ancora presto per parlare di svolta storica, come hanno fatto in molti (ovviamente non in Italia). Ma di fatto si tratta di un&#039;importante novità in linea con le richieste dei Paesi emergenti del cosiddetto Brics (Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica). Per ora il Fondo ha preso atto delle volontà di Governi che complessivamente rappresentano oltre i due terzi della popolazione mondiale – tra l&#039;altro non tutti di sicura democrazia - ma la diga protettiva che da quasi vent&#039;anni mette al riparo gli speculatori ha subito una significativa picconata. 
In parole povere – e questo dovrebbe far piacere in Italia, un Paese che la funzione sociale dell&#039;impresa e della finanza la prescrive in Costituzione - il cambiamento politico del Fondo c&#039;è, anche se resta un processo ancora in evoluzione. Certo non sarà il Fondo a dirlo esplicitamente, ma si incomincia a capire che l&#039;economia reale deve prevalere sulla finanza per scongiurarne il carattere depredatorio. E per farlo ha bisogno di decisioni politiche. Anche rivoluzionarie in senso assoluto, come potrebbe essere in sede Onu una riforma del Consiglio economico che lo renda una vera Autorità pubblica a competenza universale per riformare del sistema finanziario internazionale. Una simile autorità al servizio del bene comune è l&#039;unico orizzonte a cui guardare nel tempo della globalizzazione, se davvero si vuole uscire dell’attuale crisi economica e finanziaria figlia di egoismo, cupidigia e accaparramento di beni su grande scala. 
A una finanza mondiale svincolata da ogni controllo, figlia di un’ideologia tecnocratica che è oggi il vero volto della destra, si può infatti rispondere muovendo da un nuovo umanesimo globale, ossia da un’etica della solidarietà, nonché dalla subordinazione dell’economia e della finanza alla politica, responsabile del bene comune. Questo non significa demonizzare i mercati monetari e finanziari, ma dire chiaramente che vanno orientati al bene pubblico. È un punto di vista che suppone un salto di qualità rispetto alle istituzioni e ai consessi oggi esistenti. Come detto, incominciano ad accorgersene persino le istituzioni cosiddette di Bretton Woods (Fondo monetario internazionale e Banca mondiale), che nell&#039;ultimo ventennio hanno progressivamente perso il mandato e la vocazione universale di garantire uno sviluppo economico adeguato in modo da ridurre le situazioni di povertà e di disuguaglianza, che anzi hanno in non pochi casi aggravato. 
C&#039;è in questi tempi di incertezza e persino di non speranza nel futuro una necessità di discernere il bene dal male non solo nei nostri comportamenti personali, ma anche nell&#039;analisi del contesto storico che attraversiamo e delle vicende che impongono alla nostra vita direzioni e condizioni spesso incontrollabili. E proprio la parola discernimento è la chiave interpretativa per comprendere quali politiche possano mettere in sicurezza non il sistema, come si tende a dire con troppa faciloneria, ma le persone concrete.]]></description>
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			<title>L'Onu non ha fondi per aiutarne cinque milioni</title>
			<link>http://www.pierluiginatalia.net/1/l_onu_non_ha_fondi_per_aiutarne_cinque_milioni_10244765.html</link>
			<description><![CDATA[<strong>L&#039;Onu non ha fondi per aiutarne cinque milioni</strong><br />Mentre si fa purtroppo sempre più evidente la prospettiva che il conflitto siriano entri nel suo quinto anno, la comunità internazionale sembra impotente non solo a fermarlo, ma anche solo ad arginarne le tragiche conseguenze. Vale sia sul piano strettamente diplomatico e politico – nessuno sviluppo significativo è arrivato dall&#039;ultimo tentativo negoziale, quello promosso questa settimana dal Governo russo – sia su quello umanitario. Quasi cinque milioni di siriani, oltre il quaranta per cento dei dodici milioni di quelli che hanno bisogni d&#039;aiuto, tra sfollati interni e rifugiati all&#039;estero, restano difficili da raggiungere, mentre l&#039;inverno aggrava ogni giorno di più la loro condizione. 
I responsabili dell&#039;Onu e delle organizzazioni umanitarie moltiplicano gli allarmi in questo senso. L&#039;ultimo è stato  lanciato dal sottosegretario generale delle Nazioni Unite per gli affari umanitari, la sudcoreana Kang Kyung-wha, che, in una relazione presentata questa settimana al Consiglio di sicurezza dell&#039;Onu, è tornata a richiamare l’attenzione della comunità internazionale sulla maggiore crisi umanitaria oggi in atto nel pianeta. La maggiore, ma anche quella incredibilmente dimenticata dai Governi di tutto il mondo se è vero, come ha denunciato Kang Kyung-wha, che le agenzie dell&#039;Onu hanno ottenuto neppure la metà dei 2,9 miliardi di dollari chiesti loro l&#039;anno scorso per finanziare l&#039;assistenza ai profughi siriani e che quest&#039;anno le prospettive appaiono sotto questo aspetto anche peggiori. Per mancanza di mezzi – ha sottolineato Kang Kyung-wha – «in inverno, centinaia di migliaia di persone sono state lasciate fuori dalle operazioni umanitarie».
La diplomatica sudcoreana ha spiegato che in dicembre gli organismi preposti non sono riusciti a distribuire cibo ai civili non solo nelle zone di Raqqah e Deyr az-Zawr, controllate dai miliziani del cosiddetto Stato islamico – la cui offensiva si è da tempo innestata sul più vasto complesso del conflitto siriano - ma anche in quelle assediate dalle truppe governative e dai combattenti dell’opposizione. Non ha avuto applicazione, quindi, il piano per aprire corridoi umanitari annunciato a fine novembre dall&#039;inviato dell&#039;Onu per la Siria, l&#039;italiano Staffan de Mistura, e al quale aveva dato assenso il Governo di Damasco.
A metà gennaio era stato António Guterres, il responsabile dell’alto commissariato dell’Onu per i rifugiati (Unhcr), a esprimersi in termini analoghi durante una visita in Giordania, Paese che ospita oltre un milione e trecentomila profughi siriani. Guterres aveva denunciato che una parte sempre maggiore di questa persone stanno scivolando sotto la soglia della povertà estrema. 
Ad accrescere le difficoltà ha contribuito l’ondata di maltempo che ha investito in queste ultime settiman tutto il Vicino oriente e ha pesantemente ostacolato l’azione delle agenzie dell’Onu e delle organizzazioni umanitarie. Secondo un rapporto diffuso dall’Unhcr in occasione della visita di Guterres, due terzi dei profughi in Giordania vivono sotto la soglia nazionale di povertà e una famiglia di rifugiati su sei è in una situazione di povertà estrema.
Drammatica è anche la condizione dei rifugiati siriani in Libano, oltre un milione, e di quelli palestinesi e degli sfollati interni. Di casi di morte per assideramento tra i rifugiati ha dato notizia all’agenzia Fides padre Paul Karam, presidente della Caritas libanese. 
La speranza di una soluzione a breve termine del conflitto siriano che consenta adeguate iniziative di assistenza alle popolazioni stremate appare aleatoria. Né riguarda solo i siriani un’emergenza che si sta facendo insostenibile in tutto il Vicino oriente, dalla costa mediterranea all’Afghanistan, con prospettive particolarmente minacciose per i bambini profughi, stimati a oltre sette milioni dall’Unicef, l’agenzia dell’Onu per l’infanzia. 
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			<title>Storica stretta di mano tra Obama e Raúl Castro</title>
			<link>http://www.pierluiginatalia.net/1/storica_stretta_di_mano_tra_obama_e_raul_castro_9193886.html</link>
			<description><![CDATA[<strong>Storica stretta di mano tra Obama e Raúl Castro</strong><br />Come si misura l&#039;amore? E cosa contribuisce a crearlo, ad accrescerlo, a consolidarlo? Su Nelson Mandela sono state dette e scritte miliardi di parole. Ma che tipo d&#039;amore era quello di Mandela per l&#039;umanità e dell&#039;umanità per Mandela? Il Vangelo dice che nessuno ama più di chi dà la vita per i suoi amici. Di quel verbo dare si può vivere una duplice interpretazione. Quella dell&#039;offerta, del&#039;immolazione, del martirio, testimoniata nei secoli da tanti, cristiani e non solo. E quella di spendere la vita per gli altri. Quella di essere liberi - dall&#039;egoismo, dalla paura, dalla superficialità - nell&#039;amore e nella vita. Credo che per Mandela valga questa seconda via, sebbene i suoi 26 anni di prigionia mostrino una piena disponibilità a percorrere la prima.
 
C&#039;è una pioggia torrenziale oggi a Soweto, l’immensa baraccopoli a sud-est di Johannesburg (il nome sta appunto per South West Town), dove nel First National Bank Stadium si sta tenendo la cerimonia ufficiale di addio a Nelson Mandela. E per gli africani è di buon augurio, perché significa che il cielo si apre per accoglierne l&#039;anima. All’appuntamento partecipano un centinaio tra capi di Stato e di Governo e presidenti di Parlamenti di tutto il mondo, alcuni applauditi, altri contestati. E sta facendo il giro del mondo la foto di una stretta di mano tra i presidenti degli Stati Uniti, Barack Obama, e di Cuba, Raúl Castro, due degli oratori ufficiali, dopo il Segretaria generale dell&#039;Onu, Ban Ki-moon, e prima del presidente sudafricano Jacob Zuma e via via tanti altri. 
 
Non è un gesto banale quello di Obama e Castro, leader di due Paesi divisi da un’inimicizia che data da oltre mezzo secolo (anche se nei corridoi dell&#039;Onu c&#039;era stato un precedente nel 2000 tra Bill Clinton e Fidel Castro). Ovviamente, dati i protagonisti, è un gesto politico, nel senso più alto. Ma piace pensarlo anche un gesto ispirato proprio dal ricordo di Mandela. 
 
Una delle parole più ripetute oggi per raccontare Mandela è stata “riconciliazione”. Vi ha soprattutto riferimento Ban Ki-moon. «Non odiava le persone, ma odiava l’odio e ha mostrato il grande potere del perdono», ha detto il Segretario generale dell’Onu, secondo il quale «questo è stato il dono e la lezione» di Mandela, paragonato a un grande baobab che ha lasciato profonde radici. 
 
Più tardi, Raúl Castro ha aperto il suo discorso ricordando «il grande legame affettivo» tra suo fratello Fidel e Mandela, definito un simbolo «della lotta rivoluzionaria per la libertà e la giustizia», ma anche «un profeta dell’unità, della riconciliazione e della pace». 
 
Del «gigante della storia» che non voleva essere considerato un’icona, ma «insisteva per condividere con noi i suoi dubbi, le sue paure, i suoi calcoli sbagliati, insieme alle sue vittorie», aveva parlato subito prima Obama. «Come Gandhi ha portato avanti un movimento che sembrava avere poche possibilità di successo, ha dato una voce potente alle rivendicazioni degli oppressi e alla necessità morale di una giustizia razziale».
 
Riconciliazione, giustizia. Anche questo ci lascia Mandela: gli addendi di un&#039;addizione che dà come somma  la pace.
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			<title>L'incubo della guerra</title>
			<link>http://www.pierluiginatalia.net/1/l_incubo_della_guerra_9569952.html</link>
			<description><![CDATA[<strong>L&#039;incubo della guerra</strong><br /> 
Farsi un giro di giovedì pomeriggio o di domenica in quei due o tre posti di Roma dove s&#039;incontrano le non poche donne ucraine che lavorano tra noi aiuterebbe a chiarirsi le idee a quei tanti rappresentanti politici che parlano un po&#039; troppo per frasi fatte. Integrità territoriale, per esempio, è una di quelle espressioni che in Ucraina non hanno proprio la stessa genesi di Paesi dell&#039;Europa occidentale (che peraltro le sue guerricciole in merito npon le ha mai smesse). La Crimea, per esempio, all&#039;Ucraina venne “regalata” dall&#039;allora segretario del partito comunista dell&#039;Unione Sovietica, Nikita Sergeevič Chruščëv, in cambio di territori in precedenza ucraini annessi alla Russia. Ma all&#039;epoca, appunto, c&#039;era l&#039;Unione Sovietica e chi comandava a Mosca comandava anche a Kiev, quindi non faceva una grande differenza. 
Il pericolo è che ora – con un ventennio di ritardo – si possa riproporre quanto avvenuto nell&#039;ex Jugoslavia. Il nazionalismo è un gran brutto consigliere. Dopo il fondamentalismo religioso, infatti, è il principale strumento di propaganda per i fautori della guerra (quella, giova ricordare, che si fa soprattutto per vendere o “smaltire” armi e per accaparrarsi le risorse). Nella scala degli orrori, del resto, i pogrom religiosi e i genocidi etnici si dividono il gradino più alto.
In Crimea, in maggioranza, sono tatari di lingua russa, non ucraini. Il che non significa che non possano vivere in pace con questi ultimi. Ma certo quanto sta accadendo in queste ore sembra quasi la ripetizione meccanica di schemi tante volte sperimentati. Per esempio, dare passaporti russi a cittadini stranieri per avere poi il pretesto di inviare truppe con la scusa di difenderli è un escamotage che il presidente russo, Vladimir Putin, ha già usato in passato, per esempio in Ossezia.
Dopo quello della Crimea, proprio oggi anche il Parlamento della regione di Donetsk, nell&#039;Ucraina orientale, ha annunciato di voler convocare un referendum sullo status della regione, in parole povere sulla secessione. La parte orientale dell&#039;Ucraina è appunto quella filorussa.
E allora forse giova tornare alle donne che s&#039;incontrano di giovedì pomeriggio e di domenica a Roma, che si ripetono notizie arrivate da casa e sono accomunate da legittime preoccupazioni. Di Putin e del presidente ucraino, Victor Junaković, costretto a scappare in Russia, non si fida nessuna. Eppure Junaković aveva vinto elezioni giudicate regolari da tutti gli osservatori. E allora perché?
Perché queste donne vengono tutte dalle regioni occidentali, per esempio dall&#039;area di Leopoli. E questo spiega la situazione molto meglio di tante dotte analisi di analisti politici e strutture di crisi messe in piedi dai vari Governi. Le regioni occidentali sono quelle dove resta ancora in piedi un sistema industriale che da più o meno lavoro a quasi tutte le famiglie. L&#039;est ucraino, dopo il crollo dell&#039;Unione Sovietica, è scivolato via via in una decadenza economica progressiva. A emigrare sono i poveri, non i ricchi, da tutti i Paesi e in tutte le epoche. L&#039;Ucraina non fa eccezione. Come detto, in questo caso si tratta soprattutto di immigrate, in maggioranza badanti e domestiche. Persone che vivono nelle nostre famiglie e vi svolgono un ruolo essenziale, ma che lo loro famiglie hanno lontane. E ora le sanno minacciate da una possibile guerra civile tra quanti in Ucraina guardano all&#039;Unione europea e quanti guardano a Mosca. E forse non è un caso che tutte – davvero tutte – concordino nel ritenere che il crollo dell&#039;Unione Sovietica per le loro famiglie e per loro stesse sia stato una iattura, con buona pace dei cantori delle magnifiche sorti e progressive del libero mercato.
Tra i tanti luoghi dove hanno passato la giornata domenicale, ieri, per alcune c&#039;è stata anche Piazza San Pietro. Sotto gli ombrelli che riparavano dalla pioggia battente, hanno ascoltato l&#039;Angelus di Papa Francesco. Di certo si sono concentrate sull&#039;appello che il Papa ha fatto per il loro Paese. «Cari fratelli e sorelle – ha detto il Papa - vi chiedo di pregare ancora per l’Ucraina, che sta vivendo una situazione delicata: mentre auspico che tutte le componenti del Paese si adoperino per superare le incomprensioni e per costruire insieme il futuro della Nazione, rivolgo alla comunità internazionale un accorato appello affinché sostenga ogni iniziativa in favore del dialogo e della concordia».
È difficile dire quanta speranza abbiano tratto quelle donne da quelle parole. Ancora più difficile, però, è sperare che i responsabili della comunità internazionale sappiano mettere questo appello – e i concetti di dialogo e di concordia – anche in relazione a quanto Papa Francesco aveva detto poco prima a proposito del posto di Dio nel cuore dell’uomo, messo in forse troppo spesso dal desiderio della ricchezza. 
«Un cuore occupato dalla brama di possedere — ha detto il Papa — è un cuore vuoto di Dio. Per questo Gesù ha più volte ammonito i ricchi, perché è forte per loro il rischio di riporre la propria sicurezza nei beni di questo mondo». Se invece si mette Dio al primo posto, «il suo amore — ha spiegato — conduce a condividere anche le ricchezze, a metterle al servizio di progetti di solidarietà e di sviluppo». Dunque, se confidando nella provvidenza di Dio «cerchiamo insieme il suo Regno, allora a nessuno mancherà il necessario per vivere dignitosamente». Al contrario, finché «ognuno cerca di accumulare per sé, non ci sarà mai giustizia». «La strada che Gesù indica può sembrare poco realistica rispetto alla mentalità comune e ai problemi della crisi economica - ha detto il Papa - ma, se ci si pensa bene ci riporta alla giusta scala di valori. Egli dice: “La vita non vale forse più del cibo e il corpo più del vestito?”».
La pace non vale più di un cellulare di ultima generazione? La giustizia, anche distributiva, non vale più dell&#039;accumulo forsennato di privilegi e di potere? La comune umanità non vale più dell&#039;etnia? Essere con gli altri e per gli altri non è più saggio che essere contro? 

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			<title>La processione mafiosa a Oppido Mamertina</title>
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			<description><![CDATA[<strong>La processione mafiosa a Oppido Mamertina</strong><br /> 
di Pierluigi Natalia
Toni di assoluta condanna, ma anche sforzi di riflessione stanno segnando in queste ore i commenti sulla vicenda della processione a Oppido Mamertina, durante la quale alla statua della Madonna è stato fatto fare un inchino davanti alla casa di un boss della &#039;ndrangheta. La vicenda non è certamente la prima del genere in zone dove il pervertimento del sentimento religioso si accompagna spesso all’azione della criminalità e a un’acquiescenza, dettata da paura o interesse, purtroppo ancora diffusa tra le popolazioni. A renderla di stretta attualità sono state le parole di Papa Francesco nella recente e visita in Calabria, quando a Sibari ha detto che appartenere alla ’ndrangheta significa essere fuori dalla comunione ecclesiale. A molti quella a Oppido Mamertina è sembrata proprio una risposta e una sfida al Papa. 
Dopo la vicenda, documentata dal comandante della stazione locale dei Carabinieri, il maresciallo Andrea Marino, che ha lasciato la processione e ha ripreso la scena, come sempre accade, non sono mancati gli “alti lai” della politica e delle istituzioni, con rappresentanti tutti allineati a esaltare le parole del Papa e a condannare l&#039;accaduto. Di «rituali deplorevoli e ributtanti», ha parlato il ministro dell’Interno, Angelino Alfano. Ha invece in parte minimizzato il sindaco della città, Domenico Giannetta, secondo il quale «la ritualità di girare la Madonna verso quella parte risale a più di trent’anni fa, anche se questa non deve essere una giustificazione».
Più articolato è stato il giudizio dei diversi rappresentanti della Chiesa. Secondo il vescovo di Cassano allo Jonio e segretario della Conferenza episcopale italiana, monsignor Nunzio Galantino, «proprio per quanto è successo resta fortissima l’importanza di quanto ha detto Papa Francesco a Sibari». «Non c&#039;è nessun margine e nessuna possibilità di commistione tra fede e malavita», ha aggiunto, ricordando che «deve essere forte l’impegno della Chiesa per tradurre in fatti le parole del Santo Padre». In questo «esistono due livelli sui quali occorre intervenire. Il primo riguarda la condanna dei malavitosi, di una condotta di vita non compatibile nel modo più assoluto con il Vangelo. Poi c’è il livello che riguarda l’intera comunità civile e religiosa». Si tratta, in questo caso, di «estirpare una radice culturale». 
Da parte sua, il vescovo della diocesi di Oppido Mamertina-Palmi, monsignor Francesco Milito, ha aperto un’indagine sull’accaduto e ha annunciato provvedimenti, ricordando però come Papa Francesco abbia invitato a fare attenzione a non lasciare soli vescovi e parroci. «Non voglio fare una difesa d’ufficio, ma so che le processioni sono eventi di massa che finiscono per inglobare anche ambienti estranei alla parrocchia», ha detto il presule.
Saranno pure estranei, ma non mancano nella Chiesa quanti sostengono che che questa estraneità i rappresentanti della Chiesa la devono comunque evidenziare. «Quando i carabinieri hanno lasciato, i preti dovevano scappare dalla processione. Avrebbero dato un segnale e di questi segnali abbiamo bisogno», ha detto l&#039;arcivescovo di Cosenza e presidente dei vescovi calabresi, monsignor Salvatore Nunnari. Lo stesso Nunnari ha detto che in simili situazioni non sarebbe male vietare le processioni per qualche anno dato che quanto accaduto non è solo «un episodio doloroso da esecrare, ma anche da leggere in un contesto preciso di una realtà che tarda a cambiare e che purtroppo trova implicato anche qualche prete».
Alle parole del Papa a Sibari è direttamente legata anche la decisione di disertare la Messa annunciata da duecento detenuti del carcere di Larino, in Molise, dove lo stesso Papa Francesco ha incontrato sabato i detenuti del carcere di Isernia. Secondo alcuni commentatori, anche cattolici, si è trattato di un gesto senza attenuanti, sia di ritorsione alla scomunica considerata come un affronto sia di messaggio a chi sta fuori dal carcere. A molti quanto accaduto a Larino ricorda il precedente del 1984 nel carcere palermitano dell’Ucciardone. All’epoca i detenuti non parteciparono alla Messa celebrata dal cardinale arcivescovo, Salvatore Pappalardo, a causa della dura condanna della mafia e delle istituzioni imbelli nell’omelia da questi tenuta ai funerali del prefetto Carlo Dalla Chiesa, quella con la celebre citazione «mentre a Roma si discute, Sagunto viene espugnata». 
L’arcivescovo di Campobasso Giancarlo Bregantini, che da vescovo di Locri divenne un simbolo della resistenza alla ‘ndrangheta, sottolinea comunque come nei penitenziari italiani, compreso proprio quello visitato dal Papa, ci sia stata una diffusa richiesta ai cappellani di chiarimenti e di aiuto nella riflessione.
 
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			<title>Accordo  sulla falda nubiana</title>
			<link>http://www.pierluiginatalia.net/1/accordo_sulla_falda_nubiana_8866466.html</link>
			<description><![CDATA[<strong>Accordo  sulla falda nubiana</strong><br />Ciad, Egitto, Libia e Sudan hanno raggiunto questa settimana a Vienna, con la mediazione dell’Onu, un accordo per la gestione comune della falda acquifera nubiana. Si tratta di un tesoro unico e  non rinnovabile, in grado di aiutare Paesi dove la disponibilità di forniture idriche non è mai scontata. L’intesa è parte di un programma di cooperazione sostenuto dal Programma dell’Onu per lo sviluppo. Il punto centrale riguarda la creazione di un’autorità congiunta per la falda acquifera nubiana, incaricata di favorirne in futuro uno sfruttamento sostenibile, equo e condiviso. La falda è la più grande al mondo tra quelle classificate come fossili, cioè non rinnovabili. Si stima che in uno strato di pietra arenaria nel sottosuolo di una delle regioni più aride dell’Africa, tra il Sudan nordoccidentale, l’Egitto, il Ciad nordorientale e la Libia sudorientale, siano custoditi 150.000 chilometri cubi di acqua.
Il sostegno internazionale all’accordo è rilevante anche nella prospettiva di una riapertura di altri e difficili negoziati sull’acqua, nei quali da decenni l’Africa cerca invano intese. L’esempio più evidente, che coinvolge come principali protagonisti per primo proprio l’Egitto e in subordine il Sudan, è quello del contrasto tra i Paesi del bacino del Nilo. Come noto, in materia  vigono tuttora gli accordi   stipulati nel 1929 tra l’Egitto e la Gran Bretagna,  che rappresentava allora le sue diverse colonie nel bacino del principale  fiume africano, poi rivisti nel 1956, all’epoca della costruzione della diga di Assuan.  Questi accordi, a vantaggio soprattutto dell’Egitto e in misura minore del Sudan, sono contestati da sempre  dagli altri Paesi del bacino. Da qui i tentativi, ormai pluridecennali, di stipulare nuove intese, per evitare che ogni Paese continui ad agire  unilateralmente,  provocando  crisi suscettibili di sfociare addirittura in conflitti armati, come si rischiò qualche anno fa  tra Egitto ed Etiopia. Finora, l’Egitto si è sempre opposto alla firma del  Nile River Cooperative Framework Agreement (accordo quadro di cooperazione del Nilo), ribadendo di voler mantenere i diritti su oltre 55 dei 100 miliardi di metri cubi d’acqua trasportati dal Nilo ogni anno. 
Finora, la posizione predominante dell’Egitto e in misura minore del Sudan non è stata scalfita, ma un mutamento, seppur lento, della situazione sembra destinato  a profilarsi con la nascita di un nuovo attore nella gestione dell’acqua del Nilo, cioè il Sud Sudan diventato indipendente da due anni. Il nuovo Stato non arabo sembra destinato a rafforzare la richiesta degli altri Paesi del bacino — Burundi, Etiopia, Eritrea, Kenya, Repubblica Democratica del Congo, Rwanda,  Tanzania e Uganda — di arrivare finalmente a una ridefinizione delle quote.
Anche la Comunità economica dei Paesi dell’Africa occidentale (Ecowas) punta alla condivisione delle risorse idriche. Finora, però, sono lenti i passi sulla strada indicata l’anno scorso dalla  senegalese Anta Seck, responsabile dell’apposito programma  dell’Ecowas, secondo la quale  si va verso «una regione senza frontiere le cui popolazioni disporranno in comune delle enormi risorse d’acqua dell’Africa occidentale».]]></description>
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			<title>Una  nuova tragedia nel Sahel</title>
			<link>http://www.pierluiginatalia.net/1/una_nuova_tragedia_nel_sahel_7868839.html</link>
			<description><![CDATA[<strong>Una  nuova tragedia nel Sahel</strong><br />  
di Pierluigi Natalia
L&#039;intervento armato della Francia in Mali e il successivo dispiegamento della forza militare della Comunità economica degli Stati dell&#039;Africa occidentale (Ecowas) hanno tenuto per qualche settimana le prime pagine dei giornali e poi, come spesso accade nelle diverse Afriche, hanno smesso di fare notizia. In che non significa che siano stati risolutivi delle intricate e interconnesse problematiche non solo di quel Paese, ma dell&#039;intera regione del Sahel. Le popolazioni saheliane, anzi, rischiano di vedere aggravate le loro difficili condizioni, drammatiche da sempre e rese ancora più difficili da un quinquennio di crisi economica globale provocata dalla speculazione finanziaria e pagata soprattutto dai Paesi più deboli di quella e di altre aree dell&#039;Africa. L&#039;azione francese ha avuto un sostanziale appoggio dei Governi dell&#039;area e della comunità internazionale – e persino in ambito cattolico non sono mancate voci favorevoli. L&#039;argomento è stato quello che si ripete da oltre un decennio, cioè la necessità di lottare contro il terrorismo internazionale di matrice fondamentalista islamico. Meno ascolto, invece, hanno avuto gli ammonimenti di quanti – per esempio il responsabile degli affari politici dell&#039;Onu, Jeffrey Feltman – hanno parlato di soluzione né semplice né veloce, ammonendo che le azioni militari, ammesso che non possano essere evitate del tutto, devono essere coordinate con cambiamenti politici. 
I dubbi maggiori riguardano proprio questo aspetto. Per esempio, gli sviluppi militari sembrano aver fatto passare in secondo piano le perplessità sulla transizione dopo il colpo di Stato messo in atto il 22 marzo scorso nella capitale maliana Bamako da reparti militari guidati dal capitano Amadou Haya Sanogo. I golpisti, che avevano rovesciato il presidente Amadou Toumani Touré, avevano poi dovuto accettare appunto di avviare una transizione, sotto pressione internazionale. Capo di Stato ad interim era stato nominato l’ex presidente del Parlamento, Diacoumba Traoré, e primo ministro Modibo Diarra. Quest&#039;ultimo, però, è stato ben presto rovesciato anch&#039;egli dai militari al comando di Sanogo, che ha così dimostrato di mantenere intatto il suo controllo sul Governo. 
Anche questo rende evidenti le ombre che si proiettano sulla possibilità di un vero dialogo nazionale per ricostruire la pace e che la rioccupazione militare del nord non basterà certo a dissipare. Anzi. Autorevoli fonti internazionali, dall&#039;alto commissariato dell&#039;Onu per i rifugiati alla Corte penale internazionale, hanno denunciato l&#039;aumento di tensioni e violente tra comunità etniche in diverse aree del Mali. Tuareg e arabi, in particolare, accusati da altri gruppi di sostenere la ribellione separatista, sono stati fatti oggetto di vendette da parte dei militari maliani, tutti appartenenti alle etnie nere del sud, che hanno affiancato i francesi nella riconquista delle regioni settentrionali.
Come sempre accade, questo ha portato nuove ondate di profughi, sfollati interni o rifugiati all&#039;estero, ridotti in condizioni drammatiche. E è soprattutto in queste situazioni che le posizioni più estremistiche trovano ascolto e proseliti.
Del resto, non solo le vicende africane, ma tutti i conflitti avviati da un ventennio in nome della lotta al terrorismo, basti pensare a Iraq e Afghanistan, dimostrano come la guerra non risolva i problemi e non raggiunga neppure gli obiettivi dichiarati. In merito, come spesso in passato, si è parlato di intervento occidentale destinato a concludersi in tempi brevissimi. Ma indipendentemente dalle informazioni fornite dai comandi militari, quasi mai attendibili in senso assoluto e tanto più nei conflitti dell&#039;ultimo ventennio, è un fatto che l&#039;offensiva francese è proseguita senza ostacoli fino a Kidal, all&#039;estremo confine nordorientale del Mali, dove si sono protratti per giorni i bombardamenti sulle residue postazioni dei gruppi jihadisti. E questo non perché Kidal fosse la roccaforte degli islamisti, come scritto con una certa superficialità da molta stampa internazionale, ma perché la resistenza mirava a proteggere il ritiro dei miliziani verso il massiccio degli Infoghas, un immenso territorio pietroso vasto quasi la metà della Francia, dove è facile nascondersi per piccole formazioni guerrigliere, mentre sono estremamente difficili i movimenti di truppe regolari. Il che rende facile ipotizzare che possa riproporsi una situazione come quella afghana. A dimostrazione che l&#039;uso dei cacciabombardieri serve poco per risolvere le crisi di sistema e che anzi tende a innescare un effetto domino. 
Tra l&#039;altro, a far precipitare la situazione in Mali, un anno fa, fu proprio un&#039;altra crisi, quella libica, che vide un massiccio intervento armato occidentale. In questa luce si possono leggere, infatti, sia l&#039;insurrezione dei tuareg del Movimento nazionale di liberazione dell&#039;Azawad (Mnla), incominciata il 17 gennaio 2012, sia la pressoché contemporanea concentrazione in quell&#039;area dei gruppi jihadisti che poi hanno preso il sopravvento, come Al Qaeda per il Maghreb islamico (Aqmi) o il Movimento per l&#039;unicità e il jihad nell&#039;Africa occidentale (Mujao), ai quali si è presto affiancato il movimento islamista tuareg locale Ansar Ed Din. Tra i fattori determinanti, ci fu infatti il rientro in patria di miliziani tuareg, pesantemente armati, che avevano fatto parte delle forze di Gheddafi, sconfitte dagli insorti libici appoggiati dalla Nato. L&#039;accresciuta porosità delle frontiere, libiche e non solo, seguita alle rivolte del 2011 nel Maghreb, ha fatto il resto, favorendo anche gli spostamenti dei gruppi jihadisti. Tra l&#039;altro, a Timbuctu è stata più volte segnalata la presenza anche di miliziani di Boko Haram provenienti dalla Nigeria, oltre che appunto di Aqmi e Mujao e di altre sigle di quella che in occidente viene considerata una sorta di galassia del terrorismo internazionale di matrice fondamentalista islamica.
Tutti questi gruppi, che dell&#039;islam hanno una concezione profondamente diversa da quella delle popolazioni tuareg, come dimostrano le sistematiche distruzioni dei monumenti a Timbuctu, erano uasi subito entrati in conflitto con l&#039;Mnla, che dopo l&#039;intervento francese ha provato a riorganizzarsi e a proporsi come interlocutore politico. 
Di contro, i gruppi jihadisti sembrano intenzionati a riproporre in Mali e nel Sahel la situazione in Somalia, dove le milizie radicali di al Shabaab hanno guidato a lungo l&#039;insurrezione contro le istituzioni appoggiate dalla comunità internazionale. Il paragone dovrebbe preoccupare. Pur sconfitta militarmente da forze internazionali, infatti, al Shabaab ha mantenuto intatta la sua capacità di colpire, come dimostrano i continui attentati in Somalia e non solo. Che lo schema possa ripetersi nel Sahel è già stato dimostrato dalla presa di ostaggi di gennaio nel sito algerino per l’estrazione del gas di In Amenas, finita tragicamente. Anche questo conflitto, cioè, minaccia di varcare i confini e trasformarsi sempre più, in tutto il Sahel, in una nuova guerra di ostaggi, in senso proprio come avvenuto in Algeria, e soprattutto in senso lato, con popolazioni innocenti in balia delle violenze e senza mezzi minimi di sostentamento. 
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			<title>Ennesima tragedia nel Mediterraneo</title>
			<link>http://www.pierluiginatalia.net/1/ennesima_tragedia_nel_mediterraneo_10503591.html</link>
			<description><![CDATA[<strong>Ennesima tragedia nel Mediterraneo</strong><br /> 
Sono ventisei i corpi finora recuperati di profughi e migranti annegati ieri nel naufragio di un barcone che si è rovesciato a quindici miglia a largo delle coste libiche. Le persone tratte in salvo sono 375. Secondo le testimonianze di alcuni degli scampati al naufragio, sul barcone c’erano oltre seicento persone e quindi si profilano terribili le conseguenze di questa ennesima tragedia consumata nel Mediterrano, dove dall’inizio dell’anno sono morti oltre duemila degli sventurati in fuga da guerre, persecuzioni, fame, che tentano di raggiungere le coste dell’Unione europea. Nel barcone inabissatosi potrebbero cioè essere rimaste intrappolate duecento persone. Nel braccio di mare dove si è consumato il naufragio proseguono anche oggi le ricerche di eventuali superstiti, ma le speranze di trovarne si assottigliano di ora in ora. 
Secondo le prime ricostruzioni, il naufragio è avvenuto quando gli occupanti del barcone, un vecchio e obsoleto peschereccio, hanno avvistato la nave militare irlandese «L.E. Niamh», appartenente al dispositivo europeo &#039;Triton, e si sono spostati in massa su una fiancata, facendo così sbandare lo scafo che si è ribaltato. I superstiti e le salme sono sulla «L.E. Niamh», attesa nel pomeriggio a Palermo.
Sono invece per fortuna tutte in salvo le 381 persone imbarcate su un altro barcone sovraccarico affondato poche ore dopo quindici miglia più a nord. L’equipaggio della nave italiana «Fiorillo» è riuscito a prenderli tutti a bordo prima che il barcone s’inabissasse.
 Nel frattempo, gli aiuti stanziati dalla Commissione europea a Francia e Gran Bretagna — rispettivamente venti e ventisette milioni euro — per aiutare a fronteggiare l’emergenza in atto nell’Eurotunnel non sembrano aver stemperato né le tensioni tra i due Paesi né la linea dura contro profughi e migranti decisa dal Governo di Londra, che ha anzi annunciato la riduzione delle cinquanta sterline settimanali destinate ai profughi in attesa delle decisioni sulle loro richieste d’asilo. 
Riguardo alle accuse mosse da Londra a Parigi di non fare abbastanza per bloccare quanti cercano di raggiungere la Gran Bretagna, il ministro degli interni francese, Bernard Cazeneuve ha sottolineato che il trattato bilaterale del Touquet, firmato nel 2003 per rafforzare il controllo dei migranti in partenza dalla Francia, è un «accordo un po’ ingiusto, in quanto mette molto sulle spalle della Francia e poco su quelle dei britannici».


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			<title>La Chiesa e la crisi siriana</title>
			<link>http://www.pierluiginatalia.net/1/la_chiesa_e_la_crisi_siriana_8821671.html</link>
			<description><![CDATA[<strong>La Chiesa e la crisi siriana</strong><br />
 
La Chiesa cattolica leva la sua voce contro ogni ipotesi di allargamento del conflitto siriano e cerca, ai suoi massimi livelli e in tutte le sue strutture e comunità, strade di pace e di dialogo. Questa mattina, Papa Francesco ha tenuto una speciale udienza per «valutare possibili linee» per promuovere la pace in Siria, come ha riferito il direttore della Sala stampa vaticana, il gesuita Federico Lombardi, specificando che all&#039;incontro sono intervenuti i vertici della diplomazia vaticana, cioè, tra gli altri, il cardinale Tarcisio Bertone, segretario di Stato del quale proprio oggi è stato annunciato l&#039;avvicendamento con l&#039;attuale nunzio in Venezuela, l&#039;arcivescovo Pietro Parolin, e il segretario per i rapporti con gli Stati, l’arcivescovo Dominique Mamberti, confermato invece al suo posto. Il Papa ha voluto che fosse presente anche il cardinale Leonardo Sandri, prefetto della congregazione per le Chiese Orientali, il dicastero vaticano più impegnato in quell&#039;area del mondo dove la gran parte delle voci della società civile e delle comunità religiose Insistono sulla necessità di non ricorrere alle armi, ma agli strumenti della diplomazia e del dialogo. «Si è trattato — ha detto padre Lombardi — di discutere le possibili iniziative da parte della Santa Sede» per la composizione del conflitto per la cui cessazione il Papa ha già lanciato diversi appelli. L’ultimo era stato l&#039;altro ieri, quando il Papa aveva ricevuto reali di Giordania, «sottolineando con loro che l’unica opzione è il dialogo». Forte attesa c&#039;è per l&#039;Angelus di domani in piazza San Pietro, quando secondo diverse fonti Papa Francesco annuncerà le iniziative della Chiesa in questo diffile momento. 
Tra le voci cattoliche alzatesi in queste ultime ore, c&#039;era stata ieri quella della Caritas Internationalis, con un comunicato del segretario generale Michel Roy per ricordare che «Il popolo siriano non ha bisogno di altro spargimento di sangue. Piuttosto ha bisogno di una fine veloce alle violenze e di una tregua immediata. Un ampliamento delle operazioni militari da parte di potenze straniere non farà altro che aggravare la guerra e aumentare le sofferenze». Dopo aver argomentato che solo «durante l’ultimo decennio siamo stati testimoni delle conseguenze tragiche dell’intervento militare in Iraq, Afghanistan e Libia», Roy afferma che la comunità internazionale «ha l’obbligo di porre fine alla sofferenza del popolo siriano» e che l’unica via percorribile è quella «di un dialogo di pace inclusivo». Il comunicato fa riferimento alla già più volte rinviata conferenza internazionale sulla Siria, la cosiddetta Ginevra 2, a suo tempo promossa congiuntamente da Stati Uniti e Russia, sostenendo che l&#039;iniziativa andrebbe «rinvigorita, come primo passo verso un cessate il fuoco e un accordo di pace».
Sul piano politico e diplomatico, intanto, non si segnalano sostanziali mutamenti di posizione. Nel frattempo, si è appreso che per conoscere i risultati dell’indagine completata oggi dall’Onu in Siria sul presunto uso di armi chimiche, del quale i ribelli e il Governo del presidente Bashar Al Assad si accusano a vicenda, ci vorranno un paio di settimane. La previsione è stata comunicata dal Segretario generale dell&#039;Onu stessa, Ban Ki-moon, agli ambasciatori dei cinque Paesi membri permamenti del Consiglio di sicurezza (Cina, Francia, Gran Bretagna, Russia e Stati Uniti). I tredici ispettori dell&#039;Onu, guidati dallo svedese Åke Sellström, hanno lasciato questa mattina Damasco, come previsto dal loro programma, e i campioni da loro prelevati sul terreno sono stati inviati a diversi laboratori specializzati, soprattutto in Europa.
Al momento, peraltro, diversi Governi, a cominciare da quello degli Stati Uniti, non sembrano disposti a subordinare le loro decisioni ai risultati dell&#039;indagine dell&#039;Onu. In un rapporto dell&#039;intelligence statunitensi reso noto ieri dal segretario di Stat, John Kerry, si afferma che è «elevata la certezza» e sono «molteplici le prove» del fatto che il 21 agosto scorso «il governo siriano condusse l’attacco con armi chimiche contro elementi dell’opposizione alla periferia di Damasco». Nel documento si indica -Assad come colui che «assunse la decisione definitiva» di procedere al massacro con armamenti proibiti dal diritto internazionale. Kerry, ha detto che il Governo di Washington considera la vicenda chiara in ogni particolare e che si conosce persino il numero preciso delle vittime, che sarebbero state 1.429, tra cui 426 bambini. Il presidente Barack Obana ha confermato ancora ieri di non aver preso ancora alcuna decisione, specificando che non intende lanciare nei confronti della Siria una guerra su vasta scala, ma affermando che il mondo «non può accettare» donne e bambini inermi «asfissiati con gas tossici». Secondo Obama, l’uso di armi chimiche in Siria è dunque «una sfida al mondo», oltre che «una minaccia ad alleati degli Stati Uniti come Israele, Turchia e Giordania e una minaccia agli interessi della sicurezza nazionale americana». 
Di accuse insensate rivolte da Washington a Damasco ha parlato oggi il presidente russo, Vladimir Putin, invitando Obama a presentare le presunte prove all’Onu. Putin ha aggiunto che il vertice del g20, fissato per la prossima settimana a San Pietroburgo, può essere una piattaforma per discutere della crisi. 
Da parte sua, l’Unione europea non ha finora cercato un approccio comune sull’esasperazione della crisi siriana. I Governi di Gran Bretagna e Francia si sono subito detti pronti a un intervento armato, mentre non ci sono state voci che lo abbiano escluso in assoluto, rimettendosi al Consiglio di sicurezza dell&#039;Onu. A mutare la situazione è arrivato, giovedì 29, il voto della Camera dei Comuni di Londra che ha bocciato la proposta del primo ministro, David Cameron, di intervenire anche senza un mandato dell&#039;Onu (ragionevolmente da escludere, dato il certo veto di Russia e probabilmente Cina). Questo sembrava destinato ad avere conseguenze anche sulle decisioni degli Stati Uniti, che vedono ora incrinato, almeno sul piano della collaborazione militare, l’asse con lo speciale alleato britannico, da un quarto di secolo a queste parte sempre a fianco di Washington in ogni intervento armato, a partire dall&#039;invasione di Panama nel 1989. 
Sul fatto che la comunità internazionale «non può tollerare l’uso di armi chimiche, deve considerarne responsabile il regime siriano e inviare un messaggio forte per denunciarne l’utilizzo», Obama ha invece ottenuto di nuovo il sostegno del presidente francese, François Hollande, in una telefonata fatta ieri sera e della quale ha dato notizia l&#039;Eliseo. In precedenza, Hollande aveva sostenuto che il voto del Parlamento di Londra non cambia gli scenari e che la Francia è pronta a partecipare all&#039;eventuale azione armata anche senza la Gran Bretagna. Hollande ne aveva persino prospettato l’avvio prima di mercoledì prossimo, quando è fissato il dibattito all’Assemblea nazionale francese, pur precisando che il suo Governo non si muoverà senza un’adeguata base giuridica che giustifichi l’intervento.
Il cancelliere tedesco, Angela Merkel, anch&#039;ella in una telefonata con il presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, si è detta d’accordo con lui sul fatto che l’uso di armi chimiche è una «seria violazione delle norme internazionali» e i due si sono impegnati a continuare a consultarsi sulle potenziali risposte. Merkel ha poi dichiarato di sperare che la Russia cambi atteggiamento all’Onu affinchè si arrivi a una posizione comune sulla Siria nel Consiglio di sicurezza. Il ministro degli Esteri tedesco, Guido Westerwelle, ha comunque chiarito che la Germania non parteciperà a nessuna azione militare:
Più articolata è la posizione del leader socialdemocratico tedesco, Peer Steinbrück, che sfiderà Merkel nelle elezioni di settembre.  Steinbrück  ha messo in guardia contro un intervento militare in Siria sostenendo che violenza tira violenza. «Meglio cento ore di negoziati che un minuto di fuoco», ha detto, citando una famosa frase del cancelliere socialdemocratico Helmut Schmidt. A tal fine Steinbrück ha proposto di nominare al prossimo G20 un gruppo di quattro negoziatori di alto livelloi: il Segretario generale dell’Onu Ban Ki Moon, il presidente statunitense Obama, quello russo Vladimir Putin e un alto rappresentante della Lega araba. I quattro dovrebbero negoziare un cessate il fuoco di 72 ore per consentire aiuti umanitari e una visita degli ispettori dell&#039;Onu. Inoltre dovrebbero adoperarsi per una nuova conferenza sulla Siria onde arrivare a una soluzione negoziata del conflitto. ]]></description>
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			<title>Le elezioni presidenziali in Brasile</title>
			<link>http://www.pierluiginatalia.net/1/le_elezioni_presidenziali_in_brasile_10052008.html</link>
			<description><![CDATA[<strong>Le elezioni presidenziali in Brasile</strong><br /> Le elezioni presidenziali in Brasile di questa domenica e l’eventuale ballottaggio del 26 ottobre diranno se il più grande Paese latinoamericano punta ancora sul Partito dei lavoratori, che lo guida da tre mandati presidenziali e, soprattutto, se conferma la fiducia a Dilma Rousseff, vincitrice nel 2011, che si ricandida per un nuovo mandato.
Dilma, come la chiamano tutti, è data per favorita dai sondaggi, per quel che valgono, ma a suo sfavore giocano alcuni fattori da non sottovalutare e che a giudizio di alcuni commentatori potrebbero persino mettere in discussione l&#039;impostazione politica di questi ultimi dodici anni, i suoi quattro e gli otto precedenti con la guida di Luiz Inácio Lula da Silva, forse il più carismatico uomo politico nella storia del Paese che ha contribuito a trasformare. Nessuno può negare, infatti, che siano stati anni di grandi trasformazioni e progressi sociali, con i programmi per l’eliminazione della fame, la scolarizzazione e l’accesso alla casa, che hanno sottratto oltre quaranta milioni di persone dalla povertà, un risultato con pochi paragoni al mondo. Al tempo stesso, la crescita economica del Brasile, uno dei grandi Paesi emergenti, ha consentito il passaggio di molte di queste persone dalla situazione di dipendenza dall&#039;assistenza pubblica all&#039;ingresso nel ciclo produttivo.
Ora però, complice anche la crisi finanziaria ed economica globale che ha accompagnato la presidenza di Rousseff, la crescita economica sta rallentando e i conti incominciano a farsi difficili, per usare un eufemismo. Proprio la gigantesca spesa sociale ha provocato un progressivo aumento del debito pubblico, cosa di per sé necessaria e persino politicamente opportuna in un Paese che si era affacciato nel terzo millennio con decine e decine di milioni di abitanti privi della possibilità di far fronte alle più elementari necessità della vita. Ma il rallentamento della crescita economica ha trasformato questo debito in un macigno che pesa sulle prospettive economiche del Brasile e minaccia di compromettere i bilanci dello Stato e la stessa possibilità di non regredire dalle politiche di inclusione e tutela sociale. 
Tutti gli osservatori, anche quelli più favorevoli alle politiche di Lula prima e poi di Rousseff (alla quale il predecessore mantiene intatto il suo sostegno) registrano la delusione non solo tra i fautori di un liberismo estremo, ma anche in quegli strati della popolazione che pure sono stati i principali beneficiari delle scelte governative. Molti sono frustrati per il mancato miglioramento delle loro condizioni di vita al ritmo registrato durante il Governo di Lula e temono l’aumento dei prezzi che erode il loro potere di acquisto. La classe lavoratrice, soprattutto quella di recente emancipazione, si trova infatti oggi a fronteggiare problemi comuni a molte società nelle quali lo Stato sociale traballa. Problemi che vanno dall’accesso all’assistenza sanitaria — dove trovano sempre più spazio i privati a costi che la stragrande maggioranza della popolazione non può permettersi — all’aumento, appunto, del costo della vita.
Non a caso, ha innescare le proteste che per mesi hanno percorso il Paese negli ultimi diciotto mesi – che hanno avuto grande risonanza internazionale soprattutto perché hanno preso di mira la spesa per gli stadi dove si sono disputati i mondiali di calcio - è stato proprio un aumento di tariffe, quelle dei trasporti pubblici. Peraltro, gli oppositori di Rousseff non sembrano poter contare sul fatto che questo disagio si trasformi in consensi elettorali per il loro campo. Bersaglio delle proteste, infatti, sono stati tanto il Governo federale quanto quelli locali, in molti casi guidati dall’opposizione. Così come il Governo federale è il principale, ma non unico bersaglio delle accuse di corruzione. A giudizio di alcuni osservatori, sembra piuttosto possibile che la protesta – e la disillusione per i minori risultatri delle politiche governative rispetto all&#039;epoca di Lula – si trasformino in astensione dalle urne di una parte consistente dei quali 143 milioni di elettori brasiliani. 
Per tornare ai sondaggi, gli ultimi danno Rousseff al 47 per cento al primo turno. Segue l’ambientalista Marina Silva — candidata dal Partito socialista (centrista, nonostante il nome) dopo la morte in un incidente aereo del leader Eduardo Campo — alla quale viene attribuito il 24 per cento. Terzo è Aécio Neves, del partito socialdemocratico (di centrodestra), accreditato del 21 per cento. Per la prima volta da mesi, inoltre, i sondaggi stessi danno Rousseff sicura vincitrice al ballottaggio, chiunque sia lo sfidante. Tra l’altro, la stessa presidente, all’immediata vigilia del voto, ha dichiarato di ritenere possibile una mancata elezione al primo turno, dicendosi pronta al ballottaggio.
Sotto questo aspetto il quadro politico sembra mutato. Fino a poche settimane fa, infatti, gli istituti di sondaggi ritenevano che in caso di confronto al secondo turno avrebbe prevalso Silva, che fu ministro con il predecessore di Rousseff, Luiz Inácio Lula da Silva, prima di lasciare il Partito dei lavoratori nel 2008. Secondo le rilevazioni, Silva ha però perso consensi con l’approssimarsi del voto e rischierebbe persino di non accedere al ballottaggio.
I commentatori politici attribuiscono tale caduta di consensi sia al fatto che Silva, originaria dell’Amazzonia e identificata soprattutto come militante ambientalista, non viene accreditata della statura necessaria a guidare un grande e complesso Paese, sia ad alcune sue posizioni in materia economica giudicate di stampo liberista. Silva, prima candidata nera alla presidenza nella storia del Brasile, viene accusata da molti di volere un un’economia di mercato senza rigidi controllo pubblici che minaccerebbe le classi più povere del Paese, composte in gran parte proprio da neri e meticci. 
Molti accomunano cioè la candidata del partito socialista a Neves nella vicinanza a quei settori finanziari che puntano su un cambio di Governo, accusando le politiche prima di Lula e poi di Rousseff di aver provocato la stagnazione dell’economia che ora attanaglia il Paese dopo anni di crescita vertiginosa. 
A chiarire il quadro politico, oltre al voto per la presidenza, sarà quello contemporaneo per eleggere 27 governatori, 513 deputati dei Parlamenti locali, i 1.069 deputati di quello federale e 27 senatori (un terzo della Camera alta). Anche su questo voto, al di là dei fattori locali, si annuncia una sorta di referendum su Dilma.

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			<title>Dopo sei anni di guerra civile</title>
			<link>http://www.pierluiginatalia.net/1/dopo_sei_anni_di_guerra_civile_11333033.html</link>
			<description><![CDATA[<strong>Dopo sei anni di guerra civile</strong><br /> 
Avete presenti quei bambini che non vogliono lavarsi perchè tanto poi si risporcano? Un po&#039; alla volta, talora imponendosi, si spiega loro che l&#039;igiene è una questione quotidiana che non può essere trascurata, altrimenti si accumulano sporcizia, germi nocivi e si compromette la salute dell&#039;organismo. Per l&#039;igiene sociale, soprattutto nei rapporti internazioni, la questione è simile, ma ai comportamenti patogeni si continuaa dare spazio. Un esempio evidente viene dalla Libia, dove sei anni dopo la rivolta che portò alla caduta di Gheddafi e alla sua uccisione, la situazione si è incancrenita. Caos, guerra civile, instabilità e frammentazione lasciano campo libero da un lato a terroristi e trafficanti di esseri umani, dall&#039;altro – per usare un&#039;espressione da medioevo europeo o magari da scenari da fantasy – a baroni che voglioni farsi re. 
Per semplificare, i soggetti in conflitto sono tre, Khalifa al-Ghwell, l&#039;ex-premier che gioca un ruolo di terzo incomodo fra il presidente del Consiglio presidenziale oggi appoggiato dall&#039;Onu, Fayez Al-Sarraj, e l&#039;uomo forte della Cirenaica sostenuto dal Parlamento libico di Tobruk, il generale Khalifa Haftar. Poi ci sono gli islamisti radicali che dichiarano appartenenza all&#039;Isis e – cosa che la stampa internazionale tende sempre a dimenticare, i tuareg del sud-ovest, la cui condizione è da un decennio coinvolta in tutte le crisi sahariane. Anche di al-Ghwell, capo dell&#039;alleanza di milizie filo-islamiche Fajr Libya (Alba della Libia), in gran parte formata dalle milizie d Misurata, che conquistò Tripoli nell&#039;estate 2014, si erano dimenticati in molti, compreso il Governo italiano che ha firmato un accordo con Sarraj volto proprio a bloccare i barconi dei migranti. 
Ma anche se ora a Tripoli c&#039;è Sarraj, che a metà febbraio ha definito &quot;fuori legge&quot; la cosiddetta Guardia nazionale, cioè le milizie che appoggiano al-Ghwell, quest&#039;ultimo ha dimostrato di essre tutt&#039;altro che fuori partita. Tra l&#039;altro, il 17 febbraio, nel sesto anniversario della rivoluzione, ha ha potuto inscenare una riapertura dell&#039;aeroporto internazionale della capitale libica, semidistrutto nei combattimenti di tre anni fa. In ogni caso, i miliziani di Misurata che hanno combattuto per liberare Sirte dall&#039;Isis l&#039;anno scorso ora vogliono un posto nella mappa del potere libico. A quanto risulta a chi scrive, al-Ghwell si è alleato con la tribù dei Warshafana, tradizionalmente vicina ad Haftar e che controlla la parte a ovest di Tripoli. Da parte sua, Sarraj non riesce ad ottenere la fiducia del Parlamento di Tobruk che vuole ancorare in costituzione un ruolo per Haftar. 
Questo, per grandi linee, è il puzzle libico sei anni dopo la risoluzione del Consiglio di sicurezza dell&#039;Onu che il 19 marzo 2011, a guerra civile appena incominciata, avallò, al dichiarato scopo di tutelare la popolazione civile libica, l&#039;intervento della Nato voluto fortemente dalla Francia, ma con l&#039;appoggio di diversi altri Paesi, compresi Qatar ed Emirati Arabi Uniti. Tra gli occidentali, parteciparono all&#039;azione Canada, Gran Bretagna e Stati Uniti, all&#039;epoca nel primo mandato presidenziale di Obama con Hillary Clinton Segretario di Stato, un&#039;amministrazione di Washington che in quegli anni, riguardo a quanto stava avvenendo nei Paesi delle cosiddette primavere arabe, a essere benevoli capì poco e a essere un po&#039; più espliciti fece più danni che altro. E per inciso, supporto a quell&#039;intervento armato diede anche il Governo italiano, all&#039;epoca guidato da quel Silvio Berlusconi, poco tempo prima irriso in tutto il mondo per aver baciato pubblicamente la mano a Gheddafi, che si era presentato a Roma con la sua tenda da beduino e con quaranta cosiddette amazzoni della sua guardia personale.
Ma non furono certo gli aspetti “scenografici”, tanto decantati dalla stampa internazionale, a costituire il cuore del quarantennio di potere del leader libico, né sei anni fa a decretare la fine della Jamaria (letteralmente Stato governato dalle masse) il sistema “socialismo islamico” inventato da Gheddafi e che di fatto aveva garantito a lui il controllo del Paese, ma anche una convivenza sostanzialmente pacifica tra la miriade di tribù, diverse e storicamente conflittuali, che compongono la popolazione del Paese, in un complicato ma tutt&#039;altro che precario equilibrio con i gruppi di potere urbani, gli apparati amministrativi e le società straniere che non hanno mai smesso di controllare i giacimenti petroliferi. E proprio il vacillare dello status quo di questo controllo, con la prospettiva di perdite di quote per gli occidentali, soprattutto europei, aiuta a comprendere perché la Nato avesse tanta fretta di liquidare Gheddafi una volta per tutte.
Eppure la narrazione degli avvenimenti di sei anni fa, con poche lodevoli eccezioni, in Occidente e non solo, fu quella di una lotta del bene contro il male: da una parte il dittarore cattivo, dall&#039;altra gli insorti buoni. Mai in una crisi internazionale le grandi potenze si erano mosse con tanta tempestività. Dai fatti di Bengasi del 17 febbraio alla risoluzione del Consiglio di sicurezza, passò appena un mese. Per fare solo un esempio, in Bosnia ed Erzegovina (che produce cavoli e non petrolio) c&#039;erano voluti tre anni nonostante che massacri e pulizie etniche fossero note a tutti. 
L&#039;intervento “a tutela delle popolazoni civili” fu in realtà una serie di sistemati bombardamenti contro le forze governative e favorirì in modo determinante la vittoria dei ribelli, che non erano certo una coalizione impegnata in una guerra di liberazione nazionale. L&#039;azione delle milizie si rivelò subito puro e semplice bandidsmo, con rapine e distruzioni e  violenze di ogni tipo contro civili inermi, comprese appunto le pulizie etniche, come quella dei circa centomila abitanti non arabi di Tawargha, obbligati a fuggire verso il Sahara, dove se ne persero le tracce. 
Se una cosa le milizie ribelli sapevano era che senza il sostegno della Nato non avrebbero mai sconfitto le forze governative.  Forse questo avrebbe potuto consentire di metterli tutti intorno a un tavolo e obbligarli a trattative. Invece ciascun soggetto libico e internazionale pensò di poter giocare il proprio ruolo a tutela del proprio esclusivo interesse. E, come detto, la partita in Libia si chiama petrolio. Non a caso, tutti i belligeranti si guardarono bene dal distruggere i pozzi e gli impianti energetici.
Ma, tolto questo aspetto, la partita ha continuato a incattivirsi, mostrando quanto fosse falsa quella narrazione. La “rivoluzione” assistita dalla Nato non ha fatto emergere alcuna classe dirigente credibile, né ha portato ai compromessi sui quali costruire un nuovo patto sociale e quindi la pace.
E oggi la Libia è un Paese ancora senza controllo, senza alcuna forma di statualità, dove i commercianti di uomini imperversano buttando a mare i disperati che sognano una vita migliore in Europa. E a noi occidentali, soprattutto a noi italiani primi destinatari insieme ai greci delle rotte della disperazione, sembra interessare solo impedire che arrivino. Del resto, la vittoria di Trump nelle elezioni statunitensi ha tolto ogni remora a quanti dichiarano espressamente che i migranti sono nemici, tutti potenziali terroristi.
Né si tratta, come ancora poteva pensarsi fino a qualche anno fa, di minoranze, magari nutrite, ma comunque minoranze. Oggi la politica si fa in prevalenza con l&#039;attenzione non alle effettive richieste sociali, soprattutto dei ceti più svantaggiati, ma ai brontolii di pance che anni e anni di disinformazione, di comunicazione isterica e senza controllo, hanno di fatto scollegato dal cervello e dal cuore. ]]></description>
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			<title>Calo di attenzione sul conflitto siriano</title>
			<link>http://www.pierluiginatalia.net/1/calo_di_attenzione_sul_conflitto_siriano_9638060.html</link>
			<description><![CDATA[<strong>Calo di attenzione sul conflitto siriano</strong><br /> 
Come accade quasi sempre, l&#039;insorgere di una nuova crisi cancella quelle precedenti e non risolte dalle prime pagine, se non dai radar della diplomazia internazionale. E intanto le crisi incancreniscono e i conflitti all&#039;apparenza dormienti registrano nuove recrudescenze. Sta accadendo, per esempio, nel Darfur, la regione occidentale sudanese teatro dal febbraio del 2003 di una guerra civile che soprattutto nei primi anni ha provocato trecentomila morti e una gigantesca emergenza umanitaria, con tre milioni di profughi. Accade in Iraq, in Afghanistan e in tanti teatri di crisi, soprattutto africani, ma non solo. E ora, la crisi in Ucraina sta provocando lo stesso effetto su quella siriana. 
Eppure, negli ultimi giorni S’intensificano si sono intensificati gli scontri tra esercito siriano e ribelli nella zona di confine con la Turchia e a preoccupare è anche il palese aumento della tensione tra il Governo turco del primo ministro Recep Tayyip Erdoğan e quello siriano del presidente Bashar Al Assad, che accusa il Paese vicino di di sostenere con i suoi carri armati e l’artiglieria, in quello che definisce un appoggio militare senza precedenti e ingiustificabile. Domenica scorsa, oltre all&#039;abbattimento di un caccia siriano da parte della contraerea turca – secondo Damasco il velivolo si trovava nello spazio aereo siriano, mentre secondo Ankara aveva violato quello turco – si sarebbe rischiato un incidente analogo a parti invertite. L&#039;aviazione di Ankara ha ha riferito che sistema antimissile siriano ha tenuto sotto mira un suo aereo F-16 per circa quattro minuti e mezzo mentre era in volo sulla provincia frontaliera turca di Hatay. I militari turchi non hanno chiarito se l&#039;episodio sia stato precedente o successivo all’abbattimento del caccia siriano. 
              I combattimenti nell&#039;area stanno rallentando le operazioni di consegna dell’arsenale chimico siriano concordato dal Governo di Damasco con l&#039;Onu e con l&#039;Organizzazione per la prevenzione delle armi chimiche (Opac). Proprio nel porto di Latakia, capoluogo dell&#039;omonima provincia mediterranea, si svolgono infatti le operazioni di carico di questo tipo di armamenti sui cargo che li portano verso la distruzione fuori dalla Siria, operazioni al momento bloccate. Sulla questione è intervenuto ieri il segretario di Stato americano, John Kerry, dopo un incontro con Ahmet Üzümcü, il direttore dell&#039;Opac, a margine del vertice all&#039;Aja sulla sicurezza nucleare all’Aja. Secondo Kerry, il disarmo chimico siriano è stato completato per metà, ma Damasco non ha rispettato la scandenza del 15 marzo per la consegna completa dell&#039;arsenale. Parere diverso si è detto il ministro degli esteri russo, Serghiei Lavrov, che ha incontrato a sua volta Üzümcü: «Le operazioni si sviluppano in modo abbastanza soddisfacente - ha detto -. Abbiamo tutte le ragioni per credere che i tempi saranno rispettati e tutte le armi chimiche saranno rimosse entro la metà dell’anno».
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			<title>Sistematica strategia negli attacchi ai cristiani</title>
			<link>http://www.pierluiginatalia.net/1/sistematica_strategia_negli_attacchi_ai_cristiani_10327725.html</link>
			<description><![CDATA[<strong>Sistematica strategia negli attacchi ai cristiani</strong><br />Suscita sdegno e inquietudine l&#039;ennesi strage terroristica che ha visto colpita questa mattina una minoranza cristiana, in questo caso in Pakistan e che ha spinto lo stesso Papa Francesco a ha denunciare all&#039;Angelus l’indifferenza del mondo di fronte al dramma delle persecuzioni che colpiscono i credenti. In due chiese di Lahore, la cattolica St John’s Church e l’anglicana Christ Church, attentatori suicidi talebani hanno causato almeno quindici morti e un’ottantina di feriti tra i fedeli durante le celebrazioni domenicali. Nella St John’s Church, nell’omonimo sobborgo di Youhanabad (città di Giovanni) abitato da una folta comunità cattolica, conseguenze molto più gravi sono state impedite da due poliziotti e da giovani volontari di guardia all’ingresso, che si sono sacrificati per sbarrare il passo all’attentatore.
A questo gesto di eroismo hanno fatto seguito, purtroppo, reazioni inferocite di una folla di circa quattromila persone in cerca di vendetta. Due sospetti complici degli attentatori sono stati linciati e i loro corpi sono stati bruciati. Poliziotti e politici locali accorsi sul posto sono stati cacciati dagli abitanti che accusano il Governo di scarsa risolutezza nel difendere i cristiani. Il primo ministro Nawaz Sharif ha risposto parlando di un attacco contro lo Stato. «La comunità cristiana pakistana ha reso servizi inestimabili alla madrepatria in particolare nel settore sociale e noi la rispettiamo con onore e orgoglio», ha dichiarato. 
Le stragi sono state rivendicate da Jamaat-ul-Ahrar, gruppo legato ai talebani e che, secondo fonti concordi, sta reclutando molti giovani nel sud del Paese con una predicazione basata su una distorta visione della sharia, la legge coranica, che incita all’odio religioso. 
Come accade nella gran parte dei Paesi islamici dove agiscono gruppi jihadisti, le loro vittime sono in massima parte musulmane. Tuttavia, la persecuzione delle minoranze religiose è sistematica e teorizzata da tali gruppi. Ne è un esempio proprio il Pakistan, ma il fenomeno è mondiale e nell’ultimo periodo è cresciuto in modo esponenziale. Nel 2014 sono stati 4.344 i cristiani uccisi e oltre mille le chiese attaccate, soprattutto in Iraq e Siria a opera del cosiddetto Stato islamico e in Nigeria di Boko Haram, secondo l’organizzazione protestante Open Doors. Nel 2012 i morti erano stati 1.201 e l’anno dopo 2.123. 
Né questa violenza è prerogativa esclusiva del jihadismo. A fondamentalisti hindu, per esempio, sembra dovuta l’aggressione a un convento di suore a Ranagath, nello Stato indiano del Bengala occidentale, dove otto uomini nella notte tra venerdì e ieri hanno duramente picchiato quattro religiose e violentato la loro superiora.
Anche in questo caso, il Governo locale ha parlato di tentativo di destabilizzare lo Stato.
Si tratta di un aspetto significativo: alle condanne di tutte le principali esponenti religiosi del mondo, incominciano infatti ad aggiungersi riflessioni – e mutamenti di strategie – di molti Governi, compresi alcuni che con l&#039;estremismo religioso hanno abbondantemente flirtato in questi anni, per non dire che l&#039;hanno sostenuto e armato.
La principale novità politica di queste ore riguarda comunque il conflitto in Siria, entrato nel suo quinto anno con il suo carico spaventoso di vittime e con il protrarsi della maggiore emergenza umanitaria al mondo. «Dobbiamo parlare con Al Assad», ha dichiarato il segretario di Stato americano, John Kerry, in un&#039;intervista rilasciata alla Cbs durante la sua viosita al Cairo Finora il Governo di Washington aveva sempre sostenuto che il presidente siriano Bashar Al Assad ha perso legittimità e che il percorso di pace è legato al suo abbandono del potere.
Il fattore determinante di questa svolta nella strategia statunitense, a giudizio concorde degli osservatori, è chiaramente legato all’irruzione nel contesto siriano, da quasi un anno a questa parte, dell&#039;Is. Gli Stati Uniti, che guidano la coalizione internazionale impegnata contro l’Is, prendono dunque atto della necessità di rilanciare un processo politico e negoziale che implica un confronto con Damasco e quindi con Al Assad, finora escluso da Washington in ogni ipotesi di transizione siriana. 
Se è vero che il caos siriano ha offerto terreno fertile per l’affermarsi dell’Is, anche dal punto di vista militare, il dialogo con Damasco è adesso un’opzione che non si può più escludere, proprio nell’ottica di un intervento contro il gruppo jihadista. La coalizione internazionale opera infatti in Iraq in sintonia con il Governo di Baghdad, mentre i raid in Siria a giudizio di molti osservatori non hanno piena legittimazione, sia perché manca un mandato delle Nazioni Unite sia appunto perché non c’è coordinamento con il Governo di Damasco. Nell&#039;intervista, Kerry riferisce che si stanno elaborando modi per portare Al Assad al tavolo della trattativa: «Alla fine dobbiamo negoziare e ciò per cui stiamo spingendo è portare Assad a fare proprio questo». 
Dal fronte libico, intanto, si segnalano per la prima volta combattimenti tra le milizie che dichiarano di aderire all’Is e quelle islamiche dell’autoproclamato Governo di Tripoli, a conferma di una diffusa convinzione anche tra soggetti radicali islamici che il terrorismo è per l&#039;islam un corpo estraneo e una minaccia.
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			<title>Il 2018 si apre con qualche luce tra le molte ombre</title>
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			<description><![CDATA[<strong>Il 2018 si apre con qualche luce tra le molte ombre</strong><br />Al cantiere della pace mancano ancora, all&#039;arrivo di questo 2018, risorse e forse progetti concreti che offrano prospettive di reale successo. Tuttavia, quanti vi lavorano e quanti a quel lavoro guardano con ostinata speranza intravedono qualche timida luce tra le molte ombre persistenti. Gli esempi, a saperli leggere, non mancano. 
Uno ne offre la situazione palestinese, la “madre di tutte le crisi mediorientali”, con l&#039;annuncio arrivato lo scorso novembre della disponibilità di Hamas, il movimento islamista che controlla la Striscia di Gaza dal 2007, a fare passi avanti verso l’unità della Palestina, a scioglierela cosiddetta “commissione amministrativa”, l’organismo rivale del Governo dell&#039;Autorità nazionale palestinese guidata dal leader di Al Fatah, Abu Mazen, e a indire elezioni. 
Il riconoscimento di Gerusalemme come capitale di Israele da parte di Donald Trump, nell&#039;incuria della realtà palestinese, per non parlare delle posizioni dei rappresentanti del cristianesimo e dell&#039;islam per i quali la città è sacra quanto per l&#039;ebraismo, minaccia di vanificare questo inizio di ricostituzione dell&#039;unità del popolo palesinese o, peggio, di ricompattarlo sul piano di una nuova intifada, con tutte le conseguenze del caso. Tuttavia, persistere sullo quello sforzo di dialogo potrebbe aiutare a fronteggiare le sfide di una situazione fattasi più precaria, sia sul piano interno, sia su quello internazionale, con il sostanziale disimpegno statutinense dal progetto dello Stato palestinese da costituire accanto a Israele. E tutti hanno chiaro come senza una vera pace tra israeliani e palestinesi sarà impossibile risanare le condizioni di Medio Oriente e Nord Africa, compresa la guerra in Siria, giunta al suo settimo anno, quella nello Yemen che si protrae da quasi quattro, e la situazione in Libia.
Di “primi segnali positivi in materia di pace” parla anche il rapporto annuale “Global Peace Index 2017” (GPI, Indice della Pace Globale) pubblicato sempre in novembre. Il GPI, realizzato da oltre un decennio dall’Istituto per l’Economia e la Pace, con sede a New York, ha analizzato la situazione in 163 Paesi con il 99,7% della popolazione mondiale. In 81 la situazione è migliorata, ma in altri 79 la crisi mediorientale, le guerre del Nord Africa e della penisola araba, il terrorismo hanno generato un peggioramento di vivibilità. Il che conferma quanto detto sopra. 
In ogni caso, sei delle nove regioni in cui è diviso il mondo hanno migliorato il loro indice di pace. L’America Latina è la quarta, dopo Oceania, Unione Europea e Nordamerica. Tra i suoi otto Paesi che hanno migliorato al primo posto figura il Cile, 24º a livello mondiale, seguito da Costa Rica (34º) e Uruguay (35º). Sul lato opposto c’è la Colombia, classificandosi al 146º posto su scala mondiale, preceduta a breve distanza da Messico (142º) e Venezuela (143º). Anche in Colombia, comunque, il processo di pace avviato tra il Governo e le Farc ha migliorato la situazione, soprattutto per la riduzione dell’impatto del terrorismo e il numero di morti. E cioò ha influito anche sui Paesi vicini, come l’Ecuador, dove si è ridotta l’intensità del conflitto organizzato. Ciò nonostante, in Colombia restano molti fronti aperti su cui intervenire, a partire dalle attività di altri gruppi armati, il traffico di droga, le migliaia di persone scomparse.
Così come difficile resta la situazione del Venezuela, che nel 2017 ha visto peggiorare la sua instabilità per le crescenti tensioni tra Governo e opposizione, in concomitanza con una profonda crisi economica e sociale. E si è complicata anche la situazione in Messico che ha subito, oltre ai suoi molti problemi interni come la criminalità diffusa, l’impatto diretto della presidenza di Donald Trump negli Stati Uniti, in termini di relazioni con i Paesi limitrofi.
Più in generale, secondo il GPI, nell’ultimo decennio la caratteristica fondamentale dei Paesi passati a situazioni migliori è stato il loro comportamento in materia di pace positiva, cioè l&#039;insieme di atteggiamenti, azioni e strutture che creano e sostengono le società pacifiche, come Governo efficienti, bassi livelli di corruzione, accettazione dei diritti degli altri, buone relazioni con i vicini, libera circolazione delle informazioni e solidi ambienti imprenditoriali. In altre parole, appunto, il lavoro dei cantieri della pace. Serve cioè, come ha ricordato Papa Francesco nel suo viaggio in Colombia lo scorso settembre, “fare urgentemente un passo verso il bene comune, l’equità, la giustizia e il rispetto”. 
Un segnale dell&#039;importanza della società civile in questo compito è venuto anche dal premio Nobel per la pace all’International Campaign to Abolish Nuclear Weapons (ICAN), che ha consolidato un’alleanza di oltre 460 Organizzazioni non governative in più di cento Paesi, “per il suo ruolo nel fare luce sulle catastrofiche conseguenze di un qualsiasi utilizzo di armi atomiche e per i suoi sforzi innovativi per arrivare ad un Trattato che le proibisca”. Grazie a un decennio di costanti pressioni, lo scorso luglio si è concluso tra 135 Stati il negoziato per l&#039;adozione del Trattato. Ad oggi, però, solo tre Paesi lo hanno ratificato e per renderlo vincolante ne occorrono almeno cinquantatre. Si è quindi ancora lontani dall&#039;obiettivo, ma il Nobel all’Ican è un segnale politico al mondo e, in particolare, a Corea del Nord, Iran, Stati Uniti e Cina che non hanno neppure aderito al Trattato. Un segnale tanto più significativo, se si pensa, per esempio, che Beatrice Fihn, direttore esecutivo dell&#039;ICAN,  non brilla certo per atteggiamenti diplomatici tradizionali e di recente ha dato del “moron” (deficiente) a Trump. 
Come altri gruppi di pressione monotematici – si pensi alla International Campaign to Ban Landmines, anch&#039;essa premiata vent&#039;anni fa con il Nobel per la Pace per il suo impegno per la messa al bando delle mine antiuomo e, per inciso, anch&#039;essa guidata da una donna, Jody Williams - anche l&#039;ICAN è un esempio quel lobbismo responsabile i cui effetti positivi nelle società sono riconosciuti anche dalle Nazioni Unite. 
Luci meno evidenti in Asia, dove in grandi Paesi come l&#039;India all&#039;aumento del prodotto interno lordo non fa riscontro una reale diminuzione delle condizioni di miseria di milioni di persone, e soprattutto nell&#039;Africa subsahariana, stretta nella tenaglia della fame e della guerra. Alcune crisi si sono stemperate, per esempio in Costa d&#039;Avorio, ma anche negli altri Stati del Golfo di Guinea colpiti l&#039;anno prima dall&#039;ebola. Ma le ombre di quel tragico binomio sono tutt&#039;altro che diradate. Negli ultimi trent&#039;anni l&#039;Onu ha impegnato per sicurezza alimentare e missioni di peacekeeping ingenti finanziamenti (ingenti per modo di dire: in tutto meno del 2% di quanto si spende per le guerre). Ma i risultati non sono stati quelli sperati. Solo nell&#039;ultimo anno, venti milioni di persone sono state uccise dalla carestia. Tre dei quattro Paesi più colpiti sono in Africa: Somalia, Nigeria e Sud Sudan. Il cambiamento climatico influisce sulla carestia, ma il problema principale è legato all’instabilità di questi Stati senza sviluppo economico e sociale e quindi non in grado di combattere la fame. Inoltre, la crisi siriana ha drenato molti degli aiuti umanitari verso il Medio Oriente facendo dimenticare quanto accade in altre zone del mondo. 
In Africa ci sono anche il maggior numero di missioni di pace dell&#039;Onu, 9 su 16 totali, con quasi centomila caschi blu, con i contingenti maggiori in Darfur, Sud Sudan, Repubblica Democratica del Congo, Repubblica Centroafricana e Mali. Nonostante tale impiego di uomini e una spesa che nel 2017 ha superato gli otto miliardi di dollari, in tutti questi Paesi i conflitti sono riesplosi. Per non parlare del fatto che in molti teatri di intervento i caschi blu sono finiti sotto inchiesta – e condannati – per comportamenti indegni e criminali, compresi la costrizione di donne a prestazioni sessuali in cambio di cibo. 
Più in generale, anche per il peacekeeping non si tratta solo di denaro, ma di modo di impiegarlo. Il Segretario generale dell&#039;Onu, António Guterres, a quanto risulta, sta valutando un approccio che privilegi un lavoro di maggior prevenzione e mediazione e riduca le operazioni di peacekeeping. Si tratterebbe di creare piccole squadre in grado di intervenire nella fase iniziale di un conflitto. Una soluzione che diminuirebbe notevolmente i costi, anche se in certi teatri sarà difficile eliminare del tutto la presenza militare. 
Ma resta la necessità di una vera presa di coscienza internazionale sull&#039;orrore della guerra. Una presa di coscienza che si nutre anche e soprattutto di preghiera, come quella guidata a novembre da papa Francesco per la pace in Sud Sudan e nella Repubblica Democratica del Congo e  “in ogni terra ferita dalla guerra”. Il Papa, pur ricordando che per lui “non è stato possibile” recarsi nel Sud Sudan, ha sottolineato che “ la preghiera è più importante, perché è più potente: la preghiera opera con la forza di Dio, al quale nulla è impossibile (…).Il Signore rafforzi nei governanti e in tutti i responsabili uno spirito nobile, retto, fermo e coraggioso nella ricerca della pace, tramite il dialogo e il negoziato. Il Signore conceda a tutti noi di essere artigiani di pace lì dove siamo, in famiglia, a scuola, al lavoro, nelle comunità, in ogni ambiente”.]]></description>
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			<title>Le statistiche su povertà e fame</title>
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			<description><![CDATA[<strong>Le statistiche su povertà e fame</strong><br /> 
Ci risiamo. Ci risiamo con le statistiche basate su parametri finanziari che non tengono conto dell&#039;economia reale, quella che per centinaia di milioni di persone è fatta di miseria e fame. Sarà solo una battuta – quella del fatto che se io mangio un pollo e tu non mangi proprio abbiamo mangiato mezzo pollo per ciascuno – ma ci sono istituzioni che sembrano volerla rendere una tragica realtà. 
Anche perché nelle loro statistiche spesso cambiano i parametri. È il caso delle ultime proiezioni diffuse oggi dalla Banca mondiale, secondo la quale, entro la fine dell’anno il numero delle persone che vivono sotto la soglia di povertà estrema scenderà per la prima volta da quanto si tiene il conteggio, cioè dal 1990, a una percentuale inferiore a un decimo della popolazione mondiale. La soglia in questione è stata portata a 1,90 dollari al giorno per persona da 1,25. Il che farebbe pensare che si sia tenuto conto del reale potere d&#039;acquisto. 
Il che, però, è vero solo in quei Paesi dove la disponibilità di cibo è effettiva. E in ogni caso, anche nei Paesi meno devastati oggi due dollari valgono molto meno di quanto ne valesse uno nel 1990. Del resto, lo stesso presidente della Banca, Jim Yong Kim, indipendentemente dai toni trionfalistici usati, ha ammesso che le proiezioni sono tracciate soprattutto in base ai dati della Cina. Dati che riguardano il prodotto interno lordo (pil). Come più volte, anche di recente, mi è capitato di ricordare, il pil ha ben poco a vedere con il “prodotto umano”. Ma repetita iuvat:  con sistemi di misurazione troppo condizionati dalle statistiche ufficiali e dunque fuorvianti, capita normalmente che se aumentano i prezzi delle materie prime cresce pure il pil, ma di solito la povera gente sta peggio di prima.
D&#039;altronde a fare il mio mestiere s&#039;impara non solo a fare le bucce alle dichiarazioni ufficiali, ma anche a confrontare tra loro i diversi rapporti. Sempre oggi, un rapporto della Federazione internazionale della Croce rossa e mezzaluna Rossa, ha segnalato che circa sessanta milioni di persone dell’Africa sub-sahariana sono a rischio grave di morte per fame. E che vi sono «forti indizi» di una situazione destinata a peggiorare. Il rapporto sollecita «un aumento del sostegno per alleviare la carestia e prepararsi a un peggioramento delle condizioni degli agricoltori». Per non parlare di quanto ricordato in queste ore dall&#039;Unicef, il fondo dell&#039;Onu per l&#039;infanzia, cioè che oltre duecento milioni dii bambini nel mondo soffrono di qualche forma grave di malnutrizione. ]]></description>
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			<title>Dopo la caduta del muro di Berlino</title>
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			<description><![CDATA[<strong>Dopo la caduta del muro di Berlino</strong><br /> Venticinque anni fa, il 10 novembre 1989, il crollo del Muro di Berlino metteva simbolicamente fine ad un’epoca storica e apriva la possibilità di una storia diversa. È praticamente da allora che sul mio giornale, L&#039;Osservatore Romano, mi occupo di politica internazionale. Scrivo “mio” non solo per un&#039;abitudine tipica di ogni giornalista, ma per un orgoglio di appartenenza che le circostanze, i mutamenti non sempre approvati nell&#039;intimo, lo stesso naturale invecchiamento di età, entusiasmi e anche capacità non valgono a cancellare. L&#039;orgoglio di aver contribuito a costruire il significato nelle vicende internazionali di una testata come L&#039;Osservatore Romano, con la sua sua unicità, anche e soprattutto sotto questo aspetto, nel panorama della stampa mondiale. Il mio giornale ha come compito irrinunciabile quello di farsi voce della voce del Papa. Vale in ogni campo, in ogni circostanza. Il mio contributo è stato offerto al cruciale campo dei rapporti tra i popoli, quelli cioè in cui la voce del Papa e della Chiesa è il grido degli ultimi.
Non sono stati facili questi venticinque anni, non solo per il mondo, ma anche per quelli, come me, chiamati a raccontarli stando ai fatti, senza farsene schiacciare, ma anche senza sottovalutarli, riferendo giorno per giorno la cronaca di una storia sempre difficile, quasi sempre cruenta, spesso segnata da atrocità. Lo ho fatto sotto tre Papi, amando profondamente il primo, Giovanni Paolo II, sforzandomi di comprendere il secondo, Benedetto XVI, e non solo di ubbidirlo, sentendo per il terzo, Papa Francesco, un entusiasmo e una riconoscenza che riporta questi miei anni che declinano, al sentire della giovinezza e della prima maturità, quel sentire maturato durante il pontificato di quello che continuo a ritenere il più grande Papa del Novecento, Paolo VI. 
È bene dire subito che gran parte delle speranze suscitate dal crollo del muro di Berlino sono andate deluse. È vero che la guerra ha accompagnato tutta la vicenda del mondo anche dopo il 1945, ma proprio il 1989 segna il moltiplicarsi e il frammentarsi di conflitti nei quali - anche questo è bene dire subito - persino le stesse religioni sono state coinvolte ed utilizzate per cementare le fragili identità nazionali. E il futuro, a giudizio di molti, si annuncia ancora più fosco: c’è chi preconizza probabile o considera già in atto (per non parlare di chi persino lo auspica) l’esplodere sanguinoso e generalizzato di uno scontro tra civiltà, culture e anche mondi religiosi, tra l&#039;Occidente laico-cristiano e il mondo arabo-islamico, tra l&#039;Europa occidentale e quella orientale, tra l&#039;Asia e l&#039;Occidente e così via.
Il magistero di tre Papi, l&#039;attività della Santa Sede e anche il contributo che può dare un giornale hanno raccontato questi anni senza perdere speranza e, soprattutto, l&#039;hanno fatto sempre dalla parte del povero. Il clamore mediatico e lo scandalismo che ha tante volte costituito il pane quotidiano della gran parte della stampa, sul giornale del Vaticano non hanno mai trovato spazio. Il punto di vista elettivo è sempre stato un altro. Come accade ai marinai che guardano la terra dal mare e non il mare dalla terra, “L&#039;Osservatore Romano” ha sempre avuto priorità diverse. Le prove sarebbero infinite. Paesi che non finiscono mai sulle prime pagine degli altri giornali (sempre che non vi scoppino catastrofi immani o che non vi siano coinvolti cittadini degli Stati dove quei giornali si stampano) su quelle de “L&#039;Osservatore Romano” sono una costante. 
E talora accade il contrario. Gli esempi sarebbero infiniti. Ne basti uno. Nei giorni tra l&#039;incidente mortale alla principessa di Galles, Diana Spencere, e il suo funerale, tutte le televisioni del mondo non si occuparono d&#039;altro. Furono versati i proverbiali fiumi d&#039;inchiostro e furono diffuse via etere, ossessivamente, ore e ore di immagini e di parole. “L&#039;Osservatore Romano” diede solo notizia dell&#039;accaduto, con un trafiletto a pagina 2, quella tradizionalmente dedicata agli avvenimenti internazionali. 
Negli stessi giorni, più spazio trovò sul giornale vaticano la quasi contemporanea morte di Teresa di Calcutta, un evento che sul resto della stampa si vide in secondo piano, schiacciato proprio dalla vicenda di Diana Spencer. Un telegiornale italiano diede la notizia come terza di esteri, dopo due servizi per complessivi otto minuti (un&#039;eternità in televisone) sugli imminenti funerali della principessa. E non è tutto: dei due minuti e quaranta secondi dedicati alla morte di madre Teresa, quasi i due terzi, un minuto e mezzo, servirono a raccontare che Diana Spencer l&#039;aveva incontrata qualche tempo prima. 
Ai funerali di madre Teresa in molti spiegarono – era scritto nelle note ufficiali passate alla stampa - che il feretro era posto sullo stesso affuso di cannone che aveva trasportato quello di Gandhi. Ma fu solo “L&#039;Osservatore Romano”, con l&#039;inviato Gianpaolo Mattei, a notare il paradosso di uno strumento pensato per fare la guerra impiegato per i funerali dei due più grandi costruttori di pace in India del Novecento.
Questione, appunto, di punto di vista elettivo. 
Per tornare all&#039;argomento proprio di questo intervento, va sottolineato come fin da quel 1989, L&#039;Osservatore Romano abbia documentato e denunciato, esplicitamente e implicitamente, come alla fine di un sistema bipolare, fondato sul contrasto ideologico, non abbia fatto seguito l’avvio auspicabile di una stagione di dialogo e di collaborazione autentici. Sul piano interno, i Paesi usciti dal totalitarismo collettivista hanno visto insorgere al tempo stesso spaventose discriminazioni di tipo economico e feroci contrasti di tipo nazionalistico, etnico quando non tribale e persino religioso. 
Gli schemi geopolitici relativamente semplici del periodo della cosiddetta guerra fredda erano venuti meno, svelando una rete assai più intricata di tensioni, di problemi etnici e religiosi, di gravi ineguaglianze sociali, di lotte tra poveri per aggiudicarsi risorse carenti: una rete che soffoca lo sviluppo e che alimenta i conflitti. 
Con qualche eccezione - ad esempio il conflitto tra Etiopia ed Eritrea e l’annoso e sempre risorgente contrasto tra India e Pakistan per il Kashmir – l&#039;ultimo quarto di secolo e non è più stato un&#039;epoca di guerre tra Stati, ma delle guerre civili. Non è il caso di elencarle tutte - anche per il rischio di non aver ben consultato l&#039;archivio dell&#039;Osservatore e di fidarsi solo della memoria rischiando di dimenticarne qualcuna - ma in venticinque anni ce ne sono state una cinquantina, molte delle quali dimenticate, molte ormai endemiche dopo decenni di inarrestata violenza. Noi non le sbattiamo in prima pagina al seguito delle telecamere e ce ne dimentica appena queste se ne vanno, inseguendo un&#039;altra crisi. La tragedia dei popoli, in Asia come in America, in Medio Oriente come nei Balcani, in Africa soprattutto, per noi, per me, non cessa mai di essere la vera notizia.
Così come pace e giustizia non cessano di essere i primi obiettivi da raggiungere, le priorità da difendere, tutelare, incrementare. Anche in questo gli esempi sarebbero infiniti. Per citare solo uno degli ultimi, durante la crisi siriana che tra agosto e settembre 2013 ha minacciato di degenerare ulteriormente con interventi stranieri dagli esiti difficilmente valutabili, ma certo inquietanti, L&#039;Osservatore Romano ha usato la parola pace per ogni ogni titolo dedicato alla vicenda. Dalle pagine del giornale è emersa con chiarezza la determinazione del Papa e della diplomazia della Santa Sede a battersi per la pace, e con la determinazione anche l&#039;efficacia. Per esempio, il giornale ha riportato per intero in prima pagina la lettera al presidente russo Vladimir Putin, nella sua qualità di presidente del G20, alla vigilia del vertice a San Pietroburgo del 5 e 6 settembre, dal quale si era atteso, all&#039;apparenza invano, segnale di svolta sull&#039;incancrenirsi della situazione siriana. «Le guerre costituiscono il rifiuto pratico a impegnarsi per raggiungere quelle grandi mete economiche e sociali che la comunità internazionale si è data, quali sono, per esempio, i Millennium Development Goals (obiettivi di sviluppo del millennio). Purtroppo, i molti conflitti armati che ancora oggi affliggono il mondo ci presentano, ogni giorno, una drammatica immagine di miseria, fame, malattie e morte. Infatti, senza pace non c’è alcun tipo di sviluppo economico. La violenza non porta mai alla pace condizione necessaria per tale sviluppo», vi si legge. 
Papa Francesco, con questa e altre iniziative, come la giornata di digiuno e preghiera dell&#039;8 settembre 2013 – articolata con particolare sforzo nel coinvolgere i non cattolici - non ha fatto nulla di nuovo rispetto ad analoghe circostanze del passato, nonostante quanto scritto da tanta stampa superficiale (si pensi a Giovanni XXIII all&#039;epoca della crisi dei missili a Cuba, a Paolo VI in tante occasioni, a Giovanni Paolo II e al suo “spirito di Assisi”). Non a caso, tra i primi a cogliere il significato degli interventi del pontefice ci fu il Segretario generale dell&#039;Onu, Ban Ki-moon, chesottolineò di aver accolto «con favore l’appello del Papa per una pace in Siria fondata sul dialogo e sui negoziati, e il suo appello per una giornata di preghiera e digiuno per la Siria. Questi gesti possono dare un contributo importante e utile alla pace». 
Non ci sono state, al di là delle dichiarazioni di rito, significative risposte dall&#039;Europa. Forse per pudore. Perché l&#039;Europa sembra ormai avere poco da dire al resto del mondo. Sembra guardarsi l&#039;ombelico - quell&#039;ombelico che oggi non è rappresentato più dalla volontà di pace e di sviluppo seguita agli orrori della seconda guerra mondiale, ma piuttosto dai caveau delle banche – e rinunciare al ruolo di laboratorio dello Stato sociale, di primato del lavoro, di confronto multiculturale e multirazziale finalizzato a costruire un futuro comune. 
Se non nuova, però, è di certo intensa e determinata sotto questo profilo l&#039;azione del vescovo di Roma venuto “quasi dalla fine del mondo”. Non solo Papa Francesco ha parlato più volte della crisi siriana – quello fatto all&#039;Angelus del 1° settembre 2013 è stato il più lungo intervento mai pronunciato da un pontefice in un tale contesto, più un&#039;omelia che un appello – ma ha mobilitato l&#039;intera diplomazia vaticana per mettere i suoi sforzi di pace al primo punto dell&#039;agenda. E una settimana dopo, sempre all&#039;Angelus, ha reiterato la denuncia della guerra, di tutte le guerre, additando le responsabilità dei produttori, dei venditori e dei trafficanti di armi, del denaro senza controllo e senza principi. 
Sulla stessa linea si può leggere sia quanto detto dal Papa in materia di migrazioni, sia quanto affermato riguardo alla fame, uno  scandalo non tollerabile che persiste in un mondo nel quale si spreca oltre un miliardo di tonnellate di cibo. Nel messaggio per la Giornata mondiale dell’Alimentazione del 16 ottobre 2013, che aveva come tema «Sistemi alimentari sostenibili per la sicurezza alimentare e la nutrizione», il Papa sottolineava, con cruda chiarezza, proprio le responsabilità del sistema predominante di rapporti internazionali e sollecita a combattere «la schiavitù del profitto a tutti i costi», per «ripensare e rinnovare i nostri sistemi alimentari», invocando un cambio di mentalità di fronte alla tragedia «nella quale vivono ancora milioni di affamati e malnutriti, tra i quali moltissimi bambini». 
La Giornata è, significativamente, seguita da quella per la lotta alla povertà, stabilita dall&#039;Onu per il 17 ottobre. In entrambe le occasioni “L&#039;Osservatore Romano” ha sottolineato che «una lotta efficace in questo senso non può prescindere dalla soluzione appunto delle contraddizioni di sistema: da un lato spaventosa mancanza di cibo per centinaia di milioni di persone, dall&#039;altro sprechi ed eccesso di alimentazione con gravi conseguenze sanitarie. Nonostante alcuni miglioramenti negli ultimi anni, infatti, ancora oggi circa 840 milioni di esseri umani soffrono la fame e la salute di altri due miliardi di persone è compromessa da carenze nutritive. Di contro, un miliardo e mezzo di persone sono in sovrappeso o obese, consumano più cibo del necessario e sono esposte a un maggior rischio di gravi patologie». 
Evidentemente, la questione non può essere ridotta all&#039;esclusivo campo dei comportamenti individuali, ma è appunto di sistema. Lo stesso direttore generale della Fao, il brasilano Graziano da Silva afferma che il mercato «non si traduce automaticamente in una maggiore disponibilità di cibo, in migliore nutrizione e in salute». Per non parlare delle conseguenze ambientali delle produzioni agricole finalizzate appunto ai consumi del nord ricco del mondo e, appunto, degli sprechi. 
Il nostro, il mio lettore è sufficientemente documentato sul fatto che non è l’aumento di popolazione ad accrescere la penuria di alimenti, ma il sistema economico, finanziario e commerciale oggi dominante, caratterizzato da immensi sprechi che stridono con le immense povertà. In ogni occasione possibile, ad ogni appiglio di cronaca c&#039;è la sottolineatura della necessità di una più attenta gestione e distribuzione della produzione agricola e alimentare per combattere povertà e fame. 
Tutti gli interventi citati dimostrano in Papa Francesco una determinazione certo ecclesiale, ma insieme tutta politica, nel senso alto del termine. Una determinazione della quale il suo giornale sa farsi strumento ben al di là della povertà dei mezzi materiali dei quali dispone. A un quarto di secolo dalla caduta del muro di Berlino, il Papa denuncia con forza la deriva del liberismo trionfante, le devastazioni di una sedicente globalizzazione che di realmente globale ha solo il primato arrogante di una finanza anonima e incontrollata sull&#039;economia reale, sul lavoro. Del resto, la dottrina sociale della Chiesa è una delle poche elaborazioni culturali fondate sull&#039;attenzione ai diritti di tutti che cerchi ancora di levare la sua voce, fatta di capacità di interpretare i bisogni e di elaborare risposte alle necessità. E di questa dottrina in questo quarto di secolo L&#039;Osservatore Romano si è fatto divulgatore in ogni singolo campo della convivenza umana. 
Sulla testata del quotidiano vaticano, oltre all&#039;Unicuique suum e al Non prevalebunt che tanto solleticano la curiosità di chi se lo ritrova fra le mani per la prima volta, c&#039;è scritto GIORNALE QUOTIDIANO POLITICO RELIGIOSO, tutto in maiscole. Politico, appunto. Perché il servizio all’uomo, alla giustizia, alla pace, dovrebbe costituire il primo compito non solo della religione, ma della politica, nella sua accezione prima di governo della città, di gestione delle realtà locali, e poi nella sua accezione più vasta di contemperamento delle esigenze e di equilibrata gestione dei rapporti internazionali. Sappiamo tutti che non è così, che la prassi è diversa e che solo in parte, per quanto lodevole, tale prassi è applicazione dei grandi enunciati di principio.
La prima considerazione che ne deriva è amara e paradossale: sul piano del diritto internazionale non ci sono ancora chiari strumenti di intervento nei casi di guerre civili e, come abbiamo detto, sotto questa definizione rientrano la gran parte dei conflitti di oggi. L’Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha chiaramente affermato che i diritti fondamentali dell’uomo vengono prima dei diritti degli Stati, che è un diritto-dovere della comunità internazionale la cosiddetta ingerenza umanitaria (permetta il lettore la piccola vanità di ricordare che l’espressione, della quale in diversi si sono arrogati la paternità, in realtà fu usata proprio da me su L’Osservatore Romano, quando tali padri erano ancora impegnati in altre attività). 
Ritardi e promesse non mantenute da parte della comunità internazionale ci sono, come in molti aspetti della convivenza mondiale, anche nella protezione delle vittime civili dei conflitti. La responsabilità di proteggere, quale principale prerogativa della comunità internazione, fu definita solennemente nel 2005. Si trattò di un significativo passo avanti sul piano del diritto internazionale, che sotto questo aspetto ha avuto nell&#039;ultimo ventennio sviluppi radicali, almeno sul piano concettuale. Nei suoi primi quarant&#039;anni d&#039;esistenza, che coincisero con il bipolarismo tra gli Stati Uniti e l&#039;allora Unione Sovietica, l&#039;Onu fu sostanzialmente paralizzata - oltre che dai veti reciproci che  permangono - dal concetto di non ingerenza negli affari interni dei singoli Stati.
Fu all&#039;inizio degli anni Novanta, con il primo esplodere della crisi balcanica, che le istituzioni internazionali cominciarono a prestare ascolto alle voci della comunità mondiale che invocavano un &quot;diritto all&#039;ingerenza umanitaria&quot;, a recepire la convinzione che la sovranità statale non può costituire un limite all&#039;intervento indispensabile nelle situazioni di crisi. Per parafrasare i termini giuridici, quelle voci chiedevano iniziative basate sul diritto privato prima che sul diritto pubblico, che facessero cioè riferimento prima alle persone che alle organizzazioni della convivenza umana.
L&#039;Osservatore Romano combattè con convinzione questa battaglia, cosciente che in un mondo sempre più interdipendente e nel quale ha sempre meno senso parlare di crisi locali, questo significa non solo fermare la guerra il prima possibile, ma costruire e mantenere la pace, una pace &quot;giusta e duratura&quot;, secondo l&#039;espressione che Giovanni Paolo II usò in quella Sarajevo dove si è aperto e si è poi chiuso un secolo di guerra in Europa e che oggi è il laboratorio di una difficile e sofferta ricostruzione della convivenza. 
      Negli anni, questa convinzione si è sviluppata, appunto, dal concetto di diritto all&#039;intervento a quello di dovere di proteggere. In pratica, tuttavia, l&#039;applicazione di questo principio continua a essere pressoché nulla. Ogni anno il segretario generale dell&#039;Onu presenta un rapporto &quot;Implementing the responsibility to protect&quot;. Quelli degli anni scorsi sono stati di fatto dei promemoria sulle cose da fare e soprattutto sulle cose non fatte. Non è stato ancora raggiunto l&#039;obiettivo di identificare una strategia globale e multilaterale per proteggere le popolazioni da qualunque affronto alla dignità umana. E intanto milioni i civili costretti ogni anno ad abbandonare i propri luoghi di origine a causa delle guerre, anche senza voler contare quelli costretti all&#039;esilio dalla povertà estrema, acuita negli ultimi tempi dalla crisi finanziaria globale che ha le conseguenze più pesanti proprio sull&#039;economia reale dei Paesi poveri. La risposta non può e non deve essere di chiusura, non solo sul piano del diritto inalienabile di ogni singolo essere umano, ma anche in nome di un interesse globale alla sicurezza e allo sviluppo
E non solo in questo l&#039;Onu si distingue per dichiare soprattutto auspici per il futuro, certo importantissimi nell’affermazione dei principi, ma non ancora realtà applicate ed operanti in ogni circostanza. L’Onu resta fondamentalmente un’organizzazione di Stati e c’è ancora molta strada da fare perché possa chiaramente riconoscersi e pensarsi come un’assise di popoli. Nei sessantasei anni trascorsi dalla proclamazione della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, diversi strumenti giuridici internazionali ne hanno certo reso più vincolante il rispetto, ma oggi occorre chiedersi insieme se non occorra definire con maggiore chiarezza le categorie dei diritti da promuovere in quest’epoca di sfide radicali sul futuro dell’umanità. 
L&#039;Osservatore Romano, riportando un&#039;infinità di interventi della Santa Sede e ospitando numerosi articoli di suoi giornalisti e collaboratori, ha ricordato sempre che per non fermarsi a semplici seppur nobili enunciati teorici, dobbiamo rispondere, ciascuno nei suoi campi e nelle sue competenze, a domande chiare ed essenziali. Dove si pone il confine tra diritti e doveri? Come assicurare efficacemente l’integrità della persona umana dal concepimento alla fine naturale della vita? E sono domande urgenti: dalle risposte dipendono in gran parte la pace e lo sviluppo nel mondo. 
La storia, quella storia che qualcuno aveva paradossalmente, se non frettolosamente giudicato “finita” dopo i fatti epocali del 1989, è ancora quella del conflitto, è ancora quella della sovranità statale, è ancora quella della forza economica e finanziaria. La pace, il bene più prezioso, quello la cui assenza compromette la ricerca di tutti gli altri, giustizia, sviluppo, salute, resta ancora, nella visione internazionale del diritto, competenza dei Governi, delegata agli Stati, che certo hanno promosso anche tavoli di trattative, ma più spesso conflitti sanguinosi. 
Spesso, per non dire quasi sempre, gli Stati, forti della loro sovranità, all&#039;interrompersi del dialogo o peggio al venir meno dei propri interessi, hanno pensato che l&#039;unica soluzione possibile fosse l&#039;annientamento dell&#039;avversario. Probabilmente nell’intera storia dell’uomo, ma più ancora e con più evidenza in questo ultimo secolo cruento, la pace è divenuta sempre più fragile, precaria, instabile, in balia dei potentati di turno ed ha perduto i contenuti di fondo che la rendevano credibile e autentica, quali la verità, la giusti­zia, la libertà, la solidarietà (&quot;Pacem in terris&quot;, 1963). 
E per non restare nel generico, non sono mancate su L&#039;Osservatore Romano polemiche anche aspre, sintetizzabili in una domanda: i Governi dei Paesi ricchi si rendono davvero tutti conto che la contrapposizione ideologica è finita nel 1989, se non prima, o c&#039;è chi vuole riproporne un&#039;altra e più devastante con il Sud del mondo, «colpevole» di non adeguarsi al modello di sviluppo del Nord, di rifiutare che siano le dure e presunte «leggi» del mercato e del profitto a determinare il diritto alla vita o alla morte di miliardi di persone? 
I giornalisti della redazione centrale dell&#039;Osservatore Romano sono tutti italiani e appartengono, per ormai ovvie ragioni anagrafiche, alla generazione fortunata, risparmiata dalla guerra, degli europei occidentali che hanno beneficiato del periodo certo più civile della storia del continente. Da quasi settant’anni i cancri del nazionalismo esasperato, dei totalitarismi, del conflitto sono combattuti in questa parte d’Europa con la terapia della ricerca di unità. Nostante gli euroscetticismi risorgenti, l’Unione europea è oggi una realtà. Le spaventose devastazioni delle due guerre mondiali non sembrano oggi neppure pensabili nelle nostre città cariche insieme di storia e di giovane speranza. 
Ma essere risparmiati non significa essere estranei. Ed una pericolosa tentazione quella di ritenersi o magari di decidersi tali, di chiamarsi fuori: si diceva un tempo che per quanto una persona si disinteressi della politica, questa si interessa comunque di lei. Ciò è valido anche - e forse oggi soprattutto - per la grande politica internazionale, quella che in sintesi vede contrapporsi la tragedia dei poveri all’egoismo dei ricchi. 
Tutta l&#039;Africa subsahariana, con l’esclusione del Sudafrica, rappresenta meno del due per cento del volume degli scambi commerciali internazionali. Tutta l&#039;Africa subsahariana potrebbe sprofondare nei due oceani che la lambiscono senza ripercussioni di rilievo nella finanza internazionale. Lo stesso vale per immense popolazioni asiatiche o latinoamericane. I poveri continuano a morire, di guerra, di fame, di sottosviluppo. 
Questo, soprattutto, racconta ogni giorno L&#039;Osservatore Romano con cruda chiarezza: i poveri, muoiono di più e muoiono prima. Questi condannati a una morte brutta e precoce sono oltre un miliardo di uomini e donne che vivono con un dollaro al giorno. Sono persone private mediamente di venticinque anni o trent’anni di vita rispetto a quella che noi possiamo ragionevolmente attenderci. Non oltre i 55 anni di vita, infatti, secondo le stime più alte, è la durata media della vita per gli africani subsahariani, per molti asiatici, per i nomadi, e - cerchiamo sempre di ricordarcelo - per i senza fissa dimora di casa nostra. 
In Africa, l’ultimo trentennio ha visto diminuire del 15% persino il numero dei bambini iscritti a scuola, con un futuro che si sta costruendo peggiore del presente, con buona pace dei Millennium Developed Goals, gli obiettivi di sviluppo del millennio proclamati dall&#039;Ono e da raggiungere entro il prossimo anno. E tanto per guardare anche in casa nostra, ricordiamoci che in Italia otto o nove milioni di persone in quasi tre milioni di famiglie vivono al di sotto della soglia della povertà e che la crisi economica creata dai padroni del denaro e pagata dai lavoratori sta aggravando la situazione. Oltre un milione di loro ha più di settant’anni. Centinaia di migliaia di persone, in Italia, oltre ai bambini, non sono in grado di lavarsi o di nutrirsi da sole. E molti sono senza aiuto. Una parte sopravvive per l&#039;intervento degli immigrati, questi stessi che molti dei nostri concittadini considerano “causa di tutti i mali”, e che sono investiti da ondate ricorrenti di razzismo e di xenofobia cavalcate via via da forze politiche becere o ipocritamente perbeniste. 
Questo indaga e racconta, questo denuncia e combatte ogni giorno un giornalista dell&#039;Osservatore Romano. Questo spiega le sue scelte professionali, dalla parte dell’uomo sempre, dalla parte del debole con più peculiare attenzione. Non è di tolleranza che stiamo parlando, ma di giustizia: perché i principi, i diritti, non si tollerano, si affermano. Eppure la parola tolleranza, nel suo significato etimologico, aiuta a comprendere meglio quanto si chiede a ciascuno di noi. Tollere, in latino, ha il duplice significato di prendere su di sé e di sopportare. Sappiamo tutti che il Signore è Colui che “tolle” i peccati del mondo (e non toglie, come noi un po’ imprecisamente traduciamo nella liturgia).
La precisazione non è solo un vezzo linguistico: costruire la pace, costruire la giustizia, chiede a ciascuno di noi prendere su di sé il carico doveroso del rispetto dell’altro e di sopportarne il peso, anche qualora possa sembrare che non ci riguardi. L&#039;Ue, soprattutto, impegnata in uno sforzo epocale di allargamento e di unità, è o non è cosciente della necessità di ripensare i rapporti che è chiamata a stabilire al suo interno e con i popoli ai suoi confini — in particolare dei Paesi slavi, dell&#039;Africa e del Medio Oriente — e di porre l&#039;attenzione sul futuro ruolo delle Nazioni Unite? Ma soprattutto, l’Europa è o non è cosciente di cosa realmente sostanzia la sua storia e il suo futuro? Giovanni Paolo II, alla vigilia del vertice dell’Ue a Copenhagen del dicembre 2002, quello che stabilì l’ingresso dei dieci nuovi Paesi, sosteneva che con l’allargamento l’Ue «… potrà arricchirsi dell’apporto delle tradizioni culturali e religiose di Nazioni che lungo i secoli ci hanno lasciato un prezioso patrimonio comune di civiltà». 
È da questo patrimonio comune di cultura, in cui tanta parte hanno le radici e le vicende cristiane che nasce l’Europa moderna, decisa a voltare pagina dopo secoli e secoli di errori e di divisioni. In quella stessa occasione, indicando un cammino nel quale sta, per così dire, la missione dell’Europa nel terzo millennio, il Papa pregava Iddio di «illuminare tutti gli europei ad essere uniti, per continuare ad offrire fiducia e speranza anche agli altri popoli».
Con questo riferimento ai popoli che dell’Unione non fanno parte, quel Papa coglieva un aspetto essenziale: gran parte delle tragedie del mondo sono ancora oggi determinate da un&#039;eredità di conflitti e di divisioni che ha segnato lungo i secoli la storia tutta, ma quella dell&#039;Europa in particolare, basti pensare al triste lascito del colonialismo che ancora schiaccia l’Africa e altre aree del mondo. Quella svolta alla storia, incominciata con i Trattati di Roma del 1957 che tennero a battesimo il primo nucleo di un’Europa nuova e diversa, può mutare il corso degli eventi anche nel resto del mondo.
La tutela dei diritti dell&#039;uomo, che proprio in Europa ha avuto la sua principale teorizzazione e affermazione nella seconda metà del Novecento, resta la bussola per indicare al Millennio appena aperto la direzione da seguire per costruire una storia diversa.
Da qui nasce anche la polemica de L&#039;Osservatore Romano con quanti hanno impedito che nella Costituzione europea ci fosse un riferimento alle radici cristiane dell’Europa, con una scelta che appare pretestuosa oltre che infondata. Ignorare quelle radici significa infatti non cogliere un punto cruciale: si incomincia a realizzare la fusione – o meglio la riconciliazione - tra due identità (i due “polmoni” rappresentati da Benedetto e Francesco da un lato e da Cirillo e Metodio dall’altro dei quali tante volte ha parlato Giovanni Paolo II) che l’Europa hanno costruito. 
Questo non significa né confessionalismo né esclusione. Anzi, sarebbe proprio un tale riconoscimento a configurare la scelta di una storia che continua lungo linee guida di dialogo, senza cesure, senza cancellazioni, nella doverosa ricerca di ciò che unisce, senza “autocensure” delle proprie origini, magari in nome di una presunta laicità. 
Anche in questo, L&#039;Osservatore Romano e i suoi giornalisti sono stati guidati dal magistero pontificio. Proprio Giovanni Paolo II – basti leggere l’ultimo discorso che riuscì a tenere di persona al Corpo Diplomatico accreditato presso la Santa sede, il 15 gennaio del 2004 – ha sviluppato più di ogni altro leader mondiale nell&#039;inizio di questo millennio una riflessione sul rapporto tra religione e Stato che coglie e riconosce il senso di una laicità autentica che non è laicismo becero, con una visione ben più dinamica e aperta di quella dei teorici della contrapposizione. «In una società pluralistica – disse quel Papa ai rappresentanti delle Nazioni – la laicità è un luogo di comunicazione tra le diverse tradizioni spirituali e la Nazione». E questo è ancora più valido in una prospettiva continentale e mondiale.
Nei venticinque anni che teniamo in considerazione, L&#039;Osservatore Romano non ha sofferto né di presbiopia, né di miopia. Prima con la direzione di Mario Agnes, quando aveva anche pagine dedicate a notizie specificamente italiane e romane (e forse non era del tutto sbagliato per un giornale che si occupa principalmente del vescovo di Roma e del primate d&#039;Italia) e poi con quella di Gian Maria Vian, che ha voluto un taglio ancora più evidentemente internazionale, L&#039;Osservatore Romano non ha mai distolto lo sguardo dall&#039;attualità. 
Ma pure non ha mai trascurato di sottolineare come siano ancora aperte le ferite dei genocidi omologanti del passato, quando si negò il diritto alla differenza culturale, in nome di un&#039;identità ideologica o nazionale. Non meno gravi però sono oggi le esplosioni dei localismi, con le disastrose guerre etniche. So di cosa sto parlando, se non altro perché – mi si passi anche questo vanto perché è nutrito di sofferenza – sono stato la “firma” principale sul mio giornale dei genocidi jugoslavi e rwandesi, due tragedie di questo quarto di secolo che L&#039;Osservatore Romano seppe non solo documentare, ma in qualche modo persino additare in anticipo come pericolo. Soprattutto nella vicenda balcanica, basta leggere la collezione del 1990 e 1991 per rendersene conto. 
Né oggi il giornale trascura il rischio mondiale rappresentato dallo scontro in atto tra confessioni – e Paesi – contrapposte dell&#039;islam, tra sciiti e sunniti e non solo, che minacciano di riproporre nel XXI secolo la tragedia di mezzo millennio fa nell&#039;Europa cristiana. L’orizzonte è certo fosco e sarebbe ingenuo ignorare che i motivi di preoccupazione ci sono. Sono quelli di una mondializzazione crescente alla quale reagiscono i fondamentalismi etnici o religiosi. Ma sono anche quelli dell’utilizzo disinvolto della guerra come strumento per risolvere i problemi. 
La principale domanda che si pone un giornale appunto politico, così altamente politico, è dunque quella su come sia possibile coniugare le molte culture con una convivenza pacifica mondiale. La risposta non è facile: la divisione territoriale del passato non è più ipotizzabile ed il principio della sovranità degli Stati nella pratica si mostra ormai in ritardo rispetto alla capacità di valicare i confini nazionali propria oggi sia delle comunicazioni, sia della mobilità sociale, sia dei commerci, sia e non da ultimo del crimine organizzato. 
Ma c’è di più: lo sviluppo di alcuni popoli pesa inesorabilmente sugli altri e l’ingiustizia dei rapporti finisce per diventare una minaccia per tutti. Quanto detto porta inevitabilmente L&#039;Osservatore Romano a tenere vigile l&#039;attenzione e aperto il confronto sull&#039;organizzazione internazionale e sull&#039;obiettivo ormai imprescindibile di porre in esercizio un&#039;effettiva autorità mondiale al servizio di ciascun popolo, capace cioè di coinvolgere le responsabilità dei vari Stati e di assicurare il rispetto dei diritti umani fondamentali. 
Chi scrive sulle quelle pagine sa - o almeno dovrebbe sapere - che se le multinazionali possono agire indisturbate e condizionare gli Stati, è perché manca un ordinamento giuridico internazionale capace di armonizzare gli interessi di parte con la solidarietà verso i più deboli, impedendo le forme di sfruttamento. La questione, peraltro, trascende il pur importante aspetto della ripartizione delle ricchezze ed investe in senso lato il diritto alla vita. Non è accettabile assistere impassibili ai genocidi e alla violazione dei diritti fondamentali dell’uomo. 
Al tempo stesso, è evidente la necessità di dare risposte alla sfida, nuova se non altro nei metodi, che oggi pone il terrorismo internazionale. Anche in questo - con qualche eccezione, tipo quella di definire per un anno “disumani” gli attentati negli Stati Uniti dell&#039;11 settembre 2001 e solo quelli – al quotidiano vaticano hanno sempre ragionato da giornalisti, cioè stando ai fatti. Anche perché sanno benissimo che insistere sull’equazione “intervento militare uguale lotta al terrorismo” – aspetti manipolatori e strumentali a parte - significa perpetuare un atteggiamento tante volte dimostrato perdente dall’esperienza storica. Al terrorismo, infatti non esistono soluzioni affidate alla forza, ma solo soluzioni prodotte da una politica che si sforzi di rimuoverne le cause. Spetta alla politica ribaltare l’obsoleto monito degli antichi romani del “si vis pacem para bellum” in un “si vis pacem para pacem” indispensabile a un’epoca che ha moltiplicato le possibilità di distruzione e nella quale contro il dichiarato avversario di oggi, cioè il terrorismo, la forza militare non costruisce più una reale deterrenza.
Al terrorismo non si risponde riducendo gli spazi di democrazia, ma ampliando e garantendo i diritti. Lo sottolineò significativamente Giovanni Paolo II nel suo messaggio per la Giornata mondiale della Pace del 2004, celebrata il primo gennaio. La parte centrale del messaggio fu tutta incentrata sullo svolgimento del tema dell’educazione alla legalità, intesa come necessità, «di guidare gli individui e i popoli a rispettare l’ordine internazionale. La pace ed il diritto internazionale sono intimamente legati fra loro: il diritto favorisce la pace». Quel Papa sottolineava la necessità che il diritto internazionale non sia mai slegato da presupposti etici e morali: suo scopo essenziale è di sostituire «alla forza materiale delle armi la forza morale del diritto», prevedendo appropriate sanzioni per i trasgressori, nonché adeguate riparazioni per le vittime. 
Il messaggio rilevava come uno dei frutti più rilevanti del diritto internazionale sia stata, dopo la tragedia della seconda guerra mondiale, l’istituzione dell’Organizzazione delle Nazioni Unite, chiamata a «vegliare sulla pace e sulla sicurezza globali, a incoraggiare gli sforzi degli Stati per mantenere e garantire questi fondamentali beni dell’umanità», avendo quale cardine «il divieto del ricorso alla forza». Il Santo Padre rammenta agli smemorati che sono solo due le eccezioni a tale divieto: il diritto naturale alla legittima difesa - da esercitarsi con i criteri della necessità e della proporzionalità, nell’ambito delle Nazioni Unite – e il sistema di sicurezza collettiva, «che assegna al Consiglio di sicurezza la competenza e la responsabilità in materia di mantenimento della pace, con potere di decisione e ampia discrezionalità». 
Giovanni Paolo II non nascondeva la necessità di una riforma dell’Onu che la metta in grado di funzionare efficacemente per il conseguimento dei propri fini statutari, una riforma ancora inattuata dieci anni dopo e resa ancora puù urgente se si considera la difficoltà del diritto internazionale a offrire soluzioni alla conflittualità derivante dai mutamenti nella fisionomia del mondo contemporaneo. «Un ordinamento giuridico costituito da norme elaborate nei secoli per disciplinare i rapporti tra Stati sovrani si trova in difficoltà a fronteggiare conflitti in cui agiscono anche enti non riconducibili ai tradizionali caratteri della statualità. Ciò vale, in particolare, nel caso dei gruppi terroristici», scriveva il Papa. 
Nella lotta al terrorismo, peraltro, Giovanni Paolo II offriva due importanti indicazioni. La prima è di natura politica e pedagogica: «L&#039;impegno contro il terrorismo deve esprimersi anche sul piano politico e pedagogico: da un lato, rimovendo le cause che stanno all&#039;origine di situazioni di ingiustizia, dalle quali scaturiscono sovente le spinte agli atti più disperati e sanguinosi; dall&#039;altro, insistendo su un&#039;educazione ispirata al rispetto per la vita umana in ogni circostanza: l&#039;unità del genere umano è infatti una realtà più forte delle divisioni contingenti che separano uomini e popoli».
La seconda indicazione riguardava il compito del diritto internazionale, «chiamato ad elaborare strumenti giuridici dotati di efficienti meccanismi di prevenzione, di monitoraggio e di repressione dei reati. In ogni caso, i Governi democratici ben sanno che l&#039;uso della forza contro i terroristi non può giustificare la rinuncia ai principi di uno Stato di diritto. Sarebbero scelte politiche inaccettabili quelle che ricercassero il successo senza tener conto dei fondamentali diritti dell&#039;uomo: il fine non giustifica mai i mezzi». E oltretutto certi mezzi il fine non lo raggiungono di certo, anzi nel caso del terrorismo, lo nutrono e lo moltiplicano, come L&#039;Osservatore Romano non ha mancato di sottolineare e documentare più volte.
Certo: si può scegliere lo scontro permanente e magari persino teorizzare il cosiddetto conflitto di civiltà. Ma occorre essere anche chiari: significa tagliare le radici stesse che hanno generato le nostre democrazie. A ricordarlo si alzano per fortuna ancora numerose le voci, prima fra tutte quella di Papa Francesco, di chi ha compreso come oggi queste stesse democrazie stiano rischiando, cedendo alla tentazione di fare appello al diritto della forza piuttosto che alla forza del diritto, di negare radicalmente e irrimediabilmente se stesse.
L&#039;Osservatore Romano, come gran parte dei quotidiani, ha le agenzie di stampa tra le proprie fonti principali. E talvolta anche sulle sue pagine possono uscire non solo dei refusi, ma anche delle definizioni che altri usano “normalmente”. Tra queste, capita talvolta – magari riportando dichiarazioni di qualche soggetto della comunità internazionale di rubricare come “terrorismo” l&#039;azione di gruppi diversi, per storia e per connotazioni, e come “regime” qualche Governo non proprio simpatico all&#039;Occidente. Ma sono casi rarissimi. 
Anche sotto questo aspetto, il giornale vaticano si distingue. Gli esempi, come al solito, sarebbero migliaia. Ma a spiegare il concetto basta il modo con il quale nel 2013 sono state trattate, in pratica quotidianamente, le sfide del fondamentalismo islamico, soprattutto in Africa. L&#039;attenzione della stampa mondiale passa da una crisi all&#039;altra, imponendo all&#039;opinione pubblica, al manifestarsi di una nuova emergenza, si pensi a quella in Siria, una sorta di oblio sulle precedenti. L&#039;Osservatore Romano fa eccezione anche in questo. Sa bene, infatti, come la guerra alimenti la guerra, nelle sue espressioni più tradizionali e in quelle, aumentate da un ventennio a questa parte, della guerriglia e degli attacchi terroristici. Vale praticamente in tutto il mondo, ma vale soprattutto in Africa. 
Anche volendo tralasciare la vicenda libica, con l&#039;ingresso di massicce forniture di armi che si sono diffuse in tutto il Sahel, solo negli ultimi diciotto mesi ci sono state almeno tre o situazioni – in Mali, nella Repubblica Centroafricana e in Nigeria - che spingono a riflettere su quanto denunciato da Papa Francesco all&#039;Angelus dell&#039;8 settembre sulle le responsabilità dei produttori, dei venditori e dei trafficanti di armi, del denaro senza controllo e senza principi. Anche senza voler aggiungere le mai risolte crisi nel Sudan, nella regione dei Grandi Laghi e nel Corno d&#039;Africa, soprattutto in Somalia, che si dividono il “podio” delle citazioni africane sul quotidiano vaticano. 
 
Costante attenzione L&#039;Osservatore Romano ha riservato negli anni ai Paesi dell&#039;ex Jugoslavia, da tempo usciti dal cono di luce della stampa internazionalale dopo le tragiche vicende degli anni Novanta. Il riferimento non è casuale. Proprio in quel contesto, infatti, maturarono molte delle posizioni in materia di guerra e di diritto internazionale finora citate. Il no alla guerra ribadito dai Papi e in seconda battuta da L&#039;Osservatore Romano non è generico pacifismo. Ogni vero costruttore di pace sa che dire no alla guerra non significa negare la necessità di un uso della forza in funzione deterrente. È indispensabile qualche forma di «polizia» internazionale, capace di assicurare la giustizia e la pace. E questo riporta ad un&#039;altra delle questione, quella del ruolo dell&#039;Onu, che nell&#039;ultimo quarto di secolo hanno visto il giornale particolarmente impegnato, a non solo nel riportatare tutti gli interventi della Santa Sede, ma con continui articoli. Quel compito di assicurare la pace e la giustizia implica infatti una serie di condizioni che l’Onu oggi purtroppo non possiede. Di qui tutti i problemi di una riforma dell&#039;Onu stessa che deve scrollarsi di dosso le ipoteche ricevute in eredità nell’ultimo conflitto mondiale, acquisire potere di intervento, essere in qualche modo controllata non solo dai Governi, ma anche dai popoli, in forme tutte da inventare, ma che coinvolgano le realtà civili portatrici di esigenze generali. 
Tutto questo investe anche il campo dell&#039;organizzazione della vita politica e sociale. La democrazia, anche a livello mondiale, appare sempre più come l’unica salvaguardia possibile per prevenire il ripetersi delle atrocità del passato, che si ripresenterebbero in proporzioni gigantesche. Ma di solito democrazia e vocazione imperiale e totalizzante non vanno d&#039;accordo.
La lettura quotidiana dell&#039;Ossevatore Romano aiuta, tra l&#039;altro, a capire, anche solo con la scelta delle notizie internazionali, come il potere oggi sia trasformato e il pericolo maggiore sia rappresentato da una presunta «cultura» che omologa tutti sulla lunghezza d’onda dei bisogni, con l’annullamento di ogni capacità critica e dell’etica. Occorre quindi una rieducazione profonda all’accettazione di ogni uomo e di ogni popolo e alla capacità di gestire pacificamente gli eventuali conflitti. 
Anche in questo soccorre il Magistero: accanto all’esigenza di un&#039;autorità mondiale, già ipotizzata dalla Populorum progressio di Paolo VI nel 1967, è emersa quella del rispetto delle etnie e delle culture, non certo intese come realtà rigide e indeformabili, ma in continua evoluzione, attraverso il contatto e il rapporto con altre culture e per il susseguirsi delle generazioni portatrici sempre di bisogni nuovi. È importante allora che ognuno possa consolidare la propria identità di base e contemporaneamente incontrarsi con altre espressioni culturali, senza prevaricazione. E sembra difficile usare come strumenti per sostanziare tale esigenza da un lato la forsennata e suicida volontà nichilista e dall’altro i cacciabombardieri. E anche se fosse solo come promemoria di questo, sarebbe utile leggere L&#039;Osservatore Romano.
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			<title>Sempre più persone premono sui confini</title>
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			<description><![CDATA[<strong>Sempre più persone premono sui confini</strong><br />Il fenomeno della mobilità umana è sempre più ingigantito da una condizione mondiale segnata dalla fame e dalla guerra. Flussi ogni giorno maggiori di migranti per motivi economici e di profughi per le situazioni di conflitto premono sui confini di numerosi Paesi. I flussi più rilevanti sono quelli cosiddetti tra sud e sud (cioè da Paesi poveri ad altri Paesi poveri) con conseguenze sempre più drammatiche per la tenuta delle società dove arrivano migranti e profughi. L’esempio più evidente di questi ultimi anni è dato dal conflitto siriano, che ha visto oltre tre milioni di profughi riversarsi in pratica quasi completamente in Libano, Giordania e Turchia. Ma altrettanto avviene nelle diverse, spesso incancrenite crisi africane. Basti pensare ai milioni di profughi somali in Kenya o a quelli sudanesi nei Paesi confinanti o ai continui movimenti di popolazioni nel Sahel, nella regione dei Grandi Laghi, nel golfo di Guinea e in altre aree del continente.
Preoccupante, al tempo stesso, è anche la situazione in America, soprattutto al confine tra Messico e Stati Uniti, dove uno dei tanti muri della vergogna ancora presenti nel mondo si spinge fino in mare, sulle frontiere marittime meridionali e su quelle terrestri orientali europee, nel sud-est asiatico e in generale negli oceani Indiano e Pacifico.
Tra i milioni e milioni di persone coinvolte in questo epocale e tragico fenomeno aumenta la percentuale di bambini, spesso non accompagnati. Per esempio, sono stati oltre 66.000 i bambini migranti arrestati per aver attraversato illegalmente la frontiera fra Messico e Stati Uniti in questo anno fiscale, iniziato nell’ottobre scorso, con un aumento dell’88 per cento rispetto all’anno precedente. I numeri forniti dal Dipartimento della sicurezza nazionale statunitense riguardano minori non accompagnati originari prevalentemente dell’America centrale: quelli fermati ad agosto dalla Border Patrol, la polizia di frontiera, provenivano in maggioranza da El Salvador, Guatemala e Honduras, oltre che dallo stesso Messico. Rispetto ai mesi precedenti, le statistiche mostrano un calo nell’affluenza dall’Honduras, che finora era invece in testa alla lista per numero di bambini migranti. A proposito di questa emergenza, il presidente statunitense Barack Obama ha parlato di una crisi umanitaria, chiedendo al Congresso di stanziare fondi per 3,7 miliardi di dollari per farle fronte, ma finora senza risultati.
Da parte loro, i presidenti dei Paesi dell’America centrale hanno chiesto alla Casa Bianca un piano di aiuti per consentire alla regione di lottare con più efficacia contro l’insicurezza e il narcotraffico che spingono un crescente numero di adulti, giovani e bambini a migrare verso la frontiera statunitense.
L’emigrazione resta la sola via possibile anche per i cittadini di molti Paesi risparmiati dalla guerra o dalle violenze della malavita, ma stremati da povertà e discriminazioni sociali. È il caso, per esempio, del Bangladesh, dove sono almeno cinque milioni i lavoratori emigrati, su 156 milioni di abitanti. In molti casi, come sempre accaduto anche in Paesi che oggi sono a pieno titolo nella parte ricca del mondo, le rimesse di questi migranti rappresentano una voce rilevante per l’economia del Paese d’origine. Secondo una recente ricerca dell’università di Dhaka, le rimesse degli immigrati, che nel 2010, ultimo anno con dati disponibili, hanno raggiunto gli 11 miliardi di dollari, rappresentano la principale fonte di sostentamento per molte comunità prive altrimenti di risorse.]]></description>
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			<title>A rischio l'unità del Paese</title>
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			<description><![CDATA[<strong>A rischio l&#039;unità del Paese</strong><br /> 
Vico diceva che la storia ha corsi e ricorsi. Un assioma culturale afferma invece “non bis in idem” (non due volte allo stesso modo). Oscilla tra questi due estremi, in queste ore, la riflessione inquieta di molti (io tra questi) sulle similitudini tra la genesi della mattanza jugoslava degli anni Novanta del secolo scorso e l&#039;attuale situazione in Ucraina. Somiglianze si rintracciano in una situazione di crisi generalizzata, all&#039;epoca socio-politica, dopo la fine del bipolarismo e la dissoluzione dell&#039;Unione Sovietica, oggi sostanzialmente economica, nel segno di una globalizzazione soprattutto rapace e discriminatoria. Al tempo stesso, protagoniste dello scontro sono popolazioni diverse, riunite all&#039;interno di confini che sono sempre stati sostanzialmente amministrativi, e a lungo pacificamente conviventi sulla base di una comune condizione sociale e politica. Oggi in Ucraina, come allora in Jugoslavia, al venir meno di un collante ideologico (buono o cattivo che fosse in questo caso non fa differenza) e persino dell&#039;idea (questa buona in sé) di uno sviluppo comune e condiviso, si è sostituita la concezione ideologica dell&#039;etnia, la degenerazione nazionalistica dell&#039;identità. 
Dissimile, invece, è il contesto geopolitico. Nella tragedia jugoslava non erano implicati, almeno direttamente e in modo massiccio, potenti vicini. Oggi in Ucraina, invece, ha un ruolo decisivo la Russia di Putin. Ed è proprio contro Putin che si levano le prese di posizione da occidente e quelle dell&#039;ex opposizione ucraina che ha rovesciato il filorusso presidente Victor Junaković e si è insediata al potere a Kiev, contando sull&#039;improbabile protezione di quei Paesi che ripetono come un mantra i concetti di integrità territoriale e di autodeterminazione dei popoli. Concetti che in Ucraina oggi, come nella Jugoslavia di allora, sembrano abbastanza antitetici, proprio in conseguenza di quei rigurgiti nazionalisti di cui sopra. Così come lo stesso Putin afferma che ogni suo intervento è determinato dal dovere di proteggere le popolazioni di etnia, lingua e cultura russe presenti in Ucraina, senza fare riferimento agli evidenti interessi di una potenza imperiale
Non è certo la prima volta che con simili affermazioni si vestono politiche e comportamenti determinati soprattutto da questioni molto più terra terra. Anche perché quanti sui concetti di autodeterminazione dei popoli e di diritti dell&#039;uomo credono davvero, difficilmente arrivano al potere e ancora più difficilmente trovano ascolto da quanti il potere – politico, militare e soprattutto economico – tengono stretto e gestiscono.
Nel 1991, prima che parlassero le armi, le voci più attente alle ragioni della pace invocarono invano il mantenimento dell&#039;unità jugoslava in una forma confederale che garantisse i diritti dei serbi come dei croati, dei montenegrini come dei bosniaci, deglo sloveni come dei macedoni, degli ungheresi della Voivodina come degli albanesi del Kosovo. Sappiamo tutti come è andata a finire. Anzi, come non è ancora finita. 
Proprio in Kosovo, per esempio, sembrano profilarsi continuamente nuovi ostacoli nel tentativo di normalizzare la regione, dopo un decennio di mediazioni dell&#039;Unione europea tra il Governo di Belgrado e le autorità di Pristina, espressione della maggioranza albanese del Kosovo che ne ha dichiarato unilateralmente l’indipendenza dalla Serbia. È di queste ore la notizia che autorità di Pristina hanno deciso di costituire un esercito. Nell&#039;annunciarlo, il primo ministro dei kosovari albanesi, Hashim Thaçi ha detto che uno dei compiti delle nuove Forze armate — che saranno forti di cinquemila soldati e tremila riservisti — sarà la tutela della sovranità territoriale del Kosovo. «È un’altra trasformazione che va a beneficio del Paese, della sicurezza regionale e nell’interesse dei processi di integrazione euroatlantica del Kosovo», ha sostenuto Thaçi. Ovviamente la mossa è destinata a suscitare le proteste tanto della Serbia, che non riconosce l’indipendenza di Pristina, quanto della minoranza serba kosovara, che ha sempre rifiutato tutte le iniziative in questo senso della maggioranza albanese. Fonti concordi a Belgrado hanno riferito che il primo ministro serbo, Ivica Dačić, solleverà la questione nella prossima sessione di colloqui con Thaci, in programma a metà marzo a Bruxelles con la mediazione dell’alto rappresentante della politica estera e di sicurezza comune dell’Unione europea, Catherine Ashton.
I kosovari albanesi si sono dati una costituzione, che secondo loro deve essere rispettata anche dai serbi, e una bandiera. Le bandiere nazionali sono diventate un po&#039; come quelle delle squadre di calcio. Se ce ne è una sola la sventolano tutti concordi, se ce ne sono due incominciano i guai. Di solito sono guai relativi (si pensi alla pagliacciata della bandiera della presunta Padania da noi in Italia) ma se le si cuciono sulle divise militari e le si issano sui carri armati la questione cambia. E se il Kosovo è tutto sommato una realtà relativamente piccola – e si possono protrarre negoziati per anni e anni - l&#039;Ucraina è un Paese di 45 milioni di abitanti al confine con la Russia. E di bandiere in Ucraina ne girano ormai due. E in questo caso dar ragione a Vico sarebbe imperdonabile per la comunità internazionale.
 
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			<title>Niente Europa unita sull'immigrazione</title>
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			<description><![CDATA[<strong>Niente Europa unita sull&#039;immigrazione</strong><br /> 
Sovranità è una parola difficile da coniugare al plurale e, infatti, l&#039;unico modo per farlo è usare gli articoli – la sovranità, le sovranità – visto che è indeclinabile. Per i migranti, invece, il plurale va benissimo (magari esagerando i numeri). E per l&#039;Unione europea va ancora meglio, dato che contano più gli Stati che il Parlamento di Strasburgo o la Commissione di Bruxelles. Se ne ha una prova, se mai ce ne fosse bisogno, dalla questione dell&#039;immigrazione e dell&#039;asilo. Si susseguono nei diversi consessi istituzionali dell’Unione europea le dichiarazioni d’impegno per scongiurare nuove tragedie come quella di Lampedusa del 3 ottobre e quella nel Canale di Sicilia dell’11, ma al momento non si registrano sostanziali cambiamenti riguardo all’assenza di una vera politica comunitaria in materia. L’unica decisione presa ieri a Lussemburgo dal Consiglio dei ministri degli Esteri, in vista del vertice straordinario dei capi di Stato e di Governo di domani e venerdì a Bruxelles, è stata l’adozione dell’European Border Surveillance System (Eurosur). Si tratta di un programma tecnico per consentire agli Stati membri che effettuano operazioni di sorveglianza delle frontiere, sulle quali mantengono competenza esclusiva, di condividere informazioni e cooperare con Frontex, , l’agenzia europea sulle frontiere per ridurre il numero di migranti irregolari e i traffici illegali. Eurosur entrerà in vigore dal prossimo 2 dicembre per i Paesi del sud e dell’est dell’Ue e dal 1° dicembre 2014 per tutti gli altri Stati membri.
Ma in svolte sostanziali dal vertice di domani e dopodomani è meglio non contare troppo. Al più, ci sarà qualche decisione operativa nell&#039;ambito del cosiddetto vicinato meridionale. L&#039;argomento, infatti, sarà affrontato all&#039;interno della discussione sulla Libia. La situazione del Paese nord-africano, dopo le recenti nuove turbolenze, era già all’ordine del giorno e in questo contesto i ministri collocano il problema degli sbarchi e delle reti criminali che usano la Libia come una delle basi di partenza dei natanti. In parole povere è sempre il solito “aiutiamoli a casa loro, così non vengono”, che di per se stesso sarebbe pure giusto, ma che all&#039;atto pratico non ha mai funzionato. 
Anche ora, dunque, la questione immigrazione entra nella politica estera e di sicurezza comune dalla porta di servizio, dato che i Trattati europei lasciano il controllo delle frontiere all’esclusiva competenza dei singoli Stati. In merito, sia la Commissione europea, sia una dichiarazione adottata oggi dal Parlamento di Strasburgo non riportano novità, limitandosi a sollecitare un uso più efficiente delle politiche e degli strumenti esistenti, compreso Frontex. Come noto, però, tra i Governi europei ci sono profonde divergenze sul modo di definire queste politiche e usare questi strumenti. 
Nel frattempo, le forze di sicurezza del Marocco hanno impedito stamattina a un gruppo di cinquanta migranti subsahariani di forzare il confine dell’enclave spagnola di Ceuta, in territorio appunto marocchino. La Guardia civil spagnola dell’enclave ha rinforzato il presidio, ma non è intervenuta. La settimana scorsa, ci furono diversi feriti tra i poliziotti marocchini e i circa trecento migranti che avevano tentato di attraversare il confine. Un analogo tentativo a Ceuta e nell’altra enclave di Melilla, fu respinto il 17 settembre dalla Guardia civil.
Comunque, è un problema della Spagna, né si registrano iniziative di sostegno da Italia e Malta, gli Stati maggiormente alle prese con i barconi in Mediterraneo, magari con l&#039;offerta di accogliere parte di quegli infelici. E se Malta è un posto piccolo, lo stesso non vale per l&#039;Italia che, lamentazioni a parte, non è alle prese con un&#039;emergenza, ma con le conseguenze di politiche che hanno puntato da almeno un ventennio a questa parte quasi sempre sul respingimento e non sull&#039;accoglienza. Del resto, l&#039;Italia «ha solo 260 rifugiati per milione di abitanti, mentre la Germania ne ha 946», ha detto all’ultimo Consiglio degli Affari interni il ministro tedesco Hans-Peter Friedrich.
Il punto è che sovranità, lungi dall&#039;essere una parola declinabile al plurale, in Europa non riesce neppure ad avere una dimensione veramente collettiva. 
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			<title>Dopo la fine della transizione</title>
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			<description><![CDATA[<strong>Dopo la fine della transizione</strong><br />di Pierluigi Natalia
Il completamento della transizione somala, con l’elezione del nuovo presidente della Repubblica, Hassam Mohamud, da parte del Parlamento di Mogadiscio, negli auspici della comunità internazionale e soprattutto delle stremate popolazioni può dare speranza a un Paese da oltre un ventennio ostaggio di una guerra civile continua, con diverse fasi di intensità e diversi protagonisti.
Mohamud ha ottenuto a sorpresa, nella tarda serata di lunedì 10 settembre, 190 preferenze contro le 79 del capo di Stato uscente, Sharif Ahmed, dato per favorito alla vigilia e che si pensava avesse il rivale più forte nell’ex primo ministro Abdiweli Mohammed Ali. Mohamud, un professore di 56 anni tra i fondatori dell’università nazionale di Mogadiscio e che in passato ha lavorato per organizzazioni internazionali, appartiene al clan degli Hawiye, lo stesso di Sharif, ma al contrario di quest’ultimo, a suo tempo leader delle Corti islamiche di Mogadiscio, non ha mai avuto una dichiarata connotazione politica, sebbene sia considerato vicino al partito al Islah, espressione somala dei Fratelli musulmani.
L’elezione di Mohamud è stata accompagnata a Mogadiscio e in altre località somale da festeggiamenti e manifestazioni di consenso. Diversi commentatori le hanno attribuite alla convinzione diffusa nella popolazione che il nuovo presidente possa essere un elemento di moderazione e di positivo compromesso. Tuttavia, le 190 preferenze ottenute da Mohamud possono essere lette invece come un rinvio della definizione dei rapporti di forza tra i vari clan più che come l’affermazione di nuovi equilibri politici. Un possibile chiarimento della situazione potrebbe venire già nelle prossime ore, quando il presidente dovrà nominare un primo ministro incaricato di formare il Governo. 
Così come a chiarificare quale Stato si potrà costruire in Somalia potrà contribuire il referendum sulla Costituzione, approvata in via provvisoria in luglio e sulla quale non mancano perplessità.  Il testo approvato dagli 825 delegati dell&#039;Assemblea costituente, che hanno lavorato per appena una settimana su una bozza preparata per loro da responsabili dell&#039;Onu, lascia molte  questioni di principio irrisolte. Tra i diritti fondamentali che minaccia anzi di rendere concretamente impossibili da tutelare c&#039;è la libertà di culto, dato che non solo l&#039;islam viene definito religione di Stato, ma in pratica unica fonte di diritto. Così come non vi è traccia della richiesta, più volte avanzata dal Gruppo internazionale di contatto per la Somalia, di creare in pratica dal nulla un settore indipendente per la gestione della giustizia, fondato sul rispetto dei principi internazionali. 
In ogni caso, il completamento formale della transizione non ha certo risolto tutti gli ostacoli sostanziali sulla via della pace in Somalia, dalla sicurezza alla stabilizzazione, dalla giustizia, appunto,  al coordinamento internazionale. Restano, soprattutto, sia la questione dei ribelli armati sia i principali contrasti politici, istituzionali, culturali e di indirizzo economico tra le fazioni somale. In particolare, le formule di compromesso trovate per dar vita alle nuove istituzioni non hanno risolto i nodi dei rapporti tra il Governo centrale e le regioni da tempo proclamatesi autonome del Puntland, del Somaliland e del Galmudug. La questione è rilevante anche sul piano economico. Sui temi della ricostruzione e dei finanziamenti ci sono interessi interni e esteri difficili da conciliare e le nuove autorità somale dovranno fare i conti con una presenza internazionale multiforme sul cui spirito di cooperazione realmente paritaria è lecito dubitare.
 Per esempio, l’anno scorso sono stati scoperti importanti giacimenti petroliferi sottomarini al largo delle coste del Puntland, o meglio ne è stata confermata la presenza. Secondo alcune fonti, anzi, sarebbero già incominciate le trivellazioni in alto mare a opera soprattutto della Bp. 
Più in generale, a gestire l’industria petrolifera, come pure la riscossione delle tasse e dei proventi dei commerci e dei traffici portuali sarà il Joint Financial Management Board, organismo composto da rappresentanti somali, ma soprattutto di Francia, Gran Bretagna, Unione europea, Banca Mondiale. Il Board è formalmente incaricato di aumentare la trasparenza e di rafforzare le istituzioni pubbliche nella gestione finanziaria. Ma diversi osservatori hanno dubbi sulle disinteressate intenzioni dei membri di tale organismo. Al tempo stesso, l’assenza nel Board di attori non tradizionali in Somalia, quale la Turchia, che ultimamente hanno contribuito significativamente alla ricostruzione di Mogadiscio e avviato programmi di sviluppo nelle regioni sottratte al controllo di al Shabaab, lasciano intravedere i contrasti e le forze che si agitano dietro le quinte. 
Il tutto mentre resta incerta la prospettiva di pieno successo dell’offensiva delle forze governative e dell’Amisom, la missione dell’Unione africana, contro le milizie radicali islamiche di al Shabaab. Inoltre, la scelta di al Shabaab di affiancare all’azione militare gli attentati terroristici, sia in Somalia sia nei Paesi che forniscono truppe all’Amisom, mantiene viva una minaccia reale sulla prospettiva di pacificazione. L’Amisom e le forze governative dichiarano da giorni di essere sul punto di conquistare Chisimaio, seconda città e secondo porto del Paese, dove al Shabaab ha la sua principale roccaforte. Ma le nuove autorità somale sono ancora ben lontane dal controllo completo del territorio.
 Di conseguenza, si rischia di non avere il tempo per fronteggiare la nuova carestia che sembra già in atto. Si stanno infatti ripetendo le condizioni che un anno fa provocarono una crisi alimentare con decine di migliaia di vittime. Soprattutto nel sud della Somalia, quasi un milione e mezzo di civili, in maggioranza sfollati, fronteggiano una nuova emergenza in un contesto già segnato da livelli di malnutrizione acuta.
 
(©L&#039;Osservatore Romano 13 settembre 2012)
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			<title>Il rapporto 2014  dell'Ipcc</title>
			<link>http://www.pierluiginatalia.net/1/il_rapporto_2014_dell_ipcc_9656757.html</link>
			<description><![CDATA[<strong>Il rapporto 2014  dell&#039;Ipcc</strong><br />Nel 2007 vinsero il Nobel per la pace. Sono gli oltre duemila scienziati di varie discipline impegnati nell&#039;Intergovernmental Panel on Climate Change (Ipcc) delle Nazioni Unite. E fu un modo, probabilmente, per segnalare come alla causa della pace sia necessario uno sviluppo sostenibile sia per l&#039;ambiente globale sia soprattutto per le popolazioni messe più in pericolo dai cambiamenti climatici. Popolazioni, more solito, concentrate soprattutto nel sud devastato del mondo. Tra l&#039;altro, l&#039;alternarsi di lunghe siccità con periodi brevissimi di intense e concentrate precipitazioni già quest&#039;anno potrebbe aumentare di 25 milioni il numero dei bambini sotto i cinque anni malnutriti, un numero che già sfiora il miliardo. 
Sono queste le principali conclusioni della quinta edizione del rapporto Ipcc, dal titolo «Cambiamenti climatici 2014: impatti, adattamento e vulnerabilita», presentato durante il vertice dell&#039;organizzazione concluso ieri a Yokohama, in Giappone, al termine di sei giorni di confronto tra scienziati e delegati governativi provenienti da 110. Il rapporto vuole fornire una base per le decisioni contro il riscaldamento globale che – nelle aspettative, se non nelle previsioni - dovrebbero essere prese dai Governi nei prossimi anni. 
Il documento, oltre a presentare i peggioramenti della situazione, delinea possibili risposte adeguate, pur senza nascondere che oggi potrebbero essere ben più difficili da mettere in atto rispetto a meno di un decennio fa. Non ha caso, il rapporto esprime una netta condanna della lentezza delle reazioni, affermando che il mondo è ancora impreparato - per mancanza di volontà politica, non certo per inadeguatezza dei mezzi tecnici - ad affrontare i rischi che derivano da un clima mutato. 
I ricercatori dell&#039;Ipcc documentano che se non saranno adottate politiche capaci di ottenere il doppio risultato della mitigazione (tagliare in modo drastico e rapido le emissioni serra causate principalmente dai combustibili fossili) e dell’adattamento (migliorare la capacità di governance includendo nel calcolo degli investimenti la variabile clima), le conseguenze saranno drammatiche. «Centinaia di milioni di persone saranno colpite dalle alluvioni e costrette a lasciare le loro case»; «molti ecosistemi non potranno adattarsi»; «i raccolti delle principali colture, come riso, mais e frumento, subiranno una riduzione del due per cento ogni dieci anni», sono alcune delle affermazioni del rapporto. 
Secondo il rapporto delle Nazioni Unite, fino al nove per cento del pil (prodotto interno lordo) globale dovrà essere impiegato nelle opere per arginare la crescita dei mari. 
La risposta a questa emergenza esiste, e non è remota. A renderla improbabile è però la considerazione che per metterla in atto occorrerebbe almeno per un decennio investimenti pari quasi a quasi un decimo del prodotto interno lordo globale. I climatologi delle Nazioni Unite indicano infatti una possibile direzione per ridurre l’impatto del cambiamento climatico entro limiti accettabili. Si tratta di una direzione basata sullo sviluppo dell’innovazione tecnologica soprattutto nel campo dell’efficienza energetica, delle fonti rinnovabili e del riciclo dei materiali utilizzati per la produzione. 
E questo chiama in causa, appunto, il tipo di sviluppo che si vuole perseguire. L&#039;Italia, per esempio, è uno dei Paesi che avrebbe tutto da guadagnare a da scelte basate sulla coscienza che l&#039;impoverimento del Paese ha le sue vere cause nel dissesto del territorio e in politiche industriali dissennate sotto il profilo della salvaguardia ambientale. Un piano nazionale di messa in sicurezza del territorio sarebbe la vera occasione per invertire la tendenza crescente alla disoccupazione, soprattutto giovanile. Un piano nazionale di potenziamento delle energie rinnovabili aiuterebbe a ridurre la bolletta energetica italiana, superiore del trenta per cento a quella europea, senza ricorrere a quell&#039;energia nucleare più volte bocciata dai cittadini, ma che qualche politico e soprattutto molte multinazionali ciclicamente ripropongono, in spregio a tutti i pericoli connessi. 
Ma è improbabile un tale mutamento di rotta. I pochi che ancora lo sollecitano sono privi di quella rilevanza sui mezzi di comunicazione che da un ventennio almeno ha consegnato il Paese a irrisolti conflitti di interessi e della possibilità di presentare con efficacia le proprie posizioni a opinioni pubbliche trasformate in tifoserie. Soprattutto, come chi scrive deve purtroppo ripetere, è improbabile che possa farlo una classe dirigente autoreferenziale e che da almeno tre legislature è priva di legittimazione democratica (sono tutti nominati, non eletti) ma talmente arrogante da ritenersi chiamata a modificare una Costituzione che, se non altro, ha il merito di porre freni al suo strapotere. 
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			<title>Giro di vite spagnolo sui migranti</title>
			<link>http://www.pierluiginatalia.net/1/giro_di_vite_spagnolo_sui_migranti_10353079.html</link>
			<description><![CDATA[<strong>Giro di vite spagnolo sui migranti</strong><br />Qualcuno plauderà. Qualcuno che magari ha appena portato a casa gli ulivi o le parme benedette e che si prepara a celebrare i giorni più santi dell&#039;anno. Tra costoro, di certo, ci sono gli esponenti della maggioranza governativa in Spagna, espressione di un partito che si dichiara di ispirazione cristiana. E faranno bene, perché Pasqua è comunque di resurrezione. Quella di Cristo. Staremmo freschi se la resurrezione dovessimo guadagnarcela noi.
Sempre. E soprattutto in quest&#039;epoca che vede moltiplicarsi guerre, ferocia, miseria, discriminazioni, strazi sistematici di popoli e di poveri. E moltiplicarsi le loro vittime, a partire da profughi e migranti in fuga dalle armi o dalla fame. 
Né noi europei – quelli delle “radici cristiane” tante volte sbandierate – sembriamo tanto disposti a far risorgere alcuni dei principi, dei diritti e dei doveri morali che proprio dalla nostra storia hanno tratto origine, dall&#039;accoglienza per lo straniero, all&#039;asilo per il perseguitato.
In questa Settimana Santa, l&#039;ultimo esempio viene appunto dalla Spagna un tempo definita “cattolicissima”. Oggi vi è entrata in vigore la nuova legge sui migranti. Tra l&#039;altro, prevede la possibilità del cosiddetto “rifiuto alla frontiera”. I migranti intercettati sulle barriere frontaliere di Ceuta e Melilla, le due enclavi spagnole in territorio marocchino, potranno essere immediatamente respinti senza identificazione e senza controllo del fatto che abbiano o meno i requisiti per chiedere asilo previsti dalle convenzioni internazionali firmate dalla Spagna, come da tutti i Paesi dell&#039;Unione europea.
Da Bruxelles solo l&#039;annuncio che «la Commissione prende nota della legge recentemente adottata dalla Spagna e valuterà con attenzione la sua compatibilità con la normativa comunitaria e come sarà attuata». ]]></description>
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			<title>Violenze sempre più diffuse</title>
			<link>http://www.pierluiginatalia.net/1/violenze_sempre_piu_diffuse_10026935.html</link>
			<description><![CDATA[<strong>Violenze sempre più diffuse</strong><br />La condizione della Nigeria, il più popoloso Paese africano, con una stima di centosessanta milioni di abitanti, sembra farsi di giorno in giorno più grave, con una diffusione sempre maggiore delle violenze e al tempo stesso con la prospettiva di una brusca frenata dell&#039;economia, basata in gran parte sulla produzione di petrolio. Alla riapertura dei lavori del Parlamento federale di Abuja dopo le ferie estive, il Governo del presidente Goodluck Jonathan è stato pesantemente messo sotto accusa per la mancanza di risultati nella lotta contro Boko Haram, il gruppo di matrice fondamentalista islamica responsabile nell&#039;ultimo quinquennio, secondo stime concordi, dell&#039;uccisione di diecimila persone in attacchi armati e attentati terroristici. Più in generale, molti osservatori interni e internazionali considerano completamente deluse le speranze di normalità democratica e soprattutto di uno sviluppo volto a favorire finalmente i ceti più poveri e maggioritari della popolazioni, speranze che in molti erano state suscitate tre anni fa proprio dall&#039;elezione di Jonathan, in una consultazione tenuta, forse per la prima volta, in un modo sostanzialmente regolare e pacifico, nonostante alcuni limitati, seppur gravi episodi di violenza. 
Il presidente del Parlamento, David Mark, ha detto che le azioni di Boko Haram «sono un’assoluta dichiarazione di guerra pronta a minacciare la sovranità della nostra Nazione» e ha chiesto al presidente Jonathan «chiarimenti sulle strategie che verranno utilizzate per sconfiggere i militanti islamisti», responsabili di sistematiche violenze ai danni dei civili sia musulmani sia soprattutto cristiani, costretti a fuggire o a convertirsi all’islam pena la morte. Un&#039;altra affermazione inquietante fatta da Monguno è le forze di sicurezza sul posto sono evidentemente sopraffatte dalla situazione perché «prive delle motivazioni necessarie» per combattere i miliziani jihadisti. Tale tesi è seccamente smentita dai comandi militari, che continuano ad annunciare presunte sconfitte inflitte a Boko Haram, ma non possono negare una situazione sempre più grave, tra l&#039;altro con centinaia di migliaia di persone in fuga. 
La pratica della violenza in Nigeria, oltretutto, non sembra una prerogativa esclusiva di Boko Haram. Amnesty International accusa la polizia e l’esercito della Nigeria di torturare abitualmente donne, uomini e anche bambini di 12 anni mediante pestaggi, stupri e fucilate agli arti. «Qui siamo oltre le già agghiaccianti torture e uccisioni di presunti membri di Boko Haram. In tutta la Nigeria, la dimensione e la gravità delle torture contro donne, uomini e minori da parte di chi dovrebbe proteggerli risultano sconvolgenti anche al più esperto osservatore sui diritti umani», ha dichiarato Netsanet Belay, direttore della ricerca, secondo il quale nessuna indagine degna di questo nome è stata aperta dalle autorità di Abuja nella maggior parte dei casi di tortura commessi dalle forze di sicurezza nigeriane e documentati da Amnesty International.
Al tempo stesso, restano irrisolti i problemi strutturale del Paese, anche per quanto riguarda il modello di sviluppo. Il petrolio, infatti, resta una ricchezza in mani straniere e, anzi, una voce sulla quale pesa sempre più la speculazione finanziaria. Per esempio, poche settimane dopo l’anglo-olandese Royal Dutch Shell, anche i francesi di Total hanno annunciato la messa in vendita di un giacimento petrolifero nell’area del Delta del Niger. La cessione riguarda Usan, un campo offshore situato circa cento chilometri a largo della costa della Nigeria sud-orientale. Fonti di stampa locali stimano il valore del giacimento in circa due miliardi e mezzo di dollari. E tendono ad escludere, alla luce della necessità di investimenti infrastrutturali ingenti, la possibilità di acquirenti nazionali privi delle risorse indispensabili.
Secondo il quotidiano di Lagos «Business Day», a rilevare la quota di Total potrebbero essere gruppi cinesi come Cnooc o indiani come Ongc. Secondo il giornale, infatti, «le major europee e nordamericane stanno cercando di lasciare la Nigeria». A testimoniarlo sarebbe la messa in vendita di quattro giacimenti da parte di Shell, annunciata a luglio, e la già avvenuta cessione di un campo da un miliardo e mezzo di dollari da parte dei nordamericani di ConocoPhilips. Il quotidiano attribuisce queste decisioni a fattori differenti. In parte peserebbero i sabotaggi da parte di gruppi armati e soprattutto gli incidenti dovuti all’obsolescenza degli impianti che costerebbero ogni giorno all’industria circa 150.000 barili di greggio, oltre a provocare danni ambientali sempre maggiori. Ma il motivo fondamentale sembra essere la volontà dei poteri finanziari occidentali di ridurre gli investimenti e di mantenere alti i dividendi per gli azionisti.
Anche in questo campo, sono in molti a considerare fallimentare l&#039;azione di Jonathan. In campagna elettorale, il presidente aveva promesso una “rivoluzione del gas” che doveva valere dieci miliardi di dollari e mezzo milione di posti di lavoro. Per essere davvero tale, però, questa rivoluzione avrebbe dovuto guardare più alla distribuzione che alla produzione, già di per sé rilevante. Soprattutto, la Nigeria era ed è chiamata ad affrancarsi da un sistema economico che ha lasciato al proprio popolo solo le briciole dell&#039;immane ricchezza delle risorse del suo sottosuolo, che ne fanno il primo Paese produttore di petrolio in Africa e l&#039;ottavo nel mondo. Finora l&#039;esportazione di greggio ha prodotto ricchezza solo per le compagnie multinazionale e per alcune oligarchie locali e non è stata capace di portare né lavoro né benessere ai nigeriani
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			<title>Somalia tra timori e speranze</title>
			<link>http://www.pierluiginatalia.net/1/somalia_tra_timori_e_speranze_8652728.html</link>
			<description><![CDATA[<strong>Somalia tra timori e speranze</strong><br />Nell&#039;incertezza che segna ancora la vicenda somala, a un anno dalla fine della transizione sostenuta dalla comunità internazionale, timori di una recrudescenza del conflitto sono alimentati da uno stillicidio di attacchi armati e di attentati. L&#039;ultimo caso è quello di ieri a Mogadiscio, dove otto civili sono stati uccisi dall’esplosione di un’autobomba guidata da un attentatore suicida che intendeva colpire un convoglio dell’Amisom, la missione dell’Unione africana in Somalia, i cui militari sono invece rimasti tutti illesi. La strage è stata rivendicata dai ribelli radicali islamici di al Shabaab, secondo i quali obiettivo era appunto il convoglio, al cui interno viaggiavano, secondo loro, ufficiali statunitensi. Finora non è stato possibile a fonti indipendenti accertare la veridicità o meno di tale notizia.
Ai timori per questa situazione si affiancano primi timidi segni di speranza. Uno di questi è il rimpatrio nei primi mesi di quest’anno di alcune migliaia di rifugiati e sfollati che hanno potuto fare ritorno nei loro villaggi e nelle loro case, secondo quanto riferito nell&#039;ultimo rapporto dell&#039;Alto Commissariato dell&#039;Onu per i rifugiati (Unhcr). . Proprio di un momento di speranza parla l&#039;Unhcr riferendo che nel 2013 siano già rientrate volontariamente in Somalia circa 20.000 persone. Altre 16.000 sarebbero tornate nelle loro case dopo essere state a lungo sfollate in altre regioni del Paese. 
Sembrerebbe una goccia nel mare, se si pensa che tra rifugiati all&#039;estero e sfollati interni i profughi somali sono quasi quattro milioni, la metà circa della popolazione. Tuttavia, il segnale è importante anche per quanto riguarda l&#039;allentamento delle tensioni regionali legate proprio alla questione somala..
Di un impegno internazionale affinché un numero crescente di somali possa tornare nella sua terra d’origine ha discusso in settimana ul responsabile dell&#039;Unhcr, Antonio Guterres, in colloqui a Nairobi con dirigenti del ministero degli Interni del Kenya, dove vivono centinaia di migliaia di profughi somali, 430.000 nel solo campo di Dadaab. Guterres ha annunciato che l&#039;Unhcr e il Governo del Kenya lavoreranno insieme per favorire il graduale ritorno in Somalia di altre 60.000 persone entro l&#039;anno.
A giudizio di alcuni osservatori, tuttavia, tale progetto, se non gestito con il massimo di saggezza e precauzioni possibile, potrebbe addirittura peggiorare la situazione e, in particolare, i rapporti già tesi tra il Governo di Nairobi e quello di Mogadiscio. Quest&#039;ultimo ha chiesto il ritiro delle truppe del Kenya dalla città meridionale somala di Chisimaio e la loro sostituzione con «una forza più neutrale», sempre nell’ambito dell’Amisom, la missione dispiegata dall’Unione africana in Somalia. Le forze di Nairobi vennero a suo tempo inquadrate nell’Amisom dopo essere entrate nel Paese confinante per un loro intervento autonomo al dichiarato scopo di mettere in sicurezza la zona di confine e di contrastare la penetrazione delle milizie di al Shabaab.
La richiesta del Governo somalo ha fatto seguito a un’aspra ripresa dei combattimenti tra fazioni rivali a Chisimaio e le truppe di Nairobi sono accusate di aver fornito sostegno a quella di Ras Kamboni, guidata Ahmed Mohamed Islam, meglio conosciuto come Ahmed Madobe, che in maggio si era proclamato governatore del Jubaland, la regione di Chisimaio. Lo stesso Madobe ha confermato che i suoi uomini sono stati aiutati dai soldati del Kenya, riuscendo così ad avere la meglio sul rivale, il colonnello Bare Adan Shire, a sua volta meglio conosciuto come Bare Hirale, che si è anch’egli dichiarato governatore del Jubaland. 
Sullo sfondo, comunque, rimane la questione di al Shabaab. Proprio le forze di Nairobi un anno fa hanno obbligato al Shabaab a ritirarsi dalle zone meridionali della Somalia che controllavano da anni, in particolare appunto da Chisimaio. Nonostante tale ritiro, al Shabaab ha conservato intatta la sua capacità di colpire, sia con azioni di guerriglia, sia con attentati. Vale per il territorio somalo, compresa Mogadiscio dove ci sono stati solo questo luglio due sanguinosi attentati - prima di quello di ieri c&#039;era sta una settimana fa un&#039;esplosione nel mercato di Bakara, il maggiore della città, con decine di feriti - e dove in giugno al Shabaab aveva provocato decine di morti e di feriti in una base dell’Onu nei pressi dell’aeroporto, cioè in una delle zone teoricamente più protette della città. In questo caso si era trattato di un attacco di guerriglieri preceduto da quello di due attentatori suicidi che si erano fatti esplodere all&#039;ingresso della complesso.
Ma vale anche oltre confine. E non mancano quanti ritengono che lo il Governo di Nairobi cerchi di allentare la presenza di rifugiati somali sul suo territorio anche perché ritiene che le milizie di al Shabaab proprio a Daadab e negli altri campi profughi, difficilmente controllabili, trovino basi logistiche per organizzare attentati in Kenya.]]></description>
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			<title>Vent'anni fa il genocidio in Rwanda</title>
			<link>http://www.pierluiginatalia.net/1/vent_anni_fa_il_genocidio_in_rwanda_9669818.html</link>
			<description><![CDATA[<strong>Vent&#039;anni fa il genocidio in Rwanda</strong><br /> 
Il 7 aprile del 1994 cominciarono i cento giorni più feroci della storia del Rwanda e forse di quella dell’umanità intera dopo la fine della seconda guerra mondiale. Per oltre tre mesi si perpetrò una strage sistematica che il mondo non seppe prevedere, né affrontare, né tanto meno fermare. A fare da detonatore all’esplosione di orrore in cui sfociarono decenni di conflitti tra le etnie hutu e tutsi fu un attentato: il giorno prima erano stati uccisi il presidente rwandese Juvénal Habyarimana e quello burundese Cyprien Ntaryamira, nell’abbattimento del loro aereo che stava atterrando all&#039;aeroporto della capitale rwandese Kigali. Con loro morirono due ministri burundesi, cinque funzionari rwandesi e i tre membri dell’equipaggio francese dell’aereo. I due presidenti rientravano da un vertice di capi di Stato dell&#039;Africa centrale tenuto a Dar-es-Salaam, in Tanzania, e dedicato proprio alla guerra che da anni vedeva contrapposti gli hutu e i tutsi che abitano i due Paesi. A fermare il conflitto non erano valsi neppure gli accordi sottoscritti il 4 agosto dell’anno precedente ad Arusha, sempre in Tanzania, che prevedevano un Governo di transizione a Kigali anche con esponenti del Fronte patriottico rwandese (Fpr), il gruppo armato dei tutsi, quello guidato dall’attuale presidente Paul Kagame.
Nessuna inchiesta internazionale ha mai accertato chi fossero i responsabili dell’attentato. Ma la violenza dilagò subito, prima nella capitale e poi nel resto del Rwanda, contro i tutsi e gli hutu moderati. I soldati hutu della guardia presidenziale si scatenarono nel quartiere di Kigali dove erano alloggiate le milizie dell’Fpr, che ritenevano autrici dell&#039;attentato. Tra le prime vittime ci furono anche dieci caschi blu belgi dell’Unamir, la missione dell’Onu incominciata nell’ot tobre precedente. I militari belgi erano stati catturati mentre cercavano di proteggere la fuga del primo ministro, Aghate Uwilingiyimana, anch’ella uccisa come altri esponenti del Governo. Per cento giorni centinaia di migliaia di donne e di uomini, di vecchi e di bambini furono trucidati in ogni località durante una spaventosa caccia all’uomo. Così come, un anno dopo, fu atroce la vendetta dei tutsi andati al potere. Nel campo di Kibeho, furono trucidati migliaia di hutu, compresi donne e bambini, mentre da Kigali il nuovo Governo rivendicava «il diritto di separare i profughi dagli autori del genocidio». Le forze dell’Onu, dopo aver assistito impotenti al primo, terrificante attacco, riuscirono a portare in salvo migliaia di bambini, spesso trovati accanto ai cadaveri delle madri. Quelle ore hanno segnato per sempre la memoria di chi le ha vissute. Quei bambini non parlavano, non piangevano, alcuni erano impazziti. E vacillò anche la ragione di quanti si prodigarono per rendere quell’orrore, sia pure in minima parte, meno crudele, o di quanti dovettero raccontarlo.
Un aspetto del conflitto tra hutu e tutsi, popolazioni entrambe a grande maggioranza cattolica, non può essere taciuto: quello del coinvolgimento di molti religiosi. Fin dall’inizio il sangue segnò la Chiesa rwandese, spesso con il colore del martirio, ma talora — ed è qualcosa che ancora sconvolge — macchiando mani colpevoli. Non a caso, ricevendo proprio questa settimana i vescovi rwandesi, Papa Francesco ha ricordato le «tante sofferenze e ferite, ancora lungi dall’essersi rimarginate» e li ha esortati ad andare «risolutamente avanti, rendendo senza posa testimonianza alla verità», sottolineando che «la Chiesa ha un posto importante nella ricostruzione di una società riconciliata».
Un’impressione amara si diffuse nelle coscienze in quella primavera del 1994. Ma la comunità internazionale non colse immediatamente la spaventosa portata degli avvenimenti. Il Consiglio di sicurezza dell’Onu si limitò a sollecitare l’allora Segretario generale, Boutros Boutros-Ghali, a «prendere le misure necessarie per assicurare la sicurezza» dei cittadini stranieri in Rwanda. Un decennio dopo Kofi Annan, il successore di Boutros-Ghali che nel 1994 era responsabile delle missioni militari dell’Onu, ammise di aver lui stesso sottovalutato la situazione. Così come un anno dopo, nel luglio del 1995, i caschi blu francesi dell’Onu si dimostrarono impotenti davanti a un altro genocidio, quello di Srebrenica, in Bosnia ed Erzegovina. Del resto, neppure la tragica vicenda balcanica aveva davvero coinvolto il nord ricco e potente del mondo, dove si vivevano gli anni della fine del bipolarismo est-ovest con un sollievo che i decenni successivi si sarebbero incaricati di dimostrare immotivato. 
Quanto si preparava e poi si attuava nei Balcani e nei Grandi Laghi colse impreparata la comunità internazionale. Eppure quelle immagini, quelle notizie di massacri, di lager che vedevano incatenati uomini concreti e la dignità stessa dell’uomo, di fosse comuni dove si seppellivano cadaveri e la stessa umanità, non erano nuove. Non erano tanto inaudite da sembrare incredibili. Accadeva di nuovo, come era accaduto cinquant’anni prima in Europa. La cronaca proponeva evidenze crude e risuscitava memorie dolorose. Ma questa insistenza della memoria non seppe farsi compassione attiva, riflessione attenta, vigilanza sollecita. Tramontava come era vissuto, consegnando i suoi orrori al duro giudizio della posterità, un secolo segnato dalle atrocità, il secolo che aveva inventato i lager, le pulizie etniche, i genocidi sistematici, che aveva proposto l’epidemia ricorrente dei totalitarismi, che aveva devastato la fisiologia delle Nazioni con la patologia dei nazionalismi, che aveva tramutato l’identità etnica nella maschera ghignante del razzismo.
Vent’anni dopo, in questo inizio del millennio, quei mostri sono ancora presenti e spesso trionfanti. «Non dimenticheremo mai che più di 800.000 persone innocenti sono state selvaggiamente uccise. Rendiamo omaggio al coraggio e alla capacità di recupero dei sopravvissuti», ha detto l&#039;attuale Segretario generale dell’Onu, Ban Ki-moon, che domani sarà a Kigali per la cerimonia di commemorazione. Ban Ki-moon ha elogiato «la determinazione dei rwandesi a rigenerare il loro Paese e gettare le basi per un futuro sicuro e prospero». Ha però aggiunto che la battaglia non si ferma qui, perché bisogna continuare ad agire per impedire altri simili orrori, in particolare nella regione dei Grandi Laghi, «dove l’impatto del genocidio si fa ancora sentire». Il nostro passato, il nostro ieri più recente, il nostro oggi, sono uguali. Identiche immagini, identiche notizie fanno da testimoni d’accusa per chi usa l’identità delle Nazioni come una spada contro le minoranze etniche o sociali o religiose, come un grimaldello per scassinare i forzieri della storia e per derubarli della memoria, per chi mistifica i popoli con un sedicente progresso senza diritti, con pacificazioni solo presunte perché senza giustizia e senza verità. Ban Ki-moon ha ragione: un anniversario serve a fare memoria. Ma una memoria che non insegni è solo un inutile formalismo.
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			<title>Rapporto dell'Onu su ventuno Paesi in conflitto</title>
			<link>http://www.pierluiginatalia.net/1/rapporto_dell_onu_su_ventuno_paesi_in_conflitto_9717436.html</link>
			<description><![CDATA[<strong>Rapporto dell&#039;Onu su ventuno Paesi in conflitto</strong><br /> La violenza sulle donne non è solo il frutto di comportamenti malati o criminali, se non in senso lato. Da sempre è una prassi sistematica giustificata se non incoraggiata dai nemici della pace e della convivenza civile. In Occidente, nonostante l&#039;accesso delle donne ai diritti politici, ci sono voluti decenni perché lo stupro venisse punito in quanto crimine contro la persona e non contro la morale (e ancora oggi per le donne risulta difficile denunciare la violenza subita, se non altro perché si persistere in molti casi a cercare una loro responsabilità per presunta “provocazione”). Ma lo stupro non appartiene alla sfera della sessualità, neppure a livello patologico. Lo stupro è un arma di potere e, soprattutto, un&#039;arma di guerra «devastante come una bomba», secondo l&#039;espressione usata dal Segretario generale dell’Onu, Ban Ki-moon, in un rapporto diffuso oggi. Ban Ki-moon sottolinea, appunto, che le violenze sessuali nei conflitti armati, prendendo sempre di più di mira i membri più vulnerabili della società – donne e bambini, ma anche uomini - mirano a ostacolare i processi di pace e di riconciliazione. 
Nonostante che a livello globale vi sia in questo momento uno slancio politico senza precedenti per porre fine a questi crimini, le Nazioni Unite ritengono necessaria una maggiore azione a livello regionale e nazionale. Il rapporto prende in considerazione ventuno Paesi in situazione di conflitto (tanto per ricordare che la guerra continua ad accompagnare la vicenda umana anche in questo nuovo millennio) dall’Afghanistan alla Siria, dalla Repubblica Centroafricana al Myanmar. 
«Come mostra il dossier, tali gravi violazioni si verificano ancora troppo spesso, ma stiamo iniziando a fare progressi tangibili», ha detto Ban Ki-moon citando i casi di Repubblica Democratica del Congo e Somalia. Anche in Colombia si intravedono barlumi di speranza, con il Governo che sta addestrando le forze di sicurezza per prevenire e rispondere alle violenze sessuali. 
In Afghanistan, invece, l’Independent Human Rights Commission ha registrato un aumento del 25 per cento delle violenze contro le donne nel periodo da marzo a settembre 2013. Così come nella Repubblica Centrafricana, dove gli esperti hanno avuto chiare indicazioni che le violenze sessuali sono state una caratteristica principale degli attacchi avvenuti tra i mesi di marzo e dicembre dello scorso anno. 
Anche nel conflitto siriano lo stupro è un’arma utilizzata costantemente. Nel dossier sono individuati 34 gruppi armati nel Paese - ribelli di dicersa ispirazione, spesso in lotta tra loro, ma anche forze di sicurezza governative - «credibilmente sospettati di stupro e altre forme di violenza sessuale in situazioni di conflitto». In diversi casi, inoltre, i gruppi armati usano lo stupro come strategia per ottenere il controllo dei territori con risorse naturali preziose. 
La questione è certamente politica, ma anche giuridica. Un ruolo fondamentale deve avere la Corte penale internazionale (Cpi) dell&#039;Aja, il tribunale permanente dell’Onu competente sui crimini di genocidio, di guerra e contro l’umanità. Dopo l’aggiornamento dei suoi statuti, tre anni fa, la Cpi annovera infatti gli stupri tra i crimini contro l&#039;umanità. Inoltre, la Corte è chiamata a completare gli sforzi dei tribunali nazionali e, nel caso, a sostituirsi loro quando non siano in grado o non vogliano portare i responsabili davanti alla giustizia.
Per rendere quest&#039;azioni di civiltà più incisiva serve comunque, accanto alla volontà politica, una presa di coscienza diffusa delle società civili. Un esempio, proprio alla vigilia della pubblicazione del rapporto dell&#039;Onu, è venuto dalla Nigeria, il Paese più popoloso dell&#039;Africa, percorso da violenze di matrice etnica, economica e anche pseudo religiosa. Le stragi in Nigeria sono ormai quotidiane, soprattutto nelle regioni nordorientali teatro dell’azione del gruppo islamista Boko Haram, responsabile da oltre quattro anni di attacchi e attentati terroristici che hanno provocato migliaia di vittime, in massima parte civili. A ciò si aggiungono gli scontri, che spesso sfociano in massacri, tra etnie di coltivatori e di allevatori per il controllo dei territori e delle risorse d’acqua.
A conferma di come sia superficiale la lettura di molta stampa occidentale che rubrica situazioni diverse alla voce “terrorismo islamico”, proprio la situazione in Nigeria mostra profonde differenze con quella in Somalia. Qui le milizie radicali islamiche di al Shabaab, a loro volta autrici di azioni di guerriglia e attentati, non si sono mai macchiate di violenze contro le donne o di rapimenti. È invece il caso di Boko Haram, come dimostra il recente rapimento di oltre duecento ragazze, delle quali non si hanno notizie certe, di un liceo di Chibok, nello Stato del Borno, che del gruppo islamista è la roccaforte. Sulla vicenda è intervenuto Wole Soyinka, premio Nobel per la letteratura nel 1986, da molti considerato il maggior drammaturgo africano. Soyinka ha rivolto n appello ai connazionali a mobilitarsi contro Boko Haram per una battaglia «che è proprio la nostra, prioritariamente la nostra». Secondo lo scrittore, «dobbiamo levare gli scudi contro Boko Haram. Ribellarci contro le bombe e contro il rapimento delle nostre figlie. Non possiamo rimanere con le mani in mano e guardare le nostre ragazze innocenti diventare schiave di teppisti e terroristi. Sarebbe tradire i nostri figli e consolidare l’attività di questi sequestratori».]]></description>
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			<title>Il Papa per la pace in Siria</title>
			<link>http://www.pierluiginatalia.net/1/il_papa_per_la_pace_in_siria_8826812.html</link>
			<description><![CDATA[<strong>Il Papa per la pace in Siria</strong><br />
 
«Le guerre costituiscono il rifiuto pratico a impegnarsi per raggiungere quelle grandi mete economiche e sociali che la comunità internazionale si è data, quali sono, per esempio, i Millennium Development Goals (obiettivi di sviluppo del millennio). Purtroppo, i molti conflitti armati che ancora oggi affliggono il mondo ci presentano, ogni giorno, una drammatica immagine di miseria, fame, malattie e morte. Infatti, senza pace non c’è alcun tipo di sviluppo economico. La violenza non porta mai alla pace condizione necessaria per tale sviluppo». Lo ha scritto Papa Francesco al presidente russo Vladimir Putin, nella sua qualità di presidente del G20, alla vigilia del vertice a San Pietroburgo del 5 e 6 settembre, dal quale si attende, con ostinata speranza, ma con dubbi crescenti, un segnale di svolta sull&#039;incancrenirsi della situazione siriana. Papa Francesco, con questa e altre iniziative, come la giornata di digiuno e preghiera dell&#039;8 settembre – articolata con particolare sforzo nel coinvolgere i non cattolici - non ha fatto nulla di nuovo rispetto ad analoghe circostanze del passato, nonostante quanto scritto da tanta stampa superficiale (si pensi a Giovanni XXIII all&#039;epoca della crisi dei missili a Cuba, a Paolo VI in tante occasioni, a Giovanni Paolo II e al suo “spirito di Assisi”). 
Se non nuova, però, è di certo intensa e determinata sotto questo profilo l&#039;azione del vescovo di Roma venuto “quasi dalla fine del mondo”. Non solo Papa Francesco ha parlato più volte della crisi siriana – quello fatto all&#039;Angelus del 1° settembre è stato il più lungo intervento mai pronunciato da un pontefice in un tale contesto, più un&#039;omelia che un appello – ma ha mobilitato l&#039;intera diplomazia vaticana per mettere i suoi sforzi di pace al primo punto dell&#039;agenda. Fra l&#039;altro, proprio mentre in Russia incominciava il G20, il Corpo diplomatico presso la Santa Sede è stato convocato per comunicazioni sulla posizione vaticana. Questa è stata illustrata dall&#039;arcivescovo Dominique Mamberti, il segretario per i rapporti con gli Stati, confermato al suo posto nello stesso giorno, il 31 agosto, nel quale il Papa ha annunciato la sostituzione del segretario di Stato, il cardinale Tarcisio Bertone, con l&#039;arcivescovo Pietro Parolin, uno dei diplomatici vaticani di punta. 
Contrariamente a Bertone, che prima di esserne nominato al vertice non aveva precedenti nella diplomazia vaticana, Parolin ha un curriculum impressionante per quanto riguarda non solo i rapporti con gli Stati, ma l&#039;azione della Santa Sede nei consessi internazionali. Tra l&#039;altro, pur essendosi a lungo dedicato al Medio Oriente e all&#039;Asia in generale, il suo primo incarico da nunzio apostolico, cioè da ambasciatore del Papa, quello da quale è stato richiamato a Roma, si è svolto dal novembre del 2009 in Venezuela, dove ha lavorato con successo per ristabilire un clima di fiducia tra la Chiesa e il Governo, prima del defunto presidente Hugo Chávez e poi del successore Nicolás Maduro, soprattutto sul terreno comune della giustizia sociale e della lotta alla miseria. 
Anche questi passi dimostrano in Papa Francesco una determinazione certo ecclesiale, ma insieme tutta politica, nel senso alto del termine. A un quarto di secolo dalla caduta del muro di Berlino, il Papa denuncia con forza la deriva del liberismo trionfante, le devastazioni di una sedicente globalizzazione che di realmente globale ha solo il primato arrogante di una finanza anonima e incontrollata sull&#039;economia reale, sul lavoro. Del resto, la dottrina sociale della Chiesa è una delle poche elaborazioni culturali fondate sull&#039;attenzione ai diritti di tutti che cerchi ancora di levare la sua voce. Di certo, arretra il riformismo o, almeno, non trova più lo spazio per affermare la sua ragion d&#039;essere, cioè la capacità di interpretare i bisogni e di elaborare risposte alle necessità. Non a caso, tra i primi a cogliere il significato degli interventi del pontefice c&#039;è stato il Segretario generale dell&#039;Onu, Ban Ki-moon, che ha sottolineato di aver accolto «con favore l’appello del Papa per una pace in Siria fondata sul dialogo e sui negoziati, e il suo appello per una giornata di preghiera e digiuno per la Siria. Questi gesti possono dare un contributo importante e utile alla pace».
Al momento in cui questo articolo viene scritto, non è ancora chiaro se e quando il già tragico conflitto siriano assumerà dimensioni ancora più spaventose. Ma comunque la questione siriana ha già suscitato dubbi anche su colui che del riformismo era ritenuto il massimo campione in questo decennio, quel Barack Obama al quale era stato dato addirittura un premio Nobel per la pace “sulla fiducia”. La deriva di un Obama riluttante verso l&#039;intervento armato colpisce quanti – ed erano in tanti nel mondo – di quella fiducia si sentivano partecipi. E dà da pensare come più che delle conseguenze in sé, il capo della Casa Bianca sembri preoccupato solo della certezza delle accuse ad Assad, sulle quali consigliano prudenza i precedenti storici, dato che per giustificare l’attacco anglo-statunitense all’Iraq nel 2003 gli Stati Uniti di Bush e la Gran Bretagna di Tony Blair mentirono anche in sede Onu. 
Ma l&#039;arretramento più inquietante è quello degli europei, compreso il socialista François Hollande, pronto a gettarsi in una nuova guerra dopo quelle in Libia e in Mali che solo commentatori di assoluta ignoranza o di palese malafede ritengono concluse, solo perché sono uscite dalle prime pagine. A tutti o quasi sono bastati i soliti appelli all&#039;unità d&#039;intenti continentale e al Consiglio di sicurezza dell&#039;Onu (dove i membri permanenti europei sono Francia e Gran Bretagna, oggi guidate da due leader chiaramente favorevoli alla guerra, appunto Hollande e il conservatore David Cameron, peraltro bloccato dal suo Parlamento, uno di quelli eletti, come si usa in democrazia, e non nominati, come accade nei pochi Paesi totalitari rimasti e in qualche epigono di fortunatamente scomparse repubbliche delle banane). 
Nessun serio dibattito, per esempio, c&#039;è stato sull&#039;unica proposta un minimo articolata venuta da un leader politico, cioè il socialdemocratico tedesco Peer Steinbrück, che sfiderà Angela Merkel nelle elezioni di fine mese, nelle quali è peraltro dato per sconfitto da tutti i sondaggi. «Meglio cento ore di negoziati che un minuto di fuoco», ha detto Steinbrück, citando una famosa frase del cancelliere socialdemocratico Helmut Schmidt. Per rendere tale negoziato efficace, Steinbrück ha proposto al G20 di incaricarne quattro personalità di alto livello: Ban Ki Moon, Obama, Putin e un importante esponente della Lega araba. Di europei non ha parlato proprio. Forse per pudore. Perché l&#039;Europa sembra ormai avere poco da dire al resto del mondo. Sembra guardarsi l&#039;ombelico - quell&#039;ombelico che oggi non è rappresentato più dalla volontà di pace e di sviluppo seguita agli orrori della seconda guerra mondiale, ma piuttosto dai caveau delle banche – e rinunciare al ruolo di laboratorio dello Stato sociale, di primato del lavoro, di confronto multiculturale e multirazziale finalizzato a costruire un futuro comune.
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			<title>Caschi blu nella Repubblica Centroafricana</title>
			<link>http://www.pierluiginatalia.net/1/caschi_blu_nella_repubblica_centroafricana_10018492.html</link>
			<description><![CDATA[<strong>Caschi blu nella Repubblica Centroafricana</strong><br />Non si annuncia facile né veloce il successo della Minusca, la missione dell’Onu che domani subentra formalmente nella Repubblica Centroafricana alla Misca, quella dispiegata dai Paesi dell’area da un anno e mezzo. «Il nostro compito ha un triplice obiettivo: proteggere la popolazione, appoggiare il processo politico, contribuire al ripristino dell’autorità dello Stato», ha detto il generale senegalese Babacar Gaye, che prenderà il comando della Minusca, durante una cerimonia nell’aeroporto della capitale Bangui. 
Nella sua nuova denuncia della guerra - pazzia «dalla quale l’umanità non ha ancora imparato la lezione» - Papa Francesco all&#039;Angelus di oggi ha fatto riferimento, fra l&#039;altro, proprio al conflitto centroafricano e alla missione voluta dalle Nazioni Unite per favorire la pacificazione del Paese e proteggere la popolazione civile. Francesco ha assicurato «l’impegno e la preghiera della Chiesa cattolica» e incoraggiato «lo sforzo della comunità internazionale», auspicando che «la violenza ceda il passo al dialogo» e che «gli opposti schieramenti lascino da parte gli interessi particolari e si adoperino perché ogni cittadino, a qualsiasi etnia e religione appartenga, possa collaborare» al bene comune.
Tre mesi dopo la risoluzione 2.149 del Consiglio di sicurezza che ne prevedeva l’invio, si formalizza dunque la presenza dei caschi blu della Missione integrata multidimensionale delle Nazioni Unite di stabilizzazione in Centroafrica (appunto Minusca). In realtà, almeno per il momento, si tratta sostanzialmente di un avvicendamento di comando, come ha sottolineato lo stesso Segretario generale dell’Onu, Ban Ki-noon, in una nota diffusa oggi. Sotto le insegne dell’Onu, infatti, restano per ora circa seimila soldati della Misca. Entro la fine del mese si dovrebbe completare una prima fase del dispiegamento dei caschi blu, 7.600 uomini su un totale di 12.000 previsto dalla risoluzione dell’Onu. Nel Paese, intanto, restano anche i circa duemila soldati del corpo di spedizione inviato autonomamente dalla Francia, affiancato da un primo contingente dell’Eufor, la missione stabilita dall’Unione europea, compresi un gruppo di genieri italiani.
A ostacolare il compito dei caschi blu, però, concorrono l’insicurezza persistente, la fragilità delle istituzioni di transizione imposte dalla comunità internazionale e guidate dalla presidente Catherine Samba-Panza e la mancanza di risorse economiche per ricostruire un Paese già di per sé tra i più poveri al mondo, nonostante non trascurabili risorse minerarie, e ormai devastato dal conflitto civile. Appena una settimana fa, tra l’altro, il Consiglio nazionale di transizione ha ammesso l’impossibilità di rispettare i tempi annunciati, confermando quanto previsto da gran parte degli osservatori. «Nel contesto attuale, è tecnicamente impossibile tenere le elezioni presidenziali e legislative alla scadenza programmata del febbraio 2015», ha infatti dichiarato il presidente del Parlamento provvisorio, Alexandre-Ferdinand Nguendet.
L’autorità dello Stato al quale i caschi blu devono dare sostegno è il Governo del primo ministro Mahamat Kamoun, varato a fine agosto, al quale partecipano anche rappresentanti delle milizie armate. Queste però non hanno finora dato alcun segnale concreto della volontà di mettere fine al conflitto. 
La crisi nella Repubblica Centroafricana, latente per almeno un decennio e aggravata da quella finanziaria ed economica internazionale, è esplosa in pratica a fine 2012, con la ribellione armata della Seleka (alleanza, in lingua locale sango) contro il presidente François Bozizé, andato al potere con un colpo di Stato nel 2003, e poi confermato dalle urne. 
Dopo un primo accordo che li aveva portati a partecipare al Governo, i leader della Seleka avevano rovesciato Bozizé con un colpo di Stato nel marzo 2013, prima di essere costretti a lasciare il potere dalle pressioni internazionali che hanno portato ad avviare la transizione politica, ma che non hanno appunto fermato le violenze.
Alla Seleka — originariamente composta da poche centinaia di oppositori politici di Bozizé ma poi rafforzata da migliaia di combattenti stranieri di matrice fondamentalista islamica, provenienti soprattutto da Sudan e Ciad — si sono opposte le milizie cosiddette antibalaka (balaka, sempre in sango, significa machete, in riferimento all’arma degli avversari). Gli antibalaka, originariamente gruppi di autodifesa, hanno poi a loro volta perpetrato sistematiche violenze contro le popolazioni musulmane, al punto che nei mesi scorsi lo stesso Ban Ki-moon si era spinto a parlare di pericolo di genocidio.
Come noto, le violenze hanno assunto anche un carattere di scontro tra islamici e cristiani, completamente estraneo fino ad appena un paio di anni fa all’esperienza del Paese, dove la minoranza musulmana ha sempre vissuto in pace con la maggioranza cristiana. A conferma di tale rispetto vicendevole e di un comune impegno per le ragioni della pace, dall’inizio dell’anno l’imam Oumar Kobine Layama, presidente della Comunità islamica centroafricana, è ospitato nella casa dell’arcivescovo di Bangui, monsignor Dieudonné Nzapalainga, e i due sono continuamente impegnati in missioni congiunte in ogni parte del Paese volte a sostenere la riconciliazione e la pace e a testimoniare l’amicizia tra le due religioni, contro la quale si finalizza l’azione dei fondamentalisti. Come in tante simili crisi in Africa e non solo, tale azione ha trovato alimento e consenso in un contesto sociale segnato da forti ingiustizie e da scontri di interessi e di potere, in particolare sul controllo delle risorse minerarie del Paese, soprattutto diamanti.]]></description>
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			<title>Il 2014  della  guerra mondiale parcellizzata</title>
			<link>http://www.pierluiginatalia.net/1/il_2014_della_guerra_mondiale_parcellizzata_10044350.html</link>
			<description><![CDATA[<strong>Il 2014  della  guerra mondiale parcellizzata</strong><br /> Tre interventi a poche ore di distanza hanno focalizzato oggi da prospettive diverse il senso, le conseguenze e le responsabilità della situazione di crisi globale oggi in atto, quella che Papa Francesco definisce di guerra mondiale parcellizzata. Questa guerra fa vittime, spesso dimenticate, soprattutto nel sud del mondo - specialmente in Africa, ma non solo - e in questo 2014 ha fatto registrare uno dei suoi anni più terribili. Mentre a New York, all&#039;Assemblea dell&#039;Onu, il cardinale Pietro Parolin, segretario di Stato vaticano, iscriveva la sfida del terrorismo nel contesto delle ingiustizie mondiali, a Ginevra l&#039;alto commissario dell&#039;Onu per i rifugiati, Antonio Guterres, denunciava che dall&#039;inizio dell&#039;anno oltre due milioni e mezzo di persone sono state costrette ad abbandonare le proprie case in Africa, e Lucy Swing, direttore generale dell’Organizzazione mondiale delle migrazioni (Oim) aggiungeva che nello stesso periodo è stata accertata la morte di 4.077 persone che tentavano di migrare via terra e via mare, per tre quarti, cioè 3.072, nel Mediterraneo.
All&#039;Onu Parolin ha detto che la pace non è il frutto di un equilibrio di poteri, ma piuttosto il risultato di una vera giustizia a ogni livello e, soprattutto, è responsabilità condivisa di individui, istituzioni civili e Governi. Su questo principio – meglio sarebbe su questa convinzione che è ancora tutt&#039;altro che diffusa - occorre costruire le risposte internazionali alle crisi di questa epoca, a partire dalla sfida del cosiddetto Stato islamico (Is) oggi in atto in Iraq e in Siria. Parolin ha ricordato che l’Is punta a distrugere le strutture statali e a sostituirle con un governo mondiale pseudoreligioso (arbitrariamente definito califfato, espressione peraltro che il cardinale non ha usato mai, a conferma che non c&#039;è da parte della Chiesa di Roma nessuna “chiamata in correo” dell&#039;islam. L&#039;impostazione dell&#039;Is e di altre organizzazioni terroristiche di matrice fondamentalista islamica, infatti, è respinta con forza da tutte le religioni, a dimostrazione che quello in atto non è uno scontro di civiltà né tantomeno di fede. Tra l&#039;altro, l&#039;azione internazionale è sollecitata dalla Santa sede non solo e non tanto in risposta alle persecuzioni pseudoreligiose, ma a crimini odiosi quali il genocidio e la pulizia etnica e, soprattutto, alle ingiustizie mondiali
Al tempo stesso, secondo la Santa Sede, a una sfida transnazionale bisogna rispondere in modo multilaterale nella cornice della legalità internazionale. Secondo il responsabile della diplomazia vaticana, servono cioè le forze combinate di diverse Nazioni per garantire la difesa di cittadini disarmati e questo è un ambito di competenza del Consiglio di sicurezza dell’Onu. Il che suscita qualche riflessione sulla piena legittimità dell&#039;intervento della coalizione guidata dagli Stati Uniti (riproponendo un tema già abbondantemente emerso in tutte le guerre che si sono succedute da venticinque anni a questa parte).
Mentre la questione dell&#039;Is catalizza l’attenzione internazionale, di un’emergenza dimenticata che vede il continente «soffrire proporzionalmente più di altre regioni del mondo» ha parlato Guterres, ricordando che in Africa ci sono in questo momento tre milioni di rifugiati all’estero e dodici milioni e mezzo di sfollati interni. I due milioni e mezzo di nuovi profughi di quest’anno sono stati provocati in particolare dalle crisi tuttora irrisolte nella Repubblica Centroafricana, nel nord della Nigeria, in Sud Sudan e in Libia, andate a sommarsi in questi mesi alle tante che si protraggono in altre aree del continente, dalla regione dei Grandi Laghi, al Corno d’Africa, al Sahel. A porre sfide enormi ai Governi e alle comunità locali che ospitano profughi contribuisce proprio l’insorgere di nuove situazioni di emergenza che si aggiungono a conflitti ormai incancreniti. 
Guterres ha deplorato la mancanza di soluzioni durature per aiutare i rifugiati, proponendo «un patto di solidarietà allargato» per aiutare non solo loro ma anche le comunità che li accolgono. «Una cosa è chiara. Senza la volontà politica di una prevenzione efficace tutto quello che può fare la comunità internazionale è reagire alle nuove crisi, lamentarsi delle sofferenze che causano e cercare di rimediare ai loro costi con quantità di denaro sempre maggiori», ha detto l’alto commissario. Dare risposte alle crisi africane, secondo il responsabile dell’Unhcr, significa lavorare per la sicurezza globale. «C’è un chiaro legame — ha osservato infatti Guterres — fra gli avvenimenti in Mali, Nigeria, Libia e Somalia e quello che accadde in Siria, Iraq, Yemen o Afghanistan. Se il mondo lo ignora, l’insicurezza busserà alle porte di ciascuno. Non è solo una questione di solidarietà internazionale. La pace e la sicurezza mondiali sono in gioco».
Profughi africani, oltre che del Vicino Oriente, erano la gran parte degli annegati quest&#039;anno in Mediterraneo. Lo studio «Fatal Journeys: Tracking Lives lost during Migration» realizzato dall&#039;Oim aggiunge che dall’inizio del secolo sono state almeno quarantamila le persone morte nel mondo mentre tentavano di migrare. Ma l’Oim ammonisce che il loro numero è sicuramente più alto, poiché molti decessi si verificano in zone isolate e non sono registrati. Alcuni esperti citati dall’Oim sostengono che per ogni corpo scoperto ve ne sarebbero almeno due mai rinvenuti. 
Il rapporto dell’Oim afferma che l’Europa è la destinazione più pericolosa del mondo per la migrazione irregolare, con 22.000 persone morte dal 2000, nella gran parte dei casi nei pericolosi viaggi nel Mediterraneo. Nello stesso periodo, su una delle frontiere più critiche per l’immigrazione, quella tra Messico e Stati Uniti, si sono registrati seimila morti. I dati del 2014 sono un’ulteriore conferma di come la zona più critica al mondo sia appunto il Mediterraneo. Dallo scorso gennaio a settembre, i morti in questo mare sono stati come detto 3.072, mentre se ne sono registrati 251 nell’Africa orientale e 230 al confine tra Messico e Stati Uniti. Secondo Lucy Swing, «è il momento di fare di più che contare il numero di vittime. È ora di coinvolgere il mondo per fermare la violenza contro i migranti disperati».]]></description>
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			<title>Apparenti passi in avanti sui profughi</title>
			<link>http://www.pierluiginatalia.net/1/apparenti_passi_in_avanti_sui_profughi_10564543.html</link>
			<description><![CDATA[<strong>Apparenti passi in avanti sui profughi</strong><br /> 
Sembrano almeno per il momento accantonate le divisioni all’interno dell’Unione europea su profughi e migranti, le cui terrificanti condizioni continuano a sfociare in tragedie nel Mediterraneo anche sul territorio europeo. La riunione a Bruxelles Il vertice dei capi di Stato e di Governo dei ventotto Paesi, che si sta concludendo a tarda notte, mentre scrivo, avrebbe infatti raggiunto l’obiettivo di ricucire le spaccature evidenziate nelle ultime settimane, almeno a quanto dichiarato dal presidente del Consiglio europeo Donald Tusk. Hanno avallato le decisioni anche Repubblica Ceca, Slovacchia, Ungheria e Romania, che martedì avevano votato contro il piano di ridistribuzione dei profughi, approvato a maggioranza qualificata (ed è la prima volta che l&#039;Ue su un tema sensibile non riesce a trovare l&#039;unanimità, neppure un&#039;unanimità al ribasso). «L’atmosfera è stata migliore delle mie attese. Sono soddisfatto», ha detto il presidente della Commissione europea, Jean-Claude Juncker, mentre Tusk ha parlato di «momento simbolico» perché si è messo fine al «gioco rischioso del biasimo reciproco». 
Fra le misure decise c’è quella di realizzare entro il mese di novembre al più tardi, i cosiddetti “hotspot” i centri nei quali le istituzioni comunitarie e le agenzie internazionali assisteranno le autorità dei Paesi di arrivo di profughi e migranti. Qui ci saranno identificazione e registrazione e saranno organizzate sia la ridistribuzione sia i rimpatri. I leader europei chiedono anche di «rispondere alle esigenze urgenti dei rifugiati nella regione aiutando l’alto commissario dell’Onu per i rifugiati, il Programma alimentare mondiale e le altre agenzie dell’Onu con almeno un milione aggiuntivo». Sembra tanto, ma di fatto è è una bazzecola.
Fuori dai confini europei è prevista l’assistenza per il Libano, la Giordania, la Turchia, il cui presidente sarà a Bruxelles il 5 ottobre, e gli altri Paesi alle prese con la crisi dei rifugiati siriani, anche attraverso un «aumento sostanziale» del fondo dedicato. 
Si punta inoltre ad assistere i Paesi dei Balcani occidentali a gestire i flussi di rifugiati e ad aumentare i fondi per affrontare le cause delle migrazioni nei Paesi di origine (il solito “aiutiamoli a casa loro” che mai si è tradotto in politiche di autentica solidarietà, per esempio smettendo di fornire armi a Paesi che dovrebbero avere ben altri tipi di sostegno). 
Ben maggiore convinzione traspare nell&#039;intenzione di rafforzare la sorveglianza ai confini — «l’attuale caos alle nostre frontiere esterne deve finire. Siamo tutti d’accordo sulla necessità di recuperare il controllo dei nostri confini», ha detto Tusk — e di fornire fondi adeguati per i rimpatri dei migranti irregolari (rimpatriare i profughi non si può) ovviamente all&#039;interno di un generico contenitore di «misure sulle tematiche connesse all’asilo e alle migrazioni».
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			<title>Lettera dei vescovi eritrei</title>
			<link>http://www.pierluiginatalia.net/1/lettera_dei_vescovi_eritrei_9837248.html</link>
			<description><![CDATA[<strong>Lettera dei vescovi eritrei</strong><br /> 
«Dov’è tuo fratello?». Per chi non lo ricordasse è la domanda rivolta da Dio a Caino che ha assassinato suo fratello. Ora gli eparchi (sarebbero i vescovi) dell&#039;Eritrea quell&#039;interrogativo terribile lo rivolgono ai cittadini e soprattutto al Governo di quel Paese. Con quelle parole, infatti, è intolata una lettera, ben più incisiva di un normale messaggio pastorale, nella quale responsabili delle comunità cattoliche eritree, Mengsteab Tesfamariam, Tomas Osman, Kidane Yeabio e Feqremariam Hagos, rispettivamente eparchi di Asmara, Barentu, Keren e Segeneiti, denunciano le sofferenze della popolazione e dei giovani, spinti da difficoltà e privazioni a emigrare a rischio della vita. Ma la lettera a non si limita a rilevare le condizioni di sottosviluppo economico, ma denuncia esplicitamente le responsabilità di un Governo di fatto totalitario che opprime il suo popolo e spinge tanti a fuggire. Gli eritrei, scrivono i vescovi, «vanno in Paesi pacifici, dove regna la giustizia, dove ci si può esprimere liberamente, dove si lavora e si può guadagnare». 
O almeno così sperano. Nessuno ignora che quei viaggi della speranza sono molto spesso destinati a concludersi in tragedia e, in ogni caso, che quelle aspettative di libertà, giustizia e lavoro quasi mai trovano adeguata realizzazione. In questo senso, la lettera degli eparchi eritrei chiama in causa, anche se non esplicitamente, anche gli abitanti e i Governi di quei Paesi di destinazione, chiama in causa anche noi. 
Il testo fa particolare riferimento a un episodio che qualche mese fa sconvolse le coscienze anche italiane, cioè il naufragio a largo di Lampedusa del 3 ottobre 2013, nel quale morirono più di trecento persone, in gran parte proprio migranti dal Paese del Corno d’Africa. Ma anche quel risveglio di coscienze, favorito dal fatto che proprio a Lampedusa Papa Francesco aveva voluto fare il suo primo viaggio pastorale, di fatto sembra essere durato poco. 
Come già in molti (ma non moltissimi) abbiamo avuto modo di ricordare, passata la prima emozione sono incominciati gli attacchi a Papa Bergoglio e, in subordine, all&#039;unica rappresentante delle istituzione che su questa questione è davvero qualificata a dire parole di verità. Si tratta, ovviamente, della Presidente della Camera, Laura Bolgrini, che negli anni scorsi, come portavoce dell&#039;Alto Commissariato dell&#039;Onu per i Rifugiati, a Lampedusa c&#039;è stata sempre, a difendere il diritto dell&#039;uomo.
Riduurre tali attacchi a scontate considerazioni sulla destra becera sarebbe riduttivo. Le recenti elezioni europee hanno dimostrato il consenso, mai cancellato, ma in questi ultimi decenni cresciuto, di cui in Italia come in altri Paesi godono le posizioni xenofobe o anche esplicitamente razziste. Purtroppo non si tratta solo di ignoranza, né si può liquidare la questione con un paio di considerazioni sul razzismo insito nella destra italiana. Gli attacchi al Papa si spiegano con il fatto che lo hanno capito benissimo. Il Papa, infatti, ha denunciato accanto alle responsabilità individuali quelle politiche, la «crudeltà che c&#039;è (…) in coloro che nell’anonimato prendono decisioni socio-economiche che aprono la strada ai drammi come questo». E insieme quelle di quanti, magari non anonimi, ma abituati a lucrare consensi senza spessore e a vestirsi della pavidità compromissoria del potere, di quei decisori si mostrano servi, o compiacenti o peggio ignavi. E in Italia sembrano essercene a bizzeffe, compresi molti che si definiscono cattolici in politica e per i quali la dottrina sociale della Chiesa è una sorta di componente che si può comodamente ignorare. Tanto qualche gerarchia ecclesiastica pronta a benedirli la trovano comunque.
E avrà pure un significato che quei parlamentari italiani sedicenti cattolici che negli anni hanno votato leggi inique e feroci, comprese alcune che sono arrivate a definire l’immigrazione un reato penale, si siano chiusi in un silenzio pavido, né approvando quanto detto dal Papa, né prendendo le distanze dai loro compagni di cordata.
Certo, quei politici che si mettono in prima fila durante le Messe con diretta televisiva e che magari hanno ogni momento in bocca (a chiacchiere) “famiglia” e “valori non negoziabili” non sono certo espressione della Chiesa, così come quei consacrati che ci fanno affari insieme. In questo senso, l&#039;impegno cattolico non incomincia certo con Papa Francesco. Da sempre, moltissime voci delle istituzioni religiose, dell’associazionismo e del giornalismo cattolici hanno ricordato che gli africani, prima li abbiamo schiavizzati per due o tre secoli, e quelli che morivano sulle terribili galere venivano sepolti nell’Atlantico (come quelli che scompaiono adesso negli oceani e nel Mediterraneo); poi per oltre un secolo li abbiamo colonizzati, per portargli via materie prime che servivano alla nostra industrializzazione; adesso non li vogliamo fra di noi, punto e basta. 
Ma forse l&#039;esempio di Papa Bergoglio insegnerà a dire parole ancora più forti e più chiare. Ad esempio, per ribadire che l’accoglienza dello sventurato, la protezione del profugo, sono tra quei valori che la Chiesa considera non negoziabili. Ad esempio, per affermare che quanti rifiutano un’Italia multietnica e multiculturale rifiutano un’Italia cristiana. Ad esempio, per dire che è troppo comodo far dipendere dai sondaggi le posizioni che si prendono in politica. Nella speranza che un giorno anche tutti noi non saremo costretti a rispondere a quella domanda terribile: «Dov’è tuo fratello?».]]></description>
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			<title>La sfida dei Brics</title>
			<link>http://www.pierluiginatalia.net/1/la_sfida_dei_brics_11633601.html</link>
			<description><![CDATA[<strong>La sfida dei Brics</strong><br />5 novembre 2024
L&#039;ingresso quest&#039;anno di cinque nuovi Paesi (Egitto, Etiopia, Iran, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti) nel Brics (Brasile, Russia, India, Cina, Sudafrica) prospetta mutamenti geopolitici rilevanti soprattutto per l’obiettivo dichiarato di sottrarsi al potere finanziario occidentale tuttora prevalente.  A determinare questo sviluppo sono stati soprattutto due Paesi, Cina e Russia, e tre aspetti: la ormai predominante finanziarizzazione dell’economia liberista, lo spostamento anche e forse principalmente sul piano militare della prassi egemonica occidentale, soprattutto con la Nato, il progressivo degrado della rilevanza dell’Onu e dei principi di multilateralismo, con conseguenze pesanti per la causa della pace.
Già all’inizio del secolo in molti prevedevano che i quattro Paesi dell’acronimo Bric -  coniato nel 2001 dall&#039;economista Jim O&#039;Neill e diventato Brics con l’ingresso del Sudafrica nel 2010 – avrebbero dominato l’economia globale entro il 2050, per tre fattori: imponenti risorse naturali strategiche, forte crescita del Prodotto interno lordo (Pil), quota rilevante del commercio globale. L’allargamento di quest’anno rafforza quella previsione: i Brics hanno 3,7 miliardi di abitanti, il 47% della popolazione mondiale, e una quota del 32% del Pil globale, con un potere d’acquisto paragonabile a quello dei Paesi industrializzati del G7. E il processo è destinato ad ampliarsi entro la fine dell’anno con le risposte alle richieste di adesione di Bangladesh, Bahrein, Bielorussia, Bolivia, Cuba, Honduras, Indonesia, Kazakistan, Kuwait, Nigeria, Senegal, Thailandia, Venezuela, Vietnam e dall’Autorità nazionale palestinese.
A questa forza nel commercio e nell’economia reale si aggiunge non solo l’intenzione, ma la ormai concreta possibilità di scardinare i meccanismi della finanza internazionale consolidati da ottant’anni dal liberismo a guida occidentale, sancito negli statuti delle strutture nate dagli accordi di Bretton Woods, Banca mondiale e il Fondo monetario Internazionale (Fmi), ma anche nell’Organizzazione Mondiale del Commercio. I Brics non intendono più accettare nei forum internazionali una rilevanza inadeguata al loro peso economico. Basti pensare che la Cina, con un Pil pari al 16% di quello globale, detiene una quota di voto solo del 5% nel principale canale di prestito della Banca mondiale. Per non parlare del Fmi nel quale gli Stati Uniti detengono il 60%.
Di qui la scelta di puntare su proprie strutture alternative. La prima fu la New Development Bank, oggi guidata dall’ex presidente brasiliana Dilma Rousseff, ideata nel 2014 con l’obiettivo di finanziare le infrastrutture e lo sviluppo sostenibile nei mercati emergenti, ma anche in quelli oggi meno competitivi. A questo e agli altri nuovi circuiti analoghi potrebbe aderire oltre la metà del mondo. Né va sottaciuto che la gran parte del debito statunitense è in mano alla Cina. Massicce immissioni di dollari sul mercato, soprattutto se sotto forma di prestiti senza interessi alle economie meno sviluppate, favorirebbero queste e creerebbero seri problemi di svalutazione agli Stati Uniti.
Quanto alla questione, possibile, che un serrato confronto commerciale e finanziario possa tracimare in uno scontro militare, c’è da sottolineare che, nonostante i riferimenti insistenti dall’una e dall’altra parte nel conflitto in Ucraina - la Russia in proprio e la Nato, diciamo, per procura - nessuno dimentica che sia nel G7 sia nei Brics ci sono potenze nucleari.
Sono però da considerare anche quei fattori geopolitici che spingono diversi osservatori occidentali a non considerare l’allargamento dei Brics una minaccia e anzi a ritenere che potrebbe addirittura indebolirli, dato che gli irrisolti problemi tra i nuovi membri finirebbero per ostacolare un’azione coesa del gruppo, nonostante l’indubbio ruolo guida cinese e in sottordine russo. Tra gli esempi ci sono l’aspra controversia tra Etiopia ed Egitto sulla maxi-diga costruita da Addis Abeba sul Nilo Azzurro, le pluridecennali tensioni fra Arabia Saudita, capofila del mondo arabo-sunnita, e l’Iran, che arabo non è, ma di certo guida lo sciismo islamico; l’appartenenza a fronti contrapposti sullo Yemen. Né mancano problemi tra gli stessi fondatori dei Bric, come la contesa sul confine tra Cina e India nella zona himalayana di Tawang nell’Arunachal Pradesh.
Si diceva un tempo che il potere di governare i popoli cammina su tre gambe: la spada, cioè la forza militare, la moneta, cioè la forza economica, e la bandiera, cioè la diplomazia. Di spada e di moneta abbiamo detto. Resta da fare solo un accenno alla bandiera, alla diplomazia che sembra aver perduto rilievo, soprattutto nel suo scopo fondamentale di impedire le guerre o almeno di fermarle quanto prima. In un mondo comunque interdipendente, ricostituire contrapposizioni tra blocchi supererebbe le minacce vissute durante la guerra fredda. L’unico strumento per impedirlo è quello da tempo abbandonato, cioè il multilateralismo, con efficaci riforme dell’Onu che restituiscano all’unica istituzione globale incidenza, autorevolezza e magari autorità. 
 
Cina, Brics e scacchiere africano
Il Forum sulla Cooperazione Africa-Cina (FOCAC), nella sua plenaria triennale di questo settembre a Pechino, non ha solo confermato la posizione egemone cinese nei rapporti commerciali con i Paesi africani, ma ha meglio definito le strategie finanziarie che i Brics intendono adottare in quel continente e non solo. Strategie che si sono consolidate anche a seguito delle sanzioni e del blocco dei capitali all’estero imposti dai Paesi occidentali alla Russia, decisione che peraltro almeno finora ha provocato più problemi a chi l’ha presa, in particolare agli europei, che a Mosca.  
 Il punto di fondo, comunque, resta che le transazioni finanziare mondiali sono state sempre gestite attraverso lo SWIFT, il sistema bancario internazionale sostanzialmente a controllo occidentale. In merito, la novità più rilevante emersa dal summit del FOCAC è il dichiarato impegno, in linea con l’indirizzo impresso dai Brics, di estendere l’uso di due piattaforme di pagamenti internazionali alternative, la Pan-African Payment and Seattlement System e la Cross-border Interbank Payment System (CIPS) della Cina.
In sintesi si tratta di consentire l’uso delle valute locali africane nei commerci per ora con la Cina e in prospettiva con gli altri Brics, oltre che in quelli interni al continente. Per i Paesi africani ciò ridurrebbe il peso del debito estero, cresciuto spaventosamente nell’ultimo trentennio, quando quasi tutti sono caduti nella trappola di una finanza predatoria che ha via via sostituito il credito internazionale multilaterale e a lungo termine, con quello dei privati (banche, assicurazioni, fondi d’investimento e soggetti simili) a breve termine, molto più oneroso e legato alle speculazioni sui mercati, tradotte in interessi di fatto da usura. (p.n.)
© Popoli e Missione
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			<title>La condanna del precariato fatta dal Papa</title>
			<link>http://www.pierluiginatalia.net/1/la_condanna_del_precariato_fatta_dal_papa_10821060.html</link>
			<description><![CDATA[<strong>La condanna del precariato fatta dal Papa</strong><br /> L&#039;udienza data da Papa Francesco alla Confindustria – finita come quarta o quinta notizia sui telegiornali italiani e praticamente ignorata nel resto del mondo – conferma la difficoltà per la “grande informazione” di comprendere davvero il significato di un pontificato, soprattutto sotto l&#039;aspetto del magistero sociale. Eppure, l&#039;invito del Papa ha invertire la tendenza affermatasi in tutto il mondo da oltre un quarto di secolo, quella di subordinare il lavoro al capitale, per dirla con Marx, l&#039;interesse privato ai diritti collettivi e, in ultima analisi, un atroce e alienante primato delle cose sulla persona umana, non sembra questione secondaria. Tra i mutamenti profondi che hanno segnano l’epoca della globalizzazione, quello del venir meno della sicurezza del lavoro, del posto fisso, come si diceva un tempo in Italia, appare tra i più rilevanti. Il dibattito politico in merito, in Italia e non solo, certo non aiuta le opinioni pubbliche a comprendere bene i termini della questione.
 
Purtroppo l’attenzione più che sui mutamenti sociali intervenuti negli ultimi anni continua a concentrarsi su quelle che ne sono state e ne saranno le ricadute politiche – intendo il termine “politico” non in senso lato, ma in quello di confronto tra partiti e schieramenti – di corto respiro. Pootrà pure essere normale per la politica interrogarsi sulle risposte immediate da dare ai problemi piuttosto che impegnarsi in una riflessione approfondita. Ma è un atteggiamento almeno di corto respiro non interrogarsi sulle prospettive che alcuni modelli di organizzazione economica impongono alla generazione che si affaccia oggi nell&#039;età adulta e a quelle che lo faranno nell&#039;immediato futuro. Bergoglio ha ricordato ancora una voltacome nella cosiddetta &quot;questione lavoro&quot; sia prioritaria la causa dell&#039;uomo. Non prenderne coscienza potrebbe tradursi sempre più in spaccature insostenibili, tra garantiti e precari, tra classi sociali privilegiate e svantaggiate, tra giovani e anziani, tra integrati ed emarginati.
 
Aggiungerò che, almeno a mio giudizio, i mezzi d&#039;informazione – con qualche lodevole eccezione alla quale, senzafalse modestie, ritengo di contribuire – non svolgono sotto questo aspetto un compito adeguato. L’attenzione è rivolta quasi sempre alla cronaca e quasi mai agli avvenimenti che la provocano e che la determinano. In questo senso non credo che la stampa assolva a sufficienza al suo compito di “cane da guardia della democrazia”. E che soprattutto abbiano smesso di interrogarsi sulla fatica della democrazia, che non è solo il diritto-dovere a governare secondo le aspettative della maggioranza dei cittadini, ma anche e soprattutto garantire le minoranze più deboli. Ridurre la comunicazione e l&#039;attività politica a slogan, come è tipico di questi nostri anni, ha i dolorosi &quot;effetti collaterali&quot; di banalizzare le risposte ai grandi interrogativi sociali e di esasperare le spaccature e le divisioni. 
 
E una stampa sdraiata consente al potere di agire senza controllo e soprattutto senza dover rispondere a domande, di solito con l&#039;alibi che l&#039;opinione pubblica chiede “fatti, non parole”. E quando la protesta s&#039;intensifica, c&#039;è sempre l&#039;alibi di garantire l’ordine pubblico e la sicurezza. Mi sembra una prassi ingiusta e anche poco intelligente. Ingiusta perché non appartengono a una democrazia matura, quali che possano essere i loro successi elettorali, posizioni sintetizzabili nel binomio &quot;evocare paura, indicare il nemico colpevole&quot;. Poco intelligente, perché devastanti e sempre più diffusi impoverimenti ed emarginazioni sarebbero il prezzo pagato a politiche &quot;decisioniste&quot; prive di quel necessario confronto diffuso e continuo tra tutte le rappresentanze sociali. 
 
E vale anche per l&#039;altra obiezione che si sente spesso, cioè è meglio un lavoro temporaneo o precario della disoccupazione. Sembrerebbe un’ovvietà e invece è una minaccia. Se la flessibilità del lavoro puù essere considerata un&#039;esigenza delle economie globalizzate, cioè come una tendenza del futuro, trasformare tale flessibilità in precarietà è un inquietante ritorno al passato, ad epoche nel quale il lavoro dell&#039;uomo non veniva annoverato tra i diritti, ma era determinato dall&#039;esclusivo interesse dei poteri economici e politici. La globalizzazione non va subita, ma governata e colta come un’opportunità di sviluppo. Il nodo cruciale della &quot;questione lavoro&quot; in questi anni sta proprio in questa fatica di gestire la flessibilità e di contrastare la precarietà, in questa fatica che è propria di una democrazia autentica.]]></description>
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			<title>La crisi demografica certificata dall'Istat</title>
			<link>http://www.pierluiginatalia.net/1/la_crisi_demografica_certificata_dall_istat_9853381.html</link>
			<description><![CDATA[<strong>La crisi demografica certificata dall&#039;Istat</strong><br />Un Paese che invecchia sempre più e dove a frenare il calo demografico non vale neppure l’apporto degli immigrati. Anche l’arrivo di questi ultimi è fra l’altro in diminuzione, mentre al contrario aumenta l’emigrazione, soprattutto di giovani che non vedono prospettive di futuro. È preoccupante il quadro dell’Italia che emerge dal rapporto sulla popolazione pubblicato questa settimana dall&#039;Istat. Un Paese dove non si fanno bambini e da dove i scappano i giovani, almeno quelli in grado di farlo, mostra i segni di quella che non è più solo una crisi economica e finanziaria contingente, per quanto protratta nel tempo, ma è sociale, culturale e persino identitaria, se è vero che la rinuncia a mettere al mondo figli può essere letta come perdita di fiducia nel futuro.
Nel 2013 sono state registrate 514.308 nascite, circa ventimila in meno rispetto all’anno precedente, con una diminuzione del 3,7 per cento. Si tratta del picco negativo di sempre nel rapporto tra nascite e decessi in Italia, ancora maggiore di quello del 2012, quando la mortalità fece registrare valori particolarmente elevati nei mesi invernali. Il dato è tanto più significativo, proprio perché i decessi nel 2013, in tutto 600.744, sono stati circa dodicimila in meno. Il saldo naturale, quello dato appunto dal rapporto tra nascite e decessi, è negativo per 86.436 unità. 
A questo ha contribuito la diminuzione, per la prima volta da decenni, delle nascite di figli d’immigrati — 2.189 in meno del 2012 — che pure rappresentano il 15 per cento del totale. Cioè nonostante, poiché gli immigrati sono l’8,1 dei residenti, quattro milioni e novecentomila circa, questo dato sulle nascite è il solo che argina, almeno in parte il progressivo invecchiamento della popolazione.
Va aggiunto però che l’immigrazione in Italia, fatta soprattutto di giovani e donne, è in diminuzione rispetto al passato, dato che smentisce la cosiddetta “invasione” paventata da molti (e da molti sfruttata come argomento di propaganda xenofoba se non razzista) in relazione alle crisi in Africa e nel Medio Oriente. Nel 2013, infatti, gli immigrati sono stati 43.000 in meno rispetto all&#039;anno precedente.
Anche così, comunque, sono stati circa 182.000 più degli emigrati, 82.000 persone (14.000 in più rispetto al 2012). 
A lasciare l’Italia sono soprattutto i giovani con i maggiori livelli di scolarizzazione, con una perdita preoccupante di quelle che si usa definire risorse umane Si tratta di un segnale inequivocabile di quanto i giovani italiani si sentano sempre più attratti da altri Paesi dove pensano di potersi costruire un futuro che la patria sembra negare loro. Tra l&#039;altro, i giovani italiani che vanno all’estero, tolti casi marginali, non lo fanno per cercare un lavoro qualsiasi, se non in un primo momento, magari per perfezionare gli studi, ma perché vedono la possibilità che venga riconosciuto l’alto valore del loro percorso di formazione. Il che dimostra che non è tanto il livello di istruzione a dover essere messo in discussione in Italia, quanto il modello di sviluppo che lascia scuola e università avulse dal mondo del lavoro.
Certo, l&#039;emigrazione italiana non ha nulla a che vedere con quella dai Paesi del mondo devastati da fame e guerra. Bé ottantamila emigranti sembrerebbero di per sé un numero drammatico in un Paese che in passato ne ha avuti decine di milioni. Ma proprio questo non ritrovare in patria risposte al bisogno di futuro di tanti giovani italiani è uno dei dati del rapporto dell’Istat che più sollecita una presa di coscienza. Conferma infatti il cortocircuito tra depressione demografica, depressione economica e riduzione di speranze, che racconta il declino del Paese.]]></description>
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			<title>Un essere umano su otto non ha cibo</title>
			<link>http://www.pierluiginatalia.net/1/un_essere_umano_su_otto_non_ha_cibo_8899782.html</link>
			<description><![CDATA[<strong>Un essere umano su otto non ha cibo</strong><br />
 
Dar da mangiare agli affamati, la prima delle opere di misericordia, interpella certo ciascuno personalmente, ma si traduce oggi anche nella prima emergenza politica globale. Nel mondo, infatti, una persone su otto è in condizione di malnutrizione cronica. È questo il dato più macroscopico del rapporto annuale «State of Food Insecurity in the World» (Sofi 2013) presentato congiuntamente oggi a Roma dalle tre agenzie dell&#039;Onu competenti per il settore alimentare, l&#039;Organizzazione per l&#039;alimentazione e l&#039;agricoltura (Fao), il Programma alimentare mondiale (Pam) e il Fondo internazionale per lo sviluppo agricolo (Ifad), che appunto a Roma hanno sede. Nei parametri dell&#039;Onu, il termine malnutrizione definisce «l’impossibilità di avere abbastanza cibo per una vita attiva e sana» e di rispettare gli standard minimi per «una dieta energetica». 
Rispetto a quelli precedenti, il Sofi 2013 segnala un piccolo miglioramento della situazione in numeri assoluti. Nel periodo 2011-2013 sono infatti 842 milioni le persone che hanno sofferto per una malnutrizione cronica, mentre erano state 868 milioni nel 2010-2012 e un miliardo e 20 milioni nel 2009. Al tempo stesso, il dato del 2013 rappresenta il 12 per cento della popolazione mondiale (ma in Africa sono il 20 per cento) ed è in sensibile calo rispetto al 17 per cento del triennio 1990-1992. Tuttavia, Fao, Pam e Ifad avvertono che molte regioni non riusciranno a raggiungere il primo dei Millennium Development Gials (Mdg), gli obiettivi di sviluppo del millennio a suo tempo fissati dall&#039;Onu, quello cioè di almeno dimezzare entri il 2015 il numero di chi soffre la fame. 
A conferma di come siano le guerre, vere e proprie, ma anche commerciali, la principale causa di sottosviluppo e il primo impedimento dello sforzo di raggiungere gli Mdg, come tra l&#039;altro ha scritto il mese scorso Papa Francesco ai partecipanti al vertice del G20 a San Pietroburgo, il Sofi 2013 ricorda che i Paesi più penalizzati sono quelli in cui ci sono stati conflitti armati nell’ultimo ventennio e quelli privi di sbocco al mare e di infrastrutture per i trasporti. Il rapporto evidenzia però che, nonostante i ventisei milioni di affamati in meno nel mondo, la malnutrizione cronica non è ormai solo un problema dei Paesi in via di sviluppo, ma investe ormai in misura di assoluto rilievo anche i Paesi cosiddetti avanzati. Complice la crisi finanziaria, infatti, la fame si fa largo un po&#039; ovunque.
Più in generale, non è l&#039;aumento di popolazione ad accrescere la penuria di alimenti, ma il sistema economico, finanziario e commerciale dominante oggi nel mondo e caratterizzato da immensi sprechi che stridono con le immense povertà. Nel periodo preso in esame dal Sofi 2013, tali sprechi alimentari hanno raggiunto non solo le 670 milioni di tonnellate nei Paesi industrializzati, ma anche le 630 milioni di tonnellate in quelli in via di sviluppo. Studi concordi delle agenzie dell&#039;Onu e delle principali organizzazioni che si occupano del settore mostrano che ogni anno, il cibo prodotto ma non consumato sperpera un volume di acqua pari al flusso annuo di un fiume come il Volga; utilizza 1,4 miliardi di ettari di terreno, quasi il 30 per cento della superficie agricola mondiale, ed è responsabile della produzione di 3,3 miliardi di tonnellate di gas serra. Risulta quindi evidente la necessità di una più attenta gestione e distribuzione della produzione agricola e alimentare per combattere la povertà e la fame.
La questione, comunque, riguarda l&#039;intera impostazione delle politiche mondiali, soprattutto in riferimento proprio ai Paesi in condizioni peggiori. Nelle stesse ore in cui a Roma veniva diffuso il Sofi 2013, a Johannesburg, in Sud Africa, venive presentato anche il quinto rapporto di Afrobarometer, il progetto di ricerca indipendente che che aggiorna ciclicamente sulle condizioni sociali, politiche ed economiche in diversi Paesi africani. La situazione del continente fotografata da Afrobarometer contiene ancora più ombre che luci. Il rapporto, riferito al periodo tra ottobre 2011 e giugno 2013, si estende in questa occasione a 34 Paesi e si basa su oltre cinquantamila contributi raccolti con interviste a semplici cittadini. Dallo studio emerge una diffusa insoddisfazione delle popolazioni, nonostante la forte crescita economica dell’ultimo decennio sottolineata dai dati governativi ufficiali e riferiti soprattutto a un aumento del prodotto interno lordo (pil) registrato al 4,8 per cento di media annua. All’aumento del pil, infatti, non ha fatto riscontro un miglioramento delle condizioni di vita. Dalla quasi totalità degli africani intervistati vengono contestate le gestioni dell’economia fatte dai Governi, , accusati soprattutto di non aver creato lavoro e di aver aumentato la forbice tra ricchi e poveri.
In questa “povertà vissuta” che rimane pervasiva nel continente, secondo il rapporto solo cinque Paesi — Capo Verde, Ghana, Malawi, Zambia e Zimbabwe — hanno registrato un miglioramento, mentre in altri cinque — Botswana, Mali, Senegal, Sud Africa e Tanzania — la povertà è aumentata. Per il resto dei Paesi presi in esame, il rapporto segnala cambiamenti minimi, denunciando in ogni caso una persistente assenza di adeguati investimenti in infrastrutture e servizi sociali che rappresenta il principale impedimento per un’efficace lotta alla povertà. 
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			<title>L'Ue non trova l'accordo sull'accoglienza per i profughi</title>
			<link>http://www.pierluiginatalia.net/1/l_ue_non_trova_l_accordo_sull_accoglienza_per_i_profughi_10554316.html</link>
			<description><![CDATA[<strong>L&#039;Ue non trova l&#039;accordo sull&#039;accoglienza per i profughi</strong><br /> 
Quanto sta profilandosi in queste ore a Bruxelles nella riunione dei ministri dell&#039;Interno dei Paesi dell&#039;Ue sulla questione dei profughi e dei migranti conferma che il vecchio continente non sa trovare una politica comune basata sulla tutela dei più deboli e sul rispetto dei diritti dell&#039;uomo. Scrivo queste righe, nelle prime ore del pomeriggio, quando la riunione non è formalmente ancora incominciata, con un senso di amarezza al quale non riesco ancora ad abituarmi dopo quarant&#039;anni di professione e purtroppo di reiterate dimostrazioni di come gli interessi “di bottega” prevalgano sul senso di umanità nei rapporti internazionali.
Quanto sta filtrando da Bruxelles rende chiaro che la riunione si concluderà con un ennesimo rinvio di decisioni. Un rinvio che significherà altri morti, altra disperazione, altre sconfitte per ciascuno di noi, a parte la feccia razzista che regolarmente e ciclicamente torna a farsi arrogante, a spargere veleno e a guadagnare consensi. 
Nessuna intesa su come “ricollocare” 120.000 profughi, lo 0,1 per cento della popolazione europea. Niente unanimità neppure su un “accordo di principio”, espressione che già di per sé significa poco nei rapporti diplomatici. Accordo solo per mandare un po&#039; di navi a fare la guerra nel Mediterraneo, non si capisce bene a chi. Nonostante che a più riprese si sia “annacquato” il testo proposto dalla Commissione europea, da “impegno” vincolante sull&#039;accoglienza ad appunto “accordo di principio” fino a mera “volontà”, diversi Paesi finiranno per rifiutare di accettarlo. Si tornerà a parlarne tra un mese, quando una decisione potrebbe essere presa a maggioranza qualificata, un&#039;ipotesi che molti continuano però a ritenere un&#039;ultima spiaggia. Tra quanti non la escludono c&#039;è l&#039;alto rappresentante per la politica estera e di sicurezza comune dell&#039;Ue, Federica Mogherini: «Non spetta a me decidere, ma non vedo perché no», ha detto in queste ore. 
Un via libera è invece prevedibile al primo schema di quarantamila ricollocamenti (26.000 dall’Italia e 14.000 dalla Grecia) che nelle intenzioni dovrebbe fornire la base legale per costituire centri di smistamento per distinguere i profughi dai migranti economici. Questi ultimi dovrebbero essere trattenuti in Italia e Grecia, in centri attrezzati regolati da una &quot;certa severità&quot; in attesa del rimpatrio, come sostiene il ministro dell&#039;Interno italiano, Angelino Alfano, chiedendo al tempo stesso che i rimpatri siano pagati e gestiti da Frontex, l&#039;agenzia europea per il controllo delle frontiere esterne. Insomma, l&#039;Europa deve pagare per cacciarli, non per accoglierli. 
Nel frattempo, la vicenda sta suscitando sospensioni unilaterali del trattato di Schengen sulla libera circolazione in territorio europeo. La Germania, che aveva aperto le porte ai profughi, ha ripristinato i controlli alle frontiere, subito seguita da Austria e Slovacchia. La Polonia, a quanto sostenuto da fonti diplomatiche, sta valutando un passo analogo e anche il ministro dell&#039;Interno francese, Bernard Cazeneuve, ha prospettato di prendere questa strada se dovessero presentarsi problemi alla frontiera con l&#039;Italia. E intanto, domani entrano in vigore in Ungheria le nuove leggi che prevedono tre anni di reclusione per l’ingresso illegale nel Paese, pena prevista anche nel caso di “danneggiamenti” alla barriera di filo spinato che lungo quel confine è stata posta. 


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			<title>Rapporto dell'Organizzazione mondiale delle migrazioni sui morti in Mediterraneo</title>
			<link>http://www.pierluiginatalia.net/1/rapporto_dell_organizzazione_mondiale_delle_migrazioni_sui_morti_in_mediterraneo_10502092.html</link>
			<description><![CDATA[<strong>Rapporto dell&#039;Organizzazione mondiale delle migrazioni sui morti in Mediterraneo</strong><br /> 
Oltre duemila profughi e migranti sono morti quest’anno nel Mediterraneo mentre cercavano di raggiungere le coste europee. Lo ha comunicato l&#039;Organizzazione internazionale delle migrazioni (Oim), confermando l&#039;aggravamento di una tragedia alla quale la comunità internazionale e segnatamente òl&#039;Unione europea non sa ancora dare sollievo. Nei primi sette mesi del 2014 i morti accertati in analoghe circostanze furono 1607 e a fine anno se ne erano contati 3279. «È inaccettabile che nel xxi secolo la gente che fugge dai conflitti, dalle persecuzioni, dalla miseria e dal degrado della terra debba sopportare queste terribili esperienze nei loro paesi, per non parlare durante il viaggio, per poi morire alle soglie dell’Europa», ha commentato il direttore generale dell’Oim, William Lacy Swing, presentando il rapporto a Ginevra.
Il principale teatro di questa strage è il canale di Sicilia, lungo le rotte tra la Libia e l&#039;Italia, affrontate da tanti infelici su natanti sempre più fatiscenti messi in mare dal cinismo dei trafficanti di esseri umani. Secondo l&#039;Oim, quest’anno l’Italia e la Grecia hanno registrato un flusso simile di arrivi - rispettivamente oltre 97.000 e 90.500 - ma 1930 persone sono morte mentre cercavano di raggiungere l’Italia contro le 60 decedute in rotta verso la Grecia. Quelli tratti in salvo – dai marinai italiani e non solo ai quali nessun clima di rifiuto, purtroppo crescente in Europa, fa dimenticare il rispetto della prima legge del mare: salvare le vite umane – sono stati appunto 188.000, e l&#039;Oim dà per certo che entro la fine dell&#039;estate sarà abbondantemente superato il numero di duecentomila.
Nel frattempo, non non s’interrompono i tentativi di alcune migliaia di profughi e migranti accampati a Calais, in Francia, di penerare nell’Eurotunne, il collegamento ferroviario sotto la Manica, per raggiungere la Gran Bretagna.
Sulla vicenda — e più in generale sull’immigrazione — il Governo di Londra conferma e accentua la linea dura. Oggi ha deciso di inviare altri cento uomini a Calais per aiutare le autorità francesi a gestire la caotica situazione all’imbocco dell’Eurotunnel. Al tempo stesso, il ministero dell’Interno ha approntato un piano che prevede la fine dei sussidi e dei benefici del welfare per migliaia di richiedenti asilo e per le loro famiglie, in caso di respingimento della domanda di asilo — provvedimento per il quale la legge prevede diverse possibilità di ricorso — per scoraggiarne la permanenza prolungata in Gran Bretagna.]]></description>
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			<title>Il messaggio di Papa Francesco per la Giornata del  1° gennaio 2016</title>
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			<description><![CDATA[<strong>Il messaggio di Papa Francesco per la Giornata del  1° gennaio 2016</strong><br />
Ci sono termini che richiamano alla lotta - alla fatica del raggiungimento di obiettivi da difendere ogni giorno e sui quali ogni giorno non distrarsi – nel messaggio di Papa Francesco per la Giornata mondiale della Pace del 1° gennaio 2016. «Vinci l’indifferenza e conquista la pace» è il tema di questa 49ª Giornata, la terza che vede Bergoglio nel ministero petrino. Vinci, conquista. Parole che siamo abituati ad accostare più alla guerra, alla competizione. Parole che hanno un significato spesso travisato anche nel linguaggio religioso. 
Restano però parole importanti, verbi da tenere presenti. Ma dobbiamo declinarli in forma riflessiva. Vincerci costantemente nella nostra tentazione di indifferenza. Conquistarci costantemente alla causa della pace. Perchè la conquista della pace non è un punto d&#039;arrivo, è un cantiere sempre aperto. O per ricorrere a una metafora meno abusata, è una coltivazione da curare sempre, senza farsi abbattere dai casi di raccolto perduto, rispettando la natura del terreno che si lavora per scongiurare che i veleni di diverso tipo finiscano per renderlo improduttivo. 
Soprattutto dovremmo imparare che la pace va pensata al plurale. Proprio questo, l&#039;idea cioè che la pace non è tale se non è per tutti, lega questa successione di Gionate, questa storia di mezzo secolo, questi appuntamenti che Paolo VI istituì all&#039;indomani del Concilio Vaticano II e volle celebrati nel primo giorno di ogni anno. Non di ogni anno liturgico, va sottolineato, ma di ogni anno secolare. Perchè la pace sulla quale queste Giornate ci invitano a riflettere non è solo quella lascito del Signore, che giustamente ricordiamo nella liturgia. È quella che costruiamo con tutti e per tutti gli altri esseri umani. 
Nel messaggio del 2014, il Papa ci aveva detto che fondamento e via della pace è la fraternità. In quello del 2015 ciaveva invitato a incamminarci lungo una strade che porta a non essere più schiavi, ma fratelli. E anche questa fratellanza ha un valore antropologico, peculiarmente umano e segnatamente politico, prima ancora che ecclesiale. Del resto, il messaggio del Papa per questa giornata viene inviato alle cancellerie di tutto il mondo e traccia anche la linea diplomatica della Santa Sede per l’anno che si apre. Si potrebbe dire che è lo scenario generale nel quale il Papa iscrive le priorità e le situazioni particolare che pochi giorni dopo tratterà nel discorso al Corpo diplomatico accreditato presso la Santa Sede.
Papa Francesco, che definisce quella della nostra contemporaneità una “guerra mondiale a pezzi”, sa bene che bisogna sconfiggerla pezzo per pezzo. E continuare lo sforzo senza scoraggiarsi o estraniarsi. Di qui,la denuncia dell&#039;indifferenza nei confronti delle piaghe del nostro tempo come una delle cause principali della mancanza di pace nel mondo. Un&#039;indifferenza che certo accompagna le responsabilità politiche, le scelte dei “grandi di questo mondo”, ma che riguarda ciascuno, legata come è a diverse forme di individualismo che producono isolamento, ignoranza, egoismo e di conseguenza disimpegno.
Ma non ciascuno allo stesso modo. Nell&#039;epoca della globalizzazione, diritti e giustizia, coscienza politica e solidarietà sono tutt&#039;altro che globalizzate. Anzi, a un aumento smisurato di informazioni – ma anche di disinformazione, spesso volutamente indotta – non sembra corrispondere una pratica di maggiore attenzione ai problemi, per non parlare di un&#039;educazione delle coscienze in senso solidale. L&#039;altro, il diverso, il lontano, è anzi sempre più additato come nemico. 
E non è un caso l&#039;insistenza con la quale il messaggio di questa Giornata chiama in causa soprattutto le cosiddette agenzie educative, a partire dalla famiglia e dalla scuola, a tutti gli insegnanti, i formatori, gli operatori culturali e dei media, gli intellettuali e gli artisti. Perchè vincere la sfida dell&#039;indifferenza è un lavoro collettivo. Perchè conquistare e conquistarsi la pace non è possibile senza accettare e sollecitare dialogo e confronto, senza una creatività umile che riconosca il contributo essenziale dell&#039;altro. 
Di fronte a tanti che praticano l&#039;antico trucco di chi vole il potere per il potere, non per servire, ma per servirsi degli altri – metti paura e indica un nemico - è infatti necessario un lungo e costante, certo difficile, ma irrinunciabile lavoro di sensibilizzazione e di formazione alla responsabilità della pace, di quella pace che è indissolubile dalla giustizia. 
Vale anche per quanto riguarda le diverse forme di terrorismo, compresa quella blasfema dei fondamentalismi religiosi. C&#039;è un&#039;acqua di ingiustizia globale nella quale trovano alimento blasfemo il fondamentalismo e i suoi massacri, le persecuzioni a causa della fede e dell’etnia, le violazioni della libertà e dei diritti dei popoli, lo sfruttamento e la schiavizzazione delle persone, la corruzione e il crimine organizzato, le guerre e il dramma dei rifugiati e dei migranti forzati. Senza far maturare una cultura della cooperazione e del dialogo non ci saranno reazioni costruttive a questi mali. L&#039;educazione alla legalità passa dall&#039;affermazione dei diritti umani, dal riconoscimento che l&#039;altro ne è titolare e portatore come noi.
In continuità con i messaggi precedenti, Papa Francesco sollecita a contrastare giorno per giorno l’indifferenza verso le forme di schiavitù presenti oggi nel mondo, ricordando che la pace è possibile solo nel rispetto e nel riconoscimento del diritto di ogni essere umano secondo libertà e secondo giustizia. È il sudore quotidiano dei lavoratori nei cantieri e nei campi dove si costruisce e si coltiva la pace quello che Bergoglio ci invita a spargere. Né certo il raccolto può essere misurato in termini di prodotto interno lordo. Quello si fa anche, anzi soprattutto con la guerra e con altre attività non proprio commendevoli, compreso il massacro della terra, madre comune, con l&#039;abuso dissennato delle risorse naturali. I dividendi della pace si misurano intermini di sviluppo umano.
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			<title>La Lumen fidei di Francesco e Benedetto</title>
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			<description><![CDATA[<strong>La Lumen fidei di Francesco e Benedetto</strong><br />
 
di Pierluigi Natalia
Chi crede “vede” i segni dei tempi, le conquiste e gli inciampi del cammino dell&#039;uomo, l&#039;azione misteriosa di Dio nella storia. Questo ci dice, soprattutto, la Lumen fidei (la luce della fede), la prima enciclica firmata da Papa Francesco. Questa luce è come il tema e l&#039;ispirazione creativa di una sinfonia che accompagna tutta la vicenda cristiana e arricchisce la storia tout court. Perché L&#039;enciclica, per restare nel paragone musicale, verrà probabilmente ricordata per essere la prima mai scritta “a quattro mani”. Benedetto XVI ne è infatti autore quanto Francesco e forse – a leggerla con attenzione – di più, almeno sul piano quantitativo. Del resto è lo stesso Francesco a dichiararlo e nessuno ignora che Benedetto XVI prima della sua rinuncia al papato fosse arrivato molto avanti nell&#039;estensione dell&#039;enciclica. 
A rendere la cosa ancora più evidente ha contribuito la prima uscita pubblica di Ratzinger in Vaticano dopo il suo ritorno da Castelgandolfo, avvenuta il 4 luglio scorso, giorno della presentazione dell&#039;enciclica, che invece reca la data significativa del 29 giugno, solennità dei santi Pietro e Paolo, pilastri fondanti ella Chiesa di Roma. Insieme con Papa Francesco, il predecessore ha partecipato alla benedizione della statua di san Michele Arcangelo davanti al Governatorato della Città del Vaticano. (Significativamente, il Papa nel consacrare il piccolo Stato all&#039;arcangelo, ha avuto parole durissime per i diversi aspetti corruttivi rivelati da cronache anche recenti, pregando affinché «ci difenda dal Maligno e lo getti fuori». Peraltro, san Michele a interventi risolutivi a Roma è abituato: la statua sulla sommità di Castel Sant&#039;Angelo che lo ritrae mentre rinfodera la spada fa riferimento a quando mise fine a un&#039;epidemia di peste). Nello stesso giorno è stato poi annunciato che Giovanni XXIII e Giovanni Paolo II saranno canonizzati insieme. Si potrebbe arrivare a dire che queste circostanze hanno reso il 4 luglio una sorta di giorno di quattro Papi.
Soprattutto per quanto riguarda l&#039;enciclica, sarebbe però un errore leggere le circostanze su un piano più di curiosità che valoriale. Al di là delle differenze di stile, di sensibilità e di accenti, infatti, Papa Francesco, per molti aspetti un evidente innovatore e, si licet, un rivoluzionario, assume con naturalezza e convinzione il magistero di Benedetto XVI. Perché se differenza c&#039;è tra i due è sul piano pastorale - del programma di governo si direbbe in linguaggio politico – non la si trova certo certo su quello dell&#039;analisi teologica. Francesco si mostra in sintonia con il predecessore, quando scrive che la luce proveniente dalla fede, dalla Rivelazione che Dio fa di sé in Gesù e nel suo Spirito, illumina le profondità della vita nella quale ci fa riconosce i segni dell&#039;iniziativa di Dio. La fede, infatti, sa illuminare «tutto il percorso della strada» , «tutta l’esistenza dell’uomo». Essa «non ci separa dalla realtà, ma ci permette di cogliere il suo significato più profondo, di scoprire quanto Dio ama questo mondo e lo orienta incessantemente verso di sé».
Sono i temi cari al suo predecessore e infatti Francesco scrive che «queste considerazioni sulla fede intendono aggiungersi a quanto Benedetto xvi ha scritto nelle Lettere encicliche sulla carità e sulla speranza. Egli aveva già quasi completato una prima stesura di Lettera enciclica sulla fede. Gliene sono profondamente grato e, nella fraternità di Cristo, assumo il suo prezioso lavoro, aggiungendo al testo alcuni ulteriori contributi».
Sottolineare passaggi che ricordano parole già dette dall’uno e dall’altro potrebbe anche essere un interessante esercizio filologico ed ermeneutico, ma forse è più significativo quanto ha affermato, presentando l&#039;enciclica, il cardinale Marc Ouellet, prefetto della congregazione dei vescovi: «nel testo c&#039;è molto di Benedetto XVI e c&#039;è tutto di Francesco, perché ha assunto il testo nel suo ruolo di testimone della fede».
Per riprendere l&#039;allegoria iniziale, volendo considerare l&#039;enciclica come la conclusione di una sinfonia in tre movimenti – dopo la Deus caritas est e la Spe salvi di Benedetto XVI - ci sarebbe infine da ragionare se un messaggio anch&#039;esso valoriale non emerga persino dall&#039;inversione dell’ordine fissato dalla tradizione, nel quale la fede viene per prima e la carità per ultima. Forse una risposta – oltretutto di sintesi perfetta delle due personalità di Ratzinger e Bergoglio - la offre la stessa Lumen fidei, quando afferma che «amore e verità non si possono separare: senza amore, la verità diventa fredda, impersonale, oppressiva per la vita concreta della persona». 
Per Francesco e Benedetto, «la fede non è intransigente». Infatti «il credente non è arrogante; al contrario, la verità lo fa umile, sapendo che, più che possederla noi, è essa che ci abbraccia e ci possiede. Lungi dall’irrigidirci, la sicurezza della fede ci mette in cammino, e rende possibile la testimonianza e il dialogo con tutti». 
Toni quasi poetici l&#039;enciclica tocca rilevando che la luce della fede può davvero illuminare l’amore di coppia e la società. «Promettere un amore che sia per sempre, è possibile quando si scopre un disegno più grande dei propri progetti, che ci sostiene e ci permette di donare l’intero futuro alla persona amata». Così come «una verità comune ci fa paura, perché la identifichiamo con l’imposizione intransigente dei totalitarismi. Se però la verità è la verità dell’amore, se è la verità che si schiude nell’incontro personale con l’Altro e con gli altri, allora resta liberata dalla chiusura nel singolo e può fare parte del bene comune». A conferma, con buona pace di tanti cattivi maestri, che la fede non è un fatto privato.
Come sempre, infine, il discrimine per comprendere cosa sia fede in Cristo e sua sequela, speranza di salvezza e testimonianza d&#039;amore, è la vicinanza a chi più è nel bisogno e nella sofferenza. In questo senso, significativamente, l&#039;enciclica cita gli esempi di Francesco d’Assisi che abbraccia il lebbroso e di Teresa di Calcutta china sui poveri.]]></description>
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			<title>La morte di Eusébio</title>
			<link>http://www.pierluiginatalia.net/1/la_morte_di_eusebio_9325518.html</link>
			<description><![CDATA[<strong>La morte di Eusébio</strong><br />Tre giorni di lutto nazionale sono stati proclamati in Portogallo per la morte (lo scorso 5 gennaio) di Eusébio da Silva Ferreira — solo Eusébio per gli appassionati di calcio — considerato da tecnici e tifosi uno dei più grandi atleti di tutti i tempi in questa disciplina. E i suoi, di tempi, furono gli anni Sessanta, quando il calcio era questione in pratica solo sudamericana ed europea. Ma lui era un africano. Era nato in Mozambico, all’epoca colonia portoghese. Erano gli anni della fine del colonialismo (anche se per il Mozambico l’indipendenza sarebbe arrivata solo nel 1975). Nel 1966, l’anno del mondiale in Inghilterra che lo consacrò come migliore giocatore del torneo,  tra la sua terra d’origine e la sua patria d’elezione  c’era già la guerra civile. Mai Eusébio accettò di farsi strumentalizzare dall’una o dall’altra parte, e sarebbe stato facile tentarlo, soprattutto per l’allora dittatura portoghese. Mai nessuno, in Portogallo o in Mozambico, lo considerò espressione del nemico.
Come molti campioni — ce ne sono pochi oggi in un calcio pensato soprattutto come show business — Eusébio fu uomo di sole due maglie, quella della squadra di club, il Benfica, e quella della nazionale. Fu anche questo un modo per conquistarsi un affetto  universale in un mondo, quello del tifo calcistico, che quando non degrada  sa apprezzare le scelte identitarie. 
Come detto, il calcio dell’epoca era Sudamerica ed Europa, sotto tutti i punti di vista, persino nella colonizzazione del linguaggio. Il soprannome coniato per  l’afroportoghese Eusébio fa riferimento a un animale esistente soprattutto  in Asia, la pantera nera. Per anni fu considerato la risposta europea a Pelè (con lui nella foto), il calciatore brasiliano ritenuto da molti  il più grande di tutti i tempi, anch’egli di solo due maglie, quella del Santos e quella della nazionale. Non segnò, come Pelé, milletrecento gol, ma vederlo giocare — in un’epoca in cui la televisione cominciava a far conoscere in molti Paesi il calcio internazionale — fu sempre un evento. La sua progressione era impressionante, aveva tempi di corsa, controllando il  pallone, superiori a quelli di molti dei ben meglio allenati atleti di oggi.  
In quel mondiale inglese Eusébio non vinse e non vinse neanche Pelè, campione nelle due edizioni precedenti e in quella successiva. Il Portogallo arrivò terzo, dopo essere stato eliminato in semifinale dalla squadra di casa, che poi avrebbe battuto la Germania in una contestata finale. 
Sebbene quel terzo posto, grazie soprattutto ai suoi gol,  sia stato il miglior risultato di sempre per il Portogallo, sebbene egli sia stato il principale trascinatore della sua squadra di club in vittorie nazionali e internazionali, Eusébio non mostrò mai arroganza. Né l’essere l’idolo di un Paese lo separò mai da un’umiltà non di maniera, da uno stile di vita fatto di valori essenziali, prima di ogni altro la  famiglia. 
Il livello individuale, in uno sport di squadra, è sempre condizionato da quello dei compagni. Come altri grandissimi calciatori — per citarne solo alcuni degli ultimi decenni, l’olandese Cruijff, il francese Platini, il tedesco Beckenbauer  — la mancanza del titolo mondiale per squadre nazionali non lo ha mai messo in lizza nei dibattiti per stabilire chi sia stato il più grande di sempre. Di solito, la scelta si pone tra Pelé e Maradona,  che quel titolo hanno conquistato. Eusébio non ebbe mai la tentazione di proporsi in proprio. Eppure, quando gli chiedevano un parere non indicava né Pelé né Maradona, ma un altro grande calciatore, nato in un continente e diventato cittadino di un altro, l’argentino naturalizzato spagnolo Alfredo Di Stefano, anch’egli mai stato campione del mondo.
Il calcio in Portogallo ha ricordato Eusébio con un minuto di silenzio su tutti i campi. Lo si fa sempre, in simili circostanze. Ma forse allo spirito del campione avrà fatto persino più piacere il  minuto ininterrotto di applausi dedicatogli in un altro stadio in quell’Inghilterra che lo fece conoscere al mondo. È accaduto all’Old Trafford di Manchester. Vi gioca una squadra, il Manchester United, che al Benfica di Eusébio inflisse una delle sconfitte più dolorose, nella finale della Coppa dei campioni del 1968 a  Wembley, il principale stadio di Londra. 
Stavolta però, non è stato l’omaggio  a uno sconfitto  sul campo, ma il tributo — di affetto e di rimpianto — per un vincitore nello sport e nella vita.]]></description>
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			<title>Dura risposta di Mosca alla strategia   di Obama</title>
			<link>http://www.pierluiginatalia.net/1/dura_risposta_di_mosca_alla_strategia_di_obama_10012366.html</link>
			<description><![CDATA[<strong>Dura risposta di Mosca alla strategia   di Obama</strong><br />Si annuncia difficile, per usare un eufemismo, un&#039;azione internazionale realmente coesa per annientare la minaccia del cosiddetto Stato islamico (Is), attivo in Iraq e in Siria, sebbene nessun Governo lo ritenga altro che un gruppo terroristico. Sulle modalità dell&#039;intervento, infatti, sono già esplosi contrasti che minacciano di riproporre, ingigantite, le fortissime tensioni di un anno riguardo alle armi chimiche. In un momento in cui la vicenda ucraina ha portato le relazioni tra Washington e Mosca al punto più teso mai toccato dalla fine dell&#039;Unione sovietica e della guerra fredda, non c&#039;è osservatore che non colga i rischi dell&#039;apertura di un ulteriore fronte di scontro.
Di una vasta coalizione internazionale contro l’Is ha parlato il presidente statunitense, Barack Obama,nel discorso alla Nazione tenuto ieri, alla vigilia de tredicesimo anniversario dello spaventoso attacco terroristico subito dagli Stati uniti l’11 settembre 2001. Il particolare, Obama ha confermato di essere deciso ad estendere al territorio siriano i bombardamenti aerei contro l&#039;Is già in atto su quello iracheno in appoggio alle forze governative di Baghdad e alle milizie, sciite e curde, loro alleate. 
Ma per quanto riguarda la Siria Obama ha ribadito chiaramente che l&#039;intervento non sarà in alcun modo concordato con il Governo del presidente Bashar Al Assad. «Non ci possiamo fidare del regime di Assad che non riguadagnerà mai la legittimità che ha perso», ha detto, aggiungendo anzi che intende fornire aiuti militari all&#039;opposizione siriana, puntando su questa anche per la lotta contro l&#039;Is. In merito l’Arabia Saudita avrebbe già garantito sostegno per l’addestramento e le basi logistiche, secondo fonti diplomatiche statunitensi citate oggi dal quotidiano «The New York Times». 
Al discorso di Obama ha risposto duramente il Governo di Mosca. Il portavoce del ministero degli Esteri russo, Alexander Lukashevich, ha dichiarato che il piano annunciato da Obama è una «esplicita violazione» del diritto internazionale e che senza un chiaro mandato dell&#039;Onu i raid sarebbero un «atto di aggressione» alla Siria. Del resto, già prima del discorso di Obama, il ministro degli Esteri russo, Serghiei Lavrov, aveva detto che i raid contro l’Is in Siria potrebbero essere un pretesto per colpire le forze di Damasco.
Il segretario di Stato americano, John Kerry, sta cercando in queste ore di garantirsi il sostegno di diversi Paesi mediorientali, i cui ministri degli Esteri sta incontrando a Gedda, in Arabia Saudita. Dopo l’incontro di ieri a Baghdad con il primo ministro Haider Al Abadi, Kerry ha detto che il nuovo Governo iracheno, con sunniti, sciiti, curdi e cristiani, rappresenta «il cuore e la spina dorsale dell’azione» illustrata da Obama per combattere e infine a distruggere l’Is.
In tutto questo, però, non si profila a sufficienza uno sforzo per cercare di raffreddare davvero le tensioni nell&#039;area – non solo in Iraq - tra sciiti e sunniti (sunniti si dicono anche i miliziani dell&#039;Is che stanno portando la loro forsennata guerra non solo, né principalmente ai cristiani, come farneticano in tanti, ma a chiunque non condivida la loro feroce concezione dell&#039;islam, a partire proprio dalla quasi totalità dei musulmani, sciiti, sunniti o di qualsiasi altra confessione minore). Tuttavia un possibile e significativo sviluppo, almeno all&#039;apparenza, è venuto dal Governo della principale potenza sciita dell&#039;area, cioè l&#039;Iran. Un messaggio di appoggio ad Al Abadi è dal presidente iraniano, Hassan Rohani, mentre il suo vice ministro degli Esteri, Hossein Amir Abdollahian, ha detto che «è il momento per i Paesi della regione di aiutare il Governo iracheno a sconfiggere le radici del terrorismo». 
Ma che l&#039;Iran possa essere coinvolto dagli Stati Uniti, dai Paesi occidentali e soprattutto dai loro alleati nell&#039;area, come l&#039;Arabia Saudita e il Qatar in particolare, in un&#039;iniziativa concordata per fronteggiare la minaccia dell&#039;Is appare almeno per ora un&#039;ipotesi di fantapolitica.
Così come poche speranze sembrano esserci in questo momento per il rilancio di un&#039;azione diplomatica dell&#039;Onu, anche proprio questa mattina il presidente siriano Bashar Al Assad ha ricevuto a Damasco l’inviato dell’Onu per la Siria, il diplomatico italiano Staffan De Mistura, in missione nel Paese da due giorni e che ieri aveva incontrato il ministro degli Esteri, Walid Muallem. I colloqui tra la leadership siriana e De Mistura, che è accompagnato dal suo vice, l’egiziano Ramzi Ezzedin Ramzi, vertono appunto sulle possibilità di un’azione politica e diplomatica per mettere fine al conflitto e in particolare di convocare a questo scopo nuovi negoziati a Ginevra.
Ma al momento la prospettiva sembra purtroppo quella del proliferare delle armi, dal coltello per sgozzare ai cacciabombardieri.]]></description>
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			<title>Le prospettive dei mercati secondo la Fao</title>
			<link>http://www.pierluiginatalia.net/1/le_prospettive_dei_mercati_secondo_la_fao_9049039.html</link>
			<description><![CDATA[<strong>Le prospettive dei mercati secondo la Fao</strong><br />I mercati mondiali  dei prodotti alimentari stanno ritrovando un certo equilibrio, con prezzi del cibo meno  volatili rispetto agli anni passati, quando la crisi finanziaria internazionale aveva favorito speculazioni dalle conseguenze pesantissime, soprattutto per le popolazioni povere dei Paesi in via di sviluppo.
 Un riassetto dei mercati, grazie al miglioramento degli  approvvigionamenti e alla riformazione delle riserve mondiali di cereali, è certificato dal  rapporto sulle prospettive alimentari reso noto ieri dalla Fao, l’organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura. «I prezzi della maggior parte dei prodotti alimentari di base sono scesi negli ultimi mesi. Ciò è dovuto all’aumento della produzione e all’aspettativa che nella stagione corrente avremo un’offerta più abbondante, migliori disponibilità per l’esportazioni e riserve più elevate», si legge nel documento della Fao.
A questo scenario positivo non contribuisce  però la  situazione nei Paesi poveri, alle prese, soprattutto in Africa, con una protratta carestia. La forte crescita della produzione cerealicola del 2013 è ricollegabile infatti al miglioramento dei raccolti negli Stati Uniti e a un raccolto record di grano nei Paesi ex sovietici della Comunità degli Stati indipendenti (Csi).  Il rapporto della Fao prevede che i raccolti di cereali, alla chiusura della stagione, dovrebbero aumentare del 13 per cento, stabilendosi a 564 milioni di tonnellate. Questo consentirà riserve pari al 23 per cento del totale. dato che l’utilizzo stimato dei raccolti è del 77 per cento. Si tratta di un rapporto  molto al di sopra di quel 18,4 per cento, minimo storico raggiunto nel 2007-2008.  Nel 2013, il costo globale delle importazioni alimentari è previsto a 1.150 miliardi di dollari,  in calo del 3 per cento rispetto al 2012. A dati invariati  delle importazioni di carne, latticini e pesce, si affiancherà  infatti un calo di quelle  cereali, zucchero, oli vegetali e bevande tropicali]]></description>
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			<title>Vent'anni dopo la fallimentare missione Restore Hope</title>
			<link>http://www.pierluiginatalia.net/1/vent_anni_dopo_la_fallimentare_missione_restore_hope_9338831.html</link>
			<description><![CDATA[<strong>Vent&#039;anni dopo la fallimentare missione Restore Hope</strong><br />
Un piccolo numero di soldati statunitensi,  non più di una ventina, sono dislocati dallo scorso autunno a Mogadiscio  con il ruolo di consiglieri militari del Governo locale e dell’Amisom, la missione dell’Unione africana in Somalia. La notizia, diffusa ieri dal quotidiano  «The Washington Post», che cita come fonti tre ufficiali coperti da anonimato, non è stata smentita dal Pentagono né dalla Casa Bianca,  che  peraltro non hanno rilasciato commenti. 
I militari  americani, che avrebbero incominciato concretamente il loro lavoro all’inizio di quest’anno,  tornano dunque in Somalia a oltre vent’anni dall’operazione Restore Hope, a guida appunto di Washington, che si svolse fra il 3 dicembre 1992 e il  4 maggio 1993, nell’ambito della missione Unified Task Force (Unitaf) dislocata per  mandato del Consiglio di sicurezza dell’Onu. L’operazione statunitense e la stessa missione Unitaf si conclusero, dopo  l’abbattimento di due elicotteri e l’uccisione di  18 soldati di Washington,  con il ritiro dalla Somalia delle truppe degli Stati Uniti e degli altri Paesi che vi partecipavano, in particolare Italia, Belgio e Nigeria.
Secondo «The Washington Post»,   i consiglieri militari statunitensi sono incaricati di contribuire alla lotta contro le milizie radicali islamiche somale di al Shabaab, che il Governo di Washington considera nel novero delle organizzazioni terroristiche.
Come detto, finora non si era avuta notizia di un ritorno di soldati americani in Somalia,  ma più volte,  negli ultimi anni e ancora di recente, aerei  statunitensi dislocati in basi del Corno d’Africa, in particolare a Gibuti, avevano effettuato raid contro al Shabaab. 
Pur in assenza di ammissioni ufficiali, inoltre, è dato per certo dagli osservatori che militari delle forze speciali statunitensi abbiano condotto  diverse volte in territorio somalo, in segreto e con una  permanenza  di poche ore, operazioni  considerate di antiterrorismo, ma anche volte alla liberazione di ostaggi.
In ogni caso, nella notizia data dal  quotidiano statunitense c’è un’implicita conferma di un rinnovato  coinvolgimento dell’Amministrazione di Washington nella vicenda somala, dopo che per molti anni, gli Stati Uniti si erano esclusi dal novero dei protagonisti internazionali in quello scenario. Un’esclusione dovuta, appunto, al fallimento dell’operazione Restore Hope, che  fu largamente osteggiata dalle varie fazioni somale. Per tutta la durata dell’operazione, agli attacchi diretti si sommarono diffuse proteste delle masse popolari contro militari di Paesi considerati, a torto o a ragione, sostenitori dell’ex  dittatore Mohammed Siad Barre, destituito nel 1991,  esiliato l’anno successivo, dopo un tentativo di riprendere il potere, e riparato in Nigeria, dove sarebbe morto nel 1995. 
A questo si aggiunse, purtroppo, che  soldati dislocati in Somalia  sotto la bandiera dell’Onu si resero protagonisti di gravi violenze contro i civili.]]></description>
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			<title>Il rinvio delle elezioni nigeriane</title>
			<link>http://www.pierluiginatalia.net/1/il_rinvio_delle_elezioni_nigeriane_10269136.html</link>
			<description><![CDATA[<strong>Il rinvio delle elezioni nigeriane</strong><br />
Il rinvio delle elezioni presidenziali e parlamentari in Nigeria, previste per sabato prossimo e ora fissate al 28 marzo, conferma che la sfida portata da Boko Haram è destinata a incidere sull’esito del voto nel più popoloso Paese africano (oltre centosessanta milioni di abitanti) pur non essendone l’unico fattore. Tra l’altro, la consultazione potrebbe mettere a dura prova lo schema che si sussegue da quando è caduta la dittatura militare nel 1999. Stavolta, infatti, non è detto che il sud voti per i candidati cristiani e il nord per quelli islamici. Soprattutto, non sembra più esserci tra i candidati una divisione netta su basi confessionali.
Per quanto riguarda il voto presidenziale, la questione di Boko Haram è destinata comunque a essere determinante. La sfida che l’ex generale Muhammadu Buhari, a suo tempo alla guida della giunta militare dittatoriale, pone al presidente Goodluck Jonathan, che si ricandida, punta proprio sulla lotta al gruppo islamista. Buhari, che è musulmano, ha impostato l’intera campagna elettorale sulla promessa di una lotta senza quartiere a Boko Haram accusando il rivale di aver svolto un’azione inefficace. 
Da parte sua, dopo sistematiche sconfitte, Jonathan ha potuto registrare nelle ultime settimane alcuni successi militari, grazie anche all’azione congiunta con le forze dei Paesi confinanti, in particolare Camerun e Ciad, anch’essi minacciati da Boko Haram. E su tali sviluppi sembra puntare in prospettiva elettorale. Non a caso, il People’s Democratic Party, la formazione di Jonathan, ha accolto con favore il rinvio del voto. Nelle ultime ore, tra l’altro, del successo militare contro Boko Haram si è detto certo il ministro federale dell’Interno, Abbo Moro, secondo il quale queste sei settimane saranno sufficienti ad assicurare la regolarità del voto anche nelle zone oggi teatro di guerra, in particolare gli Stati del Borno, dello Yobe e dell’Adamawa. Lo stesso Jonathan ha dichiarato che in nessun caso ci saranno proroghe del suo attuale mandato, che scade a maggio, e che quindi le elezioni devono essere tenute.
Diametralmente opposta è invece la valutazione dell’All Progressives Congress (Apc), la coalizione di opposizione che appoggia Buhari, secondo la quale il rinvio certifica comunque un passo indietro per la democrazia, un giudizio condiviso da diversi rappresentanti della società civile e leader religiosi, oltre che da soggetti internazionali come Stati Uniti e Unione europea.
Più in generale, sembrano in gran parte vanificate le speranze suscitate quattro anni fa dalla rielezione di Jonathan: non pochi osservatori l’avevano infatti considerata un segnale di normalità democratica e una promessa di sviluppo che favoriva finalmente i ceti più poveri e maggioritari della popolazione. Jonathan ha dalla sua alcuni impegni mantenuti, in particolare riguardo alla realizzazione di strade, ferrovie e altre infrastrutture. Tuttavia è generalizzata — e presente persino all’interno del suo partito — l’accusa di non aver avuto polso nella lotta alla corruzione e a Boko Haram, se non altro perché l’esercito era sembrato obbedirgli sempre di meno. 
La guerra nel nord-est, inoltre, ha oscurato i relativi miglioramenti ottenuti in termini di affrancamento da un sistema economico che ha lasciato al popolo solo le briciole dell’immane ricchezza delle risorse del sottosuolo, che fanno della Nigeria il primo Paese produttore di petrolio in Africa e l’ottavo nel mondo. L’esportazione di greggio ha continuato a produrre ricchezza per le compagnie multinazionali e per alcune oligarchie locali e non è stata capace di portare né lavoro né benessere a una popolazione che in stragrande maggioranza vive sotto la soglia di povertà. 
Un elemento di rottura del tradizionale schema di contrapposizione tra cristiani e musulmani potrebbe risultare la capacità dell’Apc di cooptare dirigenti di peso originari delle regioni meridionali, almeno in teoria roccaforti di Jonathan. Il Pdp ha infatti subito molte defezioni a vantaggio dell’Apc, dove ora figurano anche apprezzati dirigenti originari del sud, come il governatore di Lagos, Babatunde Raji Fashola.
Ciò nonostante, in molti giudicano Jonathan ancora il favorito. Tra l’altro, il rinvio potrebbe portare al voto i sostenitori che egli in qualche modo conserva nei tre Stati teatro dell’azione di Boko Haram, cioè il Borno, lo Yobe e l’Adamawa. Va ricordato che in base alla Costituzione per essere eletto presidente al primo turno un candidato deve ottenere, oltre alla maggioranza assoluta dei voti totali, almeno il 25 per cento dei consensi in almeno 24 dei 36 Stati. Di contro, se dal conteggio dovessero uscire o essere contestati i voti del Borno, dello Yobe e dell’Adamawa, le possibilità di Buhari in termini di consensi assoluti sarebbero notevolmente ridotte. 
L&#039;esito più paventato da gran parte dei rappresentanti delle organizzazioni della società civile e dagli stessi leader religiosi, sia cristiani sia musulmani, è comunque quello di una vittoria di stretta misura di Jonathan o di Buhari, che finirebbe per alimentare contestazioni e tensioni gravi, riproponendo violenze diffuse.
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			<title>Primo tirno delle presidenziali</title>
			<link>http://www.pierluiginatalia.net/1/primo_tirno_delle_presidenziali_9798097.html</link>
			<description><![CDATA[<strong>Primo tirno delle presidenziali</strong><br /> 
Primo turno delle elezioni presidenziali
 
Colombia al voto
tra speranze e polemiche
 
Di Pierluigi Natalia
 
Le elezioni presidenziali in Colombia, dove questa domenica si vota per il primo turno, arrivano in un momento segnato da speranze e polemiche, entrambe legate soprattutto al negoziato in corso a Cuba da un anno e mezzo tra il governo di Bogotá e le Forze armate rivoluzionarie della Colombia (Farc), il più antico gruppo guerrigliero di sinistra dell&#039;America Latina. Il presidente Juan Manuel Santos, che si candida alla rielezione, si presenta forte del successo che la sua coalizione di centrodestra ha ottenuto alle elezioni legislative tenute in marzo - peraltro segnate da un astensionismo che ha superato il 60 per cento dei circa 32 milioni di elettori - quando ha conquistato la maggioranza assoluta alla Camera, con 91 seggi su 163, e quella relativa al Senato, con 47 seggi su 102. 
Il principale partito rivale, il Centro democratico fondato dall&#039;ex presidente Álvaro Uribe - da tempo strenuo oppositore del suo ex “delfino” Santos e altrettanto strenuo avversario della trattativa con le Farc - dispone oggi di 20 senatori e 12 deputati, comunque un risultato di rilievo per una forza politica di recente formazione. Il suo candito alla presidenza è Óscar Iván Zuluaga, da quasi tutti dato per certo per lo meno al ballottaggio con Santos. Il terzo incomodo potrebbe essere Enrique Peñalosa, del Partito verde, mentre analisti e sondaggisti danno poche possibilità a Clara López Obregón candidata dalla sinistra, uscita male dalle legislative pur avendo ritrovato l’unità tra Polo democratico e Unità popolare.
Santos punta proprio sulle speranze suscitate dagli accordi già raggiunti sui primi tre punti in agenda nel negoziato a Cuba. Il primo è stato quello lo sviluppo agricolo e la destinazione e proprietà delle terre, cioè la questione sulla quale mezzo secolo fa era incominciata la ribellione delle Farc. Poi c&#039;è stata, in novembre, l&#039;intesa – comunque di massima e non ancora precisata nei dettagli - sul disarmo dei guerriglieri e sulla loro partecipazione alla vita politica del Paese. La scorsa settimana è stato annunciato l&#039;accordo sulla lotta al traffico di droga, che in in passato ha alimentato le stesse Farc e che secondo gli avversari della trattativa lo fa tuttora. Tra l&#039;altro, Uribe una decina di giorni fa ha accusato Santos di essersi fatto finanziare la campagna elettorale dai narcotrafficanti, aggiungendo peraltro di essere disposto a fornire le prove solo al procuratore Alejandro Ordóñez, noto per le sue posizioni di estrema destra. 
Sulla trattativa con le Farc s&#039;incentra anche lo scandalo, esploso nell&#039;ultima settimana, che vede coinvolto Zuluaga. È stato diffuso un video che lo mostra mentre discute con il capo, poi dimessosi, della sua campagna elettorale, Luis Alfonso Hoyos, ex rappresentante colombiano presso l&#039;Organizzazione degli Stati americani a Washington, e con Andrés Fernando Sepúlveda, un esperto di intercettazioni elettroniche. Quest&#039;ultimo mostra al candidato informazioni acquisite illegalmente sui negoziatori delle Farc, spiegando che provengono da fonti dell’intelligence militare e dal Comando Sud delle forze armate statunitensi, quello responsabile delle operazioni in Colombia a suo tempo concordate proprio con Uribe. Zuluaga ha rifiutato di commentare il video, che secondo lui «non solo è stato ottenuto illegalmente, ma è anche un montaggio», confezionato per danneggiare la sua candidatura. Una perizia consegnata al procuratore generale, Luis Eduardo Montealegre, sostiene che il video «è assolutamente genuino e verace».
Alla questione della guerriglia sono legate anche anche altre polemiche che hanno segnato la campagna elettorale, in occasione della quale le Farc hanno dichiarato una tregua unilaterale, che secondo l&#039;esercito avrebbe praltro subito violata. L&#039;opposizione a Santos, in particolare con la conservatrice Marta Lucía Ramírez, sostiene che l&#039;intesa sulla lotta al narcotraffico è priva di contenuti reali e che anche sul piano militare le Farc, per essere credibili, dovrebbero impegnarsi a un cessate il fuoco definitivo e non solamente temporaneo. 
La partita vera che Santos dovrà giocare, in caso di rielezione, sembra però quella sulla futura integrazione delle Farc nella vita politica e nelle istituzioni del Paese. A novembre, le parti si limitarono a comunicare che «quanto convenuto approfondisce e irrobustisce la nostra democrazia, ampliando i diritti e le garanzie dell’esercizio dell’opposizione, così come gli spazi di partecipazione politica». Ma le posizioni restano distanti. Secondo alcuni osservatori, Santos punterebbe solo a fare entrare in Parlamento una manciata di ex guerriglieri senza alcun potere decisionale. Diversi fonti, invece, sostengono che l&#039;intesa prevede la creazione di distretti elettorali speciali nelle zone più colpite dal decennale conflitto, per far sì che le popolazioni locali dispongano di una rappresentanza adeguata in Parlamento. Su questo aspetto, fra l&#039;altro, in parallelo con il negoziato con le Farc, il Governo ha aperto da tempo un confronto con le organizzazioni dei contadini e, più in generale, con quelle della società civile
Il punto cruciale è però il modo con il quale dovrà essere ratificato il futuro trattato di pace. Il Governo di Santos vuole un referendum, mentre le Farc chiedono la convocazione di un’Assemblea costituente, un&#039;istanza sollecitata anche da parti della società civile. 
 

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			<title>Il  rogo nella fabbrica tessile cinese di Prato</title>
			<link>http://www.pierluiginatalia.net/1/il_rogo_nella_fabbrica_tessile_cinese_di_prato_9156817.html</link>
			<description><![CDATA[<strong>Il  rogo nella fabbrica tessile cinese di Prato</strong><br /> 
Le condizioni incuranti della dignità dell’uomo che segnano il lavoro in tante parti del mondo, hanno avuto una tragica riprova oggi in Italia, dove sette persone, tutte cinesi, sono morte nell’incendio di una fabbrica tessile a Prato. Le fiamme sono divampate in un capannone dove un centinaio di cinesi non solo lavoravano, ma vivevano e dormivano, in quella che si configura sempre più come una globalizzazione di una sorta di schjiavitù, che in molti sono costretti a subire – e persino a scegliere – per mera sopravvivenza. All’immagine di un lavoro ridotto a prigionia contribuisce quanto emerso dalle prime indagini, cioè che il tentativo di fuga dal capannone incendiato sia stato ostacolato dalle sbarre alle finestre. È stamattina presto, di domenica, mentre stava per cominciare il turno di lavoro, in una realtà che non conosce riposi festivi e che riduce le persone a ingranaggi sempre in attività. E colpisce dolorosamente che nelle centinaia di capannoni vicini si sia continuato, come se nulla fosse accaduto, a produrre quei tessuti che, di subappalto in subappalto, forniscono la materia del made in Italy della moda.
Mentre scrivo queste righe, arriva la notizia, normale in simili circostanze, che la magistratura ha aperto un’inchiesta per omicidio plurimo colposo. Ma la vera responsabilità è quella indicata dal vescovo di Prato, Franco Agostinelli, che si è detto «sgomento di fronte ad una tragedia che ricorda i tempi della rivoluzione industriale» e ha chiesto un soprassalto di umanità nel dire basta «a situazioni di lavoro non degne dell’uomo e delle conquiste sociali degli ultimi decenni». Basta, cioè, «all’illegalità che troppo spesso combina insieme gli interessi immorali di molti pratesi e le attività disinvolte di tanti imprenditori cinesi. Basta allo sfruttamento della manodopera immigrata cinese anche quando assume i connotati dell’autosfruttamento». 
Vale ovunque. Ma vale soprattutto in un Paese che si definisce, al primo articolo della sua Costituzione, una Repubblica fondata sul lavoro e che da decenni lo ha ridotto a una variabile secondaria del suo sistema economico. L’appello del vescovo non è rivolto solo alla politica, ma allo stesso mondo produttivo: «Gli imprenditori orientali avvertano l’imperativo morale del dialogo e si lascino aiutare a bonificare le imprese e il lavoro. Imprenditori e sindacati italiani siano la prima linea di questa frontiera».
 ]]></description>
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			<title>Lorenzo Antonetti, ultimo cardinale delegato della basilica di San Francesco</title>
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			<description><![CDATA[<strong>Lorenzo Antonetti, ultimo cardinale delegato della basilica di San Francesco</strong><br />La Casa Santa Marta in Vaticano, ormai conosciuta in tutto il mondo perché Papa Francesco vi ha stabilito la sua residenza, ha avuto in un passato recente un legame speciale con il Sacro Convento e la Basilica di San Francesco in Assisi. A Santa Marta, infatti, ha abitato negli ultimi anni del suo servizio alla Santa Sede il cardinale Lorenzo Antonetti, che di Assisi – basilica pontificia - è stato tre il 1998 e il 2006 l&#039;ultimo cardinale delegato, prima che la riforma voluta da Benedetto XVI ne affidasse i compiti al Vescovo di Assisi stessa. Né si è trattato di un legame solo formale. A Santa Marta tante volte si sono recati l&#039;allora custode del Sacro Convento, padre Giulio Berrettoni, e gli altri francescani, e tanto più spesso ad Assisi è stato il cardinale Lorenzo, instaurando negli anni – ed erano anni difficili – un rapporto di amicizia autentica. 
Anni difficili perché erano quelli seguiti al terremoto che aveva sconvolto la città e provocato lutti e distruzioni nella stessa basilica. Anni di ricostruzione di luoghi, ma soprattutto di tessuto ecclesiale. Se da un lato non venne mai meno l&#039;attenzione mondiale a questo luogo santificato dalla tomba di Francesco, dall&#039;altro la quotidianità era fatta di scosse d&#039;assestamento, di incertezza sui tempi e sulla possibilità di restituire il luogo alla sua bellezza, di dubbi sull&#039;adeguatezza degli impegni, sia pure imponenti, presi per la ricostruzione.
La pietra rosa d&#039;Assisi, con la quale questi edifici sono costruiti, sembrava più pallida in quegli anni. Le visite continue del cardinale Lorenzo, almeno una ventina l&#039;anno, contribuirono a riaccendere quel colore rosato con robuste iniezioni della sua porpora, segno non dell&#039;eredità di imperiali dignità, ma della disponibilità alla testimonianza totale. Senza enfasi. Quando &quot;prese possesso&quot;, secondo l&#039;espressione che si usa in questi casi, della basilica di San Francesco, rifiutò l&#039;automobile ufficiale con la targa SCV (Stato Città del Vaticano) e con l&#039;autista. Ce lo portai io con la mia automobile. E dividemmo la spesa da buoni amici, come avremmo fatto negli anni in altre decine di occasioni. Alla presa di possesso di Sant&#039;Agnese in Agone, a Roma, suo titolo cardinalizio, ci andammo a piedi, dal Vaticano a piazza Navona, perché a me era scaduto il permesso di accesso al centro storico e, soprattutto, perché il nuovo cardinale non voleva rinunciare alla passeggiata quotidiana. Sotto la porpora, infatti, era un uomo d&#039;altri tempi che può servire una vita intera senza apparire. Ma soprattutto era la sua affabilità che non si faceva mai superficialità banale, la sua ironia scevra da ogni sarcasmo, la sua pacatezza sacerdotale, a restituire a una comunità ferita e talora incerta la certezza di una vicinanza continua e fraterna con Roma.
Il cardinale delegato doveva essere residente a Roma, un cardinale di curia. Questo non per controllo, ma appunto come segno di vicinanza. Lorenzo Antonetti visse quell&#039;ultimo ruolo del suo servizio alla Santa Sede con questa certezza e, al tempo stesso, con un continuo avvicinamento, con un&#039;immersione permanente verrebbe da dire, in quello spirito francescano che questo luogo sembra destinato a ispirare. 
La vita, la natura stessa, conosce delle inimicizie radicali. Accade anche tra famiglie diverse di uccelli. Fu proprio Antonetti, nato nella campagna novarese, a notare una volta che nelle nicchie delle imponenti mura del Sacro Convento avevano imparato a coabitare due specie nemiche come corvi e piccioni, vedendovi quasi un&#039;allegoria della pace possibile.
Le sue omelie nelle Messe solenni delle grandi festività ad Assisi, prima nella basilica inferiore, l&#039;unica agibile per tanto tempo, e poi nella finalmente riaperta basilica superiore, coinvolgevano assisiati e pellegrini in un percorso semplice e profondo, essenziale e sapiente, di confidenza con quel Dio che Francesco, vero alter Christus, continua a insegnare. 
Ma per Lorenzo Antonetti erano una gioia personale maggiore le Messe feriali celebrate tante volte nella cripta, sulla tomba del santo, talora con la sola presenza di chi scrive queste righe. Certo, in ogni Messa è presente tutta la Chiesa, ma talora l&#039;intimità di una celebrazione la rende più vivificante, più partecipata. E tante volte, in quegli anni, anche nella cappellina dell&#039;ultimo corridoio dell&#039;ultimo piano della Casa Santa Marta, quella sensazione di essere in comunione con Francesco e con la Chiesa ha saputo farsi strada. ]]></description>
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			<title>Altri mille morti nel Mediterraneo</title>
			<link>http://www.pierluiginatalia.net/1/altri_mille_morti_nel_mediterraneo_10377940.html</link>
			<description><![CDATA[<strong>Altri mille morti nel Mediterraneo</strong><br /> 
Settecento, forse mille morti. Quella consumata oggi al largo delle coste libiche è la più terrificante tra le quotidiane tragedie che si susseguono in Mediterraneo senza che che arrivino risposte efficaci dall&#039;Europa ricca – si: ricca, indipendentemente dalle crisi economiche contingenti – e sempre più lontana dai principi di solidarietà e coesione che ne hanno permesso la ricostruzione e lo sviluppo dopo gli orrori e gli errori del primo Novecento. 
Nel momento in cui scrivo queste righe, dopo una giornata nella quale ho cercato di impedirmi di vestire d&#039;angoscia momenti di gioia familiare – un&#039;amica e collega di New York mi avverte che Ban Ki-moon, il Segretario generale dell&#039;Onu, si appresta a diffondere un monito all&#039;Unione europea ad accelerare l’impegno per impedire la morte in mare di centinaia di migranti. Altrettanto ha chiesto alla comunità internazionale oggi Papa Francesco. Al tempo stesso, secondo le anticipazioni che ho avuto, Ban Ki-moon ringrazia esplicitamente l’Italia per gli sforzi fatti, in pratica da sola di fronte a quella che non più essere considerata un&#039;emergenza contingente, ma che ha da tempo assunto la dimensione di un fenomeno epocale.
Né dal Segretario dell&#039;Onu né dal Papa possono arrivare considerazioni su un dibattito interno italiano che, per l&#039;ennesima volta, vede voci becere solleticare odio e razzismo. Ma certo, nessuna retta coscienza può consentire che misere considerazioni di bottega elettorale distolgano dal prendere atto della verità. E la verità è che questa tragedia epocale impone a di agire non solo per migliorare il soccorso in mare, ma anche per garantire accoglienza e protezione a questi infelici, per assicurare quel diritto d&#039;asilo che sta inscritto nella civiltà europea. 
Il timore è che, ancora una volta, l&#039;emozione duri lo spazio di un giorno e subito tornino a prevalere quegli interessi di bottega che non riguardano solo le miserie di certe forze politiche italiane, ma percorrono da tempo un&#039;Unione europea sempre più prona alle potenze finanziarie e sempre meno degna della sua recente tradizione sociale. Aspetto, come detto, di leggere l&#039;intervento di Ban Ki-moon. Ma certo non si potrà discostare di molto da quanto dichiarato appena tre giorni fa dall&#039;alto commissariato dell&#039;Onu per i rifugiati (Unhcr). Il suo responsabile, António Guterres era tornato a sollecitare l&#039;Unione europea al doveroso compito di salvare le vite dei tanti infelici costretti ad avventurarsi in condizioni terribili nel Mediterraneo per sfuggire alla guerra e alla fame che devastano i loro Paesi. Al tempo stesso, Guterres aveva criticato pesantemente l&#039;operazione Triton, affidata a Frontex, l&#039;agenzia europea per il controllo delle frontiere, subentrata alla fine dello scorso anno a quella italiana Mare nostrum, con un diverso e soprattutto meno incisivo mandato. Contrariamente a quella italiana, infatti, Triton ha un raggio d&#039;azione all&#039;interno delle acque territoriali europee, sebbene nessuna unità navale possa comunque sottrarsi all&#039;obbligo, da sempre parte della legge del mare e ribadito da tutte le convenzioni internazionali, di dare priorità al salvataggio di vite umane. «Purtroppo Mare Nostrum non è mai stata sostituita da un’operazione di salvataggio equivalente, e allo stesso tempo mancano vie legali di ingresso in Europa per quanti necessitano di protezione», aveva denunciato il responsabile dell&#039;Unhcr,.]]></description>
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			<title>L'Onu vuole inviare altre truppe</title>
			<link>http://www.pierluiginatalia.net/1/l_onu_vuole_inviare_altre_truppe_8959188.html</link>
			<description><![CDATA[<strong>L&#039;Onu vuole inviare altre truppe</strong><br /> 
La guerra infinita in Somalia, che con diverse fasi e diversa intensità si protrae da quasi un quarto di secolo e che nonostante le solenni dichiarazioni internazionali non può certo dirsi conclusa, sembra anzi destinata ora a un periodo di intensificazione. Stasera si è avuta notizia che l’Onu è orientata a rafforzare l’azione militare contro i ribelli radicali islamici somali di al Shabaab. Il Segretario generale, Ban Ki-moon, ha chiesto al Consiglio di sicurezza di aumentare di migliaia di soldati l’Amisom, la missione dell’Unione africana in Somalia, già più che raddoppiata nel 2012. Secondo Ban Ki-moon, servono nuovi finanziamenti per assicurare la sopravvivenza del Governo di Mogadiscio guidato dal presidente Hassan Mohamud., insediato un anno fa al termine di una lunga transizione formalmente dichiarata conclusa dalla comunità internazionale. Una transizione che è stata costantemente osteggiata dagli insorti islamisti, dati frettolosamente per sconfitti un anno fa, quando le sue milizie furono costretti a ritirarsi da Chisimaio, seconda città e secondo porto del Paese, che controllavano da anni
Al Shabaab prese le armi dopo che un intervento militare dell&#039;Etiopia in Somalia aveva scacciato da Mogadiscio nel 2006 le corti islamiche che vi avevano insediato una sorta di Governo e incominciato ad avviare una possibile pacificazione. Successivamente, nel 2009, c&#039;era stato il ritiro delle truppe di Addis Abeba e un&#039;intesa per una transizione guidata proprio da quello che era stato il leader delle corti islamiche, cioè Sharif Ahmed. Ma intanto la guerra civile era riesplosa.
E di sicuro non è sta conclusa dal varo del nuovo Governo di Mogadiscio. Ora il Segretario dell’Onu sostiene, o meglio prende atto, che servono nuove truppe, sostegno logistico e di intelligence, elicotteri da attacco per contrastare i successi di al Shabaab, data frettolosamente per sconfitta.
Nonostante il ritiro da Chisimaio – dove la situazione, se possibile, si è persino aggravata - al Shabaab ha infatti dimostrato di aver mantenuta intatta la sua capacità di colpire, con azioni di guerriglia e attentati. Negli ultimi mesi gli attacchi delle milizie radicali islamiche si sono susseguiti sia in Somalia — nella stessa capitale Mogadiscio ce ne sono stati diversi contro le sedi dell’Onu e delle missioni straniere oltre che contro gli esponenti del Governo — sia all’estero. 
Tra questi ultimi ha avuto conseguenze particolarmente sanguinose l’attacco con presa d’ostaggi sferrato in settembre da al Shabaab al centro commerciale Westgate di Nairobi, la capitale del Kenya le cui truppe, entrate nel 2010 in Somalia per una operazione autonoma, lo scorso anno erano state inquadrate nell’Amisom contribuendo in modo determinante al rafforzamento della missione e risultando decisive nell’offensiva su Chisimaio.
«Il deterioramento della situazione della sicurezza minaccia il fragile processo politico della Somalia», ha scritto Ban Ki-moon al Consiglio di sicurezza, aggiungendo che «per riprendere l’iniziativa e evitare ulteriori rovesci, c&#039;è un bisogno urgente di riprendere e rafforzare la campagna militare contro Al Shabaab». Il rafforzamento dell’Amisom — 4.400 soldati da aggiungere agli attuali 18.000 — dovrebbe essere comunque per un tempo limitato: «I rinforzi temporanei dovrebbero aprire la strada in una seconda fase alla partenza di tutte le forze straniere», scrive Ban ki-moon, sostenendo che «di converso, senza l’ulteriore appoggio raccomandato in questa lettera, i nostri investimenti rischiano di venir fatti deragliare».
Sulla durata “temporanea” degli interventi armati internazionali, peraltro, l&#039;esperienza insegna a non riporre eccessiva speranza. ]]></description>
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			<title>Il Vaticano e il conflitto in Siria</title>
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			<description><![CDATA[<strong>Il Vaticano e il conflitto in Siria</strong><br /> 
La cessazione immediata della violenza in Siria; l’avvio della ricostruzione; il dialogo tra le comunità; i progressi nella risoluzione dei conflitti regionali; la partecipazione di tutti gli attori regionali e globali al processo di pace. Sono questi i presupposti e al tempo stesso gli scopi che la conferenza internazionale sulla Siria, fissata per il 22 gennaio prima a Montreux e poi a Ginevra, deve prefiggersi per arrivare a una pace duratura. Lo sostiene la dichiarazione conclusiva, indirizzata a Papa Francesco del seminario sulla crisi siriana tenuto ieri in Vaticano per iniziativa della Pontificia Accademia delle Scienze. Vi hanno partecipato personalità religiose e laiche di tutto il mondo (per l&#039;Italia, c&#039;erano Romano Prodi e l&#039;ambasciatore Antonio Zanardi Landi). 
Il documento, pur in presenza di una situazione drammatica, ha un’impostazione fortemente propositiva. Vi si sostiene, infatti, che l’orrore della violenza e della morte in Siria ha condotto il mondo a una rinnovata riflessione, e quindi a una nuova possibilità di pace. Dopo aver esaminato gli aspetti umanitari, sociali e religiosi che possono e devono favorire la fine del conflitto, il documento sottolineano che la guerra in Siria è stata alimentata dalle rivalità e dalla profonda sfiducia nella regione, più ancora che dai conflitti interni. Di conseguenza, «la conferenza Ginevra 2 deve garantire la partecipazione inclusiva di tutte le parti del conflitto, sia all’interno della regione che oltre». 
In merito, il seminario ha ritenuto particolarmente degno di nota il recente accordo tra l’Iran e i membri permanenti del Consiglio di Sicurezza più la Germania, per raggiungere un consenso sul programma nucleare iraniano. «Questo accordo interinale dà al mondo la grande speranza che il periodo prolungato di grave sfiducia tra l’Iran e altre nazioni della regione e oltre possa ora essere seguito da una nuova era di fiducia e persino di cooperazione». Cosa che avverrebbe anche nel caso di un passo avanti nei negoziati di pace israelo-palestinesi, in corso sotto l’egida degli Stati Uniti.
Di fatto, la diplomazia vaticana, con questa iniziativa, punta a superare gli schemi rigidi di contrapposizioni senza uscite. Del resto, lo aveva già fatto Papa Francesco quando sembrava ormai inevitabile un attacco armato internazionale, guidato dagli Stati Uniti, per la vicenda dell&#039;uso nel conflitto di armi chimiche, attribuito da Washington e da altri all&#039;esercito governativo. 
Di “sparigliare”, come si dice in certi giochi di carte, c&#039;è bisogno anche in questo ben più drammatico gioco di guerra e di interessi. La logica delle contrapposizioni internazionali ha infatti aggravato la situazione siriana. 
Un&#039;analisi senza pregiudizi di quanto accaduto negli ultimi quattro anni – e tale è quella fatta durante i lavori del seminario vaticano – dimostra infatti che crisi in Siria, poi sfociata in guerra civile, è avvenuta in due fasi. La prima, dal gennaio 2011 al marzo 2012, è stata sostanzialmente una questione interna, inscrivibile nel clima della cosiddetta primavera araba. Le proteste contro il Governo di Assad, nate nella concomitanza di una massiccia siccità e di un&#039;impennata dei prezzi, si trasformarono quasi subito in una ribellione, con numerosi reparti militari che si schierarono contro il Governo, costituendo il cosiddetto dato vita all’Esercito siriano libero. Fu la confinante Turchia, probabilmente, il primo Paese esterno a sostenere la ribellione sul campo, offrendo protezione alle forze ribelli lungo la frontiera. 
In ogni caso, nonostante l’escalation di violenza, il numero delle vittime rimase relativamente contenuto. A farle diventare decine di migliaia, e poi centinaia di migliaia, fu la svolta registrata all&#039;inizio di aprile 2012, quando un gruppo di 83 Paesi, guidati dagli Stati Uniti, riconobbero il Consiglio nazionale siriano (oggi confluito nell&#039;omonima coalizione) come interlocutore. Alcuni giorni prima, Assad aveva accettato il piano di pace dell’ex Segretario generale dell’Onu, Kofi Annan, che prevedeva un cessate il fuoco, seguito da una transizione politica negoziata, ma né il presidente siriano né i suoi oppositori vi avevano dato seguito nei fatti. 
Al tempo stesso, l&#039;allora segretario di Stato americano, Hillary Clinton sosteneva che Assad dovesse lasciare il potere entro tempo brevi e certi. Già all&#039;epoca, diversi osservatori notarono come questa dichiarazione mettesse gli Stati Uniti in una situazione di effettiva opposizione all’iniziativa di pace delle Nazioni Unite. 
La Russia e la Cina, oltre a tentare di difendere i propri interessi nella regione, rifiutarono l’idea del cambio di regime in Siria guidato da Washington, sostenendo che l’insistenza sulla destituzione di Assad fosse un ostacolo alla pace e i fatti si sono incaricati di dimostrare che probabilmente era vero. La Russia, comunque tentò un approccio pragmatico per proteggere i propri interessi commerciali in Siria e la propria base navale nel porto di Tartus. Tuttavia continuò a fornire armi al Governo siriano. In seguito, peraltro, emerse chiaramente che altrettanto facevano Stati Uniti e altri Paesi con i ribelli. Di conseguenza, grazie soprattutto alle forze internazionali in campo, la contesa diventò una guerra civile foriera di gravi sviluppi non solo a livello regionale, ma secondo alcuni analisti persino a rischio di innescare una guerra gliobale. 
Come spesso accade, la componente religiosa ha avuto un suo peso. Il conflitto siriano vede contrapposto un Governo che è principalmente alawita, ma include anche alcuni drusi, sunniti e cristiani, contro un’opposizione che è largamente Sunnita, ma include a sua volta alcuni alawiti, drusi e cristiani. Sul piano inernazionale, però, s&#039;inscrive soprattutto nello scontro interno al mondo islamico tra sunniti e sciiti. Oltre alla Russia, a sostenere Assad sono l’Iran sciita, che teme l’espansionismo del wahabismo, una forma di sunnismo estremista, e gli hezbollah sciiti del Libano. L’Arabia Saudita e i Paesi del Golfo persoco contro la cosiddetta mezzaluna sciita” (appunto Iran, Siria ed hezbollah) finanziano i gruppi jihadisti. 
L&#039;uso delle armi chimiche, probabilmente da parte di entrambi i fronti, sebbene le indagini dell&#039;Onu non ne abbiano potuto stabilire la responsabilità, spinsero gli Stati Uniti ad alzare la posta in gioco. Ignorando l&#039;Onu, il Governo di Washington dichiarò di avere prove della colpevolezza di Assad e e si disse intenzionato a intervenire direttamente bombardando la Siria.
A impedire un allargamento del conflitto dagli esiti imprevedibili, ma comunque drammatici, contribuì l&#039;azione di Papa Francesco, che attivò tutti i canali possibilia. «Purtroppo – scrisse nel messaggio indirizzato al presidente russo Vladimir Putin all&#039;apertura del G20 a San Pietrovurgo duole constatare che troppi interessi di parte hanno prevalso da quando è iniziato il conflitto siriano, impedendo di trovare una soluzione che evitasse l’inutile massacro a cui stiamo assistendo». 
Al tempo stesso, indisse e realizzò una giornata di preghiera e digiuno - una pratica che accomuna le tre religioni monoteistiche – lanciando indirettamente un segnale a tutti gli attori del conflitto, invitandoli a concentrarsi sulla volontà di pace e, anche, a comprendere che senza pace tra le religioni non ci sarà pace in Medio Oriente. 
Anche a seguito dell&#039;enorme consenso dei popoli all&#039;iniziativa del Papa, Putin riuscì a convincere il presidente statunitense Barack Obama a fermare il bombardamento, dopo aver negoziato un accordo quadro secondo con il quale Damasco a si impegnava a eliminare il suo arsenale chimico, un impegno che secondo l&#039;Onu è stato rispettato. Del resto, Obama rischiava l&#039;isolamento dopo che i Parlamenti di Londra e Parigi si erano espressi per il no all&#039;attacco militare (nel caso britannico, il voto era vincolante per il Governo).
Sulla possibilità di esito positivo conferenza Ginevra 2 permangono dubbi. La proposta sulla quale negozieranno le delegazioni di Assad e dei ribelli sarà la formazione di un Governo transitorio con delega nel settore militare e della sicurezza. Si discuterà anche sulla possibilità di convocare elezioni e di scrivere una nuova Costituzione. 
L&#039;accordo resta difficile, ma nelle ultime settimane è apparso evidente come gli stessi gruppi ribelli stiano cercando di emarginare le fazioni jihadiste decise a mettere a repentaglio il processo di pace. La ripresa di quresto processo, stavolta con Stati Uniti e Russia dalla stessa parte per frenare le violenze, potrebbe riuscire a tenere il jihadismo (e gli interessi dei mercanti di armi) e a trovare una soluzione pragmatica a lungo termine per le profonde divisioni interne della Siria. E potrebbe ripartire la ricerca di un modus vivendi delle religioni tra loro, oltre appunto a quella di un mutamento deli contrasti tra Occidente ed Iran, dove il nuovo presidente Hassan Rohani si mostra deciso a un cambio di rotta in politica estera.]]></description>
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			<title>Hollande aumenta la presenza militare francese nel continente</title>
			<link>http://www.pierluiginatalia.net/1/hollande_aumenta_la_presenza_militare_francese_nel_continente_9919446.html</link>
			<description><![CDATA[<strong>Hollande aumenta la presenza militare francese nel continente</strong><br />La Costa d’Avorio è stata la prima tappa di una nuova missione in Africa del presidente francese, François Hollande, che lo vedrà impegnato nelle prossime ore anche in Ciad e in Niger. Hollande, accompagnato da tre ministri, quelli di Esteri, Difesa e Sviluppo, alcuni parlamentari e una cinquantina di uomini d’affari, si prefigge da un lato di incrementare i rapporti economici e dall’altro di intensificare la presenza militare francese, soprattutto nel Sahel, con il dichiarato scopo di lottare contro il terrorismo dei gruppi islamisti. Va ricordato che sia in Costa d&#039;Avorio, sia in Niger, sia in Ciad sono presenti da lungo tempo soldati francesi, ha conferma di una politica seguita da sempre da Parigi e che nei due anni di presidenza di Hollande è tutt&#039;altro che mutata, ma ha avuto conferme con gli interventi armati prima in Libia, poi in Mali e infine nella Repubblica Centroafricana. 
Nella prima tappa di questa sua nuova missione, che giovedì lo ha visto partecipare a un forum sullo sviluppo sostenibile tenuto ad Abidjan, la principale città della Costa d’Avorio, le finalità economiche sono apparse predominanti. Nell’ex colonia le aziende francesi sono tuttora in posizione dominante rispetto agli altri investitori internazionali, ma da tempo subiscono la crescente concorrenza di quelle statunitensi e, soprattutto, asiatiche. Le fonti di Parigi non nascondono l’intenzione di non perdere questa posizione di vantaggio in un Paese considerato particolarmente interessante per gli investitori, dato che nei due anni seguiti alla fine del rigurgito di guerra civile e all’insediamento del presidente Alassane Dramane Ouattara il tasso di crescita ivoriano ha oscillato tra l’8 e il nove per cento. 
Con Ouattara e il suo Governo i rappresentanti francesi stanno valutando anche i contratti di rimborso del debito contratto con Parigi, tre miliardi di euro su un periodo di 15 anni, che verranno trasformati in progetti per lo sviluppo e la lotta alla povertà. Al tempo stesso si stanno esaminando i temi della tutela dei diritti umani, della giustizia e della riconciliazione nazionale ivoriana dopo la crisi del 2010-2011 provocata dal rifiuto dell’ex presidente Laurent Gbagbo, oggi imputato davanti alla Corte penale internazionale, di riconoscere la sconfitta elettorale inflittagli da Ouattara. In subordine rispetto ai temi economici sono quelli militari, pure in discussione, dato che la Francia intende trasformare l’operazione Licorne, dispiegata da dodici anni in Costa d’Avorio, in una forza permanente. Ouattara, al cui consolidamento le truppe francesi contribuirono in modo determinante, non ha mai espresso una posizione definitiva sulla questione.
Secondo molti osservatori, dovrebbero essere stati gli aspetti militari a predominare nei colloqui che Hollande ha avuto questo sabato con il presidente del Niger, Mahamadou Issoufou, così come dovrebbe accadere nelle prossime ore con quello del Ciad, Idriss Deby Itno. Va peraltro ricordato che un altro nodo dei rapporti tra Niamey e Parigi, cioè le lunghe trattative che lo scorso maggio hanno portato alla firma di un accordo controverso sull’uranio nigerino, sfruttato da decenni.
Anche in Niger e in Ciad sono dispiegate da tempo truppe francesi, ma ora Parigi intende rendere permanente e più strutturata tale presenza. In quello che considera uno sviluppo necessario dell’intervento armato in Mali contro i gruppi islamisti che ne avevano occupato le regioni settentrionali, Hollande ha già annunciato l’avvio nel Sahel di un nuovo dispositivo di sicurezza, forte di tremila soldati francesi, chiamato Barkhane (significa «duna a forma di mezzaluna sotto l’effetto del vento»). Nella capitale nigerina Niamey verrà potenziata la base dei droni francesi – non a caso destinazione della prima visita fatta da Hollande nella tappa in Niger della sua missione - mentre il quartier generale dell’operazione Barkhane, nella quale saranno integrati i milletrecento soldati tuttora presenti in Mali, oltre un anno dopo il loro originariamente previsto ritiro, sarà invece stabilito nella capitale ciadiana a N’Djamena, già sede dal 1986 dell’operazione Epervier, che ha visto in più occasioni interventi dell’aviazione francese.]]></description>
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			<title>Attentati in Niger estendono la crisi</title>
			<link>http://www.pierluiginatalia.net/1/attentati_in_niger_estendono_la_crisi_8566488.html</link>
			<description><![CDATA[<strong>Attentati in Niger estendono la crisi</strong><br />
 
di Pierluigi Natalia
Gli attentati jihadisti in Niger della settimana scorsa hanno confermato nel Sahel una delle principali aree di crisi del mondo e hanno rinnovato le perplessità sull&#039;efficacia di risposte affidate alle armi. Fra l&#039;altro, non sono stati ancora del tutto chiariti i risultati e la dinamica dell’operazione effettuata nell&#039;area subito dopo da truppe francesi e sulla quale non pochi osservatori sollevano interrogativi. Gli interventi in Libia e in Mali, decisi rispettivamente dal presidente Nicolas Sarcozy e dall&#039;attuale capo di Stato francese, François Hollande, non hanno impedito il rafforzamento jihadista temuto da diversi Governi. Del resto, la connessione tra la crisi del Mali e quanto accaduto in Niger è accertata. Gli attentati, che hanno provocato 25 morti e decine di feriti, sono stati rivendicati dagli stessi jihadisti autori in gennaio della presa d&#039;ostaggi, finita tragicamente nel sito per l’estrazione di gas di In Amenas, in Algeria, gestito della compagnia energetica francese Areva. Anche in Niger uno degli obiettivi degli attacchi (l&#039;altro è stato una campo d&#039;addestramento militare ad Adegas) è stata la miniera di uranio di Somai, nella città di Arlit, cui è concessionaria una sussidiaria di Areva. In entrambi i casi, le rivendicazioni hanno fatto riferimento all’intervento armato francese in Mali, che avrebbe dovuto concludersi entro aprile, ma che finora ha tutt&#039;altro che raggiunto gli obiettivi dichiarati, primi fra tutti la pacificazione e il ripristino della normale convivenza civile.
Sebbene il doppio attentato sia stato il primo episodio del genere nella storia del Niger, non ha sorpreso più di tanto molti osservatori. Il Niger è infatti uno dei territori che più si sono trovati esposti alla crisi apertasi due anni fa dopo l’intervento della Nato in Libia e la caduta del regime di Muammar Gheddafi. I confini nigerini sono tra i più porosi dell&#039;Africa, di un continente cioè che pure vede proprio lungo linee di frontiere – si pensi all&#039;est congolese o alla Somalia – incancrenire da decenni crisi spaventose. Negli ultimi due anni li hanno attraversati un numero imprecisato di miliziani e mercenari, prima in fuga dalla Libia e poi dal Mali. Questo flusso di armi e combattenti ha messo a rischio la fragile stabilità del territorio, già teatro di ribellioni in lotta contro il Governo di Niamey. Poco dopo, a partire dal gennaio 2012, è esplosa la crisi nel vicino Mali, anch’essa favorita dall’accresciuta facilità di ottenere armi di cui hanno beneficiato sia degli indipendentisti tuareg sia dei miliziani jihadisti.
A questo si aggiunge che le scelte geopolitiche e militari del presidente Mahamadou Issoufou hanno fatto del Niger un bersaglio evidente degli attacchi jihadisti, persino più di quanto non fosse l&#039;Algeria, pure dolorosamente colpita, come detto, nel gennaio scorso. Issoufou è stato infatti il primo capo di Stato africano a chiedere un intervento militare internazionale per “salvare il Mali” e il primo a inviare truppe, settecento soldati, a sostegno di quelle francesi nelle operazioni nel nord del Paese confinante.
A spiegare un tale attivismo possono contribuire tanto la cronaca quanto la geografia. Da un lato la già citata porosità dei confini fa temere al Governo di Niamey, come detto già alle prese con gruppi ribelli interni, il “contagio” jihadista. A questo si aggiunge che dall’inizio della crisi maliana decine di migliaia di sfollati da Gao, ma anche cinquecento soldati governativi maliani, hanno trovato ospitalità in Niger, ma causano forti difficoltà a un Paese tra i più colpiti dalla crisi alimentare degli ultimi anni. 
Dall&#039;altro lato c&#039;è la questione dei giacimenti d&#039;uranio del Niger, voce fondamentale dell&#039;economia nazionale e principale motivo dell&#039;interesse al Paese delle potenze occidentali, Francia e Stati Uniti soprattutto, che sono molto vicini ai confini con il nord del Mali. La stessa Niamey dista da Gao circa quattrocento chilometri, mentre più di mille la separano dalla capitale maliana Bamako. Tale vicinanza spiega anche un altro degli impegni che gli occidentali, in questo caso gli Stati Uniti, hanno ottenuto da Issoufou, cioè di stabilire due basi – a Niamey e ad Agadez, quasi alla frontiera maliana – per il sorvolo della regione con droni, gli aerei senza pilota. A questo si aggiunge che il Ciad utilizza il Niger come punto di transito e rifornimento dei propri soldati impegnati sul fronte maliano. Ce ne è abbastanza per spiegare come il Niger sia nel mirino del terrorismo di matrice fondametalista islamica del Sahel.
Meno studiati, a giudizio di molti osservatori, sono i motivi che spingono il Governo di un Paese stremato dalla carestia e in gran parte dipendente dagli aiuti umanitari, a impegnare una parte delle proprie scarse risorse finanziarie in spese militari e soprattutto ad affidare alla forza delle armi le proprie prospettive. Il che riporta, appunto, alle perplessità sugli schemi internazionali di risposta al terrorismo. E sembrano purtroppo destinati a essere facili profeti quanti prevedono per il Sahel un destino simile a quelli di Iraq, Afghanistan o Somalia. Per non parlare di altre zone africane devastate da gruppi armati, come la Nigeria o l&#039;est congolese.]]></description>
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			<title>Avviate a soluzione  le principali crisi continentali</title>
			<link>http://www.pierluiginatalia.net/1/avviate_a_soluzione_le_principali_crisi_continentali_10239708.html</link>
			<description><![CDATA[<strong>Avviate a soluzione  le principali crisi continentali</strong><br /> 
Sembrano destinati a concludersi in questo 2015 due tra le più annose crisi del continente americano, il conflitto civile in Colombia e il contrasto tra Stati Uniti e Cuba. Su entrambi i processi di pacificazione non mancano pericoli e opposizioni, da ascrive comunque soprattutto a posizioni rigide residuali all&#039;interno dei Paesi interessati. Tuttavia, le prospettive generali consentono agli osservatori un ragionevole ottimismo. Per una volta, infatti, alle dichiarazioni dei protagonisti di queste scelte di pace fanno riscontro concreti sviluppi politici. È il caso tanto del negoziato tra il Governo di Bogotà e le Forze armate rivoluzionarie della Colombia (Farc), che pure si protrae all&#039;Avana da ormai oltre due anni, quanto dell’accordo sulla normalizzazione dei rapporti tra Stati Uniti e Cuba, annunciato lo scorso 17 dicembre dai presidenti Barack Obama e Raúl Castro. 
Per rimuovrere l&#039;embargo statunitense a Cuba sono già stati avviati i negoziati, con i colloqui all&#039;Avana del 22 e 23 gennaio tra le delegazioni cubana e statunitense guidate da Josefina Vidal e da Roberta Jacobson.Da metà gennaio è in vigore anche il primo provvedimento esecutivo dell&#039;Amministrazione di Obaba che ha cancellato molte delle restrizioni su viaggi, affari e rimesse finanziarie dall’estero decise durante gli anni del duro confronto tra Washington e l’Avana.
                         I maggiori ostacoli per Obama, peraltro, più che nel negoziato con Cuba sembrano profilarsi sul fronte interno. L&#039;argomento è infatti tra quelli – insieme con l&#039;immigrazione - sui quali si prospetta un inasprimento del contrasto tra il presidente e il Congresso, ormai controllato dai repubblicani. È già stata annunciata una dura opposizione alla proposta di legge presentata nella prima sessione legislativa della Camera nel 2015, sempre a metà gennaio, da un rappresentante democratico dell&#039;Illinois, Robert L. Rush, per sollevare l’embargo. Ileana Ros-Lehtinen, tra l&#039;altro di origine cubana, che nel dibattito alla Camera ha condotto gli interventi della maggioranza repubblicana sulla politica verso l&#039;Avana, non ha usato mezzi termini: «Abbiamo già sconfitto in passato questi tentativi di sollevare l’embargo e sono ottimista sul fatto che lo faremo di nuovo», ha detto.
In ogni caso, i poteri di veto che la Costituzione attribuisce sono tali da consentire a Obama di superare l&#039;ostruzionismo repubblicano al processo di normalizzazione con Cuba. E Obama, come per quanto riguarda la sua riforma volta a regolarizzare la situazione di milioni di immigrati irregolari presenti nel Paese spesso da molti anni, si è detto deciso a usarli. 
Ostacoli non mancano neppure nel processo di pace colombiano, che vede resistenze sia da alcune formazioni non pienamente controllate delle Farc, sia soprattutto tra gli oppositori del presidente Juan Manuel Santos, che non nascondono la contrarietà di considerare i guerriglieri interlocutori e di venire a patti con loro. Tuttavia, Santos ha impresso al negoziato un&#039;ulteriore e forse decisiva accelerazione, dando  istruzione alla delegazione governativa impegnata nelle trattative all&#039;Avana di incentrare i colloqui con quella delle Farc e con i mediatori cubani e norvegesi sul raggiungimento di un cessate il fuoco bilaterale e a tempo indeterminato. In passato, Santos aveva sempre sostenuto che l&#039;esercito non avrebbe interrotto le operazioni contro le Farc prima che fosse sottoscritto un accordo definitivo. Ora, però, ha ammesso che la tregua unilaterale proclamata dalla guerriglia «è stata un passo nella direzione corretta»,  nonché un impegno che le Farc hanno rispettato. Per questo, ha aggiunto, si è incominciato a lavorare «a un accordo sul modo in cui si realizzerà la consegna delle armi e il reinserimento di quanti abbandoneranno la lotta armata». 
Il presidente si dice ottimista anche in merito a un negoziato con l&#039;altra formazione guerrigliera di sinistra, l’Esercito di liberazione nazionale (Eln), con cui il Coverno ha avviato dialoghi esplorativi da un anno. Santos non ha nascosto che manca ancora la parte più difficile, cioè la fine della lotta armata tanto non solo delle Farc ma anche dell&#039;Eln, ma ha garantito che ciò non lo distoglierà dall’obiettivo di «una Colombia senza conflitto che avanzi verso il consolidamento della pace».
Secondo diverse fonti, prospettive di intesa ci sono anche su altri contrasti tra i Paesi americani, certo meno noti, ma comunque anch&#039;essi pluriennali, primo tra tutti l&#039;ultracentenario contenzioso tra Cile e Bolivia riguardo all&#039;accesso di quest&#039;ultima all&#039;oceano Pacifico, di cui è priva da 136 anni e la cui mancanza contribuisce a renderla uno dei Paesi più poveri del continente. Fu proprio il Cile, nel 1879, a strappare alla Bolivia il suo unico accesso al mare, quello di Antofagasta, durante la cosiddetta guerra del Pacifico. Tarda, ma questo potrebbe essere l&#039;anno buono, il pronunciamento dell&#039;Alta Corte di giustizia dell&#039;Aja sulla denuncia presentata lo scorso aprile dal presidente boliviano, Evo Morales. Questi punta su un precedente importante. La Corte dell&#039;Aja, infatti, si è già pronunciata su una vicenda simile, restituendo al Perú una zona marittima ricca di risorse ittiche, strappata anch&#039;essa dal Cile durante la guerra del Pacifico. Ma potrebbero esserci sorprese tali da rendere il giudizio all&#039;Aja pleonastico. Proprio Morales continua infatti a chiedere di sanare le ferite del passato, causate da interessi economici stranieri, per «integrare una volta per tutte due Paesi fratelli che hanno sempre diviso storia, cultura e tradizioni». Soprattutto, Morales chiarisce che non ci saranno soggetti privati internazionali a mettere il discussione gli interessi cileni, dato che «Se la Bolivia riuscirà a ottenerlo non privatizzerà il suo accesso al mare. La Bolivia vuole che i mari appartengano ai popoli, al popolo cileno, al popolo boliviano e a quelle peruviano».
 
 ]]></description>
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			<title>Quello della morte di Ariel Sharon</title>
			<link>http://www.pierluiginatalia.net/1/quello_della_morte_di_ariel_sharon_9339357.html</link>
			<description><![CDATA[<strong>Quello della morte di Ariel Sharon</strong><br />Quello di oggi è stato un “ordinario giorno di guerra”, anche se negli annuari internazionali sarà ricordato, probabilmente, soprattutto per la morte dell’ex premier israeliano Ariel Sharon, uno dei principali protagonisti della storia del suo Paese. Sharon, che il 28 febbraio avrebbe compiuto 86 anni, era in coma da otto anni, in seguito a una grave emorragia cerebrale che lo aveva colpito il 4 gennaio 2006. La sua figura sembra destinata a rimanere controversa. Da un lato fu il responsabile del massacro nel campo profughi palestinese di Sabra e Shatila, nel 1982 in Libano. Ma fu anche il primo ministro che nel 2005 decise il ritiro unilaterale di Israele dalla Striscia di Gaza. 
Né certo, in questi otto anni la pace tra israreliani e palestinesi ha fatto pregressi. Ancora ieri, il Governo israeliano ha pubblicato bandi di appalto per 1.400 nuove case in Cisgiordania e a Gerusalemme est. La decisione, che fa seguito ad altri analoghi annunci avutisi negli ultimi giorni, è stata duramente contestata dai palestinesi. Saeb Erekat, capo negoziatore dell’Olp (l’Organizzazione per la liberazione della Palestina), l’ha definita «un messaggio» diretto a Washington e al suo segretario di Stato, John Kerry, «una forma di sabotaggio contro i suoi sforzi per la pace». È un invito — ha aggiunto Erekat — «a non tornare nella regione per proseguire gli sforzi nei negoziati tra Israele e palestinesi».
Ma non sono solo i palestinesi a protestare. Anche Yar Lapid, il leader del partito centrista Yesh Atid e attuale ministro delle Finanze israeliano, ha criticato la mossa dell’Esecutivo. «Gli appalti — ha dichiarato Lapid — sono solo dichiarazioni di intenti, prive di contenuto: una cattiva idea». Poi ha annunciato che il suo partito farà «il possibile» affinché questo progetto «non venga realizzato». Dichiarazioni significative, queste, tenuto conto del fatto che il partito di Lapid ha un ruolo chiave nella maggioranza che sostiene il Governo di Benjamin Netanyahu, il leader del Likud, il partito cardine della destra israeliana, che Sharon lasciò a suo tempo per fondare, con il labourista Shomon Peres, il Kadima, un nuovo partito che nelle intenzioni avrebbe dovuto raccogliere le parti israeliane più decise a mandare a buon fine il pluridecennale negoziato con i palestinesi. Presentatosi per la prima volta alle elezioni legislative israeliane nel 2013, Yesh Atid ha ottenuto a sorpresa il secondo posto dietro il Likud.
Da New York, intanto, il segretario generale dell’Onu, Ban Ki-moon, non ha nascosto l’allarme per questi sviluppi della situazione: la politica di Netanyahu sugli insediamenti in Cisgiordania e su Gerusalemme est — ha ammonito — «non è solo illegale, ma rappresenta anche un ostacolo alla pace». 
La notizia della morte di Sharon ha fatto modificare l&#039;impaginazione dei giornali e le scalette delle trasmissioni radiotelevisive. Paradossalmente, per un uomo che ha trascorso in guerra tutta la vita, la sua morte è avvenuta in un giorno nel quale non sono stati segnalati fatti di sangue in Israele e nei Territori palestinesi. Eppure, come detto, questo 11 gennaio 2014 è stato, come detto, l&#039;ennesimo “ordinario giorno di guerra” in gran parte del mondo, compresa proprio la tormentata regione mediorientale. Di segito, a riprova, le notizie da tre teatri di stragi
 
IN SIRIA
 
Dopo quasi tre anni di conflitto e nell&#039;incertezza sugli esiti della conferenza di pace convocata per il 22 gennaio prima a Montreux e poi a Ginevra, le popolazioni siriane restano in ostaggio di una crisi spaventosa che in ogni caso appare destinata a comprometterne il futuro sviluppo. È quanto emerge dalle affermazioni fatte ieri dal segretario generale dell&#039;Onu, Ban Ki-moon, durante la tradizionale conferenza stampa di inizio anno al Palazzo di Vetro di New York. Due ospedali su cinque, ha dichiarato il segretario generale, sono stati distrutti e lo stesso è accaduto per molte scuole e altre infrastrutture. «Le parti in guerra devono rendersi conto che hanno ormai perso decenni di sviluppo del loro Paese e che un’intera generazione è a rischio», ha detto Ban Ki-moon, dichiarandosi particolarmente allarmato per gli effetti regionali e globali del conflitto. 
Tra i pochi aspetti positivi, c’è il sostanziale rispetto dei programmi stabiliti dall’Organizzazione per la proibizione delle armi chimiche (Opac) e dall’Onu sulla distruzione dell’arsenale siriano. «Anche se c’è stato un piccolo ritardo, tutto ora sta procedendo secondo i programmi e la missione Onu-Opac sta lavorando giorno e notte per rispettare l’ambiziosa tabella di marcia della distruzione delle armi», ha sottolineato il segretario dell’Onu. Poco prima era stata la responsabile della missione, la diplomatica olandese Sigrid Kaag, a dichiarare in un’intervista all’emittente Al Arabiya che il Governo siriano riuscirà a rispettare il termine del 31 marzo per la consegna di tutte le sue armi chimiche.
La diplomazia internazionale, intanto, tenta di sciogliere i nodi legati alla conferenza di pace, la cosiddetta Ginevra 2, che proiettano ombre sulle sue possibilità di successo. Sembra comunque essere stato raggiunto uno degli obiettivi, quello di avere al tavolo dei negoziati una delegazione sufficientemente rappresentativa dell’opposizione al presidente siriano Bashar Al Assad. Con questo esito, infatti, si sono conclusi due giorni di riunioni, ieri e l’altro ieri a Córdoba, in Spagna, tra diversi gruppi appunto d’opposizione, compresa la Coalizione nazionale siriana, protagonista dell’originaria insurrezione, quasi tre anni fa, contro Assad e considerata il principale interlocutore di tutti quei Paesi che chiedono l’uscita di scena del presidente siriano. 
Resta invece aperta la questione della partecipazione dell’Iran, principale alleato regionale del Governo di Damasco. A opporsi sono sia alcuni Paesi dell’area, come Arabia Saudita, Qatar e Turchia, sia soprattutto gli Stati Uniti, organizzatori della conferenza insieme con l’Onu e la Russia, che al contrario ritengono positiva, se non indispensabile, la presenza di Teheran. Una decisione in merito è attesa dall’incontro, questo lunedì a Parigi, tra l’inviato dell’Onu e della Lega araba, Lakhdar Brahimi, il segretario di Stato americano, John Kerry, e il ministro degli Esteri russo, Serghiei Lavrov. 
Ad accrescere le inquietudini c’è l’intensificazione dei combattimenti sui fronti siriani, con impatti sempre più devastanti sulle popolazioni. Forte preoccupazione in merito ha ribadito il presidente del Comitato internazionale della Croce rossa (Cicr), Peter Maurer, da ieri in Siria per negoziare un maggiore accesso dell’organizzazione alle zone teatro dei combattimenti e ai luoghi di detenzione. Secondo quanto comunicato dal Cicr, Maurer incontrerà a Damasco alti funzionari del Governo siriano e responsabili e volontari della società della Mezzaluna rossa siriana, principale partner del Cicr in Siria. «Le nostre attività si sono ampliate notevolmente nel corso dell’ultimo anno, ma abbiamo bisogno di poter fare molto di più. Sono determinato a fare pressione per ottenere un maggiore accesso per il Cicr e la Mezzaluna Rossa siriana, e in particolare, per migliorare la consegna imparziale di assistenza medica nelle zone assediate» ha dichiarato Maurer al suo arrivo a Damasco. 
Quella in Siria è al momento la più vasta operazione umanitaria del Cicr in termini di risorse impegnate. Secondo le ultime stime dell’Onu, almeno 9,3 milioni di siriani, cioè il 40 per cento della popolazione, hanno bisogno di aiuti umanitari.
 
IN SUD SUDAN
 
Non ci sono ancora svolte nel negoziato ad Addis Abeba per mettere fine alla guerra civile divampata a metà dicembre in Sud Sudan, dove si fronteggiano le forze fedeli al Governo guidato dal presidente Salva Kiir Mayardit e i ribelli che fanno riferimento all’ex vicepresidente Rijek Machar, rimosso dall’incarico lo scorso luglio. 
Mentre gli sforzi diplomatici non sembrano ancora in grado di sbloccare lo stallo negoziale, le uniche notizie delle ultime ore riguardano sviluppi militari, in particolare la riconquista da parte delle forze governative di Bentiu, la capitale dello Stato di Unity, occupata la settimana scorsa dai ribelli. Lo stesso Rijek Machar ha confermato la notizia, promettendo però di tornare all’offensiva. Nello stesso tempo, peraltro, il leader dei ribelli ha confermato il proprio impegno nel negoziato.
Scenari sempre più drammatici, intanto, vengono delineati dalle agenzie dell’Onu e da organizzazioni non governative internazionali. Secondo quanto prospettato ieri dall’alto commissariato dell’Onu per i rifugiati (Unhcr), il numero di sfollati in Sud Sudan potrebbe quasi raddoppiare nei prossimi mesi, passando dai 232.000 attuali a oltre 400.000 entro aprile. L’Unhcr aggiunge che anche il numero di rifugiati nei Paesi vicini continua a crescere e potrebbe salire a 125.000 dai 43.000 che hanno finora varcato le frontiere, in particolare quella meridionale con l’Uganda, ma anche quelle con il Kenya, l’Etiopia e il Sudan. Sempre ieri, l’organizzazione International Crisis Group (Icg) ha sostenuto che in quasi un mese di combattimenti ci sono stati diecimila morti.
 
NELLA REPUBBLICA CENTROAFRICANA
 
Non ha fermato le violenze nella Repubblica Centroafricana la svolta politica registrata ieri con l’abbandono del potere da parte dei leader della coalizione Seleka, responsabile del colpo di Stato che a marzo scorso aveva rovesciato il presidente François Bozizé. Il leader della Seleka, Michel Djotodia, che si era autoproclamato presidente di transizione, e il primo ministro, Nicolas Tiangaye, avevano rassegnato le dimissioni durante il vertice della Comunità economica dell’Africa centrale (Ceeac), concluso ieri a N’Djamena, in Ciad. La notizia era stata accolta nella capitale centroafricana Bangui dai festeggiamenti di migliaia di manifestanti. Nella notte, però, sono di nuovo dilagati gli scontri tra le milizie della Seleka e quelle loro contrapposte. La Croce rossa locale riferisce di almeno tre morti e di saccheggi e incendi, a conferma di come sia sostanzialmente fallito finora il disarmo delle milizie per il quale sono stati dislocati sia i soldati del contingente francese, sia quelli della Misca, la missione originariamente inviata dalla Ceeac e passata lo scorso 19 dicembre, per mandato dell’Onu, sotto la responsabilità dell’Unione africana.
Oggi è previsto l’avvio delle operazioni di sgombero delle migliaia di stranieri africani bloccati nel Paese. In particolare, l’Organizzazione internazionale delle migrazioni (Oim) prevede di rimpatriare oggi con un ponte aereo ottocento dei circa 2.500 cittadini del Ciad, molti dei quali donne e bambini, che si trovano in un campo improvvisato nei pressi dell’aeroporto di Bangui. Sempre secondo l’Oim, sessantamila africani dei Paesi vicini hanno chiesto di essere rimpatriati e oltre la metà — bloccati in zone di confine ad alto rischio — hanno necessità di aiuti urgenti.]]></description>
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			<title>La ripresa dei negoziati tra israeliani e palestinesi</title>
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			<description><![CDATA[<strong>La ripresa dei negoziati tra israeliani e palestinesi</strong><br />
In un contesto regionale profondamente mutato tanto dagli avvenimenti seguiti alle cosiddette primavere arabe tanto dal conflitto che da oltre due anni devasta la Siria — oltre che dagli sviluppi politici in Iran —  riprendono questo 14 agosto i negoziati diretti tra israeliani e palestinesi. Dopo tre anni di interruzione, si torna  cioè a confrontarsi con quella che dalla fine della seconda guerra mondiale è la principale questione mediorientale irrisolta.
Non è un cammino facile. Dopo le speranze più volte andate deluse per quasi quattro decenni, a partire dagli accordi di Camp David del 1978, il processo negoziale appare anchilosato e sembra difficile rimuovere le pregiudiziali reciproche su punti riguardo ai  quali  le posizioni non sono in pratica mutate, a partire dalla questione della sovranità su Gerusalemme, città considerata santa da tutte le tre principali religioni del Medio Oriente,  e da quella degli insediamenti israeliani che continuano ad aumentare in territori che i palestinesi considerano destinati  a formare il loro futuro Stato. 
Le aspettative degli osservatori volgono dunque all’ottimismo meno che in altre occasioni del passato, sebbene sia chiaro come il presidente statunitense Barack Obama abbia fatto della questione una priorità assoluta del suo secondo mandato. Lo dimostrano le numerose missioni condotte nell’area dal suo nuovo segretario di Stato, John Kerry, e la riunione a Washington dello scorso luglio che ha registrato  il consenso delle due parti alla ripresa dei negoziati diretti. 
Ma è anche vero che proprio in questi giorni si registra un livello raramente tanto basso, dalle fine della guerra fredda, dei rapporti tra Stati Uniti e Russia, cioè tra i due protagonisti principali dell’azione diplomatica degli anni scorsi volta ad arrivare alla soluzione dei due Stati, lungo una road map della quale proprio Washington e Mosca, insieme a Onu e Unione europea, loro partner nel cosiddetto quartetto, intendevano farsi garanti. Non è un caso se in questa nuova fase il protagonismo della mediazione sia praticamente in carico all’Amministrazione Obama, al di là delle dichiarazioni di sostegno di altri soggetti internazionali, da ultima l’Alto rappresentante per la politica estera e di sicurezza comune dell’Unione europea,  Catherine Ashton, che ha invitato la parti a  «evitare passi che possono minare il negoziato». 
Il riferimento sembra diretto al Governo israeliano che domenica scorsa  ha alternato  gesti distensivi ad  annunci che hanno invece  riportato tensione. Da un lato è stato approvato il rilascio, entro 48 ore, dei primi 26 dei 104 prigionieri, parte delle  concessioni fissate a Washington in luglio per la ripresa dei negoziati. Dall’altro, nelle stesse ore, il  ministro dell’Edilizia israeliano, Uri Ariel, del partito nazionalista Focolare ebraico, ha annunciato la costruzione di  altre  1.200 unità abitative a   Gerusalemme est e in Cisgiordania, suscitando l’ira dei palestinesi, ma anche critiche di alcune forze politiche israeliane, non solo della sinistra all’opposizione, ma anche governative. Per esempio,  il ministro delle Finanze Yair Lapid  ha parlato di «bastone tra le ruote della pace».
Esplicito in merito è stato anche Kerry in una nota nella quale riafferma che  il Governo di Washington «non accetta la legittimità della continua attività di colonizzazione», pur invitando i palestinesi a «non reagire sfavorevolmente» all’annuncio israeliano per non vanificare la ripresa  del negoziato. 
Su questi colloqui, peraltro,  non peseranno  solo le questioni bilaterali e le scelte di Obama, alla ricerca di risultati significativi in politica estera (e niente lo sarebbe più di un accordo che metta fine al pluridecennale conflitto israelo-palestinese). Un ruolo avrà proprio il contesto attuale, in particolare le crisi in Siria e in Egitto. Soprattutto quest’ultima rappresenta una pesante incognita tanto per gli israeliani quanto per i palestinesi. In merito  ci sono incertezze anche a Washington. Il  numero due del dipartimento di Stato americano, William Burns, ha di recente espresso la sua preoccupazione che l’esercito perda il controllo della situazione e che questa  degeneri nel caos, con l’inasprirsi delle violenze del Sinai, a ridosso della Striscia di Gaza, dove si sta diffondendo l’azione dei gruppi islamisti. 
Se i  consiglieri di Obama continuano a interrogarsi sul proseguimento del sostegno ai militari egiziani, non sembra invece avere dubbi in merito il Governo israeliano, che ha infatti  approvato la scelta di Abdel Fattah El Sissi, vice premier egiziano e ministro della Difesa nell’Esecutivo di El Beblawi, di rafforzare il dispositivo militare  nel Sinai, cosa mai accaduta dall’epoca di  Camp David. Una spiegazione potrebbe venire dal  legame storico tra Hamas e i Fratelli musulmani: il destituito presidente Mursi è stato infatti accusato di aver complottato con esponenti del movimento che controlla Gaza, il cui statuto prevede la cancellazione di Israele e la costituzione di uno Stato islamico palestinese.
In ogni caso, alcuni osservatori ritengono che lo stallo della diplomazia internazionale sulla questione siriana e il braccio di ferro in Egitto tra islamisti e militari potrebbero mettere la questione israelo-palestinese in questo momento in secondo piano o, peggio, provocare effetti negativi. Altri  sottolineano,  però,  come il leader israeliano  Benjamin Netanyahu e quello palestinese Abu Mazen siano coscienti della necessità di dialogare proprio per evitare che Israele e Territori palestinesi subiscano le conseguenze di tale situazione regionale di instabilità. Del resto, l’impegno a  trasformare una crisi in un’opportunità è da sempre uno dei modi per fare passi di pace, per anchilosati che siano.  
Sullo sfondo resta la questione dell’Iran,  che il Governo israeliano continua a ritenere la principale minaccia da cui guardarsi e dove ancora non si è chiarito che svolta e di che tipo sia realmente destinata a rappresentare l’elezione alla presidenza di Hassan Rohani. ]]></description>
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			<title>A cinque  mesi dale elezioni presidenziali le forze politiche si riposizionano</title>
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			<description><![CDATA[<strong>A cinque  mesi dale elezioni presidenziali le forze politiche si riposizionano</strong><br /> 
Alle elezioni presidenziali e parlamentari in Costa d&#039;Avorio mancano ancora cinque mesi, ma è già in atto un riposizionamento delle forze politiche che ne potrebbe rendere non scontato l&#039;esito. Il fatto veramente nuovo, però, è il ritorno alla politica di un Paese uscito da meno di quattro anni da un conflitto civile segnato da stragi e gravi violazioni dei diritti umani. Per la prima volta dall’inizio di questo secolo, infatti, il pericolo di un rigurgito di violenze non sembra incombere sulle elezioni.
A giudizio concorde degli osservatori resta comunque favorito l&#039;attuale presidente Alassane Dramane Ouattara, ricandidato durante il fine settimana scorso dal suo partito, il Raggruppamento dei repubblicani (Rdr), che ha tenuto un apposito congresso straordinario ad Abidjan, la maggiore città del Paese.
Ouattarà era stato dichiarato vincitore delle elezioni del 2010, ma riuscì a insediarsi al potere solo nell&#039;aprile del 2011, dopo cinque mesi di rigurgito della guerra civile. Il presidente uscente, Laurent Gbagbo, oggi sotto processo davanti alla Corte penale internazionale proprio per i crimini commessi in quel periodo, aveva infatti rifiutato di accettare l&#039;esito delle urne, certificato dagli osservatori internazionali. Dopo la cattura di Gbagbo da parte delle milizie di Ouattara, appoggiate dai caschi blu della missione dell&#039;Onu e dai militari del contingente che la Francia mantiene da decenni nell&#039;ex colonia, era stato avviato un processo di normalizzazione, con un tentativo di riconciliazione nazionale. 
Lo stesso Ouattara aveva dichiarato di considerare proprio questo il suo compito principale e oggi rivendica risultati in questo senso. Tuttavia, in quasi quattro anni non sono mancate critiche al presidente anche da parte delle forze che lo sostengono e ora, in vista delle elezioni, si assiste appunto a un riposizionamento sia nell’ambito dell’opposizione sia in quello della maggioranza. 
In questi quasi quattro anni, comunque, non sono mancate critiche al presidente interne alla coalizione che lo sostiene e ora, in vista delle elezioni, alle dichiarazioni fanno seguito iniziative politiche. Quella più rilevante riguarda il Partito democratico della Costa d’Avorio (Pdci), fondato da Félix Houphouët-Boigny, che governò il Paese dall’indipendenza dalla Francia nel 1960 fino alla morte nel 1993 (nel primo trentennio il Pdci fu partito unico, dato che il multipartitismo in Costa d&#039;Avorio fu introdotto solo nel 1990, e conservò la maggioranza assoluta per i successivi nove anni). 
Questa volta la direzione del Pdci ha stabilito a maggioranza di non presentare candidati al primo turno delle presidenziali, facendo convergere i suoi voti su Ouattara. La decisione ha spaccato il partito e ha spinto alcuni dirigenti — compreso l’ex primo ministro Charles Konan Banny — a dar vita nei giorni scorsi a una coalizione con dissidenti del Fronte popolare ivoriano (Fpi, principale partito d’opposizione, a suo tempo guidato da Gbagbo) e di altre forze politiche, con il dichiarato obiettivo di «impedire una vittoria troppo facile» del presidente in carica. La nuova aggregazione sembra avere come principale promotore Mamadou Coulibaly, che è stato a capo del Parlamento sotto la presidenza di Gbagbo. Coulibaly ha però precisato di non voler raccogliere solo i vecchi sostenitori di Gbagbo, ma tutti «i delusi, secondo i quali Ouattara non merita un secondo mandato».
In ogni caso, si tratta di un fatto nuovo della politica ivoriana che ha già provocato lacerazioni nei principali partiti. Oltre appunto che dal Pdci, sembrano destinati a convergere nella nuova formazione anche molti altri esponenti dall’Fpi, oppositori interni dell’attuale leader Pascal Affi N’Guessan. E non mancano osservatori convinti che nei prossimi mesi potrebbero registrarsi crepe anche all&#039;interno dell&#039;Rdr di Ouattara, nonostante l&#039;unanimità plebiscitaria registrata al congresso straordinario.]]></description>
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			<title>Le elezioni in Mali</title>
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			<description><![CDATA[<strong>Le elezioni in Mali</strong><br />Le elezioni generali di  questa domenica 28 luglio in Mali, fortemente volute da diversi soggetti interni e internazionali — a partire dall’Onu, dalla Comunità economica degli Stati dell’Africa Occidentale (Ecowas nell’acronimo in inglese) e dalla Francia —  devono in teoria mettere fine alla transizione e normalizzare il Paese. Ma diversi osservatori nutrono forti dubbi sia sulla possibilità di raggiungere lo scopo, sia, più in generale, sul contenimento di una crisi per la quale l’intervento armato francese e i successivi dispiegamenti prima di una forza dell’Ecowas e poi di una missione dell’Onu sono stati tutt’altro che risolutivi. Le popolazioni maliane, come tutte quelle  del Sahel, restano infatti in condizioni drammatiche,  rese ancora più difficili da  un quinquennio di crisi economica globale.
L’azione  francese ha avuto un sostanziale appoggio dei Governi dell’area e della comunità internazionale. L’argomento è stato la necessità di lottare contro il terrorismo internazionale di matrice fondamentalista islamica. Alcuni, come  il responsabile degli affari politici dell’Onu, Jeffrey Feltman,   hanno però parlato di soluzione né semplice né veloce, ammonendo che le azioni militari devono essere coordinate con cambiamenti politici. 
I dubbi sul voto del 28 luglio riguardano  proprio questo aspetto.  Malgrado il silenzio calato sulle operazioni militari nel nord — dove sono ancora presenti e combattono  le forze francesi — la situazione è tale da far sorgere forti perplessità sulla regolarità del voto. La stessa commissione elettorale ha ammesso che non si è potuto  consegnare  il  certificato elettorale a un’altissima percentuale di  cittadini, compresi quelli rifugiati in diversi Paesi confinanti.
Ce ne è abbastanza per dubitare che possa ritenersi conclusa la  transizione avviata dopo il  colpo di Stato messo in atto il 22 marzo 2012 nella capitale maliana Bamako da reparti militari guidati dal capitano Amadou Haya Sanogo. I golpisti, che avevano  rovesciato il presidente Amadou Toumani Touré, avevano poi dovuto accettare appunto   di avviare una transizione,  sotto pressione internazionale. Capo di Stato ad interim era stato nominato   l’ex presidente del Parlamento, Diacoumba Traoré, e primo ministro  Modibo Diarra. Quest’ultimo, però, era  stato ben presto rovesciato  anch’egli  dai militari al comando di Sanogo, che aveva così dimostrato di mantenere intatto il suo controllo sul Governo. 
Anche questo rende  evidenti  le ombre che si proiettano sulla possibilità di un vero dialogo nazionale per ricostruire la pace. Autorevoli fonti internazionali, dall’alto commissariato dell’Onu per i rifugiati alla Corte penale internazionale, hanno denunciato l’aumento di tensioni e violenze  tra comunità etniche in diverse aree del Mali. Tuareg e arabi, in particolare, accusati da altri gruppi di sostenere la ribellione separatista, sono stati fatti oggetto di vendette da parte dei militari maliani, tutti appartenenti alle etnie nere del sud, che hanno affiancato i francesi nella riconquista delle regioni settentrionali.
In questo contesto, molti osservatori nutrono dubbi anche sulla reale legittimità delle autorità che usciranno dal voto del 28 luglio. Significativo è stato anche il ritiro dalla corsa alla presidenza di uno dei 28 candidati, quel  Tiébilé Dramé che il mese scorso aveva firmato a nome del Governo di transizione di Bamako l’accordo di pace con i tuareg del Movimento nazionale di liberazione dell’Azawad  e dell’Alto consiglio per l’unità dell’Azawad, i due gruppi in  posizione dominante a Kidal, il capoluogo principale del nord, dopo il ritiro delle milizie jihadiste,  che restano comunque asserragliate sui massicci montuosi settentrionali. «Voler mantenere la data del 28 luglio significa privare numerosi cittadini maliani del loro diritto di voto»,  ha detto infatti  Dramé, annunciando il ritiro della sua candidatura.]]></description>
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			<title>Ostacoli a soluzioni pacifiche in Siria</title>
			<link>http://www.pierluiginatalia.net/1/ostacoli_a_soluzioni_pacifiche_in_siria_8842213.html</link>
			<description><![CDATA[<strong>Ostacoli a soluzioni pacifiche in Siria</strong><br /> 
C&#039;è un susseguirsi di notizie - non del tutto verificabili e soprattutto sospette di manipolazione – che accrescono gli ostacoli della necessaria e importante fatica della diplomazia per dare una soluzione politica e pacifica alla incancrenita tragedia siriana. Sulle agenzie di stampa rimbalzano informazioni su movimenti di truppe e su spostamenti di armi chimiche in Siria, oltre che di accentuate presenze di navi da guerra russe e occidentali in Mediterraneo, proprio mentre si fa più urgente il bisogno di pace delle popolazioni siriane, ostaggio di un conflitto che – armi chimiche o meno – ha già provocato oltre centomila morti e ha ridotto più di sei milioni di persone, un terzo dei siriani, alla condizione di profugo, tra sfollati interni e più di due milioni di rifugiati all&#039;estero. In merito, una conferma è venuta oggi a Ginevra, con un nuovo dato diffuso dall&#039;alto commissariato dell&#039;Onu per i rifugiati: nella sola Sicilia dall&#039;inizio di agosto sono sbarcati oltre 3.300 persone in fuga dalla Siria, compresi 230 bambini. Intanto è l&#039;Onu a certificare una deriva sempre più feroce del conflitto in Siria, persino con «attacchi sistematici contro gli ospedali». 
Sempre da Ginevra, dove sono in corso colloqui tra il ministro degli Esteri russo, Serghiei Lavrov, e il segretario di Stato americano, John Kerry — ai quali si è aggiunto oggi il rappresentante per la Siria dell’Onu e della Lega araba, Lakhdar Brahimi — lo stesso Kerry ha riferito che un nuovo incontro tra Stati Uniti e Russia ci sarà il 28 settembre a New York, a margine dell’Assemblea generale dell’Onu. In quell’occasione potrebbe essere annunciata la data della già tante volte rinviata Conferenza internazionale di pace, la cosiddetta Ginevra 2. Nei mesi scorsi — prima dell’offensiva dell’esercito siriano che era sembrata sul punto di sconfiggere i ribelli e prima che questi ultimi diffondessero immagini sul presunto attacco con armi chimiche sferrato dall’esercito il 21 agosto alla periferia di Damasco — a farsi promotori della conferenza, insieme con l’Onu, erano stati proprio i Governi di Washington e di Mosca.
Nel frattempo, la decisione del presidente siriano, Bashar Al Assad, di sottoscrivere la convenzione internazionale sulla messa al bando delle armi chimiche è stata accolta con favore dal segretario generale dell’Onu, Ban Ki-moon, che del trattato relativo è depositario e che da tempo ha fatto appello affinché vi aderiscano tutti i Paesi. Secondo una nota del Palazzo di vetro, inoltre, gli ultimi sviluppi della situazione siriana fanno sperare a Ban Ki-moon che «i colloqui in corso a Ginevra portino in tempi brevi a un accordo condiviso e sostenuto da tutta la comunità internazionale».
Di possibilità in questo senso ha parlato Lavrov. Il ministro russo ha detto che definire e mettere in atto «un sistema per rintracciare e distruggere le armi chimiche siriane eliminerebbe ogni motivo di attacco militare da parte degli Stati Uniti o di altri Paesi» e ha ribadito la determinazione di Mosca a trovare un compromesso che possa essere recepito in sede di Consiglio di sicurezza dell’Onu. Anche Kerry ha sottolineato che «la diplomazia può evitare un attacco e un’intesa può salvare vite umane», ma ha ammonito che «le parole non bastano. Russia e Siria devono mantenere le promesse», aggiungendo che se l’intesa dovesse fallire «l’uso della forza sarà necessario». 
In attesa del rapporto sull’uso di armi chimiche in Siria che sarà presentato lunedì dagli ispettori dell’Onu, le posizioni di Russia e Stati Uniti restano divergenti. Secondo Washington, solo il Governo di Damasco può essere responsabile dei avere usato gas nervini, mentre Mosca afferma che a farlo sono stati i ribelli, come ha ribadito lo stesso presidente russo, Vladimir Putin, in un articolo pubblicato sul New York Times. Il portavoce della Casa Bianca, Jay Carney, ha detto che in questa posizione la Russia sarebbe «isolata e sola», mentre quella del dipartimento di Stato, Marie Harf, ha definito «assurda» l’affermazione di Putin. Harf ha espresso inoltre la convinzione statunitense che Assad non debba essere parte del futuro politico della Siria, riportando nel tema negoziale un argomento che potrebbe bloccare, dato il prevedibile veto di Russia e probabilmente Cina, la risoluzione del Consiglio di sicurezza dell&#039;Onu alla quale si sta lavorando per recepire la proposta russa, come detto accettata da Damasco, di porre l&#039;arsenale chimico siriano sotto controllo internazionale per poi distruggerlo. 
Del resto, quella di Harf sembra a molti più una dichiarazione ad uso delle opposizioni siriane – ad esclusione ovviamente degli eòlenti jihadisti della rivolta - e dei Paesi che le appoggiano, in particolare Arabia Saudita e Qatar, che un vero progetto politico statunitense. Tanto vale che poche ore dopo lo stesso Kerry, annunciando il progetto di rilancio della conferenza, ha fatto esplicito riferimento al fatto che debbano parteciparvi tanto Assad quanto le opposizioni politiche
La questione delle armi fornite ai ribelli, chimiche e no, resta comunque argomento di discussione, dato che Assad, nell’annunciare l’adesione al trattato sulle armi chimiche e la disponibilità a mettere il suo arsenale sotto controllo, ha aggiunto che deve interrompersi, oltre alla minaccia di attacco di Washington, l’aiuto militare dato ai ribelli da Stati Uniti e altri Paesi. Questa posizione è sostenuta anche da Mosca e, secondo fonti diplomatiche all’Onu non confermate ufficialmente, potrebbe avere in sede di Consiglio di sicurezza l’avallo della Cina, anch’essa contraria a una risoluzione che indichi l’esclusiva responsabilità di Assad. A Pechino si recherà domenica il ministro degli Esteri francese, Laurent Fabius, che sulla via del ritorno farà tappa a Mosca.

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			<title>La Chiesa cattolica nel quarto anno di pontificato di Francesco</title>
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			<description><![CDATA[<strong>La Chiesa cattolica nel quarto anno di pontificato di Francesco</strong><br /> 
Ecclesia semper reformanda est (la Chiesa è sempre da riformare) è storicamente un&#039;affermazione del protestantesimo, ma nel suo significato profondo e nel suo afflato profetico è parte irrinunciabile dell&#039;esperienza cristiana, cattolicesimo compreso. Sembrerebbe una considerazione banale, ma un po&#039; di riflessione, in questa domenica che apre il quarto anno di pontificato di Papa Francesco, aldilà delle celebrazioni e delle acclamazioni generiche, aiuta alcuni a interrogarsi, evangelicamente, sui segni dei dei tempi in questa fase della storia. 
Il termine riforma è da sempre un po&#039; ostico alle orecchie delle gerarchie cattoliche. Persino Papi di assoluta statura intellettuale - si pensi a Paolo VI – hanno usato nell&#039;impiegarlo una cautela che qualcuno potrebbe leggere come perplessità. Bergoglio non si è fatto mai problemi a ricorrervi, a farne anzi una cifra del suo pontificato.
Se ci stia riuscendo è un&#039;altra questione. Sotto gli aspetti organizzativi – la cosiddetta riforma della Curia vaticana – i segnali sembrano ad alcuni tutt&#039;altro che incoraggianti. Tre anni fa, nell&#039;ultima esortazione prima che i cardinali si riunissero in conclave, il maltese Prosper Gech parlò ai suoi confratelli chiamati a scegliere il Vescovo di Roma dopo lo shok della rinuncia di Benedetto XVI, di tradimento, peccato pervasivo (non solo per quanto riguarda gli abusi sessuali), e si spinse a delineare una diffusione di atteggiamenti scismatici. E il riferimento non era a fenomeni di retroguardia, a groppuscoli secondo i quali essere cattolici significa celebrare la Messa in latino o vestire i preti con la gonna 
Era invece la presa d&#039;atto di quello che i sociologi della religione definiscono da tempo un crescente silenzioso atteggiamento di rottura, appunto uno scisma, sia pure silenzioso, tra magistero della Chiesa e vita dei fedeli. E il punto, come sempre del resto, è quello è quello dei comportamenti individuali, della testimonianza. Dell&#039;immagine, come si dice oggi, che la Chiesa proietta di sé nell&#039;opinione pubblica, e del modo in cui le parole si traducono in fatti.
Tre anni dopo, la situazione non mostra sostanziali cambiamenti e i segnali in questo senso, che pure ci sono, appaiono a molti più legati alla testimonianza personale di Bergoglio che a un reale lievitare di un convincimento diffuso. La curia romana, per fortuna, non è la Chiesa. Ma pure questo strumento, necessario, dell&#039;azione del Papa, costituisce uno spaccato significativo degli sviluppi ecchesiali e un punto d&#039;osservazione che non può essere trascurato.
Ed è, come tutte le burocrazie, una struttura che tende all&#039;autoconservazione, refrattaria ai cambiamenti. Ad alcuni osservatori la riforma volta a realizzare sempre più una Chiesa povera e per i poveri che Bergoglio auspica sembra persino aver peggiorato la situazione, almeno per ora e almeno nella curia romana. Se in Vaticano si facessero sondaggi d&#039;opinione, aldilà delle dichiarazioni di facciatia, il gradimento di Bergoglio (o meglio della situazione di quella che resta comunque una corte) riserverebbe qualche sorpresa. Chiariamo: una subordinazione del laicato, cioè del popolo di Dio, al clero, in Vaticano è da sempre la norma. Tolte poche eccezioni – e chi scrive è stato per anni fra queste – la considerazione del ruolo lavorativo e del servizio svolto è sempre passata in secondo piano rispetto allo status ecclesiale. Negli ultimi anni, però, quelli dell&#039;ultimo Wojtyla malato, di Ratzinger e ancora di Bergoglio, in molti hanno annotato un allargamento – per ricorrere a categorie che appartengono alla politica e non all&#039;ecclesiologia – della forbice tra chi ha potere e chi non lo ha e persino tra arbitrio e diritto.
Ma tra i segni dei tempi non mancano quelli di speranza. Se il pontificato di Papa Francesco non è privo delle spine del governo interno, certo la curia sta dando un contributo - poco raccontato, ma rilevante - al compito di portare al mondo l&#039;azione papale, specialmente nel campo di quella “diplomazia della misericordia” della quale il pontefice ha fatto un caposaldo del suo magistero. Basti pensare alla mediazione vaticana tra Stati Uniti e Cuba o al lavoro cruciale svolto con la Cina, un lavoro nel quale altre diplomazie sembrano da tempo non sapere come muoversi. Per non parlare dei rapporti con l&#039;islam e della barra dritta, lungo la rotta dei diritti dell&#039;uomo, tenuta sulla cosiddetta questione migranti, siano essi in Mediterraneo, in Asia o al confine tra Messico e Stati Uniti.
In estrema sintesi, con Bergoglio si sta compiendo forse definitivamente quel processo, aperto da concilio Vaticano II, di separazione da un occidentalismo a lungo ritenuto identitario del cattolicesimo e rivelatosi più volte nella storia prodromo a scontri di civiltà. La strategia diplomatica della Santa Sede, per dirla con il direttore della Civiltà Cattolica, Antonio Spadaro, gesuita come Bergoglio rinuncia «a una concezione “costantiniana” che cerca un partito, se non un impero, cattolico. Per Francesco, invece, la Chiesa deve essere “in uscita, mai escludente”».


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			<title>Vertice continentale su gruppi armati e terrorismo</title>
			<link>http://www.pierluiginatalia.net/1/vertice_continentale_su_gruppi_armati_e_terrorismo_9875176.html</link>
			<description><![CDATA[<strong>Vertice continentale su gruppi armati e terrorismo</strong><br /> La questione dei gruppi armati e della minaccia del terrorismo si sta imponendo in queste ore come prioritaria al 23° vertice dei capi di Stato e di Governo dei Paesi dell’Unione africana, che si concluderà domani a Malabo, la capitale della Guinea equatoriale. Il tema ufficiale del vertice è «Agricoltura e sicurezza alimentare in Africa», ma sin dall’inizio delle riunioni preparatorie le discussioni sono state dominate dalle crisi legate all’attività, spesso di tipo terroristico, dei gruppi armati presenti in diversi Paesi, in particolare in Nigeria, Mali, Repubblica Democratica del Congo, Repubblica Centroafricana, Somalia e Sudan. Lo stesso presidente di turno dell’Unione africana, il capo di Stato mauritano Mohamed Ould Abdel Aziz, ne ha preso atto nel suo discorso introduttivo del vertice, ieri sera, evidenziando come prima cosa la gravità delle «minacce costituite dal terrorismo, dalla grande criminalità e dai traffici illeciti», prima ancora che affrontare il tema della sicurezza alimentare. 
 
La questione del peacekeeping in Africa è complessa. Negli ultimi anni sono aumentale le difficoltà nel fornire le missioni di pace non tanto di personale, quanto di strumenti adeguati, per esempio elicotteri e aerei da ricognizione, il cui impiego comporta costi difficilmente sostenibili dai Paesi del continente. L’Unione africana gestisce in proprio, per esempio in Somalia, o in collaborazione con l’Onu, come nella regione occidentale sudanese del Darfur, diverse missioni continentali e, in ogni caso fornisce caschi blu a quelle sotto il diretto comando del Palazzo di Vetro. 
 
È il caso, per esempio, della Minusca, la missione dispiegata in Mali della quale proprio due giorni fa il Consiglio di sicurezza dell’Onu ha prolungato di un anno e ampliato il mandato. Nel testo di una risoluzione approvata mercoledì pomeriggio a New York si chiede ai militari di estendere le loro attività nel nord del Paese «attraverso operazioni di pattuglia a largo raggio, al di fuori dei centri urbani, nelle aree dove i civili sono a rischio». Nel documento si afferma che la Minusca, oltre a contare su un massimo di 11.200 soldati e 1440 poliziotti, impiegherà anche droni, gli aerei senza pilota, con compiti di sorveglianza a largo raggio, sull’esempio di quanto già accade nella Repubblica Democratica del Congo. E questo comporta appunto forniture e finanziamenti al di là delle possibilità dei Paesi africani.
 
A questo si aggiungono il mancato coordinamento e i rapporti spesso difficili con i contingenti inviati autonomamente da alcuni Paesi. È stato in Somalia il caso del Kenya, che ha inviato truppe per un&#039;operazione autonoma poi incorporate nell’Amisom, la missione dell’Unione africana. Tra l&#039;altro, proprio le truppe kenyote (in particolare marina e aviazione) sono state determinanti per quella che un anno e mezzo fa la comunità internazionale definì con almeno una qualche precipitazione la sconfitta delle milizie radicali islamiche di al Shabaab. Queste ultime, originariamente espressione delle Corti islamiche che avevano governato a Mogadiscio prima di essere costrette a lasciare il potere dall’intervento armato dell’Etiopia, furono all&#039;epoca scacciate anche da Chisimaio, seconda città e secondo porto della Somalia, che avevano controllato per anni, grazie appunto al determinante apporto delle truppe di Nairobi. La presunta sconfitta, peraltro, è stata tutt&#039;altro che tale, dato che al Shabaab ha dimostrato da allora di aver mantenuto intatta la propria capacità di colpire, sia con azioni di guerriglia (di un loro attacco a reparti dell&#039;Amison a Buulobarde, a nord di Mogadiscio, giunge notizia proprio in queste ore), sia con azioni di terrorismo, in patria e all&#039;estero, soprattutto proprio in Kenya. 
 
Le truppe africane di peacekeeping, inoltre, non hanno mai raggiunto un efficace coordinamento con i contingenti i francesi presenti nello stesso Mali e nella Repubblica Centroafricana, dove opera la Misca, la missione africana destinata a sua volta a passare dal prossimo settembre sotto la responsabilità dell’Onu. 
 
La questione del peacekeeping, in situazioni di crisi complesse, richiede una riflessione che non può essere solo africana, ma deve investire l&#039;Onu nel suo complesso. Soprattutto si tratta di stabilire le priorità di difesa (e le relative politiche industriali), ma anche i protocolli di intervento, il cosiddetto mandato del Consiglio di sicurezza, e il relativo addestramento. 
 
In questo senso un contributo africano è stato annunciato proprio oggi ad Addis Abeba, che dell’Unione africana è sede, ma in questo caso per iniziativa del Governo locale. Si tratta dell’avvio della costruzione del «Centro etiopico di addestramento per il peacekeeping internazionale». Il centro preparerà mille operatori l’anno, militari o civili, provenienti da Paesi africani, ma anche da altri continenti.
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			<title>Scelto il nuovo Parlamento di Strasburgo</title>
			<link>http://www.pierluiginatalia.net/1/scelto_il_nuovo_parlamento_di_strasburgo_9798123.html</link>
			<description><![CDATA[<strong>Scelto il nuovo Parlamento di Strasburgo</strong><br />
 
L&#039;Europa dei popoli, che era il sogno visionario del socialista Altiero Spinelli, la fecero tre democristiani, il francese Robert Shuman, il tedesco Konrad Adenauer e l&#039;Italiano Alcide De Gasperi. Dopo la caduta del muro di Berlino, furono ancora cattolici e socialisti a credere nell&#039;allargamento dell&#039;Unione, di fronte alle resistenze dei liberali, oltre che degli euroscettici, a partire dai conservatori inglesi, e dei nazionalisti di diversa estrazione. Da un decennio a questa parte, anche più, i destini dell&#039;integrazione e dello sviluppo europeo sono stati affidati affidati di fatto, a Paesi che hanno visto maggioranze politiche soprattutto di centro-destra, alla burocrazia e alla finanza. 
Queste ultime elezioni europee sono state una specie di redde rationen. I post democristiani (l&#039;attuale Ppe con Shuman, Adenauer e De Gasperi ha poco a che fare), pur restando il primo partito, hanno perso più un quarto dei voti e dei deputati. L&#039;alleanza dei progressista dei socialisti e democratici (S&D), cioè la formazione erede del Partito socialista europeo, resta seconda e ha anch&#039;essa perso consensi. Fra l&#039;altro, a drenare l&#039;emorragia di S&D è stato soprattutto il risultato del Partito democratico italiano (e solo in parte quello dei socialdemocratici tedeschi. E va ricordado che il Pd, fondato a suo tempo dal democristiano Romano Prodi e oggi guidato dal postdemocristiano Matteo Renzi, non è proprio direttamente iscrivibile alla tradizione del Partito socialista europeo (Pse). La nuova dicitura, appunto S&D, del gruppo parlamentate si deve infatti proprio al Pd italiano, che nel Pse non sarebbe entrato. I liberali, i conservatori e i verdi hanno perso a loro volta terreno.
A vincere (almeno quel tipo di successo figlio della protesta) sono stati dunque nazionalisti ed forze politiche dichiaratamente anti Unione europea, che complessivamente conquistano nel parlamento di Strasburgo quasi un centinaio di seggi, ai quali se ne aggiungono una quarantina di euroscettici o non meglio definiti, come l&#039;italiano Movimento 5 stelle. 
L’autentico terremoto politico anti-Ue è partito dalla Francia, con la clamorosa, anche se annunciata, affermazione del Fronte nazionale (25 per cento). Secondo il centrodestra dell’Ump (21 per cento) e addirittura terzi (14 per cento) i socialisti del presidente, François Hollande. Un tracollo senza precedenti. La seconda clamorosa faglia del sisma c&#039;è stata in Gran Bretagna, dopo che l’Ukip (dichiaratamente anti-Ue) è decollato al primo posto con 24 deputati (ben 11 in più rispetto al 2009). Secondi i laburisti con 20 seggi (più sette), seguiti dai Tory del premier Cameron con 19 deputati (sette in meno). Quasi scomparsi i liberaldemocratici di Nick Clegg, alleati nella coalizione con Cameron, che hanno perso nove seggi e ne hanno conservato solo uno È la prima volta dal 1906 che il voto in Gran Bretagna non premia conservatori o laburisti.
In Germania, tiene la grande coalizione guidata da Angela Merkel, che è stata negli altrui Paesi il principale bersaglio delle campagne antisistema.. La Cdu-Csu, infatti, è sempre la prima formazione tedesca, riportando il 36 per cento dei voti. Di rilievo anche il risultato dei socialdemocratici dell’Spd, ma la vera novità è rappresentata dagli euroscettici dell’Alternative für Deutschland, che sarebbero al 7 per cento. 
Questa e le altre formazioni premiate dalla protesta con un complesso di oltre centotrenta seggi non possono peraltro essere sommate, dato che la loro forza complessiva rilevante non è né può essere destinata a tradursi in un blocco omogeneo. Gli euroscettici guidati dall’Ukip britannico di Nigel Farage, che hanno 36 seggi, hanno poco a che spartire con i partiti alleati del Fronte nazionale di Marine le Pen, della Fpö austriaca, dell&#039;oldandese Pvv, e dell&#039;italiana Lega, che dovrebbero formare un gruppo di una quarantina di deputati.
Tra l&#039;altro, le affermazioni di queste forze, come hanno dimostrato le reazioni interne al voto, hanno risposto più a criteri di politica interna (clamoroso in Francia il tracollo del Partito socialista vincitore delle ultime presidenziali e delle ultime politiche) che a un effettivo pronunciamento dell&#039;elettorato sull&#039;Europa.
Ma forse sarebbe il caso di dire su “questa” Europa. In ascesa, per la prima volta da decenni, è infatti anche la cosiddetta sinistra radicale, presentatasi con una lista “Per l&#039;altra Europa” guidata dal greco Tsipras, leader di Syriza, il partito vincitore nel suo Paese. In questo caso, l&#039;opposizione è politica in senso proprio, con una contestazione radicale allle degenerazioni del sisatema liberista che hanno provocato le devastazioni dell&#039;ultimo quinquennio. E forse non è un caso se anche in Italia, dopo la crisi degli ultimi anni, la lista, per inciso guidata, tra gli altri, dalla figlia di Spinelli, è riuscita a superare la soglia di sbarramento.
Tra i Paesi più popolosi, e quindi con più deputati, l&#039;unica eccezione, insieme con la Germania, alle sconfitte governative viene proprio dall&#039;Italia, dove il Pd di Renzi ha superato il 40 per cento dei consensi, un risultato mai raggiunto dai tempi della Democrazia Cristiana. Né a spiegarlo basta l&#039;astensionismo al 43 per cento, il più alto di sempre in Italia, anche se in fondo in linea con la media europea. In ogni caso, in cifra assoluta, il Pd ha ottenuto due milioni e mezzo di voti in più rispetto alle vittoria di Pirro delle politiche dello scorso anno. Il superamento della soglia di sbarramento al 4 per cento è riuscito al Nuovo Centro Destra, formato dai dissidenti dell&#039;ex berlusconiano Popolo della libertà, che, insieme con Lista Civica, fuori invece dall&#039;Europa, garantisce la maggioranza nel Parlamento italiano. Scofitti, di fatto, sono la ricostituita Forza Italia, ancora guidata dal condannato e interdetto Berlusconi, poco oltre il 16 per cento, gli altri ex polisti di Fratelli d&#039;Italia, che hanno quasi raddoppiato i voti delle politiche, ma non hanno superato lo sbarramento. 
Sconfitto, specialmente dopo il conclamato obiettivo di superare il Pd, è soprattutto il Movimento 5 stelle, che in un anno ha perso tre punti percentuali e tre milioni di voti in assoluto. Il portavoce (o capo, o guru, o quello che sia) del movimento, Beppe Grillo, in campagna elettorale, come suo solito condita di insulti a tutti coloro che non lo osannano, aveva cercato da una parte di mobilitare gli antieuropei e gli scontenti nei confronti dell’Europa e dall’altra di motivare l’elettorato deluso dalla politica italiana, facendo balenare la possibilità che dall’esito del voto potesse anche dipendere la vita del Governo. Linea e toni, stavolta, non hanno convinto l&#039;elettorato e, forse, Grillo e i suoi dovrebbero riflettere sul fatto di non essere riusciti a intercettare almeno parte di quell&#039;astensionismo protestatario o forse semplicemente disgustato.
Il 40 per cento a un partito italiano, in un&#039;elezione senza coalizioni e senza quei premi di maggioranza che drogano da un ventennio la rappresentanza politica e umiliano il diritto di tribuna, è una vittoria che non si discute. Ma in Italia nulla può essere dato per acquisito in politica. Paradossalmente, le riforme così come delineate dagli accordi tra Renzi e Berlusconi da questo voto potrebbero essere indebolite. Berlusconi stesso, difficilmente accetterà ora di perseguire ancora una schema rigidamente bipolare che minaccia di escluderlo dalla competizione, qualora ci fossero segnali che il predominio in questo momento schiacciante possa spingere Renzi a “cavalcare l&#039;onda” e a essere lui stesso a interrompere la legislatura. In ogni caso, per Renzi potrebbe rivelarsi un calcolo miope. Gli ex berlusconiani, compreso il 6 per cento della Lega, rappresentano comunque più di un terzo dei voti. E se l&#039;arretramento dei “grillini” dovesse confermarsi, per la destra italiana tornare maggioranza da qui a pochi mesi potrebbe non essere una missione impossibile. 
L&#039;Italia, oltretutto, si appresta alla presidenza di turno semestrale dell&#039;Unione europea. Non impegnare ogni sforzo per riequilibrare la situazione europea nel senso della giustizia sociale e dell&#039;inclusione degli emarginati, non puntare la propria forza sia interna sia europea (gli italiani sono la componente maggiore dello schieramento progressista) a ripristinare il primato del lavoro su quello del denaro, sarebbe non solo colpevole, ma anche politicamente suicida. ]]></description>
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			<title>Negoziati falliti tra Governo congolese  e rivelli</title>
			<link>http://www.pierluiginatalia.net/1/negoziati_falliti_tra_governo_congolese_e_rivelli_8971758.html</link>
			<description><![CDATA[<strong>Negoziati falliti tra Governo congolese  e rivelli</strong><br />
 
È stata ancora una volta frustrata la speranza di pace nel Nord Kivu, l&#039;insanguinata provincia orientale della Repubblica Democratica del Congo dove alle immense ricchezze minerarie delle sue colline fa riscontro una diffusa povertà degli abitanti e una costante violazione dei diritti umani. Del resto, le popolazioni di quelle colline, tra l&#039;altro di struggente bellezza, ci sono abituate. Da quelle parti, infatti, non si è mai consolidata la pace sottoscritta nel 2003 dopo cinque anni di conflitto congolese, che non a caso venne chiamato la prima guerra mondiale africana, sia perché oltre alle varie fazioni locali vi parteciparono truppe regolari di altri sei Stati, sia per gli interessi, più o meno confessati, di grandi potenze e multinazionali.
L&#039;ultima picconata agli sforzi di pace l&#039;&#039;ha data il fallimento dei negoziati tra il Governo congolese e i ribelli del Movimento del 23 marzo (M23) ripresi in settembre nella capitale ugandese Kampala dopo diversi mesi di sospensione. «Speravamo di trovare una soluzione che migliorasse le condizioni di vita e l’avvenire sulle colline del Kivu. Devo annunciare che purtroppo non è stato così e che non abbiamo trovato degli interlocutori determinati come noi ad arrivare ad un accordo», ha detto al termine dei colloqui il ministro degli Esteri di Kinshasa, Raymond Tshibanda. Da parte sua, Roger Lumbala dell’M23 ha detto che la delegazione governativa non ha accettato di ammetterlo ai colloqui perché avrebbe “insultato “ il presidente Joseph Kabila. Lumbala ha detto infatti di sostenere Etienne Tshisekedi, capofila dell’opposizione e candidato alle presidenziali del 28 novembre 2011, vinte da Kabila, di cui si è sempre rifiutato di riconoscere l’esito.
In un comunicato diffuso oggi, gli inviati speciali dell&#039;Onu, dell&#039;Unione africana e dell&#039;Unione europea – presenti a Kampala in questi giorni – hanno ribadito la richiesta ai ribelli di fermare ogni forma di violenza e disarmare le proprie milizie, in modo da consentire una ripresa del dialogo. Nelle ultime settimane le associazioni della società civile e dei rifugiati di guerra hanno accusato l’M23 di rafforzare le proprie posizioni nella regione, teatro del conflitto. Di contro, la scorsa settimana, il presidente dell’M23, Bertrand Bisimwa, aveva accusato l’esercito congolese di «compromettere i negoziati con atti di guerra contro le nostre posizioni». Le dichiarazioni di Bisimwa avevano seguito di alcune ore scaramucce tra le due parti, segnalate nella notte tra lunedì e martedì scorsi nella località di Kanyamahoro, a trenta chilometri dal capoluogo Goma. Sull’accaduto ci sono versioni contraddittorie. L’M23 afferma di essere stato attaccato da soldati congolesi che avrebbero preso il controllo di due posizioni ribelli. Il portavoce dell’esercito, il colonnello Olivier Hamuli, ha invece sostenuto che l’M23 avrebbe tentato un assalto notturno, respinto dai soldati di Kinshasa. Dall’inizio si settembre, quando appunto erano ripresi i colloqui a Kampala, era già il secondo combattimento segnalato tra le due parti. 
Lo scoglio sul quale la giù di per se malconcia nave dei negoziati è andata a infrangersi sembra essere stato comunque il nodo dell’amnistia ai ribelli. La settimana scorsa, i mediatori dell&#039;iniziativa degli Stati dei Grandi Laghiavevano presentato la terza versione di una bozza di accordo. Vi si prevedeva un’amnistia e dell’inserimento dei combattenti dell’M23 nell’esercito regolare. Si sarebbe trattato, cioè di ripristinare gli accordi del 2009, quando — appunto il 23 marzo — gli allora ribelli del Consiglio nazionale per la difesa del popolo, accettarono di deporre le armi e vennero incorporati nell’esercito, salvo poi disertare in massa, accusando il Governo di Kinshasa di violazione dei patti sottoscritti, e riprendendo la guerra nel maggio del 2012. Adesso, il Governo di Kinshasa non sembra disposto a ripetere l&#039;esperienza. 
Non si tratta, in ogni caso, solo di una questione interna. Le guerre in quell&#039;area non sono quasi mai solo guerre civili. Da tempo, il Governo di Kinshasa accusa quello di Kigali, ma anche quello di Kampala, di sostenere la ribellione. Accuse, oltretutto, confermate dai rapporti dell&#039;Onu, che nella Repubblica Democratica del Congo schiera da anni la Minusco, la sua più nutrita missione di caschi blu. Tra l&#039;altro, nei mesi scorsi, il Consiglio di sicurezza ha approvato l&#039;invio, per rinforzarla, di una brigata di intervento rapido con lo specifico mandata di rendere inoffensivi i ribelli. Ancora qualche giorno fa, il governatore provinciale, Julien Paluku, ha denunciato l’arrivo sospetto a Kibumba di un’ottantina di giovani provenienti dal Rwanda, che sarebbero stati portati al campo di addestramento dell’M23 a Rumangabo. Anche le organizzazioni della società civile del Nord Kivu hanno inviato un memorandum al presidente Kabila e all’Assemblea nazionale di Kinshasa per segnalare «l’arrivo di militari rwandesi e ugandesi a Rusthuru, Masisi e Nyiragongo». Ha destato interrogativi e preoccupazione anche il recente arrivo a Rutshuru di duecento famiglie di origine rwandese che, secondo Paluku, potrebbero costituire rinforzi a sostegno della ribellione. L’M23 ha invece sostenuto che si tratta di rifugiati congolesi in Rwanda desiderosi di rientrare in patria.
Sul tutto incide la volontà di molti (quasi mai congolesi, che in questi casi fanno da pedine di partite giocate altrove) di garantirsi il controllo delle risorse minerarie di quella zona, strategiche nell&#039;economia contemporanea, come il coltan, la lega naturale di columbio e di tantalio, che fornisce elementi indispensabili all&#039;industria più avanzata di tutto il mondo. Il columbio, chiamato anche niobio, è utilizzato per assemblare componenti della tecnologia spaziale perchè ha la caratteristica di raggiungere la fusione a temperature elevatissime, mentre in lega con il titanio risulta tra i migliori superconduttori conosciuti. Il tantalio è invece utilizzato nella componentistica interna di gran parte degli strumenti elettronici, dai telefoni cellulari ai videogiochi.
Del resto, la ricchezza del Paese — fossero gli schiavi dell’epoca della penetrazione occidentale od oggi il coltan — è sempre stata una sorta di maledizione nella storia congolese, dato che ne hanno beneficiato colonizzatori o invasori stranieri e dirigenze politiche locali quasi sempre depredatorie. Sulle popolazioni si è riversato ben poco di questa ricchezza e le condizioni per i traguardi veri di sviluppo, prima tra tutte la pace, non hanno mai trovato effettiva attuazione. ]]></description>
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			<title>Riesplode la tensione tra Kinshasa e Kigali</title>
			<link>http://www.pierluiginatalia.net/1/riesplode_la_tensione_tra_kinshasa_e_kigali_9846256.html</link>
			<description><![CDATA[<strong>Riesplode la tensione tra Kinshasa e Kigali</strong><br />Gli scontri armati tra truppe regolari della Repubblica Democratica del Congo e del Rwanda registrati negli ultimi giorni nella regione orientale congolese del Nord Kivu hanno bruscamente accresciuto la tensione mai sopita tra i due Paesi. Diversi osservatori temono una deriva e un’escalation di tale tensione, tanto più pericolosa in un’area, l’est congolese, nella quale da decenni si traduce in irrisolte violenze l’intrigata interconnessione tra le diverse crisi della regione dei Grandi Laghi.
I combattimenti, dei quali i Governi di Kinshasa e di Kigali si rimpallano la responsabilità, hanno fatto seguito a sconfinamenti delle rispettive truppe, peraltro non infrequenti lungo una frontiera, quella tra Nord Kivu e Rwanda, mai concordemente demarcata. A questo aspetto ha fatto riferimento anche Martin Kobler, il responsabile della Minusco, la missione dell’Onu nella Repubblica Democratica del Congo. Kobler, nel suo appello ai due Governi ha esortato a ripristinare la sicurezza nelle zone di confine e a «risolvere in modo pacifico le questioni relative alla demarcazione della frontiera comune».
Tuttavia, questo sembra solo un aspetto — e forse neppure il più importante — della questione aperta da sempre tra Kinshasa e Kigali. Questione il cui fulcro è rappresentato dalla presenza nell’est congolese, soprattutto proprio in Nord Kivu, di numerose bande armate. 
Tra l’altro, il diretto coinvolgimento di truppe regolari negli scontri di questi giorni rappresenta l’episodio più grave da quasi due anni a questa parte, cioè da quando l’artiglieria rwandese aprì il fuoco da oltre confine contro le truppe congolesi all’offensiva contro i ribelli del movimento del 23 marzo (M23). Kinshasa ha sempre accusato il Rwanda (e anche l’Uganda) di aver sostenuto i ribelli, una tesi avallata anche dai rapporti dell’Onu. Né a far venire meno i motivi di tensione sono bastate la sconfitta e la resa, più di un anno fa, dell’M23, formato da ex guerriglieri di etnia tutsi, quella oggi al Governo a Kigali. 
Ora le milizie che sembrano al centro del contrasto sono quelle delle Forze democratiche di liberazione del Rwanda (Fdlr), riparate in territorio congolese per sfuggire alle vendette per il genocidio dei tutsi in Rwanda del 1994. Le Fdlr sono tra le milizie straniere contro le quali l’esercito congolese e la Monusco hanno avviato operazioni dopo la sconfitta dei ribelli interni dell’M23. Di recente, però, si è concordato un processo di disarmo volontario dei ribelli hutu rwandesi e proprio a questo il portavoce del Governo congolese, Lambert Mende, ha collegato gli scontri armati di questi giorni, attribuendoli a un atto deliberato di provocazione da parte di Kigali, proprio per far fallire i negoziati in corso. 
Il disarmo delle Fdlr è sempre stato chiesto da Kigali, che peraltro ora non nasconde di ritenere l’attuale processo organizzato da Kinshasa in modo da favorire il ritorno in patria dei miliziani hutu a condizioni inaccettabili e tali da costituire una minaccia.
Diversa, ovviamente, è la valutazione del Governo congolese. «La prospettiva di successo del disarmo delle Fdlr dispiace ad alcuni responsabili di Kigali. È come se venisse tolto il pretesto con il quale, da sempre, vengono a raccogliere i frutti del loro saccheggio in Congo», ha dichiarato Mende a Radio Opaki, l’emittente dell’Onu. 
Il termine saccheggio non è usato a caso ed è indubbiamente quello che meglio esprime il vero motivo per il quale la pace nell&#039;est congolese non si riesce a raggiungere. Le ricchezze congolesi, fossero gli schiavi dell’epoca della penetrazione occidentale od oggi il coltan, la lega minerale naturale strategica per le moderne tecnologie, sono sempre state la vera maledizione per le popolazioni di quel Paese, dato che ne hanno beneficiato colonizzatori o invasori stranieri e dirigenze politiche locali quasi sempre depredatorie. Sulle popolazioni si è riversato ben poco di questa ricchezza e le condizioni per i traguardi veri di sviluppo, prima tra tutte appunto la pace, non hanno mai trovato effettiva attuazione.]]></description>
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		<item>
			<title>I bambini terroristi dell'Isis e di Boko Haram</title>
			<link>http://www.pierluiginatalia.net/1/i_bambini_terroristi_dell_isis_e_di_boko_haram_10319091.html</link>
			<description><![CDATA[<strong>I bambini terroristi dell&#039;Isis e di Boko Haram</strong><br />La guerra in corso in Iraq e Siria e quella in Nigeria sembrano rispondere ormai a identici schemi. Le operazioni militari contro il cosiddetto Stato islamico (Isis) e quelle contro Boko Haram hanno fatto registrare negli ultimi giorni importanti sviluppi sul piano strategico.  
La risposta dell&#039;Is tenta ancora una volta di dettare l&#039;agenda dell&#039;informazione, mettendo in secondo piano le sconfitte subite. Un ennesimo filmato ha confermato oggi una studiata strategia di corruzione e di violazione dell&#039;infanzia. Un bambino trasformato in boia di un presunto collaboratore dei servizi d&#039;informazione israeliano è il protagonista dell&#039;ultima atrocità mostrata dalla propaganda jihadista. Un analogo video l&#039;Is aveva messo in rete due mesi fa. 
Da parte sua, anche Boko Haram – che di recente ha dichiarato la sua adesione prorio al sedicente califfato proclamato dall&#039;Isis - ha risposto oggi alle sconfitte subìte dalle forze governative nigeriane e da quelle inviate dai Paesi confinanti con una nuova strage provocata da due giovani attentatrici — una delle quali poco più che bambina, secondo le prime testimonianze — in un affollato mercato di Maiduguri, la capitale dello Stato nordorientale del Borno, che del gruppo jihadista è considerato la roccaforte. 
                      Si conferma, dunque, un fenomeno caratterizzato non solo dai suoi aspetti di atrocità, ma soprattutto da quelli ideologici e propagandistici. Non si tratta, in questi casi, di riflettere sulla pratica, da sempre presente nella storia umana, di trasformare i bambini in strumenti di guerra e di crimine, anche se certo nella nostra epoca, sempre più segnata dalla cosiddetta banalità del male, tale pratica è stata usata a dismisura da gruppi armati e criminalità organizzata. E neppure dei modi di reclutamento di questi bambini. Né dell&#039;Isis né di Boko Haram si conosce, infatti, il ricorso all&#039;uso brutale di droghe e terrore, messo in atto da altri gruppi (basti citare i bambini costretti a uccidere i loro genitori dal cosidetto Esercito di liberazione del Signore attivo da trent&#039;anni nella regione africana dei Grandi Laghi o a quelli arruolati nei cartelli del narcotraffico americani e asiatici). 
Quello dell&#039;Isis e di Boko Haram è un progetto politico, forsennato finché si vuole, ma coerente. Con i due gruppi il jihadismo ha fatto un salto culturale. O meglio si è manifestato come un cancro. Che si tratti di un cancro nato all&#039;interno di un radicalismo religioso è significativo, ma non determinante, né tantomeno conseguenziale. L&#039;islam non ha niente a che vederci. Sostenerlo è come affermare che il nazismo equivale all&#039;idealismo tedesco.O che, per usare un esempio più facile, che essere sostenitori di una squadra di calcio equivalga a essere teppisti assassini.]]></description>
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			<title>Si riaccende l'ultraventennale conflitto</title>
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			<description><![CDATA[<strong>Si riaccende l&#039;ultraventennale conflitto</strong><br /> 
Due anni dopo la fine della transizione in Somalia dichiarata con enfasi dalla comunità internazionale, le speranze di pace nel Paese del Corno d&#039;Africa si confermano flebili e, anzi, l&#039;ultraventennale conflitto che lo lacera fa segnare una fase di particolare asprezza.
L&#039;ultima conferma è venuta questa mattina da Afgoye, a pochi chilometri dalla capitale Mogadiscio, dove un attentatore suicida si è fatto esplodere al passaggio di un convoglio di soldati dell’Amisom, la missione dell&#039;Unione africana, provocando dodici morti e una trentina di feriti, in gran parte civili che si trovavano sul posto.
Al momento l&#039;attentato non è stato rivendicato, ma ci sono pochi dubbi sulla responsabilità delle miliziie ribelli radicali islamiche di al Shabaab, che hanno appena nominato loro nuovo comandante Ahmad Omar, detto Abu Ubaidah, dopo che in un raid sferrato dall’aviazione statunitense la settimana scorsa era stato ucciso Mukthar Abu Zubeyr, conosciuto anche come Ahmed Abdi Godane (Godane, in arabo, significa gioventù, esattamente come al Shabaab in somalo). Il bombardamento statunitense, finalizzato proprio a colpire Godane, era stato sferrato in una zona forestale del distretto meridionale somalo di Sablale, dove si troverebbero campi di addestramento di al Shabaab. 
L’uccisione di Godane, annunciata dal comando militare statunitense pochi giorni dopo il raid, è stata confermata dal portavoce di al Shabaab, Abdulaziz Abu Musab, il quale ha altresì ribadito la determinazione del gruppo a continuare la sua lotta e ha promesso vendetta. 
La vicenda di al Shabaab è un esempio “di scuola” di come lasciare incancrenire situazioni di conflitto apra la strada alla penetrazione di ideologie terroristiche – e di loro propugnatori – all&#039;interno di gruppi che in origine di terroristico non avevano nulla. Tra l&#039;altro è solo negli ultimi anni che è stata accertata la presenza nelle loro file di combattenti stranieri, in particolare di matrice fondamentalista islamiche che al Shabaab in origine non aveva di sicuro. Per esempio, al momento si hanno poche notizie su Ahmad Umar, al contrario di quanto non fosse per Godane, ritenuto fra l’altro l’ideatore della presa di ostaggi, un anno fa, in un centro commerciale di Nairobi, in Kenya, conclusa con la morte di decine di persone dopo l’intervento delle forze speciali kenyane. 
       Le truppe kenyane (in particolare marina e aviazione) furono determinanti in quella che due anni fa la comunità internazionale definì con almeno una qualche precipitazione la sconfitta delle milizie al Shabaab. Queste, originariamente espressione sostanzialmente politica delle Corti islamiche che avevano governato a Mogadiscio prima di essere costrette a lasciare il potere dall’intervento armato dell’Etiopia, furono all&#039;epoca scacciate anche da Chisimaio, seconda città e secondo porto della Somalia, che avevano controllato per anni, grazie appunto al determinante apporto delle truppe di Nairobi. La presunta sconfitta, peraltro, è stata tutt&#039;altro che tale, dato che al Shabaab ha dimostrato da allora di aver mantenuto intatta la propria capacità di colpire, sia con azioni di guerriglia sia con azioni di terrorismo, in patria e all&#039;estero, soprattutto proprio in Kenya.
Oltretutto, la stessa presenza dei soldati dell&#039;Amisom, considerati invasori non solo da al Shabaab, ma da parti consistenti della popolazione, sta creando anche un tipo di problemi purtroppo non insolito in Paesi dove il controllo sul comportamento delle forze internazionali è tutt&#039;altro che assoluto. È di queste ore, una dettagliata denuncia dell’organizzazione non governativa Human Rights Watch (Hrw) di violenze, umiliazioni e abusi sessuali a danno di donne, ragazze e almeno una bambina commessi da soldati di Amisom. In un rapporto diffuso oggi, Hrw riporta denunce di 21 donne e ragazze di violenze avvenute tra il 2013 e il 2014 in due basi di soldati burundesi e ugandesi a Mogadiscio. I militari avrebbero compiuto abusi anche promettendo aiuti umanitari in cambio di favori sessuali. Secondo Hrw, su uno solo degli episodi di abuso è in corso un processo, presso una corte marziale della capitale ugandese Kampala.
Contro al Shabaab è in atto una nuova offensiva dell’esercito somalo e dell’Amisom. Negli ultimi giorni, le truppe somale e quelle dell’Amisom hanno strappato ad al Shabaab la località di Jalalaqsi, dopo aver ripreso Bulomarer, importante cittadina del Basso Shabelle, a 160 chilometri a sud-ovest di Mogadiscio. Il loro prossimo obiettivo strategico sembra essere Barawe, grande e ultimo porto nelle mani di al Shabaab, dal quale viene esportato carbone verso i Paesi del Golfo e che rappresenta quindi un’importante fonte di reddito.
Al tempo stesso, però, il Governo di Mogadiscio ha offerto amnistia e reintegro nella società per i miliziani che deporranno le armi. Il ministro della Sicurezza, Khalif Ahmed Ereg ha parlato esplicitamente di «un tentativo politico di incoraggiare le defezioni» all’interno di al Shabaab. Defezioni che presumibilmente riguardano i miliziani somali del gruppo, stimati da fonti concordi a non più di millecinquecento. 
Alla spina rappresentata da al Shabaab si aggiungono per il Governo somalo quelle dei contrasti con le le autorità delle regioni che da tempo, in qualche caso da oltre vent’anni, si sono dichiarate autonome. In particolare, il mese scorso l’amministrazione del Puntland ha annunciato una rottura delle trattative su un nuovo ordinamento federale della Somalia. La realizzazione di un tale assetto è cruciale per dare effettiva concretezza alla transizione somala, come detto dichiarata conclusa già da due anni. All’origine dello scontro c’è la definizione degli Stati che comporranno la Federazione. Contestata dalle autorità del Puntland è in particolare la nascita del Mudug, in un’area oggi di fatto suddivisa tra la regione da tempo proclamatasi autonoma e Mogadiscio. La questione del Puntland, fra l’altro, ha un’importante componente anche economica. Da anni, infatti, al largo delle sue coste sono in atto prospezioni petrolifere (e secondo fonti concordi già attività estrattive) da parte soprattutto della britannica Beyond Petroleum. 
In merito, va ricordato che in base agli accordi sulla transizione somala a gestire l&#039;industria petrolifera, come pure la riscossione delle tasse e dei proventi dei commerci e dei traffici portuali, sarà il Joint Financial Management Board, un organismo composto da rappresentanti somali, ma soprattutto di Francia, Gran Bretagna, Unione europea, Banca Mondiale. Il bord è formalmente incaricato di aumentare la trasparenza e di rafforzare le istituzioni pubbliche nella gestione finanziaria. Ma diversi osservatori hanno dubbi sulle disinteressate intenzioni dei membri di tale organismo. Al tempo stesso, l’assenza vistosa nel bord di attori non tradizionali in Somalia, quale la Turchia, che ultimamente hanno contribuito significativamente alla ricostruzione di Mogadiscio e avviato programmi di sviluppo nelle regioni sottratte al controllo di al Shabaab, lasciano intravedere i contrasti e le forze che si agitano dietro le quinte. A conferma che il disastro somalo, in definitiva, potrebbe trasformarsi in un vero e proprio eldorado per chi riuscirà ad assicurarsi un posto in prima fila nella ricostruzione post-bellica.
Ammesso che il termine post-bellica possa finalmente incominciare ad avere un senso.
 
 
 
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			<title>Sulla crisi siriana</title>
			<link>http://www.pierluiginatalia.net/1/sulla_crisi_siriana_8833526.html</link>
			<description><![CDATA[<strong>Sulla crisi siriana</strong><br />
 
Alla determinazione di pace espressa da milioni di persone sembra offrire ora un contributo l&#039;azione diplomatica sulla crisi siriana. Appunto un contributo per scongiurare l&#039;allargamento del conflitto è la proposta russa di mettere sotto controllo internazionale e poi distruggere quelle armi chimiche che il Governo siriano del presidente Bashar Al Assad è accusato da molti, in particolare da Washington, di aver usato contro il suo popolo. In poche ore, quelle seguite alla giornata di preghiera e di digiuno voluta da Papa Francesco e alla quale hanno aderito donne e uomini di ogni fede religiosa, ma non credenti, si è delineata una strategia che potrebbe impedire interventi armati stranieri nel già devastante conflitto siriano e favorire una ripresa delle iniziative negoziali. Potrebbe dunque delinearsi quella soluzione politica necessaria a mettere fine a una tragedia che ha già provocato più di centomila morti e ridotto un terzo degli abitanti alla condizione di profugo, tra i due milioni di rifugiati all&#039;estero e gli oltre quattro milioni di sfollati interni. 
Dopo che il segretario di Stato americano, John Kerry, aveva detto ieri mattina a Londra che il più volte annunciato intervento armato di Washington avrebbe potuto essere fermato se Assad avesse consegnato le armi chimiche all&#039;a comunità internazionale, è stato il responsabile della diplomazia russa, Serghiei Lavrov a comunicare di aver ottenuto una disponibilità in questo senso dal ministro degli Esteri siriano, Walid Al Muallim. Questa mattina sono stati invece i ribelli, a loro volta accusati dell’uso di armi chimiche, a bocciare la proposta. In un comunicato della Coalizione nazionale siriana si parla di «manovra politica per un inutile rinvio che causerà solo altri morti e distruzioni per il popolo siriano». 
Il presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, che ieri ha rilasciato diverse interviste e che oggi terrà un discorso alla Nazione, ha parlato di un «possibile passo avanti» per evitare l’attacco militare. «Ho sempre preferito una soluzione diplomatica», ha detto Obama, specificando che durante il G20 della scorsa settimana a San Pietroburgo ne aveva aveva parlato con il presidente russo Vladimir Putin, senza che ce ne fosse traccia in comunicati ufficiali, e che «questa è la continuazione di quelle conversazioni». Obama è quindi orientato verificare se la proposta di Mosca, che ha incassato un primo sì da Damasco, abbia una consistenza reale. Il Governo di Washington, ha detto il presidente, «si confronterà con i russi e la comunità internazionale per vedere se si può arrivare a qualcosa di serio e verificabile». Il presidente ha 
Di conseguenza, slitterà il voto del Senato statunitense, che era previsto per domani, sulla mozione che Obama aveva presentato per chiedere al Congresso un via libera all&#039;intervento in Siria. La richiesta di Obama, che secondo la Costituzione può comunque decidere da solo, si spiega perché la stessa Casa Bianca ammette che la vicenda siriana non investe la sicurezza nazionale degli Stati Uniti e, quindi, il dovere del presidente di intervenire. Il rinvio del voto è stato comunicato dal senatore del Nevada Harry Reid, leader della maggioranza democratica, che non ha indicato una nuova data e che secondo fonti diplomatiche citate dalle agenzie di stampa intende ascoltare cosa dirà Obama nel discorso di questa sera. «Non è questione di agire in fretta, ma di agire bene», ha comunque spiegato Reid. In precedenza era stato lo stesso Obama a dire che «c&#039;è da capire bene cosa sta succedendo. Immagino che anche il Congresso avrà bisogno di tempo per prendere le sue giuste decisioni, penso a settimane».
Appoggio a Mosca ha dato l&#039;Iran, il principale alleato della Siria in Medio Oriente. «Siamo favorevoli all’iniziativa per mettere fine alla crisi in Siria evitando qualsiasi intervento militare», ha detto il portavoce del ministero degli Esteri di Teheran, Marzieh Afkham, secondo il quale la proposta russa si inserisce nel quadro degli sforzi affinché la regione «sia liberata dalla presenza di armi di distruzione di massa» e ha aggiunto che «questi sforzi devono includere anche le armi chimiche nelle mani dei ribelli siriani».
Contrario si è detto invce il Governo turco, il cui ministro degli Esteri, Ahmet Davutoglu, ha detto che dare tempo ad Assad significa dargli via libera per nuovi massacri con armi chimiche. Davutoglu ha aggiunto di non avere dubbi che l&#039;uso di gas nervini vada attribuito all&#039;esercito di Damasco e non ai ribelli, specificando peraltro che la Turchia sostiene quelli che ha definito moderati e non i gruppi radicali islamisti, come il Jabhat al Nusra. 
Proprio contro tale gruppo è ripresa oggi un&#039;operazione dell&#039;esercito siriano per sottrargli il controllo della cittadina di Maalula, considerata il simbolo della presenza cristiana in Siria. I miliziani di Jabhat al Nusra, in maggioranza né siriani né arabi, l&#039;avevano occupata nei giorni scorsi. L&#039;esercito era già stato respinto una volta ed era solo riuscito a portare in salvo gran parte dei cristiani. Sembra però accertato che i ribelli, oltre a danneggiare chiese e monasteri, abbiano ucciso non meno di una decina di uomini della comunità cristiana. Di violenze a Maalula «vergognose e incompatibili con lo spirito tollerante della religione» ha parlato il presidente libanese, Michel Sleiman, denunciando gli attacchi alle chiese della cittadina, definite simboli della civilizzazione che rappresentano lo spirito della pace e della tolleranza. Sleiman ha detto che intende denunciare la situazione di Maalula all&#039;Onu, aggiungendo di averne già parlato sabato scorso incontrando a Nizza il presidente francese François Hollande.]]></description>
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			<title>Infanzia violata</title>
			<link>http://www.pierluiginatalia.net/1/infanzia_violata_8826871.html</link>
			<description><![CDATA[<strong>Infanzia violata</strong><br />Denutrizione e lavoro minorile sono due tra le drammatiche condizioni dell&#039;infanzia della quali sono giunte nuove conferme nelle ultime settimane da tante parti del mondo. Sotto entrambi gli aspetti le situazioni più gravi si registrano in Africa, persino in Paesi che non vivono le tragedie spaventose di altri del continente. Sullo sfruttamento del lavoro minorile, spesso in condizioni terribili, è stato diffuso a fine agosto, per fare solo un esempio, un rapporto dell’organizzazione internazionale Human Rights Watch (Hrw) sulla Tanzania. Hrw denuncia che migliaia di bambini, anche di appena otto anni di età, lavorano nelle miniere d’oro della Tanzania, sia autorizzate sia illegali, in assenza di misure di sicurezza e con grave rischio per la salute. Il rapporto, frutto delle visite degli attivisti di Hrw in diverse miniere, sottolinea che l’impiego dei minori nel settore estrattivo «costituisce una delle forme peggiori di sfruttamento ai sensi di leggi internazionali sul lavoro sottoscritte anche dalla Tanzania». In particolare, Hrw denuncia il pericolo di avvelenamento per l’utilizzo nelle miniere di quantità consistenti di mercurio. 
Anche l&#039;America latina, dove pure da tempo molti Paesi sono impegnati in sostanziali riforme sociali, è segnata ancora da situazioni di estremo disagio. Sempre a fine agosto, è stato pubblicato dalla Universidad Católica Argentina il terzo “Barometro del debito sociale dell’infanzia”. Dallo studio emergono violazioni dei diritti fondamentali per il 59,1 per cento dei bambini che vivono nelle aree urbane dell&#039;Argentina. Nel trienno 2010-2012 il 24,2 per cento dei minori non hanno avuto accesso ad almeno uno dei servizi di base: alimentazione, assistenza sanitaria, abitazione, istruzione, mentre “carenze moderate” in almeno uno di tali servizi sono state subite dal 34,9 per cento. Di insicurezza alimentare sono vittime un decimo dei bambini argentini fino a cinque anni, mentre le carenze sanitarie si accumulano principalmente tra l’età scolare e l’adolescenza. 
Tra i maggiori successi dell&#039;ultimo decennio in America latina c&#039;è invece proprio la lotta al lavoro minorile, con risultati lusinghieri soprattutto in Brasile, dove è stato inoltre ridotto in modo più che rilevante il fenomeno dei bambini di strada. Ciò nonostante, nel subcontinente ci sono ancora 14 milioni di bambini lavoratori. Il fenomeno è particolarmente preoccupante in Messico, dove vivono oltre tre milioni di bambini e e adolescenti costretti a lavorare, spesso per le organizzazioni criminali. Di recente, il vescovo di Tehuantepec, monsignor Oscar Armando Campos Contreras, è tornato sulla questione, affermando che «l’ingiustizia, l’impunità che si riflette nella criminalità, la povertà economica, che poi si trasforma in miseria, non danno alcuna speranza di sviluppo ai giovani, e li rendono facile preda della criminalità organizzata».
Tragica, per motivi diversi, ma forse più inquietanti, è anche la condizione dell&#039;infanzia in Guatemala, dove non meno di 62 bambini sotto i cinque anni di età sono morti per fame dall’inizio del 2013 e a oltre 9.700 è stato diagnosticato un quadro di denutrizione cronica, un fenomeno o strettamente legato alla miseria in cui versano il 52 per cento dei circa quindici milioni di guatemaltechi. In stragrande maggioranza si tratta della popolazione indigena, nelle cui comunità manca tutto, dall’acqua potabile ai servizi igienici. Il Governo del presidente Otto Pérez si attende una svolta grazie ai programmi di lotta alla povertà, come quello chiamato «Ventana de los cien días» (finestra dei cento giorni), che punta a garantire alimentazione e assistenza sanitaria per le madri fin dai primi mesi di gestazione. A rallentare lo sviluppo del Paese più popoloso dell’America centrale sono però i suoi problemi strutturali, primo fra tutti il divario fra i pochi scandalosamente ricchi e i milioni di poveri. Un recente rapporto dell’Istituto centroamericano di studi fiscali rivela che il Guatemala è il Paese più disuguale della regione e fra i più iniqui dell’intera America latina, con metà della ricchezza nelle mani del 10 per cento della popolazione.
Né da simili pericoli è difesa l&#039;infanzia in tante parti dell&#039;Asia o del Medio Oriente e persino del nord ricco del mondo. L&#039;ultima denuncia è giunta dalla Spagna, dove il difensore civico della Catalogna, Rafael Ribo, in un’audizione al Parlamento regionale, ha illustrato i risultati di una recente ricerca, denunciando che più di 50.000 ragazzi catalani al di sotto dei 16 anni sono malnutriti. Ribo ha comunque specificato che «il problema non è la fame in senso stretto», ma la crisi che impedisce a molte famiglie di «nutrire i propri figli con una dieta adeguata, comprando loro prodotti più nutrienti». Poco a che vedere, dunque, pur nel giustificato allarme, con le tragedie del sud devastato del mondo.]]></description>
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			<title>Il Papa denuncia i mercanti di armi</title>
			<link>http://www.pierluiginatalia.net/1/il_papa_denuncia_i_mercanti_di_armi_8831223.html</link>
			<description><![CDATA[<strong>Il Papa denuncia i mercanti di armi</strong><br />
 
Perseveranza per costruire la pace, determinazione nel volerla, ha chiesto ancora Papa Francesco. Dopo il grido di pace tradotto in gesti e parole, ma anche in momenti di silenzio assordante nella veglia di preghiera di sabato sera in Piazza San Pietro, a conclusione della giornata di digiuno e di preghiera - che in tutto il mondo ha visto uniti cattolici, fedeli di altre confessioni cristiane e di altre religioni e chi fede religiosa non ha, ma fede nell&#039;uomo si – all&#039;Angelus di domenica il Papa ha reiterato l&#039;appello a pensare la pace. Ha reiterato la denuncia della guerra, di tutte le guerre, additando le responsabilità dei produttori, dei venditori e dei trafficanti di armi, del denaro senza controllo e senza principi. E ancora questa mattina, con un twitter da quell&#039;account @Pontifex che oggi è il più seguito del mondo, il leader della mobilitazione disarmata delle coscienze è tornato a chiedere di «di intraprendere con coraggio e con decisione la via dell’incontro e del negoziato&quot;»
Il grido dei popoli e l&#039;ostinazione dei costruttori di pace cercano ascolto dai potenti del mondo, chiedono che la diplomazia faccia premio sulla forza, che si dia il tempo necessario per ascoltare le ragioni della pace. E qualche risposta, forse, incomincia ad arrivare. Il segretario di Stato americano, John Kerry, finora apparso impegnato solo a guadagnare consensi internazionali all’ipotesi di un intervento militare, ha detto questa mattina da Londra che il presidente Siriano Assad potrebbe «evitare un attacco consegnando le sue armi chimiche alla comunità internazionale entro la settimana prossima», pur aggiungendo che Assad «non sembra sul punto di farlo». Il tono è quello di un&#039;ultimatum, ma resta il fatto che per la prima volta c&#039;è un&#039;ipotesi statunitense diversa da quella dell&#039;intervento armato. Un intervento che potrebbe avere conseguenze negative incalxcolabili in tutto il Medio Oriente, come ha ricordato ancora una volta oggi l&#039;Onu, con l&#039;altro commissario per i diritti umani, Navathem Pillay, secondo la quale 
Il presidente siriano continua a negare che il suo esercito abbia mai fatto uso di armi chimiche. In un&#039;intervista all&#039;emittente televisiva statunitense Cbs, ha affermato che non ci sono prove delle accuse mossegli e ha prospettato, in caso di aggressione alla Siria, ritorsioni da parte di quanti della Siria sono amici, in quello che sembra un riferimento all&#039;Iran e al movimento sciita libanese Hezbollah, ma forse anche alla Russia. Il presidente siriano ha aggiunto che un attacco potrebbe diminuire le capacità delle sue truppe, ma favorire allo stesso tempo i fondamentalisti islamici. Kerry, ha risposto che Assad mente e che Washington avrebbe le prove di uso di armi chimiche da parte delle forze siriane «almeno undici volte», non solo cioè nell&#039;attacco del 21 agosto al quale i ribelli attribuiscono le sconvolgenti immagini diffuse sui social network. 
Nel frattempo, il presidente Obama intensifica il confronto con il Congresso, in vista del voto, mercoledì, sulla risoluzione da lui presentata riguardo alla Siria. Obama darà oggi un’intervista a sei televisioni statunitensi e domani terrà un discorso alla Nazione, per spiegare la sua posizione a una cittadinanza che tutti i sondaggi danno in maggioranza contraria all’intervento militare. Lo stesso Kerry — incontrando ieri a Parigi i capi delle diplomazie di vari Paesi arabi e i rappresentanti della Lega araba — ha comunque dichiarato che Obama non ha ancora preso alcuna decisione e non ha escluso che gli Stati Uniti, oltre ad attendere il rapporto degli ispettori dell&#039;Onu, possano sottoporre le prove in loro possesso al Consiglio di sicurezza, come sollecitato anche dalla Francia, finora unico Paese europeo dichiaratosi disposto a partecipare a un intervento in Siria. 
Oggi a Mosca, intanto, il ministro degli Esteri russo, Serghiei Lavrov, in una conferenza stampa congiunta con il suo omologo siriano, Walid Al Muallim, ha prospettato una riunione nella capitale russa di tutti i soggetti decisi a perseguire una soluzione politica alla crisi.
Tra le poche notizie positive giunta dalla Siria, c’è intanto quella della liberazione, dopo cinque mesi, del giornalista italiano Domenico Quirico e dello scrittore belga Pierre Piccinin da Prata, già rientrati in patria. I due erano stati sequestrati da ribelli siriani islamisti. 
Proprio miliziani islamisti del gruppo Jabhat al Nusra, in gran parte né siriani né arabi, hanno occupato la cittadina di Maalula, considerata il simbolo della presenza cristiana in Siria. È infatti fallito un tentativo di riassumerne il controllo da parte dell&#039;esercito, che è solo riuscito a portare in salvo gran parte dei cristiani. Sembra però accertato che i ribelli, oltre a danneggiare chiese e monasteri, abbiano ucciso non meno di una decina di uomini della comunità cristiana.
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			<title>Giornata mondiale contro lo sfruttamento del lavoro minorile</title>
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			<description><![CDATA[<strong>Giornata mondiale contro lo sfruttamento del lavoro minorile</strong><br /> «Chi accoglie anche uno solo di questi bambini, accoglie me» (Vangelo di Marco, 18, 5). La parola del Signore risuona ancora in questo terzo millennio di monito e di condanna, forse più che nell’intera storia dell’uomo. L’orrore per il gesto di Erode non è più il segno di un sentire condiviso, non è più l’espressione del rifiuto dell’umanità di accanirsi sui propri figli più deboli. Quest’epoca di Erode porta il marchio: la realtà smentisce i luoghi comuni sulla condizione dell’infanzia come epoca felice della vita e interpella, con una dolente severità, non solo i cattolici, ma la coscienza dell&#039;intera umanità, segnatamente nelle sue organizzazioni internazionali e nell&#039;impegno dei diversi governi. La Giornata di oggi, il 12 giugno, è quella dedicata dall&#039;Onu alla lotta contro lo sfruttamento del lavoro minorile. &quot;I bambini devono poter giocare, studiare e crescere in un ambiente sereno. Guai a chi soffoca in loro lo slancio gioioso della speranza&quot;, si legge in un tweet del Papa che sollecita in occasione di questa giornata a concentrarsi su questa &quot;piaga da debellare&quot;.
Istituita nel 2002, la Giornata quest&#039;anno si concentra significativamente sull’impatto che le catastrofi e i conflitti hanno sulla manodopera infantile. Che le guerre e i disastri, naturali e no, abbiano un impatto catastrofico su chiunquem di qualunque età vi si trovi coinvolto è scontato. Uccidono, mutilano, feriscono le persone costringendole a fuggire dalle loro case, distruggendo il loro stile di vita, sino a ridurle in condizioni di povertà ed esporle a molteplici forme di violazione dei loro diritti fondamentali. 
Meno attenzione, forse si dà al fatto che i bambini sono coloro che simili situazioni soffrono di più e sopattutto più a lungo. Le scuole e i servizi a loro dedicati vengono distrutti e ripristinarli chiede quasi sempre tempi lunghissimi. Pensiamo a cosa hanno significato per le famiglie italiane, anche quelle non direttamente colpite dai lutti causati dalla pandemia del Covid-19 o gettate improvvisamente in condizioni di assoluto bisogno, questi due o tre mesi senza scuola. Pensiamo allo sconvolginento dei ritmi domestici, alla privazione per bambini e adolescenti delle strutture educative, degli spazi di socializzazione e anche del fatto di giocare insieme. 
Che sia un&#039;indubbia ferita sociale è innegabile. Eppure, questa situazione preoccupante e angosciosa sembra appena un disagio, sia pure pesante, se paragonata a quella di altri bambini del mondo,decine e decine di milioni, che vivono come rifugiati in altri Paesi o come profughi interni nel proprio e diventano troppo spesso vittime del traffico e del lavoro minorile. Perché quelli che sono drammi comuni per tutti, per i bambini hanno conseguenze più tragiche e più durature. In questi anni, in questo minuto, la fame, la guerra, la malattia stanno stroncando, in un numero sterminato di casi, la speranza che ogni bambino rappresenta. Tale cruda realtà ha ancora come sola risposta le dichiarazioni di impegno moltiplicate, ribadite, solennemente proclamate nei consessi internazionali, talora con autentica, partecipe condivisione delle sofferenze dei popoli, ma talora purtroppo con un cedimento autoassolutorio alla presunta inevitabilità di tante tragedie. 
Guerre e catastrofi, dunque, ma non solo. Sono pochi, una percentuale minoritaria del totale, i bambini che possono avvalersi delle promesse dei «grandi della terra», delle decisioni prese nelle riunioni internazionali, dei solenni impegni delle Dichiarazioni internazionali sottoscritte da tanti Governi. E pochi sembrano destinati a restare ancora per lungo tempo. Molti dei bambini ai quali nel 1990 una speciale Assemblea generale delle Nazioni Unite promise un futuro, non hanno avuto modo — se non come latente rimorso di un mondo segnato dall&#039;ingiustizia — di chiedere conto agli adulti, a tutti noi, di quella mancata promessa. Molti di quei bambini, semplicemente, non ci sono più. Guerre, malattie, disastri naturali e, soprattutto, lo scandalo della fame, il vergognoso e vile sfruttamento che il forte fa del debole, il prezzo pagato dalla povertà dei più alla ricchezza, talora sfacciata, di pochi, ha impedito loro di diventare adulti, li ha uccisi prima. 
Altri ancora, i più &quot;fortunati&quot;, non possono sapere nulla di quanto si è fatto o si è detto nelle stanze &quot;che contano&quot; perché non sanno leggere o perché troppo stremati da turni di lavoro massacranti per interessarsi di qualcos&#039;altro che non sia un po&#039; di cibo, un po&#039; d&#039;acqua, un po&#039; di riposo. All&#039;epoca di quella Assemblea, i leader del mondo si impegnarono su molte cose: promisero più cibo e acqua potabile, più medicine e assistenza medica per donne e bambini; promisero di combattere le malattie infettive con le vaccinazioni; promisero più scuole, e di migliore qualità; promisero aiuto ai bambini soli o in difficoltà. Per quanto ovvie, minimali possano apparire tali richieste, per centinaia di milioni di bambini sono ancora, purtroppo, solo l&#039;espressione di miraggi o, al più, di speranze collocate in un futuro che appare ancora lontano.
È l&#039;Africa a sopportare la strage più vasta dei figli più indifesi dell&#039;umanità. È l&#039;Africa il continente dove meno alta è quella che i rapporti internazionali chiamano «aspettativa di vita», ma che è attesa di una morte ingiusta e precoce. A schiacciare nell&#039;anima e nel corpo, a derubare dell&#039;infanzia, infine a uccidere i più piccoli e i più indifesi sono però anche l&#039;Asia, l&#039;America, la stessa Europa, culla dei diritti dell&#039;uomo. Anche nel Nord ricco del mondo, non affamato se non nelle sue sacche di emarginazione, non in guerra, non devastato da epidemie - ben più mortali di quella del Covid-19 che ha messo il mondo in ginocchio in questo 2020, - ma che basterebbe un vaccino di poco prezzo a curare, alle improvvise commozioni, quasi mai segue il calore duraturo di autentici progetti di solidarietà e di condivisione.
Per tantissimi altri bambini l&#039;infanzia è una tragedia quotidiana fatta di duro lavoro e di sfruttamento. In un mondo nel quale un miliardo di persone sono analfabeti, è in crescita continua sia il numero di bambini che non vanno a scuola, sia quello dei bambini lavoratori. Sono oltre 250 milioni e non sono solo un dato statistico. Sono 250 milioni di facce, di storie reali, di vite segnate. Né quella del lavoro minorile è la più grave, sebbene sia la più diffusa, delle violenze contro l&#039;infanzia. Un gigantesco dolore, una sterminata ingiustizia accomunano i bambini costretti in schiavitù nel Pakistan, i «meninhos de rua» del Brasile, i piccoli profughi di tante regioni del mondo, i ragazzi che i ghetti delle metropoli trasformano in criminali prima ancora dell&#039;adolescenza, le vittime del sordido sfruttamento della prostituzione e di quello ancora più turpe e spesso omicida della pedofilia. 
Si, pensiamoci.]]></description>
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			<title>Universale cordoglio per la morte di Nelson Mandela</title>
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			<description><![CDATA[<strong>Universale cordoglio per la morte di Nelson Mandela</strong><br />«Per gli uomini, la libertà nella propria terra è l’apice delle proprie aspirazioni. Niente li può distogliere da questa meta. Più potente della paura per l’inumana vita della prigione è la rabbia per le terribili condizioni alle quali il mio popolo è soggetto fuori dalle prigioni, in questo Paese». E ancora: «Non ho dubbi che i posteri si pronunceranno per la mia innocenza e come criminali di fronte a questa corte dovrebbero essere portati i membri del Governo».   Nelson Rolihlahla Mandela  pronunciò queste parole davanti ai giudici che gli inflissero l’ergastolo nel 1963. Per Mandela non occorre  attendere “l’ardua sentenza” dei posteri. Per una volta, la verità è chiara ai contemporanei, così come era chiara a lui in quel giorno. 
Ci sono persone che già in vita  hanno meritato di essere riconosciuti come pilastri della storia  mondiale sul piano della  statura morale e dell’impegno in favore degli altri.  È  stato così per  Madiba, il nome tribale affettuoso con il quale il suo popolo chiamava Mandela,  che ha speso la sua esistenza  prima nella  lotta contro l’apartheid e per la libertà per il suo popolo e poi nello sforzo di costruire pace e riconciliazione, senza piegarsi mai  alle ingiustizie né alla sofferenza privata che pure non lo ha risparmiato. 
Ma la sua non è stata una vicenda solo personale e neppure solo nazionale.  Le decisioni giunte da tutto il mondo, a partire dal   presidente statunitense Barack Obama e dall’Unione europea, di mettere bandiere a mezz’asta è espressione significativa di un lutto universale. 
A Mandela non appartenne la scelta assoluta della non violenza, come fu per Gandhi. Mandela passò infatti alla clandestinità dopo il massacro di Shaperville, quando in Sud Africa il potere bianco eliminò volontariamente una settantina di esponenti dell’African National Congress (Anc), la formazione alla quale aveva aderito nel 1944 diventandone il leader nelle campagne  contro l’apartheid. Da allora,  Mandela guidò l’Anc  decisa  ad abolire, anche con il ricorso alle  armi, quel regime che  imponeva sul piano legale e giuridico la segregazione e lasciava i neri privi di diritti.
 La convinzione della giustizia di quell’azione fu tale che quando nel 1985, dopo oltre vent’anni di carcere, l’allora presidente Pieter Willem Borha gli offrì  la libertà purché rinnegasse la guerriglia,  Mandela rifiutò. Aveva infatti la certezza che  quell’offerta implicasse un riconoscimento implicito di aver condotto non una battaglia di libertà, ma una mera sovversione armata.
 A spingere Botha era il tentativo di disinnescare, con un provvedimento giuridico che  qualificasse Mandela  un personaggio predisposto alla violenza,  l’onda d’urto contro il regime segregazionista che si espandeva nell’opinione pubblica internazionale.
 Anche in carcere, infatti,  Mandela restò  il simbolo e la testa pensante della ribellione, mentre la sua immagine e la sua statura crescevano sempre più. Libero lo diventò nel 1990, senza condizioni, quando le pressioni mondiali erano ormai tali da non lasciare alternative al regime segregazionista ormai al tramonto. 
Tre anni  dopo fu  insignito del premio Nobel per la pace e il 27 aprile  1994  si insediò alla presidenza del suo Paese, dopo le  prime elezioni libere alla quali parteciparono i neri. 
L’Africa era in quei giorni al centro dell’attenzione mondiale, nel bene e nel male. A Roma si stava svolgendo il primo Sinodo sull’Africa, aperto il 10 aprile 1994,  convocato e presieduto da  Giovanni Paolo ii, che parlò di  continente della speranza. 
Ma in quello stesso aprile, in Burundi e soprattutto in Rwanda si scatenavano le violenze tra tutsi e hutu che avrebbero causato il genocidio dei primi.
Assumendo il potere, Mandela era cosciente della responsabilità  e lucido sui pericoli che esso comportava. Visse il suo mandato in modo lungimirante e  pragmatico, per liberare il Paese  dal giogo del razzismo culturale e istituzionale, ma anche per promuovere la pacificazione tra popolazioni dilaniate dall’odio e dalla violenza. 
La sua prima decisione fu infatti l’insediamento della Truth and Riconcilation Commission, la Commissione per la verità e la riconciliazione, per fermare la micidiale spirale delle vendette tra vittime e carnefici.
Lasciò il potere dopo quattro anni, al compimento degli ottant’anni  — era nato il 18 luglio 1918 — nella convinzione, praticamente unico caso  nella storia africana segnata da leadership a vita, che occorressero forze più giovani. 
Prima di allora aveva  vinto un’altra battaglia. Trentanove case farmaceutiche gli intentarono un processo per  aver promulgato nel 1997 il Medical Act, una legge che permetteva al Governo del Sud Africa di importare e produrre medicinali per la cura dell’Aids a prezzi sostenibili, senza sottostare ai costi imposti dai titolari dei brevetti. 
Anche in questo caso, l’opinione pubblica mondiale lo sostenne in nome di una giustizia sostanziale che spesso confligge con le regole del commercio mondiale. E le  multinazionali del farmaco dovettero  desistere dal proseguire la battaglia legale. 
A conclusione della sua autobiografia,  Il cammino verso la libertà,  si legge: «Ho percorso questo lungo cammino verso la libertà sforzando di non esitare, e ho fatto alcuni passi falsi lungo la via. Ma ho scoperto che dopo aver scalato una montagna ce ne sono sempre altre da scalare. Adesso mi sono fermato un istante per riposare, per volgere lo sguardo allo splendido panorama che mi circonda, per guardare la strada che ho percorso. Ma posso riposare solo qualche attimo, perché assieme alla libertà vengono le responsabilità, e io non oso trattenermi ancora: il mio lungo cammino non è ancora alla fine».
Probabilmente non lo è neppure ora, perché la strada di simili personalità si prolunga nella storia. Né  lo è il cammino  di quanti lo hanno amato e rispettato e ora devono viverne e tramandarne la lezione: i contemporanei di Mandela che da oggi sono i suoi posteri.]]></description>
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			<title>I nuovi obiettivi dell'Onu</title>
			<link>http://www.pierluiginatalia.net/1/i_nuovi_obiettivi_dell_onu_10159866.html</link>
			<description><![CDATA[<strong>I nuovi obiettivi dell&#039;Onu</strong><br /> 
S’intitola Strada verso la dignità (Road to Dignity) la relazione presentata ieri dal Segretario generale delle Nazioni Unite, Ban Ki-moon, all’Assemblea generale. Si tratta di un documento di sintesi sugli obiettivi che la massima istituzione internazionale intende raggiungere nel prossimo quindicennio, quello che si concluderà nel 2030. Agli obiettivi di sviluppo del millennio, (Millennium Development Goals) a suo tempo dichiarati dall’Onu e da raggiungere entro il 2015, subentrano ora quelli che vengono definiti obiettivi di sviluppo sostenibile, da conseguire appunto entro il 2030 (Sustainable Development Goals post-2015).
Ma sostenibili per chi? E soprattutto come? Il concetto di sviluppo sostenibile è da anni legato soprattutto all&#039;impostazione economica globale. Quello che risulta insostenibile, cioè, è l&#039;uso dissennato delle risorse non rinnovabili, in particolare gas e petrolio, con conseguenze devastanti in termini di inquinamento e di cambiamenti climatici.
Ma altrettanto insostenibile è un&#039;impostazione delle produzioni - soprattutto agricole, ma non solo – destinate non alle necessità di tutti, ma ai consumi, spesso indotti, del nord ricco del mondo, oltre che delle elites, spesso complici e depredatorio, dei devastati Paesi del sud.
Significativo è dunque che Ban Ki-moon parli di un’azione agile e inclusiva per inaugurare un’era centrata sulla persona umana, sulla tutela dei diritti e sulla protezione ambientale del pianeta. Se i Millennium Development Goals, il cui raggiungimento entro l&#039;anno prossimo è comunque in gran parte mancato, erano concentrati soprattutto sui bisogni fondamentali — dal cibo all’acqua, dalla salute all’istruzione — i nuovi obiettivi pongono particolare attenzione sugli aspetti propriamente politici dello sviluppo e sono raccolti in cinque sezioni: dignità, persone, prosperità, pianeta, partnership e giustizia.
 Il Segretario dell’Onu ribadisce comunque che è ancora lunga e in salita la strada per sconfiggere la fame e ridurre la povertà estrema, per combattere le malattie, per promuovere l’istruzione, in particolare per le ragazze. Ma anche per questi settori cruciali pone l’accento sul primato della dignità di ogni essere umano. «Abbiamo un’opportunità storica e il dovere di agire rapidamente, con coraggio e forza per garantire a tutti una vita dignitosa senza lasciare nessuno indietro», sottolinea Ban Ki-moon, ribadendo che dall’anno prossimo bisogna intraprendere un compito globale di vasta portata «per assicurare il nostro benessere futuro». A questo scopo si chiede agli Stati membri dell’Onu appunto «un’azione innovativa, inclusiva e coordinata nel negoziare l’agenda post-2015».
L&#039;invito è necessario e pressante, ma restano forti perplessità che basti a invertire una tendenza incancrenita. Quella che cerca il privilegio e non il diritto, quella che si traduce in prevaricazione. Quella che nei nostri Paesi ricchi – probabilmente per la prima volta nella loro storia - lascia i figli in condizioni peggiori dei padri.]]></description>
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			<title>Cambiamento in Vaticano</title>
			<link>http://www.pierluiginatalia.net/1/cambiamento_in_vaticano_8075002.html</link>
			<description><![CDATA[<strong>Cambiamento in Vaticano</strong><br />
 
di Pierluigi Natalia
Buona sera, buon giorno, buon appetito. Termini banali, spesso usati in modo automatico. Poi li usa un Papa e cambia gli scenari. Del resto, che il cambiamento sia la misura di questo pontificato è apparso evidente già nel fatto che il nuovo Papa sia un gesuita che ha scelto di chiamarsi Francesco. Per quanti conoscono lo stile ecclesiale e il linguaggio dei simboli ai quali si dà rilievo nella Chiesa, già questo segnala che il pontificato di Jorge Mario Bergoglio avrà tra i suoi capisaldi il discernimento proprio dei figli di Ignazio di Loyola e il primato evangelico della povertà del Santo di Assisi. In termini ecclesiali si chiama servizio. Tradotto in politichese contemporaneo si potrebbe parlare di una leadership basata sui bisogni primari, senza indulgenze al populismo e soprattutto senza acquiescenza al primato dei cosiddetti poteri forti. Una Chiesa più semplice e proprio per questo più efficace, più capace di parlare ai popoli. Con ricadute anche negli assetti politici ed economici. 
Giovanni Paolo II incominciò il suo pontificato invitando a non aver paura di aprire, anzi di spalancare le porte a Cristo. E nell&#039;epoca dei blocchi, della guerra fredda, quelle parole di un Papa venuto dalla Polonia assumevano anche un significato politico che il decennio successivo avrebbe reso manifesto. Papa Francesco ha detto oggi, nella sua messa di inizio pontificato, di non avere paura dell&#039;amore, anzi della tenerezza. In un mondo che si è sclerotizzato da almeno un ventennio – almeno nella sua parte più ricca - in una sorta di pensiero unico individualista e liberista, parlare di amore e di tenerezza come misura del comportamento ecclesiale e sociale è abbastanza rivoluzionario, anche per un Papa venuto “quasi dalla fine del mondo”, come ha detto egli stesso e da un continente che alle rivoluzioni è abituato. Sarà il tempo a dirci se questo spirito di cambiamento, questo riaccendere le braci del Concilio produrrà nuovi e positivi incendi nella convivenza mondiale o se la Chiesa resterà relegata ai settori dell&#039;assistenza, e costretta a pronunciamenti etici sempre meno ascoltati da una modernità che appare antropologicamente mutata. Papa Francesco ne è pienamente cosciente. Non a caso, nella prima omelia, a braccio, tenuta ai cardinali il giorno dopo l&#039;elezione, ha ricordato che la Chiesa non è un&#039;organizzazione non governativa benefica, non è chiamata solo a dare ai poveri, ma ad avere uno stile di povertà radicato appunto nell&#039;amore. 
C&#039;è una speranza e c&#039;è una certezza in un Papa che ha scelto di chiamarsi Francesco. Perché, se i nomi hanno un senso, questo annuncia anche volontà di dialogo con tutti, a partire dall&#039;Islam. Francesco, che in epoca di crociate si reca dal sultano Salah el Din, è infatti il pegno di una storia fatta di sforzo dialogante anche nei suoi periodi più cupi. E oggi, a giudizio di molti, è uno di quelli. La certezza è che ci sono molte ferite da risanare, spirali di vendette da interrompere, giustizia sociale e autentico sviluppo umano da promuovere. La Chiesa, soprattutto nei panorami ad altissimo tasso di pericolosità, ha fatto e fa la sua parte, schierandosi con i più poveri e gli emarginati, incitando alla solidarietà e al reciproco rispetto, molto più di quanto non sappia o non voglia sapere un&#039;opinione pubblica condizionata da un&#039;informazione che ignora o vuole ignorare tutto quello che non sia scandalo o anticlericalismo fuori tempo massimo. 
La Chiesa è fatta di milioni di persone al servizio dei bisogni dell&#039;uomo. E la stessa sua organizzazione centrale, quella Curia di cui si parla tanto male, consente di rendere più efficace questo servizio. Ma certo voce del Vescovo di Roma può portare rinnovato sostegno, indirizzare su più convinti e convincenti sentieri di pace. Può, soprattutto, dare voce alla speranza degli umili, di arginare l&#039;arroganza di poteri che considerano ovvio basare i rapporti tra popoli e persone sulla forza, sull&#039;interesse dei pochi che hanno troppo, sulla fatica dei moltissimi che non hanno nulla. In ogni sud devastato del mondo. E anche in quell&#039;Italia in sofferenza della quale il Papa è primate. ]]></description>
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			<title>Obama e la crisi siriana</title>
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			<description><![CDATA[<strong>Obama e la crisi siriana</strong><br />
 
C&#039;è in queste ore una sorta di sospensione della deriva di guerra nella quale in tanti sembrano decisi a farci precipitare ancora una volta, c&#039;è quella sorta di tregua che offrel&#039;occhio di un ciclone. Si allontana, infatti, ma non si cancella la prospettiva di un allargamento del conflitto siriano, con interventi armati internazionali dalle conseguenze che nessuno può presumere, con superficiale arroganza, di calcolare fino in fondo e che sarebbero comunque di certo inquietanti. 
Le voci più sagge, dal Papa a diversi altri leader religiosi, dai rappresentanti della società civile a tanti premi Nobel, vengono già confinate nella rubrica delle pie illusioni, delle buone intenzioni, mentre la stampa e gli altri mezzi di comunicazione si riempiono di “retroscena” di guerra (come se quelli veri – morte, malattie, fame, anni di rancori – non li conoscessimo già tutti). Si riempiono di comparsate dei soliti sedicenti esperti che mai, dicasi mai, ne hanno indovinata una in passato e che accusano di ingenuità quanti hanno denunciato, in anticipo, ciò che sarebbe accaduto. 
Adesso si attenderà, per qualche giorno, il rapporto degli ispettori dell&#039;Onu sul presunto uso di armi chimiche in Siria del quale i ribelli e il Governo si rimpallano la responsabilità. Ma sembra una specie d&#039;atto dovuto, dopo che in tanti – e di quelli che contano - hanno già detto che bisogna punire il “criminale” Bashar al Assad, con o senza l&#039;avallo dell&#039;Onu. Alla fine deciderà Obama, anche se già gonfiano i muscoli il conservatore britannico David Cameron e il socialista francese François Hollande (al quale deve essere avanzata qualche bomba dopo quelle sganciate su libici e maliani, dato che si dice pronto a fornire armi ai ribelli siriani). Persino Angela Merkel, impegnata in campagna elettorale, parla di punizioni per chi ha usato armi chimiche, ovviamente se è stato Assad, dato che del modo di punire un gruppo ribelle eventualmente responsabile non parla nessuno. Alla fine sarà Obama decidere se ascoltare i tanti che nel Medio Oriente, dall&#039;Arabia Saudita, al Qatar, alla Turchia premono affinché non si consenta di vincere la guerra civile siriana all&#039;odiato Assad, amico degli altrettanto odiati sciiti iraniani. E molte fonti diplomatiche attribuiscono proprio alle pressioni di Arabia Saudita e Qatar, con l&#039;Egitto in questo momento fuori gioco per le sue vicende interne, la presa di posizione della Lega araba che a sua volta ha dichiarato di ritenere colpevole il Governo siriano e ha invitato l&#039;Onu ad agire di conseguenza. 
E forse sarà coinvolta anche l&#039;Italia, che tra l&#039;altro ha truppe in Libano, sebbene almeno per una volta il Governo di Roma abbia detto che senza mandato dell&#039;Onu non si può intervenire, con una notevole sterzata sulle guerre nelle quali hanno allegramente coinvolto il Paese l&#039;ex comunista D&#039;Alema nel 1998 in Kosovo e il non si sa bene cosa Berlusconi (all&#039;epoca molto “volenteroso” nel compiacere George W. Bush) in Iraq nel 2003.
Alla fine sarà Obama, insignito del Nobel per la pace “sulla fiducia”, prima ancora di incominciare a governare cercando di attuare le promesse che avevano scaldato il cuore di tanti, se segnare il suo secondo mandato con il rischio di aprile un&#039;altra guerra decennale. Per ora ha detto di non ritenere i ribelli siriani in possesso di armi chimiche e quindi di sospettare il Governo di Damasco. Secondo Obama. Per ora ha detto che un eventuale attacco «mirato e limitato» sarebbe sufficiente per inviare un monito ad Assad e che gli Stati Uniti non vogliono né intervenire nella guerra civile né rovesciare il regime di Damasco. Al rapporto degli ispettori dell&#039;Onu gli Stati Uniti si preparano ad affiancare un dossier con presunte prove di colpevolezza del Governo siriano, che diverse fonti definiscono cospicuo, ma incompleto e comunque senza componenti determinanti. E in assenza di prove certe è difficile escludere la possibilità di una manipolazione mediatica riguardo alle immagini diffuse dai ribelli siriani sui social network. Tanto più che sembra arduo spiegare perché il Governo di Damasco, proprio mentre l’esercito sta conseguendo contro i ribelli successi decisivi, abbia varcato quella “linea rossa” dell’uso di armi chimiche sulla quale era stato più volte messo in guardia.
E probabilmente Obama sta riflettendo proprio su questo prima di fare una scelta sulla quale consigliano prudenza i precedenti storici, dato che per giustificare l’attacco anglo-statunitense all’Iraq nel 2003 gli Stati Uniti di Bush e la Gran Bretagna di Tony Blair mentirono anche in sede Onu, presentando presunte prove poi rivelatesi false relative proprio ad armi chimiche. Alla fine sarà Obama a dover decidere se rischiare di rivelarsi un presidente del tipo di un Bush qualsiasi e lasciare al mondo come eredità del suo mandato un&#039;altra guerra.]]></description>
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			<title>Epidemia e prospettive internazionali 2020 (seconda parte)</title>
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			<description><![CDATA[<strong>Epidemia e prospettive internazionali 2020 (seconda parte)</strong><br /> Il mio ultimo editoriale di Sosta e Ripresa si congedava dal lettore con l&#039;impegno a continuare a riflettere sulle prospettive che la crisi provocata dalla pandemia del Covid-19 apre di fronte non solo alle singole persone, ma nei più generali rapporti sociali, dal livello di singole comunità locali a quello geopolitico globale. Riflessioni che sembrano quanto mai necessarie, perché è chiaro che un ritorno puro e semplice allo status quo ante avrebbe effetti devastanti. 
Si, bisogna pensare. E trarre alcune lezioni. La prima, ovviamente, è prendere sul serio la minaccia che viene dal saccheggio della natura e giudicare su questa base i comportamenti individuali e collettivi, compresa l&#039;offerta politica. Anche perché la natura presenta il conto. Quello salatissimo che già paghiamo dovrebbe ammonirci che il pianeta potrebbe tranquillamente fare a meno dell&#039;uomo, se arriva a diventare un parassita non più sostenibile. Basti vedere che in questi mesi di forzatamente ridotta attività i parametri ambientali sono tutti migliorati. Tornare ai comportamenti di prima, considerare questa fase solo un&#039;incidente di percorso, sarebbe suicida. 
La seconda è che non si può affrontare il degrado ambientale senza combattere le cause di quello umano e sociale. Come scrive Papa Francesco nella Evangeli Gaudium, l&#039;esortazione apostolica del 2013 considerata il manifesto programmatico del suo pontificato, «non possiamo fare a meno di riconoscere che un vero approccio ecologico diventa sempre un approccio sociale, che deve integrare la giustizia nelle discussioni sull’ambiente per ascoltare tanto il grido della terra quanto il grido dei poveri». Serve un&#039;economia diversa da quella che minaccia il pianeta e l&#039;umanità. Servono modelli con la priorità dei diritti e delle tutele del lavoro sugli interessi di produzione, serve cambiare la prassi dei finti bisogni indotti per moltiplicare in modo dissennato i consumi. 
La dottrina sociale della Chiesa, il magistero in materia di cura dell&#039;ambiente, la stessa scelta ecclesiale del primato del povero, ci aiutano a comprendere gli errori, nel presente e per il futuro, a pensare insieme, perché nessuno si salva da solo, a dare spazio e strumenti alla speranza. Sul piano internazionale, sulla linea sempre seguita dalla Santa sede, aiuta rileggere il messaggio di Pasqua di Papa Francesco, pronunciato in un momento che l&#039;epidemia rendeva drammatico. &quot;Non è il tempo dell&#039;indifferenza perché tutto il mondo sta soffrendo e deve ritrovarsi unito nell&#039;affrontare la pandemia... non è il tempo degli egoismi, perché la sfida che stiamo affrontando ci accomuna tutti e non fa differenza di persone&quot;. Soprattutto &quot;non è il tempo della dimenticanza.&quot;, ha ammonito il Papa, in riferimento alle tante crisi umanitarie che sono sembrate passare in secondo piano cancellate o quasi dall&#039;informazione, quasi che l’epidemia le avesse risolte, invece di aggravarle come ha fatto. Sarebbe forsennato tornare sic et simpliciter alla situazione precedente al Covid-19, dimenticare i deboli delle periferie di ogni parte del mondo, non provvedere a chi rischia di perdere il lavoro, non smetterla con le guerre e con il commercio delle armi, &quot;spendendo ingenti capitali che dovrebbero essere usati per curare le persone e salvare vite&quot;. 
Particolarmente intenso è stato l’appello all’Europa, che da troppo tempo sembra svuotarsi di significato, perdere i suoi già tanto compromessi principi di unità e di solidarietà, con la riduzione dello Stato sociale e il cedimento a un liberismo che moltiplica gli egoismi e monetizza i bisogni, con i rafforzamenti dei nazionalismi, persino con attacchi alla democrazia da parte di governi che intendono agire senza contrappesi e controlli, come è accaduto durante l&#039;epidemia, senza reazioni significative delle istituzioni comunitarie. Il Papa ha ricordato che l&#039;Europa è risorta dopo la seconda guerra mondiale &quot;grazie a un concreto spirito di solidarietà che ha consentito di superare le rivalità del passato. È quanto mai urgente, soprattutto nelle circostanze odierne, che tali rivalità non riprendano vigore, ma che tutti si riconoscano parte di un’unica famiglia e si sostengano a vicenda. Oggi l’Unione Europea ha di fronte a sé una sfida epocale, dalla quale dipenderà non solo il suo futuro, ma quello del mondo intero. Non si perda l’occasione di dare ulteriore prova di solidarietà, anche ricorrendo a soluzioni innovative. L’alternativa è solo l’egoismo degli interessi particolari e la tentazione di un ritorno al passato, con il rischio di mettere a dura prova la convivenza pacifica e lo sviluppo delle prossime generazioni”. 
L&#039;epidemia ci ha dimostrato impellente ripensare i nostri stili di vita: se è vero che questo virus ce li ha cambiati a forza, è vero anche che un ritorno a quelli vecchi significherebbe vanificare la fatica affrontata e riconsegnarci al pericolo e alla sofferenza. La distanza relazionale alla quale siamo stati costretti, non può e non deve cristallizzarsi in freddo distacco, in una chiusura egoistica che ci vedrebbe privati ancora di più di diritti fondamentali, ci vedrebbe più poveri in umanità. Questa epidemia ha ridotto le nostre case - per quelli che una casa hanno - a una sorta di nuove catacombe per comunità ristrettissime, a volte nel calore familiare, talora abitate da solitudini che telefoni e computer non posso riempire del tutto. Ma le catacombe, oggi come agli albori del cristianesimo, sono dei rifugi necessari nel pericolo, non la condizione di una vita piena. Il credente sa che viene il tempo di uscirne. Il modo di vivere quel tempo sta a noi sceglierlo.]]></description>
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		<item>
			<title>Santa Sofia a Istanbul riconvertita in moschea</title>
			<link>http://www.pierluiginatalia.net/1/santa_sofia_a_istanbul_riconvertita_in_moschea_11593979.html</link>
			<description><![CDATA[<strong>Santa Sofia a Istanbul riconvertita in moschea</strong><br /> 
        «Il mare mi porta un po&#039; lontano. Il pensiero a Istanbul, penso a Santa Sofia. Sono molto addolorato». Così ieri Papa Francesco, dopo la preghiera dell&#039;Angelus. Diciotto parole, pronunciate a braccio, con voce che celava a fatica la commozione. Non è certo la prima volta che un papa esprime una posizione chiara nel &quot;dopo Angelus&quot; (vengono chiamati così così nel &quot;gergo&quot; interno della stampa cattolica, in particolare a L&#039;Osservatore Romano, quegli interventi dei pontefici sui principali fatti di attualità che seguono la preghiera domenicale di mezzogiorno dalla finestra dell&#039;appartamento papale del palazzo apostolico vaticano che affaccia su piazza San Pietro). Da quella finestra sono stati lanciati infiniti appelli per la pace, sono state annunciate iniziative diplomatomatiche, sono state delineate linee di Dottrina sociale della Chiesa. Per i giornalisti quell&#039;appuntamento è stato tante volte &quot;la notizia&quot;. Per popolazioni percosse e stremate da guerra, carestie, epidemie, catastrofi naturali sono state iniezioni di speranza, fiducia nella vicinanza del Papa e della Chiesa, nel sostegno nella sventura (mi creda il lettore: lo ho visto e lo so, come chiunque abbia trascorso la sua vicenda professionale tra le tragedie del mondo)..
        I fatti sono noti: il presidente turco, Recep Tayyip Erdoğan , ha annunciato che Santa Sofia sarà riaperta al culto islamico dalla preghiera del venerdì del 24 luglio. Santa Sofia è uno dei principali monumenti di Istanbul. La fece costruire l&#039;imperatore Giustiniano. Dedicato alla Sophia (la sapienza di Dio), dal 537 al 1453 l’edificio fu cattedrale cattolica di rito greco e poi ortodossa e sede del Patriarcato di Costantinopoli, a eccezione di un breve periodo tra il 1204 e il 1261, quando fu convertito dai crociati a cattedrale cattolica di rito romano sotto l’impero latino di Costantinopoli. Divenne poi moschea ottomana il 29 maggio 1453 e tale rimase fino al 1931. Fu poi sconsacrata e il primo febbraio del 1935 divenne un museo, per volere di Kemal Ataturk, il fondatore della Turchia moderna, un museo. L&#039;Unesco l&#039;ha inserita tra i siti patrimonio dell&#039;umanità. Secondo Erdoğan, «Ataturk fece un errore molto grande». La decisione del presidente Turco, fatta avallare dal Consiglio di Stato, era nell&#039;aria da tempo. Già due anni fa, il 31 marzo 2018, Erdoğan violò apertamente il divieto di ogni manifestazione religiosa nell&#039;edificio andandovi a recitare il Corano, con dedica esplicita «a coloro che hanno contribuito a costruirla, ma in modo particolare a chi l&#039;ha conquistata». Ora la decisione di rifarne una moschea e basta, atteggiandosi a sua volta a conquistatore e restauratore di un islam militante, in un senso - per questa come per ogni altra religione - abbondantemente condannato dalla storia, ma da una storia che sembra non imparare mai dai suoi errori.
   Prima ancora dell&#039;intervento di Papa Francesco, c&#039;erano state reazioni preoccupate di altre voci del mondo cristiano. Secondo il patriarca ecumenico ortodosso di Costantinopoli Bartolomeo, Santa Sofia, è un centro di vita “nel quale si abbracciano Oriente e Occidente» e la sua riconversione in luogo di culto islamico «sarà causa di rottura tra questi due mondi» e nel XXI secolo «è assurdo e dannoso che Santa Sofia, da luogo che adesso permette ai due popoli di incontrarsi e ammirare la sua grandezza, possa di nuovo diventare motivo di contrapposizione e scontro». Una posizione condivisa dalla Chiesa ortodossa russa, la più maggiore per numero di fedeli. Il patriarca di Mosca, Kirill, ha accolto con “grande pena e dolore” la decisione del governo turno e in note dei responsabili del dipartimento per le relazioni esterne del patriarcato si legge che si tratta di «un duro colpo per l’ortodossia mondiale» e soprattutto di «un evento che potrebbe avere serie conseguenze per l’intera civiltà umana».
      Di «dolore e sgomento» parla ancheil Consiglio mondiale delle chiese (Cec) (che riunisce 350 Chiese in 110 Paesi, con mezzo miliardo di fedeli) in una lettera a Erdoğan del segretario Ioan Sauca. «Decidendo di riconvertire la basilica di Santa Sofia in una moschea, si inverte quel segno positivo dell&#039;apertura della Turchia, in un segno di esclusione e divisione&quot;, scrive Sauca, aggiungendo che purtroppo la decisione in Turchia è stata presa senza preavviso o discussione con l&#039;Unesco in merito all&#039;impatto della decisione sul valore universale di Santa Sofia e ammonendo che trasformare un luogo emblematico come Santa Sofia da un museo in una moschea «inevitabilmente creerà incertezze, sospetti e sfiducia, minando tutti i nostri sforzi per riunire persone di fedi diverse al tavolo del dialogo e della cooperazione».
        Era tante cose questa domenica 12 luglio appena trascorsa. Tra le altre era il venticinquesimo anniversario dell&#039;orrore di Srebrenica, la cittadina bosniaca dove si consumò la strage più feroce in Europa dopo la fine della seconda guerra mondiale, ed era la giornata la giornata internazionale del mare. Due aspetti che sembrerebbero sconnessi, due temi che riempievano i miei pensieri e dei quali avrei voluto parlare ai lettori di questa piccola testata, sui quali cercavo un filo u conduttore. Me lo ha offerto Papa Francesco: «Il mare mi porta lontano...» ha detto, dopo aver rivolto «un affettuoso saluto a tutti coloro che lavorano sul mare, specialmente quelli che sono lontani dai loro cari e dal loro Paese».
C&#039;è un&#039;ancora nello stemma dell&#039;Apostolato del mare. L&#039;ancora, uno dei più antichi segni cristologici, una delle più antiche icone della Croce salvifica, è un simbolo forte di speranza. L&#039;importanza di un simbolo va sottolineata e indagata. Non a caso, i marinai non usano l&#039;espressione tanto spesso erroneamente ripetuta &quot;gettare l&#039;ancora&quot;, ma la più corretta «dare fondo all&#039;ancora». Dare fondo alla speranza, agganciare la vicenda di vita a una tenuta che difenda dallo squasso dei marosi o dal rischio di una deriva senza meta, ma non senza pericolo, è una lezione e un&#039;esperienza che ben conosce chiunque vada per mare, per lavoro, per necessità, per desiderio e diletto. Per tutti, ma più ancora per i cristiani, l&#039;ancora è una certezza in più, un presidio contro la disperazione, un sostegno alla perseveranza. E si potrebbe aggiungere che una barca alla fonda volge naturalmente la prua alla direzione del vento e, quindi, consente di ridare vela con meno fatica e di riprendere meglio la navigazione. Una navigazione lungo rotte di pace, perché non si ripetano orrori come Srebrenica, perché le religioni, il cristianesimo come l&#039;islam, come l&#039;ebraismo, come ogni modo in cui l&#039;uomo pensa Dio, non siano pervertite i strumenti d&#039;odio e conflitto. Perché l&#039;arroganza unana non restituisca a uno scontro inaccettabile il nome di un luogo,   la santa Sapienza, che è nome di pace. ]]></description>
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			<title>Nuovo allarme in Somalia</title>
			<link>http://www.pierluiginatalia.net/1/nuovo_allarme_in_somalia_9747964.html</link>
			<description><![CDATA[<strong>Nuovo allarme in Somalia</strong><br /> In Somalia oltre cinquantamila bambini sono talmente malnutriti da essere sul punto di morire. Lo denuncia un documento sottoscritto da ventidue organizzazioni umanitarie - agenzie internazionali e associazioni locali - impegnate nell&#039;assistenza alle popolazioni del Paese. Il documento è stato diffuso proprio mentre il Segretario generale delle Nazioni Unite, Ban Ki-moon, sottolineava ieri, durante una visita nella sede a Roma della Fao, l’organizzazione dell’Onu per l’alimentazione e l’agricoltura, la necessità di intensificare gli sforzi internazionali nella lotta alla fame. Secondo Ban Ki-moon, infatti, «la fine della fame è possibile, ma bisogna fare di più». Il Segretario dell’Onu ha sottolineato che tutti hanno diritto a una adeguata nutrizione, aggiungendo che il Comitato per la sicurezza del cibo e la Fao hanno lavorato molto per raggiungere gli obiettivi dal programma chiamato Zero hunger challenge (opportunità fame zero). 
Nel documento delle organizzazioni che operano in Somalia si sottolinea come a distanza di tre anni dalla devastante carestia che ha colpito il Paese africano almeno tre milioni di persone subiscano ancora gli effetti della crisi. La Somalia è stata infatti la Nazione più colpita dalla siccità del 2011 che ha coinvolto oltre 13 milioni di persone nel Corno d’Africa. Secondo le Nazioni Unite, nel biennio 2011-2012 in Somalia sono morte per fame almeno 260.000 persone, per metà bambini. E la situazione minaccia di precipitare di nuovo. «Oggi abbiamo un preallarme, con tutti gli ingredienti di una crisi umanitaria», ha detto Andrew Lanyon, presidente della coalizione di agenzie umanitarie Somalia Resilience Programme, sollecitando a «muoversi ora per un’azione tempestiva». 
Anche Ban Ki-moon, nel suo intervento alla Fao, ha sottolineato la necessità di agire per tempo di fronte alle minacce, facendo riferimento alle crisi più importanti dell’ultimo periodo ed esortando appunto a fare di più nei Paesi che ne sono teatro. Tra gli altri, Ban Ki-moon ha citato il Sud Sudan, dove aveva condotto il giorno prima una missione volta a promuovere un negoziato per fermare la guerra civile divampata da quasi cinque mesi. Il conflitto ha acuito una condizione delle popolazioni già drammatica. «Il Paese africano vive un’emergenza di nutrizione e c’è una intera generazione nata soffrendo la fame», ha ricordato.
Un accento particolare il Segretario dell’Onu ha posto sul ruolo indispensabile delle donne nelle società e nei centri di potere, anche per quanto riguarda l’obiettivo di sconfiggere la fame. Infine, ha invitato i Governi a prendere nel prossimo vertice a settembre decisioni concrete per contrastare i cambiamenti climatici anche scegliendo un’agricoltura sostenibile e una cooperazione globale per raggiungere gli obiettivi di sviluppo del millennio. 
Non è certo la prima volta che l&#039;Onu sollecita regole più efficaci per nutrire gli affamati, il che in ultima analisi può realizzarsi solo combattendo le enormi speculazioni sul cibo. Ma così come accade sull&#039;altro cruciale versante dello sviluppo, cioè il lavoro, anche nel settore del commercio le solenni dichiarazioni internazionali non si traducono mai in provvedimenti concreti. E nessuna efficace e concorde volontà politica a livello mondiale riesce a opporsi a una finanza, essa si globale, che in materia di agricoltura si occupa solo di determinare i prezzi dei prodotti delle macroculture destinate ai consumi del nord ricco del mondo — spesso in regime di proprietà internazionale e, comunque, vincolate ai meccanismi commerciali globali — ed erode sempre più l&#039;agricoltura di sussistenza.
Né la questione è solo economica o umanitaria: la lotta alla fame attraverso il sostegno allo sviluppo rurale riguarda direttamente la costruzione della pace. All&#039;origine di molte tra le principali emergenze mondiali, infatti, c&#039;è direttamente o indirettamente, la fame e, quindi, la questione agricola. Che non fa conteggiare solo denato, ma appunti bambini uccisi dalla fame.]]></description>
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			<title>Marcia per le studentesse rapite da Boko Haram</title>
			<link>http://www.pierluiginatalia.net/1/marcia_per_le_studentesse_rapite_da_boko_haram_10371069.html</link>
			<description><![CDATA[<strong>Marcia per le studentesse rapite da Boko Haram</strong><br />Si è svolta nel segno della speranza, anzi di 219 speranze, la marcia organizzata oggi ad Abuja, la capitale della Migeria, dalla campagna BringBackOurGirls («portate indietro le nostre ragazze) nel primo anniversario del sequestro delle studentesse di Chibok, nello Stato nordorientale del Borno, a opera di Boko Haran. La marcia, conclusa nella sede del ministero dell&#039;Istruzione, con la consegna di una lettera nella quale si ribadisce che il Governo ha il dovere di riportare al più presto a casa le giovani, è stata aperta proprio da 219 ragazze, “ambasciatrici” delle loro 219 coetanee scomparse dalla notte tra il 14 e il 15 aprile 2014. 
Analoghe iniziative si sono tenute a Lagos, la principale città nigeriana, nella stessa Chibok e in altre località, comprese alcune all&#039;estero, come Londra e New York.
C&#039;è dunque un&#039;ostinata speranza, nonostante il pessimismo di molti sulla sorte delle ragazze, delle quali da allora non si hanno notizie certe. «Siamo convinti che siano ancora vive e allora, ancora di più, speriamo e ci battiamo», ha detto Rotimi Olawale, portavoce di BringBackOurGirls, secondo il quale «inizialmente le autorità hanno fatto poco e male, ma l’intensificarsi della campagna militare delle ultime otto settimane fa sperare, perché è stato possibile liberare diverse persone prese in ostaggio da Boko Haram». 
l portavoce ha aggiunto che «dopo 365 giorni di prigionia le ragazze sono traumatizzate, ma per noi è importante sapere che alcune di loro hanno avuto contatti con compagne di scuola riuscite a scappare subito dopo il sequestro».
Ad alimentare l&#039;ottimismo di alcuni sul fatto che le studentesse siano ancora vive sono anche i racconti delle poche giovani riuscite a sfuggire a Boko Haram, che ne ha rapite oltre duemila. Una di loro, la ventitreenne cristiana  Liatu Andrawus, rapita lo scorso giugno e rimasta prigioniera dei miliziani jihadisti, che l&#039;hanno costretta a “sposare” uno di loro, fino a che l&#039;esercito nigeriano non ha ripreso a marzo il controllo della città di Gwoza, ha detto di avervi incontrato molte ragazza di Chibok alle quali era stata imposta la stessa sorte. La giovane ha poi chiarito di non sapere cosa sia successo alle studentesse dopo la fuga di Boko Haram da Gwoza a fine marzo, ma di suppone che siano state portate i tra le montagne di Mandera.
Non ha voluto negare speranza il neoeletto presidente nigeriano Muhammadu Buhari, che entrerà in carica il mese prossimo. Tuttavia, pur dicendosi deciso a fare tutto il possibile, Buhari ha chiarito di non poter promettere la liberazione delle ragazze di Chibok.  «Il posto dove si trovano resta ignoto. mi piacerebbe molto poterlo fare, ma non posso promettere di ritrovarle», si legge in un suo comunicato.
I]]></description>
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			<title>Prime aperture dopo la pandemia</title>
			<link>http://www.pierluiginatalia.net/1/prime_aperture_dopo_la_pandemia_11592189.html</link>
			<description><![CDATA[<strong>Prime aperture dopo la pandemia</strong><br /> La pandemia non è finita, ma da domani saremo un po&#039; più liberi, Certo, è una buona notizia, né dopo tre mesi trascorsi in una costrizione che molto ha somigliato a una prigionia, le misure di sicurezza che restano in vigore tolgono più di tanto al sollievo. Per settimane una comunicazione unilaterale e ossessiva ci ha detto che il nemico, l&#039;unico nemico era un virus balordo e che &quot;per il nostro bene&quot; la libertà doveva essere limitata, che detto così suona un po&#039; male. Poi quella stessa comunicazione dominante ha cominciato a convincerci che il nemico principale da combattere fosse il pericolo di non poter tornare &quot;come prima&quot; e che con il virus balordo tutto sommato conviene imparare a convivere, perché tanto per sconfiggerlo ci vorrà troppo tempo e non si può vivere liberi tappandosi in casa. E anche questo non suona troppo bene. 
Quanto al pericolo da affrontare per tornare liberi si può persino esagerare e farci sopra una bella citazione da Dante Alighieri, che non è il paroliere di un riuscito programma televisivo di qualche anno fa, un &quot;one man show&quot;, come dicono gli esperti di spettacolo che amano usare l&#039;inglese, condotto da un comico/attore/regista di successo, ma un discreto poeta che da secoli ci guida in un mistico viaggio in endecasillabi dalla condizione di peccato alla visione di Dio. E in quel viaggio troviamo, all&#039;inizio del secondo tappone, la citazione che ci serve, riferita a un tal Catone Uticense (chiamato minore, perché il Catone maggiore era un suo prozio che scriveva di più): &quot;Libertà va cercando ch&#039;è sì cara, come sa chi per lei vita rifiuta&quot;.
Ma per noi, grazie a Dio, non è per forza così alto il prezzo per essere liberi di tornare &quot;come prima&quot;, liberi di produrre e di consumare, liberi di rimettere in moto il sistema. E se poi dovesse proprio capitare - a nostro nonno con più probabilità che a nostro figlio - c&#039;è sempre quel &quot;sia fatta la volontà di Dio&quot;, quasi sempre usata a sproposito perché di convincerci che Dio vuole il nostro bene e non il nostro male proprio non ne vogliamo sapere.
Ma ora basta: su un giornale che si definisce di ispirazione cattolica, un editoriale non può essere condotto tutto sul filo dell&#039;ironia. E allora il suo direttore smette di usarla e torna a considerazioni che spera più serie. La cosiddetta fase due è davvero una buona notizia. Ma è importante che quel sollievo citato all&#039;inizio e quella comunicazione pervasiva e totalizzante non ci tolga, come individui e come società, qualcosa di essenziale: la capacità di pensare. E magari di ripensare modi, abitudini, comportamenti, persino convinzioni nei quali siamo talmente immersi da considerarli leggi di natura.
Libertà è una parola bellissima, ma un po&#039; difficile. La promessa del Signore è &quot;conoscerete la verità e la verità vi farà liberi&quot;. Ma non parla di felicità. Né in quel passo né altrove. Perché la gioia cristiana è qualcosa di diverso dalla felicità che può dare il raggiungimento di un obiettivo materiale o il soddisfacimento di pseudo bisogni più o meno indotti. 
È un discorso lungo e complesso, troppo per esaurirlo nello spazio di un articolo. Ma almeno un esempio si può fare. Se il nostro tempo ha un&#039;assioma, un postulato, un &quot;totem&quot;, quello è &quot;libero commercio&quot;. Bella espressione, come tutte quelle che alla libertà fanno riferimento. Ma occorre mettersi d’accordo su cosa significano. Libero di cosa? E soprattutto libero da cosa? Sembrerebbero giochi di parole, ma sono l’essenza della questione. La “logica” del commercio è quella di vendere al miglior prezzo la maggiore quantità possibile della propria mercanzia, dopo averla acquistata o prodotta al prezzo più basso. E fino a qui siamo nel campo dei problemi che si studiano alle elementari: costo, ricavo, guadagno. La questione è però un po’ meno semplice se il mercato è un po’ più grande di quello che gli scolari fanno con le figurine durante l’ora di ricreazione, almeno come accadeva quando scolaro (poco diligente) era il direttore di Sostae Ripresa (e anche su questo bisognerebbe interrogarsi un po’: chi lo stabilisce che la figurina di Cristiano Ronaldo ne valga due di Immobile e magari tre di Lautaro Martinez?). 
Se poi il mercato è il mondo, la questione diventa complessa assai. Alla sola voce “costo” investe, direttamente o indirettamente, tutti i settori fondamentali della convivenza umana, accesso alle risorse, tutela dell’ambiente e della salute, diritto al lavoro, sicurezza sociale, proprietà intellettuale, libertà di pensiero, condizione della donna e dell’infanzia e altro ancora. Coinvolge tutto, fino alle questioni fondamentali della vita e della morte (per miliardi di persone), della pace e della guerra, che magari non sarà la continuazione della politica con altri mezzi, come diceva un celebre studioso di strategia, ma di sicuro è un modo per accaparrarsi risorse o per aprirsi mercati. 
Insomma, se la mamma di Pierino va al mercato, come da classica esposizione del “problema” alle elementari, magari i termini dati per trovare la soluzione sono sufficienti. Ma se al mercato ci va tutto il mondo, la soluzione deve tener conto di tante e tali variabili che a fornirla non basta la matematica (neppure quella dell’alta finanza e della macroeconomia), ma occorre la politica. 
E allora forse da questa pandemia dovremmo trarre una lezione. Se il contagio di un virus è bastato a far vacillare quel sistema &quot;come prima&quot;, forse anche la mamma di Pierino potrebbe voler cambiare mercato, forse sarebbe utile riflettere su un sistema diverso per quel &quot;dopo&quot; che sta già incominciando. Sarebbe utile un po&#039; di contagio del pensiero, ]]></description>
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			<title>La gazzarra alla Camera dei deputati</title>
			<link>http://www.pierluiginatalia.net/1/la_gazzarra_alla_camera_dei_deputati_11592190.html</link>
			<description><![CDATA[<strong>La gazzarra alla Camera dei deputati</strong><br />Quanto accaduto ieri alla Camera dei deputati, con la seduta sospesa per le proteste scomposte dell&#039;opposizione durante l&#039;intervento di un deputato di maggioranza concentrato sulla presunta cattiva gestione da parte dell&#039;emergenza del Covid-19 in Lombrardia, non è solo l&#039;ennesimo esempio di &quot;spettacolarizzazione&quot; di un certo modo di fare politica (scontri verbali pesantissimi e tafferugli nei Parlamenti ci sono sempre stati da quando esiste, ma ormai è diventato abituale ogni volta che c&#039;è la ripresa televisiva di una seduta organizzare sceneggiature con cartelli sbandierati in aula e offese agli avvarsari scandite con cori da stadio). 
Indipendentemente dai toni usati dal deputato in questione, Riccardo Ricciardi del Movimento 5 stelle, la formazione di maggioranza relativa che sostiene il governo, e da una sua palese inesattezza a proposito dei finanziamenti della contestata struttura sanitaria realizzata alla Fiera di Milano - ha parlato di sperpero di soldi pubblici mentre i fondi sono arrivati da donazioni private - la questione sollevata nell&#039;aula di Montecitorio è non solo seria, ma fondamentale per le scelte dell&#039;immediato futuro in campo sanitario, in Italia e non solo.
Addossare, come ha fatto Ricciardi, all&#039;attuale amministrazione della Regione Lombardia la responsabilità principale del fatto che le conseguenze in termini di vite umane della pandemia siano state e siano tuttora molto più alte che in tutto il resto d&#039;Italia non è piaciuto granché neppure a chi scrive queste righe. Né basta ad avallare tale accusa l&#039;apertura di inchieste della magistratura su quanto accaduto in quella regione, compresa un&#039;indagine conoscitiva della procura della quale si è avuta ieri notizia, dopo un esposto presentato da un sindacato locale, l&#039;Associazione per i diritti dei lavoratori (Ald Cobas Lombardia) che chiede di verificare se &quot;la tutela degli interessi privati abbia avuto prevalenza rispetto alla prioritaria tutela della salute pubblica&quot; nella costruzione della struttura alla Fiera di Milano. 
Né che rappresentanti legali di alcuni dei donatori dei 21 milioni di euro usati per realizzarla abbiano fatto richiesta di accesso agli atti della Fondazione di Comunità Milano, che gestisce il fondo sul quale sono affluiti i soldi, della Fondazione Fiera, che il fondo aveva avviato, e della prefettura di Milano, per capire che tipo di sorveglianza ha effettuato sugli atti delle due fondazioni. 
E neppure i dubbi sull&#039;opera in sé, definita &quot;un&#039;astronave&quot; dal suo ideatore, quel Guido Bortolaso che all&#039;epoca del terremoto dell&#039;Aquila era alla testa della Protezione civile italiana che non fu esempio di efficenza e di limpidezza. Dubbi legati non tanto al suo utilizzo - per fortuna grazie al rallentamento dell&#039;epidemia i duecento letti di rianimazione allestitivi non sono in pratica serviti - quanto alle notizie insistenti che stia per essere smantellata, cosa comunque non confermata dal presidente della Regione, Attilio Fontana.
Il punto è che quando si parla di modello lombardo di sanità, definito da molti e per decenni un&#039;eccellenza italiana, si parla di qualcosa in cui gli interessi privati hanno una rilevanza almeno pari, per essere prudenti, di quelli pubblici. Si parla cioè di incompatibilità tra il principio di tutela della salute come diritto umano e gestione della sanità come affare economico. Sosta e Ripresa ha già affrontato più volte negli ultimi mesi tale questione e continuerà a farlo. Perché la pandemia del coronavirus è un monito che non consente di essere banalizzato da battibbecchi su astronavi costosissime e mai decollate e nppure dal fruscio delle carte bollate.]]></description>
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			<title>La festa dell'Ascensione</title>
			<link>http://www.pierluiginatalia.net/1/la_festa_dell_ascensione_11592191.html</link>
			<description><![CDATA[<strong>La festa dell&#039;Ascensione</strong><br />&quot;Uomini di Galilea, perché state a guardare il cielo?&quot; (At 1, 11). La domanda è quella degli Atti degli apostoli che la liturgia presenta in questa domenica nella quale la Chiesa italiana celebra l&#039;Ascensione del Signore. È rivolta ai discepoli che continuano a guardare in alto dopo che Gesù e scomparso alla loro vista tra le nubi da due &quot;uomini in bianche vesti&quot;, definizione che nel linguaggio biblico indentifica spesso gli angeli (messaggeri) di Dio. Ma questa domanda è per tutti noi. Uomini e donne, giovani e vecchi di ogni luogo, dell&#039;Italia, della Tuscia, del quartiere, della via, della casa di chi sta leggendo queste righe, perché stiamo a guardare il cielo? 
Chi scrive questo giornale non crede di indossare una veste bianca, né tanto meno si crede inviato direttamente da Dio come latore di un messaggio. Ma in questa domenica, la prima dopo mesi nella quale è stato possibile partecipare di nuovo fisicamente alla Messa, accostarsi concretamente e non solo spiritualmente alla mensa eucaristica, una risposta deve, come tutti, trovarla. E può farlo sempre nella liturgia di oggi, nel Vangelo secondo Matteo: &quot;Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli, battezzandoli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro a osservare tutto ciò che vi ho comandato. Ed ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo&quot; (Mt 28, 19-20). 
Anche queste sono paole rivolte agli apostoli, ma non certo in esclusiva per loro e per i loro successori. L&#039;ascensione al cielo di Gesù segna il passaggio della testimonianza da lui alla Chiesa, a tutti coloro che credono, non solo ai sacerdoti, ma anche a tutti i laici che come i discepoli devono testimoniare il proprio credo con la vita quotidiana. 
Per un giornale che si definisce di ispirazione cattolica questo dovere è tassativo, nella scelta delle notizie e della rilevanza con la quale vengono presentate, nel linguaggio, nelle immagini, in tutto. Non sempre si riesce a farlo bene, qualcosa si trascura, qualcosa si valuta male, magari talvolta si pecca di superficialità o addirittura ci si compiace di un articolo raffazzonato, buttato lì, e si ritiene di aver offerto un servizio al giornale e soprattutto ai lettori. Capita a scrive sui giornali di scambiare un&#039;opinione (di solito la propria) per un fatto indiscutibile. Capita persino a chi un giornale dirige, per pigrizia o magari perché quel giorno non trova di meglio da pubblicare, di non controllare abbastanza cosa al lettore viene proposto. Come in ogni cosa umana l&#039;errore è sempre dietro l&#039;angolo, dai refusi che nessun giornale riesce a elinare del tutto, alle bestialità sintattiche e persino grammaticali alla quale la massa imponente delle fesserie che circolano sul web finiscono per abituare.
Ma una cosa non deve capitare per nessun motivo: trascurare quella ispirazione cattolica alla quale si è scelto di fare riferimento. Ispirazione, per dirla con il Concilio che può certo spingere a condannare gli errori, ma non a identificare l&#039;errore con chi lo fa. Che è PER il Vangelo, non contro altre fedi o altre appartenenze religiose, che è PER l&#039;arricchimento della propria identità, non contro quella altrui. Che è PER il dialogo, non contro le diverse colture, che è PER l&#039;uomo, non per un&#039;etnia o una razza, non per una sola cultura autoreferenziale, non contro la diversità considerata un nemico da combattere.
Soprattutto non guarda il cielo - o meglio non dice di vedervi l&#039;ispirazione delle proprie azioni, delle proprie idee, dei propri pregiudizi - ma guarda la terra, guarda gli uomini, perchè ispirazione cattolica non significa solo credere in Dio, magari riconoscendolo tale se ci sembra d&#039;accordo con noi, significa credere che Dio si è fatto uomo e che è con noi fino alla fine del mondo. Significa che nel mondo dobbiamo stare per incontrarlo, nel mondo dobbiamo operare per testimoniarlo, nel mondo dobbiamo mostrarlo, dobbiamo fornirgli i nostri cuori, le nostre menti, le nostre mani. Fossero pure i cuori, le menti e le mani appena sufficienti a scrivere un articolo decente
Sosta e Ripresa vuole provarci. Tanto più vuole farlo in un momento come questo in cui le vere notizie e &quot;bufale&quot; si mischiano in una cacofonia che rende difficile il discernimento. Un momento in cui la paura del virus sembra cedere il passo al virus della paura.
Buona domenica


]]></description>
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