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Nonostante i disordini postelettorali
Speranze
nigeriane
di normalità
Di Pierluigi Natalia
La conferma di Goodluck Jonathan alla presidenza della Nigeria alimenta in molti osservatori la speranza di normalità democratica e soprattutto di uno sviluppo che favorisca finalmente i ceti più poveri e maggioritari della popolazione. Nonostante alcuni limitati, seppur gravi episodi di violenza, John Agyekum Kufour, l’ex presidente ghanese che guidava gli osservatori dell'Unione africana, ha parlato di un voto regolare e trasparente tanto nelle elezioni presidenziali di sabato scorso, quanto in quelle di sette giorni prima per il Parlamento, in attesa di quelle del 26 aprile per i governatori dei 36 Stati federati. Tra l'altro, l'impegno del Governo per garantire la regolarità del voto questa volta è stato massiccio e non ha favorito nessuna delle parti in lizza: per la prima volta ci sono stati circa duecento arresti per crimini legati al tentativo di manipolare le elezioni, in massima parte di rappresentanti del People's Democratic Party (Pdp), al potere in Nigeria fin dalla fine della dittatura militare nel 1999 e oggi guidato appunto da Jonathan, un fatto rilevante in una Nazione dove finora per comportamenti del genere si aveva quasi la garanzia dell’impunità.
Il Congress for Progressive Change (Cpc), principale partito dell'opposizione, ha però contestato asserite irregolarità ai danni del suo candidato, il generale Mohammed Buhari, che fu alla guida del Paese nel biennio 1984-1985 all’epoca della dittatura militare. Tafferugli dopo l'annuncio della vittoria di Jonathan ci sono stati soprattutto nella città di Kano, nel nord, considerata la roccaforte di Buhari, dove sono stati incendiati edifici, compresa una chiesa cattolica, secondo quanto riferito alla Misna, l'agenzia internazionale delle congregazioni missionarie, dal vescovo John Namaza Niyiring. Disordini sono scoppiati anche in altri Stati, come quelli di Kaduna e di Jos, già teatro negli ultimi anni di sanguinosi scontri interetnici che avevano assunto anche connotazioni religiose.
Tutti questi episodi, comunque, non sono neppure lontanamente paragonabili a quanto accaduto in tutte le elezioni precedenti, da ultimo quelle del 2007, segnate da centinaia di morti e giudicate dagli osservatori indipendenti come le peggiori al mondo per violenze e frodi.
Tra l'altro, il successo di Jonathan è avvenuto nel pieno rispetto della Costituzione che stabilisce come per essere eletto al primo turno un candidato debba ottenere, oltre alla maggioranza assoluta dei voti totali, almeno il 25 per cento dei consensi in almeno 24 dei 36 Stati. Sulla base dei risultati diffusi dalla Commissione elettorale indipendente, Jonathan ha ottenuto circa il 60 per cento dei voti totali. Il presidente uscente ha poi avuto un buon risultato a Lagos, la maggiore metropoli del Paese, considerata roccaforte del partito di opposizione Action Congress of Nigeria (Acn), che aveva candidato Nuhu Ribadu, musulmano come Buhuri, e come Ibrahim Shekarau, dell’All Nigeria People's Party. A Lagos, Jonathan ha ottenuto molti più voti di quelli conquistati in passato e anche nelle elezioni parlamentari del 9 aprile dai candidati del Pdp. Più in generale, un primo confronto tra lo scrutinio delle presidenziali e i seggi parlamentari già assegnati dopo il voto del 9 aprile, conferma che il consenso per Jonathan supera quello per il Pdp, che mantiene comunque la maggioranza assoluta dei 360 deputati e dei 109 senatori, nonostante la crescita dell'opposizione.
Del resto, negli ultimi mesi il presidente uscente ha avuto più problemi all'interno del suo schieramento che nei confronti dell'opposizione, andata al voto divisa, il che non l'ha penalizzata nelle legislative, ma ha forse contribuito a consentire al presidente la vittoria al primo turno, senza la necessità di ballottaggio. La candidatura di Jonathan era infatti contrastata da vasti settori del Pdp, perché ha interrotto la consuetudine dell’alternanza al potere tra un esponente politico del nord a maggioranza musulmana e un cristiano del sud. Jonathan, cattolico dello Stato meridionale di Bayelsa, nel Delta del Niger, è subentrato da vicepresidente all’islamico Umaru Musa Yar'Adua, morto a maggio 2010 a metà del suo primo mandato. Ciò detto, è indubbio che il sostegno della macchina organizzativa del Pdp abbia consentito a Jonathan di ottenere nel nord un risultato determinante per l'esito della consultazione.
Ma soprattutto gli elettori hanno dato credito alla promessa di sanare quanto più possibile la frattura tra nord e sud del Paese e di migliorare e modernizzare le condizioni di vita delle popolazioni, soprattutto garantendo lavoro, dato che proprio miseria e disoccupazione alimentano violenze e contrapposizioni. In campagna elettorale, Jonathan ha promesso una rivoluzione del gas che vale dieci miliardi di dollari e mezzo milione di posti di lavoro. Per essere davvero tale, questa rivoluzione deve guardare più alla ridistribuzione che alla produzione della ricchezza. La Nigeria, primo produttore petrolifero dell’Africa e ottavo del mondo, deve infatti affrancarsi da un sistema che ha lasciato al proprio popolo solo le briciole dell'immane ricchezza delle risorse del suo sottosuolo. Finora l'esportazione di greggio ha arricchito le compagnie multinazionali e alcune oligarchie locali e non è stata capace di portare né lavoro né benessere ai 158 milioni di abitanti del più popoloso Paese dell'Africa, la cui stragrande maggioranza vive sotto la soglia di povertà di un dollaro al giorno, secondo l’indice dell’Onu per lo sviluppo umano. Se il presidente, forte del consenso ottenuto, riuscirà ad attuare le sue promesse non sarà certo un risultato da poco.
Comunità internazionale e crisi in Costa d’Avorio

Il sangue
e il cacao
di Pierluigi Natalia
La cattura di Laurent Gbagbo conclude il braccio di ferro con Alassane Ouattara, vincitore delle elezioni presidenziali del 28 novembre scorso, ma non scioglie i nodi dell’annosa vicenda ivoriana. Allo scontro politico e in qualche misura etnico sfociato nella ripresa della guerra civile fanno infatti da sfondo i fortissimi interessi, in prevalenza stranieri, sul cacao, del quale il Paese è primo produttore mondiale. Basti ricordare che la guerra in Costa d'Avorio, uno dei pochi Paesi in cui alla fine del colonialismo erano seguiti decenni di pace, scoppiò quando crollò il prezzo del cacao sui mercati, dopo la decisione internazionale di abbassare notevolmente la percentuale di cacao nei prodotti alimentari che possono essere venduti come cioccolato.
Oltretutto, nell'esito di quest’ultimo conflitto è stato determinante l’intervento straniero, sia delle truppe della missione francese Liocorne, sia dei caschi blu dell’Onuci, la missione dell’Onu considerata alla fine dai sostenitori di Gbagbo come una forza d’occupazione.
Sia l’Onu sia la Francia hanno motivato l’uso della forza con il dovere di proteggere le popolazioni civili, oltre che come risposta agli attacchi delle milizie di Gbagbo. Ma l’intervento della Francia, particolarmente attiva in questo periodo in diverse crisi internazionali, africane e non solo, viene letto da molti commentatori anche con motivazioni di politica interna, ma soprattutto con la volontà di tutelare i propri ingenti interessi economici nel Paese. Alcuni commentatori spiegano anche l'ultima accelerazione militare con il blocco delle esportazioni di cacao e con il pericolo che si deteriorino le giacenze nei magazzini.
Riesaminando gli avvenimenti di questi ultimi mesi, ci sono pochi dubbi che a far riprecipitare il Paese nella guerra civile sia stata l’ostinazione di Gbagbo di non riconoscere il risultato del voto certificato dalla commissione elettorale e dagli osservatori internazionali. Ma va ricordato che la decisione del Consiglio costituzionale, controllato da Gbagbo, di dichiarare nulli i voti in quattro regioni nelle quali Ouattara aveva ottenuto una forte maggioranza, si era basata su un punto che da sempre impedisce il consolidamento della democrazia ivoriana, cioè il concetto di cittadinanza, in un Paese nel quale c’è una pluridecennale e imponente immigrazione. Comunità provenienti dal Burkina Faso, dal Mali, dal Senegal, dalla Nigeria e dalla Liberia sono presenti in Costa d’Avorio fin dagli anni in cui era considerata una vetrina di sviluppo per l’intero continente.
Volendo approfondire il concetto, si può parlare di un altro capitolo della contesa sull’eredità politica di Félix Houphouet Boigny, il primo presidente della Costa d’Avorio che guidò il Paese dalla fine della colonizzazione francese, nel 1960, al 1993, facendone un’eccezione pacifica nel contesto della decolonizzazione africana. La politica di Boigny si basò sulla nozione di ivoirité, un concetto non etnico, ma politico che definisce le caratteristiche della nazione sulla base dell’essere cittadino ivoriano e che si applica al processo di democratizzazione e persino alla vita culturale (in questo caso, diversi studiosi usano la formula di preferenza nazionale).
Non a caso, le elezioni dell’anno scorso, originariamente previste per il 2007, avevano subito numerosi rinVII proprio per i contrasti sulla composizione delle liste elettorali. Quando si è finalmente votato, è riesplosa la questione di fondo, con i sostenitori di Gbagbo che hanno accusato Ouattara di essere stato eletto dagli stranieri, intesi sia come immigrati, sia come Governi e istituzioni sovranazionali. Del resto, Ouattara, egli stesso di famiglia in parte burkinabé, ha costruito la sua vittoria anche sulla rappresentanza delle comunità ivoriane di origine straniera. Da parte sua, Gbagbo — che pure per molti anni è stato abbondantemente sostenuto e finanziato dall’estero — alla fine si è presentato come campione dell’autoderminazione ivoriana contro gli stranieri, indicando come nemici della patria la Francia, l’Onu e anche la Comunità economica dei Paesi d’Africa occidentale (Ecowas), schieratasi con Ouattara. A spingere l’Ecowas sono state soprattutto le conseguenze della paralisi del commercio ivoriano, visto che la Costa d’Avorio è la seconda potenza economica dell’area, dopo la Nigeria, e contribuisce da sola al 40 per cento del prodotto interno lordo dell’Unione economica e monetaria d’Africa occidentale (Uemoa). Non a caso, tra i primi provvedimenti internazionali sulla crisi ivoriana c’è stata proprio l’espulsione dei rappresentanti di Gbagbo dall’Uemoa.
A questo si è sommato l’annoso contrasto tra i due protagonisti. Ouattara, primo ministro di Boigny, negli anni 1992-1993, fece incarcerare Gbagbo, all’epoca all’opposizione. Da parte sua, Ouattara non dimentica certo che sia il successore di Boigny, Henri Konan Bédié, sia lo stesso Gbagbo emanarono leggi nazionalistiche mirate a impedirgli per anni la candidatura a presidente, proprio a motivo della sua ascendenza in parte burkinabé.
In ogni caso, il compito di Ouattara non si annuncia facile, né gli basterà il sostegno internazionale per essere riconosciuto come l’uomo della pacificazione nazionale. A meno che quel sostegno non si traduca, nei fatti, nello scrivere una nuova pagina di rapporti internazionali davvero paritari e solidali. In questo caso, potrebbe esserci spazio per una nuova generazione di politici stanchi di corruzione e di compromessi al ribasso e la Costa d’Avorio potrebbe tornare una vetrina di pace e di sviluppo e una speranza per l’Africa tutta.
La vittoria di Martelly nel ballottaggio per la presidenza
Haiti
tra elezioni
ed emergenza
di Pierluigi Natalia
La vittoria di Michel Martelly nel ballottaggio del 20 marzo scorso per la presidenza di Haiti — i risultati definitivi saranno proclamati il 16 aprile, ma quelli provvisori diffusi dal consiglio elettorale non sembrano lasciare dubbi — si presta a una duplice lettura. Da un lato mette fine a un’incertezza politica più volte degenerata nei mesi scorsi in violenze, ma dall'altro sembra lasciare irrisolti gli interrogativi sulla possibilità del Paese di voltare pagina e di uscire da una crisi che già nel 2008 portò a rivolte della fame e che il terremoto dell'anno scorso ha reso spaventosa. Secondo i risultati provvisori, Martelly, candidato da Repons Peyizan e conosciuto finora soprattutto come cantante di successo, ha riportato una netta vittoria, con il 67,57 per cento, su Mirlande Manigat, candidata del Rassemblement des Démocrates Nationaux Progressistes, che si è fermata al 31,74 per cento. Il dato appare tanto più significativo se si considera che in un primo momento Martelly era risultato addirittura escluso dal ballottaggio. La commissione elettorale, infatti, lo aveva classificato terzo, dietro alla stessa Manigat e a Jude Célestin, candidato della piattaforma Inite, quella del presidente uscente René Préval. Dopo accuse di brogli e di irregolarità, sfociate in disordini, l'Organizzazione degli Stati americani (Osa) aveva imposto un riconteggio che aveva portato Martelly al ballottaggio, escludendo Célestin.
In questa tornata elettorale, però, si è rinnovato anche il Parlamento e ne è uscita rafforzata proprio la Inite, diventata la prima forza politica del Paese, sebbene senza la maggioranza assoluta. Ciò significa che Martelly dovrà confrontarsi con un Parlamento dominato dall'opposizione. Va comunque detto che sulla rappresentatività tanto del presidente quanto del Parlamento incide la scarsa partecipazione al voto. Al primo turno si erano recati alle urne appena il 20 per cento degli elettori. Sul ballottaggio mancano ancora i dati ufficiali, ma l'affluenza non sembra essere stata maggiore.
Inoltre sembrano destinati a giocare un ruolo anche l'ex dittatore Jean Claude Duvalier, meglio conosciuto come Baby Doc, e l'ex presidente Jean-Bertrand Aristide. Baby Doc, restò al potere dalla morte del padre, il precedente dittatore François Duvalier, detto Papa Doc, nel 1971 fino al 1986. In piena campagna elettorale è rientrato in patria dopo venticinque anni di esilio in Francia, dicendosi deciso a riassumere un ruolo politico. Per il momento, comunque, è agli arresti domiciliari in ospedale dove si è fatto ricoverare, dato che il suo rientro ha rimesso in moto procedimenti giudiziari per crimini contro l’umanità, oltre che per appropriazione indebita di fondi pubblici. Ma un ruolo sembra destinato ad averlo. Tra l'altro, lo stesso Martelly, che pure ha basato la sua campagna elettorale cavalcando il malcontento popolare nei confronti dei vecchi dirigenti politici, ha legami con i gruppi di potere che hanno sempre fatto riferimento ai Duvalier e non ha escluso di voler nominare Baby Doc suo consigliere.
Da parte sua, Aristide, allontanato nel 2004, dopo una sollevazione armata, con un intervento congiunto franco-statunitense e che a sua volta ha trascorso sette anni di esilio in Sud Africa, vuole porsi di nuovo alla guida dei suoi sostenitori, tuttora ritenuti da molti osservatori la maggioranza della popolazione.
Nel frattempo resta incerta la prospettiva di ripresa di Haiti. La ricostruzione dopo il terremoto dipende in pratica dal sostegno della comunità internazionale, in grave ritardo nell'adempimento delle promesse fatte. Quindici mesi dopo il sisma, due milioni di haitiani sono ancora nelle tendopoli, mentre non si riesce a fermare l'epidemia di colera scoppiata in estate e peggiora la condizione economica di una popolazione già tra le più povere del mondo. Nelle ultime due settimane ci sono pesanti rincari dei carburanti e dei generi alimentari. Il prezzo La benzina è più che raddoppiato, passando da 95 a 200 gourdes al gallone (da 2,4 a 5 euro ogni 3,79 litri), mentre gasolio e kerosene sono rincarati del 30 per cento. Il sacco di farina è passato da 1.500 a 2.000 gourdes. E la somma di incertezza politica, mancata ricostruzione e aumento del costo della vita, potrebbe rigettare il Paese nelle rivolte della fame del 2008.
Un passaggio epocale in un'area tra le più critiche al mondo
Il vento
del
Maghreb
Gli avvenimenti nel Maghreb - e più in generale nel mondo arabo, dallo Yemen al Bahrein - potrebbero segnare un passaggio epocale in un'area del mondo considerata da sempre tra le più critiche. Ormai diverse voci li paragonano ai fatti del 1989-1990 nell'est europeo.
L'effetto domino della rivolta in Tunisia - favorito dalla comunicazione su internet - si è subito verificato in Egitto, e già si profila in altri Paesi nordafricani: Algeria, Marocco e da ultima la Libia, dove nella notte tra martedì 15 e mercoledì 16 febbraio ci sono stati, scontri di piazza. A Bengasi si sono infatti affrontati manifestanti infuriati per l'arresto di un avvocato difensore di oppositori, polizia e sostenitori del Governo. La stampa locale filogovernativa riferisce di cortei a sostegno del leader Muammar Gheddafi, ma per venerdì è già stata convocata una manifestazione d'opposizione che i social network annunciano imponente. Il riferimento a internet non è casuale: innescate da una crisi economica che colpisce i ceti più deboli, ma che sta facendo arretrare anche i ceti medi, le proteste nell'area mostrano anche fattori di novità. Ne sono protagoniste popolazioni giovani, tra le quali si sono alzati tanto il livello di istruzione, quanto l'accesso all'informazione globale, senza però un'aumentata prospettiva di lavoro e di sviluppo.
A questo si aggiungono le difficoltà sempre crescenti poste all'emigrazione - tradizionale valvola di sfogo - proprio mentre le violenze, ma anche l'accresciuta miseria, spingono fuori dalla loro patria milioni di persone, senza adeguate tutele e spesso destinate a restare vittime di trafficanti. Gli avvenimenti sollecitano dunque anche un ripensamento mondiale delle politiche di gestione della mobilità umana, evitando che di volta in volta siano fattori emergenziali a determinare le risposte.
Più in generale, in queste settimane i Governi dell'Occidente - gli Stati Uniti soprattutto, ma anche l'Europa - sono sembrati spesso colti di sorpresa dagli avvenimenti. A ciò non è stato estraneo il timore che le proteste possano essere infiltrate dal terrorismo internazionale. La fuga di Ben Ali dalla Tunisia e la rinuncia al potere di Mubarak in Egitto hanno in parte mutato tale atteggiamento, ma molti commentatori, anche nel mondo arabo, parlano già di occasione persa dall'Occidente di porsi come riferimento e alleato di popoli che aspirano al cambiamento.
Del resto, non pochi osservatori ricordano che lo sviluppo è il principale antidoto contro quella stagnazione in cui prolifera il terrorismo. E contro la tentazione del fondamentalismo religioso. Le stesse violenze a sfondo etnico religioso si alimentano di situazioni di degrado e si traducono spesso in guerre tra poveri: si pensi ai recenti avvenimenti in Nigeria o in India.
Così come alcuni commentatori ritengono che nella costruzione di un mondo plurale e pacifico, il principale contributo occidentale debba essere la diffusione di una vera cultura dell'uomo, basata sul crescente riconoscimento dei suoi diritti, a partire da quelli alla vita e alla libertà religiosa
(©L'Osservatore Romano 17 febbraio 2011)
Migrazioni e Forum sociale mondiale
dell'isola
degli schiavi
di Pierluigi Natalia
Tra le proposte più significative emerse dal Forum sociale mondiale, tornato quest'anno in Africa, c'è quella di una Carta dei migranti, messa a punto fin nella settimana di lavori a Dakar, in Senegal, un documento che ha la particolarità di essere stato scritto proprio da migranti.
Centinaia di delegati di persone costrette a lasciare i loro Paesi, soprattutto africani, hanno tenuto un'assemblea nell’isola di Gorée, nella baia di Dakar, da dove partirono milioni di schiavi per le Americhe.
Un chiaro valore simbolico è stato dato alla scelta di questo luogo, patrimonio dell’umanità, proponendolo come monito da un lato a riscattare l'epoca della tratta e dall'altro a non rendere le rotte della mobilità un modo per ridurre di nuovo in schiavitù tanti esseri umani. Non a caso, l'assemblea si è data come titolo «Gorée 2011, ritorno verso l’umanità» e come tema «Una Carta per un mondo senza muri».
L'approvazione della Carta è stato il punto d'arrivo di un confronto incominciato nel 2006 dai sans papiers di Marsiglia, e continuato in questi anni nei vari continenti. A Gorée, quei migranti africani hanno chiesto con forza la tutela dei loro diritti.
Nel preambolo della Carta si afferma che «i migranti sono presi di mira da politiche ingiuste, a scapito dei diritti universalmente riconosciuti a ogni essere umano, che portano le persone a opporsi le une alle altre, attraverso strategie discriminatorie fondate sulla preferenza nazionale, l’appartenenza etnica o religiosa. Queste politiche sono imposte da sistemi che cercano di mantenere i privilegi dei pochi, sfruttando la forza lavoro dei migranti».
La Carta mira anche alla formazione di un’alleanza mondiale dei migranti che promuova la loro partecipazione alla creazione di un mondo plurale, solidale e responsabile. I più significativi principi enunciati nel documento sono l'accesso all’istruzione, i diritti al lavoro, alla sicurezza, all’alloggio, libertà di riunione, il diritto a poter parlare la propria lingua materna e a far conoscere la propria cultura.
Nel documento, non manca una radicale ed estensiva interpretazione del diritto a migrare, sancito dalla Carta delle Nazioni Unite. A Gorée è stato infatti chiesto il riconoscimento del diritto a poter vivere ovunque, di fatto un’utopia. Ma l’analisi fatta a Gorée, comunque, resta ancorata alla realtà riguardo ai mutamenti dei flussi migratori e alle loro conseguenze sul piano economico, sociale e della sicurezza della convivenza, oltre che sui loro collegamenti al generale contesto geopolitico.
La strage delle migliaia di persone morte mentre tentano di raggiungere un futuro migliore è solo uno degli aspetti di questa tragedia. Al Forum di Dakar diverse voci hanno sostenuto, per fare solo un esempio, come le crisi in atto nel Maghreb siano determinate anche dal venir meno della valvola di sfogo che negli ultimi decenni l'immigrazione in Europa ha rappresentato per le fasce più in difficoltà delle popolazioni di quei Paesi.
Un legame tra crisi nel Maghreb e immigrazione irregolare è stato fatto nelle stesse ore dal segretario generale della Nato, Anders Fogh Rasmussen, in una conferenza stampa tenuta a Bruxelles. Secondo Rasmussen, i disordini in Egitto, come quelli in Tunisia e in altri Paesi dell'Africa settentrionale e del Vicino Oriente non costituiscono una minaccia diretta per i 28 membri dell’alleanza, ma potrebbero avere un impatto sul processo di pace nella regione e sulla sua stabilità in generale. Al tempo stesso potrebbero avere, in una prospettiva di più lungo termine, riflessi sulle economie «che potrebbero aumentare l’immigrazione illegale in Europa e, quindi, indirettamente l’evoluzione della situazione potrebbe avere un impatto negativo sull'Europa».
Diverse sessioni di dibattito al Forum di Dakar, comunque, hanno ribadito che l’unica risposta al dramma dell’immigrazione, come alle altre emergenze dell’Africa e del sud del mondo in genere, stia nello sviluppo locale, su modelli diversi da quelli finora perseguiti. In questo, un ruolo fondamentale ha la tutela delle donne e dei giovani, che costituiscono le parti sociali più deboli e che devono essere sostenuti se si vuole costruire una convivenza più attenta agli autentici bisogni delle popolazioni.
La questione è rilevante anche riguardo al fenomeno della mobilità umana. Sono infatti proprio le donne e i giovani, per non dire i bambini, a rimanere più facilmente vittime dei trafficanti di esseri umani che sfruttano la disperazione di tanti infelici.
(©L'Osservatore Romano - 11 febbraio gennaio 2011)