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Il XVI vertice dell'unione africana

Il XVI vertice  dell'unione africana - Pierluigi Natalia


L'Africa
di fronte alle crisi
nel Maghreb



di Pierluigi Natalia

Le rivolte nel Maghreb, la crisi in Costa d’Avorio e le prospettive aperte dall’ormai certa indipendenza del Sud Sudan sono i principali argomenti di attualità politica — insieme con le endemiche tragedie nel Corno d’Africa e nei Grandi Laghi e con le persistenti emergenze in altre aree — all’esame del vertice dei capi di Stato e di Governo dell’Unione africana, domenica 30 e lunedì 31 gennaio ad Addis Abeba.

In particolare, l’attenzione, forse per la prima volta, è in queste ore più sull’Africa settentrionale che su quella subsahariana. Oltre alla vicenda sudanese, c’è infatti l’effetto domino della rivolta in Tunisia sugli altri Paesi del Maghreb e, più in generale, del mondo arabo.

Tale effetto si sta verificando in modo accentuato e accelerato in Egitto, ma altre situazioni sembrano in procinto di esplodere. Del resto, tutti i Paesi dell’area hanno in comune una crisi economica che colpisce soprattutto i ceti più deboli, ma che sta facendo arretrare anche i ceti medi, mentre la percezione pubblica è quella di Governi autoreferenziali e sempre più lontani dai bisogni delle popolazioni.

Quelle che una volta sarebbero state definite sommosse per il pane stanno dunque sfociando in generalizzate contestazioni di sistema.

A questo si aggiungono le difficoltà sempre crescenti a emigrare, proprio mentre guerre e violenze, ma anche l'accresciuta miseria, spingono milioni di persone, senza adeguate tutele e spesso destinate a restare vittime di trafficanti, a prendere le strade difficili della mobilità.

La diplomazia africana e quella internazionale guardano con preoccupazione al precipitare degli avvenimenti e non manca, tra l'altro, il timore che la protesta popolare possa essere infiltrata da elementi legati al terrorismo internazionale.

E tutto ciò avviene in un continente in cui la spinta all’unità d’intenti resta precaria e ostacolata dal persistere di una dipendenza economica da schemi di tipo coloniale, cioè dalle esportazioni di materie prime e da monocolture destinate soprattutto ai consumi del nord ricco del mondo.

Ne consegue che anche gli aumenti di prodotto interno lordo non si traducono in effettivi benefici sociali. In un rapporto pubblicato nei giorni scorsi sempre ad Addis Abeba, gli esperti della Commissione economica dell’Onu per l’Africa ammoniscono che alla prevista e accentuata crescita economica del continente nel 2011 rispetto al biennio precedente non corrisponderà un aumentato sviluppo sociale.

In un tale contesto, l’importanza di questo XVI vertice ordinario dell’organizzazione panafricana va dunque oltre le questioni contingenti e si proietta nel futuro a medio termine, con la necessità di trovare strade comuni per colmare i ritardi sugli obiettivi di sviluppo. Non a caso, infatti, il vertice è convocato sul tema: «Valori condivisi per una più grande unità e integrazione».

Di strumenti concreti per raggiungere tale obiettivo — soprattutto di finanziamenti a progetti e programmi — si sono occupati i lavori preparatori che hanno impegnato in settimana il comitato dei rappresentanti permanenti.

Tra i punti in agenda c’è l’esame del bilancio 2011-2012 della Commissione esecutiva dell’Unione africana, guidata da Jean Ping. Sulla fonte dei previsti finanziamenti di circa 258 milioni di dollari permane incertezza. La Commissione dovrà puntare sempre più su risorse interne africane, data la crescente reticenza dei partner esteri a sbloccare ulteriori fondi a suo favore. Ma finora nessun consenso tra i Paesi membri è stato raggiunto sulla loro provenienza, per esempio con nuove tassazioni di settori economici redditizi, come le esportazioni petrolifere o le entrate del turismo.

Né più consenso c'è sul terreno di applicazione degli investimenti, cioè sulla direzione dello sviluppo. Accordi in questo senso tra tutti i Paesi finora sono sostanzialmente mancati, sia per le perduranti e vaste differenze tra le varie realtà africane, sia per scarsità di efficaci leadership politiche continentali o almeno macroregionali, sia per l’interesse delle grandi potenze tradizionali e di quelle emergenti a conservare, consolidare o instaurare proprie aree di influenza, piuttosto che cercare una cooperazione globale con l’Africa, favorendone e sostenendone il processo di integrazione.

L'Osservatore Romano, domenica 30 gennaio 2011

Il varo del nuovo Governo non ferma le proteste

Il varo del nuovo Governo non ferma le proteste - Pierluigi Natalia


Sbocchi incerti
della crisi
in Tunisia

 

di Pierluigi Natalia

In Tunisia non s'intravede ancora uno sbocco certo della crisi, avviata da una rivolta per così dire primaria - dovuta cioè a rincari di generi alimentari e alla crescente disoccupazione, soprattutto giovanile - ma che si è via via rivelata una sempre più imponente contestazione di sistema.
Il susseguirsi degli eventi, culminati venerdì 14 gennaio nella fuga dell'ex presidente Zin el Abdin Ben Ali, rimasto al potere per oltre 23 anni, rende difficile fare previsioni attendibili. Né il varo di un Governo di transizione guidato dal primo ministro Mohammed Ghannouchi, rimasto in carica anche dopo la fuga di Ben Ali, sembra aver placato la protesta popolare, anche se nelle ultime ore c'è stato un raffreddamento della crisi, almeno nei suoi aspetti di rivolte di piazza.
Gran parte della società civile, a partire dalla base del maggior sindacato del Paese, l'Ugtt - i cui vertici avevano in un primo momento indicato alcuni dei ministri del nuovo Governo - ha infatti contestato e continua a contestare quella che ha ritenuto una manovra conservativa del sistema di potere costituitosi intorno a Ben Ali, anche senza quest'ultimo.
La posizione di Ghannouchi sembra tutt'altro che solida, anche se è stato superato il potenziale conflitto che si era creato sabato 15, quando la Corte costituzionale, avallando la destituzione di Ben Ali, aveva stabilito che si devono tenere elezioni presidenziali entro due mesi e che la guida dello Stato ad interim spetta nel frattempo al presidente del Parlamento, Fuad Mebazaa, e non al primo ministro al quale l'aveva affidata Ben Ali al momento della fuga. Nel frattempo, però, Ghannouchi aveva avviato le consultazioni con l'opposizione, senza attendere l'incarico formale di Mebazaa, poi arrivato. L'ex presidente del Parlamento, infatti, come sua prima iniziativa aveva da un lato dichiarato decaduto il Governo, ma dall'altro aveva incaricato Ghannouchi di formarne uno di unità nazionale.
Questo Governo, peraltro, è nato in una condizione di palese debolezza (prima ancora che si riunisse - il primo consiglio dei ministri c'è stato giovedì 20 - si erano già dimessi quattro ministri, tre dei quali espressione appunto del sindacato) e non sembra aver convinto i manifestanti, nonostante gli annunci e le promesse. Tra queste figura l'impegno a varare un provvedimento di amnistia generale che permetta il rientro in Tunisia di tutti gli oppositori sul cui capo pendono condanne di vario genere
Ma anche questo potrebbe non bastare. Il punto cruciale, infatti, resta quello della permanenza al potere di numerosi esponenti del vecchio regime. Per rassicurare la popolazione, tutti i ministri del nuovo Esecutivo provenienti dalla vecchia nomenclatura si sono dimessi dal Rassemblement costitutionel democratique, il partito di Ben Ali e altrettanto hanno fatto Ghannouchi e Mebazaa. Ma restano dubbi sull'efficacia di questa operazione che in molti in Tunisia considerano un'azione di mera facciata.
Così come resta l'incognita sul comportamento dell'esercito e sull'effettivo controllo che ne hanno le superstiti autorità civili, compreso appunto Mohammed Ghannouchi. Alcuni osservatori non considerano tramontata l'ipotesi di un possibile colpo di Stato militare, anche perché non è stata fatta chiarezza sulla rimozione e sulla successiva reintegrazione del capo di stato maggiore Rashid Ammar, che aveva rifiutato di reprimere con la forza le proteste.
La linea della diplomazia internazionale, con qualche distinguo, rimane per ora di prudente valutazione degli sviluppi. Non manca, tra l'altro, la preoccupazione che la protesta popolare possa essere infiltrata da elementi legati al terrorismo internazionale. Del resto, prima che la crisi precipitasse, non poche cancellerie avevano sottolineato, in proposito delle dimostrazioni in Tunisia e in Algeria, il ruolo di quei Governi nella lotta al terrorismo globale avviata dopo gli attentati negli Stati Uniti dell'11 settembre 2001, in quello che era apparsa ad alcuni commentatori una presa di distanza dalle ragioni delle proteste popolari.
La fuga di Ben Ali ha in parte mutato tale atteggiamento, almeno per quanto riguarda la Tunisia, ma molti commentatori, anche nel mondo arabo, sottolineano che la questione va oltre il pur rilevante significato della caduta dell'uomo che ha tenuto per 23 anni il potere, facendo dello Stato una sorta di proprietà personale sua e della sua famiglia (le proteste, se possibile, hanno investito la moglie di Ben Ali, Leila Trabelsi, e i suoi potenti congiunti, alcuni dei quali arrestati dopo la fuga dei due coniugi, con vigore anche maggiore di quello riservato al marito).
L'eco degli avvenimenti tunisini incomincia a risuonare in più di un Paese del Maghreb e del mondo arabo in genere, in modo non proprio rassicurante per molti Governi dell'area. La porosità dei confini nel Vicino e Medio Oriente, con l'ovvia eccezione di Israele, e la vasta condivisione delle culture favoriscono infatti un effetto domino per il quale alcuni avvenimenti in un Paese hanno riscontri quasi immediati in altri. Del resto, i tratti comuni sono molti:  giovani con un futuro incerto, una crisi economica che sta colpendo anche le zone meno depresse del nord Africa, i ceti medi sempre più poveri, Governi lontani dalle esigenze della popolazione, le porte europee sempre più chiuse all'immigrazione.
In ogni caso, prevedere al momento gli effetti nel breve periodo della protesta tunisina in altri Paesi resta ovviamente difficile, né va sottovalutata la capacità di sopravvivenza dei regimi arabi autoritari, provata da decenni. Inoltre, va considerato che la Tunisia è uno Stato che non ha mai lasciato "una porta aperta per la società civile o per l'opposizione", come ha sostenuto nei giorni scorsi Amr al Chobaki, dell'Istituto di studi politici e strategici al Ahram del Cairo, mentre altrove, per esempio in Egitto, esistono valvole di sfogo "per permettere al popolo di rallentare le tensioni e per evitare l'esplosione sociale".
Tuttavia, il segnale è chiarissimo. Così come dovrebbe risultare chiaro che il sostegno a regimi di fatto autoritari, vuoi per interessi economici vuoi per garantirsi alleati nella lotta al terrorismo, spiana la strada alla penetrazione proprio di quel radicalismo di matrice fondamentalista religiosa che con il terrorismo è abituato a flirtare. In un'epoca in cui tutte le iniziative vengono lette alla luce della globalizzazione, è non solo giusto, ma anche utile alle democrazie - in prospettiva anche sul piano strettamente economico - promuovere soprattutto una globalizzazione dei diritti.
 


(©L'Osservatore Romano - 22 gennaio 2011)

Il referendum in Sud Sudan

Il referendum in Sud Sudan - Pierluigi Natalia


La sfida
di una
secessione
pacifica


di Pierluigi Natalia
La nascita del nuovo Stato indipendente del Sud Sudan - che per unanime previsione sarà sancita dal referendum di questa domenica - promette la fine di decenni di conflitti, ma prospetta anche un periodo di incertezza per molte e irrisolte crisi di quell'area dell'Africa.
Il presidente sudanese Omar Hassam el Bashir ha reiterato le assicurazioni di pieno rispetto dell'esito del referendum e la promessa di rapporti di collaborazione persino più stretti di quelli finora tenuti nello Stato unitario. Tuttavia, ci sono nodi lasciati in sospeso dall'Accordo generale di pace siglato il 9 gennaio 2005 tra Khartoum e gli allora ribelli dell'Esercito di liberazione del popolo sudanese, oggi alla guida del Sud Sudan autonomo. Proprio tale accordo prevedeva che la popolazione potesse scegliere entro sei anni con un referendum se costituirsi in Stato indipendente o se mantenere l'unità con Khartoum con l'attuale forma di ampia autonomia. A pronunciarsi domenica saranno quasi quattro milioni di elettori, 3.737.000 nel sud, 116.000 nel nord e 60.000 negli otto Stati esteri nei quali vivono. Per la validità della consultazione serve un'affluenza alle urne di almeno il 60 per cento.
Incassata l'indipendenza, il presidente sudsudanese Salva Kiir Mayardit e i vertici dell'amministrazione locale avranno come priorità dei prossimi mesi la denominazione del Paese, la creazione di un'Assemblea costituente, la regolamentazione degli spostamenti e della cittadinanza delle persone. Ma altre questioni aperte potrebbero riaccendere la conflittualità tra le due zone di quello che finora è stato il più vasto Paese dell'Africa, a partire dalle intese non ancora chiarissime sulla suddivisione degli utili petroliferi, compresi quelli della contesa regione dell'Abyei.
Tra i problemi interni del Sud Sudan c'è poi sicuramente la questione della sicurezza, messa a rischio sia da persistenti scontri di matrice tanto etnica quanto economica, tra popolazioni dedite all'agricoltura e alla pastorizia nomade, sia da minacce ai confini meridionali. Nell'intricata interconnessione tra le diverse crisi della regione dei Grandi Laghi, infatti, il Sud Sudan ha sempre avuto un ruolo strategico e logistico.
Sullo sfondo, inoltre, c'è la possibilità che la nascita nel cuore dell'Africa un nuovo Stato, non arabo e non musulmano, di otto milioni e mezzo di abitanti appartenenti a una sessantina di tribù diverse, possa essere ritenuta una sfida dai gruppi di matrice fondamentalista islamica che negli ultimi mesi hanno moltiplicato la loro aggressività, come dimostrano i recenti avvenimenti in Egitto, ma anche la perdurante crisi somala. Tanto più che il nuovo Stato sembra destinato a collocarsi nella sfera degli alleati degli Stati Uniti - anche se il presidente Barack Obama sembra pronto a ricompensare Khartoum con un alleviamento del debito estero e delle sanzioni - e che Salva Kiir Mayardit ha anche prospettato ottimi rapporti diplomatici con Israele.
A questo si aggiunge la diffidenza di non pochi Paesi africani - non solo arabi, come la Libia e lo stesso Egitto che l'hanno espressa palesemente, sia pure con toni diversi - timorosi che la secessione sudsudanese possa costituire un precedente. Significativo, in questo senso, è stato il recente pronunciamento dell'Unione africana sulla inviolabilità dei confini degli Stati membri. Né a tale preoccupazione è estraneo il timore di una colonizzazione in forma rinnovata da parte delle potenze extracontinentali.
Resta poi aperta la questione della crisi nel Darfur, la regione occidentale sudanese, abitata anch'essa da popolazioni non arabe. La speranza di arrivare alla pace tra i gruppi armati del Darfur e Khartoum prima del referendum in Sud Sudan non si è realizzata e i prossimi sviluppi della crisi sono ancora tutti da comprendere, ma sembra ragionevole pensare che il nuovo Stato possa avervi un ruolo determinante.
Sul piano economico e dei rapporti internazionali, la questione centrale resta quella del petrolio, con mire evidenti tanto delle tradizionali potenze occidentali, a partire dalla Gran Bretagna, ex Paese coloniale, e dagli Stati Uniti, quanto della Cina, impegnata in una sempre più intensa penetrazione in Africa. Tuttavia, gli osservatori più attenti vedono proprio nella dipendenza dalle esportazioni petrolifere un frutto avvelenato per il nascituro Stato. Una diversificazione dell'economia è infatti cruciale per lo sviluppo di questa come di altre parti dell'Africa. Il Sud Sudan ha un potenziale agricolo enorme, che potrebbe offrire grande opportunità, anche per la posizione al centro dell'Africa, che faciliterebbe gli scambi con Paesi limitrofi. Soprattutto, a una popolazione per il 90 per cento sotto la soglia di povertà e per l'85 per cento analfabeta, servirebbero grandi investimenti nell'istruzione e nelle politiche sanitarie.
Altra grande questione è quella legata alla nascita di un nuovo attore nella gestione dell'acqua del Nilo. Finora, la posizione predominante dell'Egitto e, in misura minore, del Sudan non è stata scalfita, ma un nuovo Stato non arabo potrebbe rafforzare la richiesta degli altri Paesi del bacino di arrivare finalmente a una ridefinizione delle quote. Non a caso, tra l'altro, tra i nomi ipotizzati per il nuovo Stato, accanto a Sud Sudan, Nuovo Sudan e Juwama, c'è proprio quello di Repubblica del Nilo.

 

Ad Addis Abeba la terza Settimana dell'acqua

Ad Addis Abeba la terza Settimana dell'acqua - Pierluigi Natalia
Risposte politiche
alla sete dell'Africa



di Pierluigi Natalia

La definizione di nuove politiche volte a dare risposte alla sete dell'Africa, con una gestione delle risorse idriche finalizzata a garantirne l'accesso a tutti, è lo scopo della Settimana africana dell'acqua, giunta quest'anno al suo terzo appuntamento e che fino a venerdì 26 novembre vede riuniti ad Addis Abeba più di 1.600 dirigenti politici, rappresentanti di società che operano nel settore  idrico,  agenzie  internazionali e organizzazioni umanitarie.
L'appuntamento, convocato dal Consiglio africano dei ministri dell'acqua (Amcow), con il sostegno dell'Unione africana e delle Nazioni Unite, segue le due precedenti edizioni tenute nel 2008 a Tunisi e l'anno scorso a Johannesburg, quando si trattarono rispettivamente i temi della sicurezza dell'acqua per lo sviluppo socio-economico del continente e le azioni da intraprendere per raggiungere gli obiettivi definiti dall'Amcow ad Abuja nel 2002. Quest'anno ci si concentra, in particolare, sul rapporto tra accesso all'acqua e diritto alla salute.
"La questione dell'acqua è al centro della vita umana, delle attività economiche, della salute, della crescita del continente, ma anche della sicurezza alimentare e del necessario adattamento ai cambiamenti climatici:  ecco perché la Settimana dell'Acqua è un momento cruciale per l'Africa e il suo prossimo futuro", ha dichiarato Sylvain Usher, segretario generale dell'Associazione africana dell'acqua (Afwa), con sede ad Abidjan, in Costa d'Avorio.
In un'intervista alla Misna, l'agenzia internazionale delle Congregazioni missionarie, Usher ha sottolineato che nell'ultimo ventennio l'Africa ha fatto passi avanti significativi nell'accesso all'acqua potabile, mentre molto da fare rimane invece per i servizi igienico sanitari. Dai dati resi noti ad Addis Abeba risulta che il 65 per cento della popolazione africana è collegato a una fonte di acqua potabile, rispetto al 56 per cento nel 1990. Come ha precisato il segretario dell'Afwa, peraltro, questo progresso risulta di fatto minore a causa della pressione demografica, aumentata ogni anno in media del 3,3 per cento, il che significa che sempre più gente necessita di acqua potabile. Al tempo stesso, oltre il 40  per  cento  degli  africani  non  dispone di servizi igienici e sanitari di base.
Un punto focale è quello dei finanziamenti e degli investimenti. "C'è un paradosso evidente che dobbiamo risolvere:  i fondi non mancano, ma programmi e progetti presentati per costruire o migliorare le infrastrutture non sono sufficientemente di qualità, non danno risultati efficaci all'altezza delle nostre speranze", ha detto ancora Usher.
Al termine della Settimana dell'acqua ad Addis Abeba è attesa la firma di un documento con proposte politiche e misure concrete per avvicinare il continente agli obiettivi di sviluppo del millennio. In merito, occorre tenere conto, oltre appunto che della crescita demografica, anche della nuova sfida del riscaldamento globale, delle conseguenze dell'urbanizzazione crescente in modo esponenziale, dello sviluppo industriale, dei bisogni di acqua in agricoltura. Su tutti questi aspetti, cresce la convinzione che bisogna cambiare i modelli finora seguiti, modelli che in Africa sono stati basati spesso sugli interessi privati, spesso stranieri, e che hanno visto troppe volte un bene di tutti piegato al vantaggio di pochi.



(©L'Osservatore Romano 25 novembre 2010)

Il Kenya si divide sulla Costituzione

 
Il referendum
e la pace difficile

 

di Pierluigi Natalia

Il referendum sulla nuova Costituzione che si terrà in Kenya questo 4 agosto difficilmente otterrà il risultato di consolidare l'unità e il processo di pacificazione del Paese, già lacerato due anni fa da cruente violenze durante e dopo le elezioni presidenziali. Sebbene i sondaggi della vigilia indichino una maggioranza di intenzioni di voto a favore della nuova Carta costituzionale, già approvata in aprile dal Parlamento, il risultato resta incerto, se non altro per il gran numero di elettori che si dichiarano indecisi.
A giudizio di molti osservatori, questo da un lato potrebbe rivelarsi un vantaggio per i sostenitori della nuova Carta, identificati con il colore verde, guidati dal presidente Mwai Kibaki e dal primo ministro Raila Odinga, protagonisti due anni fa di un aspro conflitto civile concluso dopo una lunga mediazione dell'Onu e dell'Unione africana. L'adozione di una nuova Costituzione era proprio una delle misure contenute nel programma di riforme concordato tra le parti politiche dopo le violenze del 2008 e viene considerata da alcuni osservatori un passo fondamentale perché tra due anni il Kenya possa tornare a votare per le presidenziali.
Dall'altro lato, però, una scarsa affluenza alle urne implicherebbe che la nuova Costituzione sarebbe comunque approvata da una minoranza del Paese. Soprattutto, ci sono timori che il referendum possa tutt'altro che consolidare il processo di pace. In questo senso - al termine di una campagna elettorale segnata anche da momenti di tensione, con attentati dinamitardi e arresti - un significativo appello è stato rivolto dai leader cristiani del Kenya ai concittadini "a dare prova di comprensione l'uno per l'altro, a non dividersi, a rimanere uniti e nella pace".
In un comunicato diffuso dalla Conferenza episcopale del Kenya, dal Consiglio nazionale delle Chiese, dalle Chiese anglicane, metodiste e riformate, si ribadisce comunque contrarietà al testo sottoposto al voto popolare. Pur riconoscendo "i numerosi miglioramenti positivi" contenuti nella nuova Carta, i responsabili delle comunità cristiane denunciano "paragrafi cattivi che non salvaguardano la sacralità della vita umana, non garantiscono l'uguaglianza religiosa, incidendo sulla vita morale e sui diritti". Inoltre, i leader cristiani si pongono una serie di interrogativi circa il perché della "pressante interferenza straniera a favore dell'adozione del testo" e ricordano che "un documento davvero buono non avrebbe diviso il Paese a metà".
Tra le altre cose, la nuova Costituzione prevede maggiori poteri al presidente in carica e autonomia alle regioni. Inoltre riconosce la Carta dei diritti umani dell'Onu e stabilisce la creazione di una nuova camera in Parlamento, il Senato. Con tutto ciò, i motivi di incertezza per gli elettori kenyani non mancano. Accanto a misure di riassetto istituzionale che trovano un generale consenso - come quelle che prevedono limitazioni ai poteri del presidente e la devoluzione di molte materie a livello regionale - , nella nuova Carta ci sono infatti punti che toccano sensibilità e valori profondi di gran parte della popolazione, a partire dagli articoli sull'inizio vita e sul fine vita e da quelli che rendono possibile l'istituzione di tribunali coranici, i cosiddetti kadhi.
Proprio questi punti spiegano l'opposizione non solo dei responsabili delle comunità ecclesiali, ma anche di diversi rappresentanti della società civile e di molti esponenti politici, come il ministro dell'Istruzione superiore, William Ruto, e l'ex capo di Stato Daniel Arap Moi, che guidano lo schieramento dei contrari, definito con il colore rosso. Contrastata da più soggetti è anche la norma che dà mandato al Parlamento per definire estensioni minime e massime degli appezzamenti di terra privati.
Incerta, fino a un paio di settimane fa, era sembrata anche la data del referendum, nonostante le rassicurazioni del Governo su quella del 4 agosto. La Commissione elettorale indipendente, incaricata di organizzare l'appuntamento referendario, aveva infatti denunciato alla stampa la mancanza dei fondi necessari per il voto. Il presidente della Commissione elettorale, Isaac Hassan, a campagna referendaria in pieno svolgimento, aveva gelato il mondo politico kenyano denunciando la mancanza di 25 milioni di dollari dal bilancio preventivato per l'organizzazione del referendum e ventilando la possibilità di un rinvio o di un annullamento. Il ministro della Giustizia e degli Affari Costituzionali, Mutula Kilonzo, ha però rassicurato i kenyani che ci saranno abbastanza soldi per il referendum, precisando che sono state individuate nel dettaglio le fonti dei finanziamenti necessari.
I sondaggi pubblicati sui maggiori quotidiani locali danno per certa l'approvazione della Costituzione. Secondo uno studio condotto da Infotrak Research and Consulting, il 65 per cento egli interpellati approverà il testo, il 25 per cento sceglierà di votare no, mentre gli indecisi saranno il 10 per cento. Secondo un altro rilevamento condotto da Synovate, a favore del progetto della nuova Carta si sarebbe schierato il 58 per cento degli intervistati, i contrari rappresenterebbero il 22 per cento, mentre il fronte degli indecisi sarebbe il 17 per cento, con un 3 per cento che ha preferito non esprimersi.
 


(©L'Osservatore Romano - 4 agosto 2010)