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Tra i punti critici il dialogo tra Santa Sede e Cina
Il Papa
statunitense
che non piace
a Trump
Marzo 2026
Il terzo prolungamento, firmato due anni fa e valido fino al 2028 dell'Accordo Provvisorio tra la Santa Sede e la Repubblica Popolare Cinese, raggiunto a fine 2018 per mettere fine alla pluridecennale divisione tra la Chiesa cinese fedele a Roma e quella cosiddetta patriottica controllata da Pechino, ha rinnovato le reazioni contrastanti registrate all’epoca sia all’interno sia all’esterno della Chiesa. L’attuale situazione geopolitica rischia di dare risonanza soprattutto a quelle negative, peraltro mai mancate in questi otto anni. Del resto, già nelle settimane precedenti alla firma del 2018 erano state alimentate dall’amministrazione statunitense, anche allora guidata da Donald Trump, con una serie di dichiarazioni, culminate con la pesante interferenza dell’allora segretario di Stato Mike Pompeo che aveva additato il dialogo con la Cina avviato da Papa Francesco come svendita della libertà di religione dei cattolici cinesi. Né erano mancati esponenti ecclesiali che hanno concordato con tale idea, accusando Papa Francesco di sconfessare la testimonianza, fino all'effusione del sangue, di quanti non si sono piegati a un sistema che viola ancora oggi i diritti umani, compreso quello della libertà religiosa.
La Santa Sede, che della Chiesa è certo strumento, ma anche l’unica autorità morale universale, ha sempre spiegato le proroghe di questa fase sperimentale «ritenendo che l’avvio dell’applicazione del suddetto Accordo - di fondamentale valore ecclesiale e pastorale - è stato positivo, grazie alla buona comunicazione e collaborazione tra le Parti nella materia pattuita…», che riguarda in primo luogo la nomina dei vescovi e quindi la comunione di quella porzione di Chiesa con quella universale.
Certo, oltre alle ferite del passato, ci sono ancora oggi per i cattolici cinesi situazioni di sofferenza profonda. La Santa Sede non lo ignora ed è consapevole del lungo e difficile cammino necessario per arrivare in Cina a un pieno esercizio della libertà religiosa e degli altri diritti, così come all’allacciamento di normali relazioni diplomatiche. Tuttavia, con buona pace di quanti vorrebbero “insegnare il Credo agli Apostoli”, già Papa Francesco aveva ricordato che pontefice significa costruttore di ponti. E che quei ponti, appunto, prima di attraversarli bisogna costruirli. Con il tempo necessario a costruirli solidi.
Il suo successore Leone XIV non si discosta da questa linea, come ha detto esplicitamente in un paio di circostanze, portandovi il contributo di una conoscenza personale del gigante asiatico che aveva avuto modo di visitare in passato, ovviamente prima della sua elezione al soglio pontificio, confrontandosi sia con le autorità cinesi sia con i rappresentanti della Chiesa locale.
C’è poi la questione di Taiwan: il Vaticano rimane uno dei pochi Stati ad avere relazioni diplomatiche ufficiali con il governo di Taipei, fattore che complica i legami con Pechino che come noto considera l’isola una provincia separatista. Ma l’unico fatto certo è che per la Santa Sede tale posizione decadrebbe immediatamente nel caso di un ricongiungimento, beninteso pacifico e negoziato con garanzie certe, di Taiwan alla Cina.
Con il ritorno di Trump alla presidenza Usa si sono rinnovati gli attacchi alla posizione della Santa Sede, non solo per quanto riguarda la Cina, ma più in generale per la strana idea – purtroppo condivisa, negli Stati Uniti e non solo, anche a casa nostra - che il Papa debba essere una sorta di “cappellano dell’Occidente” pronto ad avallare ogni scontro con non occidentali a partire proprio dai cinesi, per non parlare degli islamici. L’attuale inquilino della Casa Bianca ci ha messo del suo, prima pubblicando sul sito ufficiale della presidenza una sua foto in abito da Papa, poi lamentando che Leone XIV abbia rifiutato di aiutare gli sforzi per la pace non aderendo all’invito di partecipare al suo Bord of the peace. Significativa, in tal senso, è stata la risposta del segretario di Stato vaticano, il cardinale Pietro Parolin, a quanti lo hanno interrogato in merito: la "particolare natura" della neonata struttura non consente un appoggio da parte della Santa Sede. Non solo: lo stesso cardinale ha espresso a chiare lettere "perplessità" rispetto alla scelta del governo italiano di essere presente nel Board of peace come Paese osservatore. "Ci sono punti che lasciano un po' perplessi, punti critici che, diciamo, avrebbero bisogno di spiegazioni – ha detto Parolin -. Non esprimiamo giudizi sull'Italia, che ha una posizione del tutto autonoma", ma "pensiamo che queste controversie vadano discusse e risolte a livello delle Nazioni Unite".
La posizione poche ore dopo è stata esplicitamente avallata da Papa Leone. E infatti la Santa Sede non ha mandato neppure l’ultimo minutante della segreteria di Stato a vedere che aria tirava, mentre l’Italia si è distinta anche rispetto agli altri osservatori, presenti al massimo a livello di ambasciatori, mentre da Roma è arrivato il ministro degli Affari Esteri Antonio Taiani che si è presentato tenendo in mano il cappellino dei seguaci di Trump.
Capodanno 2026
L'aiuto
di un'ostinata
speranza
Entriamo in un nuovo anno con al tempo stesso inquietudini crescenti e ostinata speranza che l’orizzonte del mondo e delle nostre vite possa schiarirsi, che la coscienza del primato del bene comune possa risvegliarsi nelle nostre società. La speranza nella causa dell’uomo, sempre più minacciata da una criminale e pervasiva pseudo cultura del nemico, che ci spinge a non sentire l’orrore di un sistema che vede dominanti i mercanti di morte, che vede irrise le voci di pace, che vede aggirate e vilipese le conquiste della democrazia, dal bilanciamento dei poteri alle garanzie dello stato sociale, che nella nostra Italia vede palesi intenzioni di modificare la Costituzione in direzione autocratica. Un sistema che attacca i diritti del lavoro, la sanità e la scuola pubbliche, che grazie a una stampa sempre meno memore dei suoi principi deontologici e sempre più asservita agli interessi palesi di chi la controlla, spaccia la droga della menzogna intossicando sempre più persone.
Eppure la speranza è quanto ci rimane quando si aprono nuovi vasi di Pandora e si diffondono mali sempre più minacciosi per l’umanità tutta e sempre più insinuanti nel sonnambulismo delle coscienze. Scriveva Charles Péguy, un poeta che sapeva indicare verità teologiche, che è la piccola speranza a trascinare le sue due grandi sorelle, la fede e la carità, sulla strada della vita, di un futuro di bene.
E allora teniamola stretta questa piccola, preziosa alleata, perché ci aiuti a rafforza la fede e la carità, nell’aiuto di Dio per chi crede, nella causa comunque dell’uomo per tutti.
1.400 giorni di stragi e pseudo negoziati
Guerra
in Ucraina
e deriva
bellicista
europea
di Pierluigi Natalia
Dicembre 2025
Il 2025 si avvia a chiudersi dopo 1.400 giorni di guerra internazionalizzata in Ucraina, aperta dall’intervento armato russo del 24 febbraio 2022. Da allora, le possibilità se non di pace, almeno di tregua effettiva e riavvio di negoziati, restano ostacolate bloccate da interessi in realtà palesi, ma nascosti, anzi sommersi da propaganda e disinformazione. Incominciò il presidente russo Vladimir Putin parlando di “Operazione militare speciale”, dandole due motivazioni. La prima era il comportamento, bollato come nazista, del governo di Kiev nelle regioni autonomiste filorusse del Donbass – che si erano dichiarare indipendenti e avevano chiesto l’aiuto di Mosca – dopo che in effetti le autorità ucraine vi aveva impiegato per anni milizie come il battaglione Azov che nazista si dichiarava. L’altra, prioritaria, era la volontà della Nato di espandersi a Est, in violazione delle intese con Mosca dopo il crollo dell’Unione Sovietica all’inizio degli anni’90.
Un’invasione resta comunque tale, quali ne siano le motivazioni. Ma è indubbio che la mossa di Putin all’inizio sembrò funzionare. L’intervento russo nel conflitto civile in Ucraina che si protraeva da olltre otto anni, già nei giorni immediatamente successivi portò Kiev ad avviare negoziati con Mosca, tra il 28 febbraio e il 7 marzo a Liaskavichy e a Kamyanyuki, in Bielorussia. Ci furono poi tre settimane di interruzione dei colloqui, ma già il 10 marzo, il ministro degli Esteri ucraino Dmytro Kuleba, in un incontro ad Antalya, in Turchia, con il suo omologo russo Sergey Lavrov, parlò di una possibile “soluzione sistematica e sostenibile” per l'Ucraina. L’accordo sembrò fatto il 29 marzo, sempre a Istanbul. Fu comunicata l’intesa su un testo base per un trattato, all’epoca soltanto riassunto verbalmente dalle parti alla stampa, ma che gli analisti politici Samuel Charap e Sergey Radchenko di Foreign Affairs hanno poi ottenuto in versione integrale. I termini prevedevano che l’Ucraina diventasse uno Stato permanentemente neutrale e senza armi nucleari, rinunciasse all’adesione alla Nato e ad altre alleanze militari e a permettere la presenza di basi o truppe straniere sul proprio territorio. Non c’erano invece ostacoli espliciti all’ingresso nell’Unione europea. Possibili garanti dell’intesa, i membri permanenti del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite (inclusa la Russia) ad alcuni altri Paesi.
Non ci sono prove che a impedire la pace fu solo l’allora premier britannico Boris Johnson, che il 9 aprile andò in Ucraina a dire al presidente ucraino Volodymyr Zelensky di non firmare il trattato e di combattere per sconfiggere la Russia, garantendogli il sostegno Nato fino alla vittoria. Ma è indubbio che Washington e a Londra da anni già fornivano materiale bellico a Kiev e che, a giudizio concorde degli osservatori privi di pregiudizi antirussi, avevano avuto un ruolo attivo nella cacciata del presidente neutralista Viktor Yanukovich nel 2014 - in parte a furor di piazza, in parte con gli squadroni della morte e cecchini filoccidentali - vissuta dai filorussi come un colpo di Stato, e poi al tradimento dei due accordi di Minsk, firmati con Mosca e mai attuati dai governi di Petro Poroshenko e di Zelensky.. E le scelte di quest’ultimo resero chiaro che la guerra da parte del governo ucraino era ormai una guerra per procura.
Da allora non ci sono stati reali negoziati, ma solo conferenze incentrate soprattutto sugli affari delle industrie belliche e delle prospettive della ricostruzione. Perché non si possono definire negoziati delle riunioni che non coinvolgano i belligeranti. Al più si possono chiamare mediazioni protrattesi senza esito per anni tra Mosca, ormai vincente sul piano militare, e Kiev, fino agli ultimi piani sedicenti di pace di Usa e Ue. Ma anche sotto questo aspetto è riuscita solo qualche mediazione di organizzazioni civili e religiose – scambi di prigionieri, compresi bambini, e corridoi umanitari - come quella del cardinale Matteo Zuppi per la Santa Sede.
In ogni caso, la guerra non fu fermata. Né lo ha fatto il ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca, nonostante la sua vanteria di risolvere la situazione in ventiquattro ore. Di mutato c’è solo che sono cambiati i soggetti spinti ad accollarsi i costi di una guerra contro la Russia. Cioè soprattutto l’Unione europea, che dopo tre anni di incapacità o di impotenza di esercitare un ruolo diplomatico in questa tragica vicenda ai suoi confini orientali (non è mai stato neppure nominato un rappresentante speciale per l’Ucraina con l’incarico di promuovere negoziati, come hanno fatto praticamente tutti gli altri soggetti interessati, compresa la Santa Sede) nel 2025 ha ceduto al dictat trumpiano di aumentare a dismisura le spese militari, beninteso comprando dall’industria bellica statunitense le armi che Trump non vuole più mandare in proprio a un’Ucraina non in grado di pagarle. Armi, per inciso, destinate ad aumentare la spaventosa corruzione che da anni caratterizza e arricchisce gli esponenti governativi ucraini, mentre il loro popolo paga un prezzo spaventoso di sangue e di distruzioni.
L’Ue, nata sulla scelta di non permettere più una guerra dopo gli orrori delle due mondiali del Novecento (l’Italia lo ha scritto anche nella Costituzione), pensata sui principi valoriali espressi nel manifesto di Ventotene e costruita inizialmente dal lucido progetto di sviluppo e cooperazione solidale di statisti come Schuman, Adenaeur e De Gasperi (per inciso tutti e tre cattolici veri, quelli che non straparlano a vanvera di Dio, patria e famiglia), dopo aver impoverito con centinaia di sanzioni alla Russia solo le proprie popolazioni, non ha ancora imparato la lezione. Il sedicente piano di difesa europea varato in questo 2025 che tramonta di europeo non ha nulla: è solo una gigantesca apertura di prestiti per il riarmo massiccio dei suoi singoli Stati, da ripagare a spese della scuola, della sanità, della previdenza e dei diritti sociali e del lavoro, cioè dei primi compiti della politica, ormai palesemente e sfacciatamente sotto attacco, questo sì reale, nel sonnambulismo – come per l’Italia lo definisce l’ultimo rapporto del Censis – delle coscienze di fronte al cedimento o peggio alla complicità delle sue dirigenze in questo degrado.
Di più: è una nuova spallata alla sua frammentazione che può far contenti solo Trump e Putin. È un nuovo passo verso la sua crescente irrilevanza nella geopolitica mondiale. È la resa della democrazia di cui è storicamente la cullae dei suoi valori fondanti alle autarchie oggi dominanti tra i veri giocatori della partita, a Washington, a Mosca e ovviamente a Pechino.
Difficile difesa dai cambiamenti climatici
È l'Africa,
il continente
più fragile
Luglio 2025
La difesa dai cambiamenti climatici appare ardua soprattutto in Africa. È vero che le scelte politiche in merito arretrano in tutto il mondo in questa stagione in cui i principali attori internazionali sembrano sempre più incoscienti, quando non apertamente negazionisti, sulla minaccia del surriscaldamento globale (global warming nell’usuale definizione in inglese). Tuttavia, come in tanti altri aspetti della convivenza internazionale, il continente africano paga il prezzo più alto, con catastrofiche conseguenze di siccità, inondazioni, cicloni tropicali e ondate di calore, di una situazione della quale ha meno responsabilità storiche e attuali.
I suddetti eventi estremi stanno decisamente aumentando in frequenza e intensità negli ultimi anni, compromettendo i mezzi di sussistenza, sconvolgendo gli ecosistemi e compromettendo i già scarsi progressi nello sviluppo. Secondo la World Meteorological Organization (WMO), i paesi africani stanno perdendo in media dal 2 al 5 per cento del Prodotto Interno Lordo (Pil) e molti sono costretti ad impiegare fino al 9 per cento dei loro bilanci per rispondere agli eventi climatici estremi. Le proiezioni più attendibili concordano nello stimare che entro il 2030 fino ben oltre cento milioni di africani in povertà estrema subiranno eventi catastrofici di questo tipo se non saranno prese misure adeguate. Ciò comporterà non solo un significativo aumento di vittime, ma anche ulteriori oneri per gli sforzi di riduzione della povertà e ostacolerà significativamente la crescita.
In un tale scenario generale sconfortante si segnala anche l’ancora insufficiente attuazione dell’unica possibile forma di protezione finora individuata, cioè l’iniziativa Early Warnings for All (Allerta precoce per tutti), lanciata dalle Nazioni Unite nel 2022, mirata a garantire che ogni persona sulla Terra sia protetta da sistemi appunto di allerta precoce entro il 2027. La maggior parte dei 30 paesi destinatari prioritari dell’iniziativa si trova in Africa. Con il supporto della WMO, il progetto prevede di realizzare roadmap nazionali per rafforzare appunto infrastrutture di allerta precoce, sviluppare le capacità e migliorare la preparazione delle comunità locali.
Il lavoro da fare è tanto e il ritardo si è già accumulato fin troppo. Oltre il 60 per cento del territorio africano è sprovvisto di adeguati sistemi di osservazione meteorologica e climatica. Molti Servizi Meteorologici e Idrologici Nazionali (NMHS) non dispongono di sufficienti risorse finanziarie ed equipaggiamenti adeguati. L’accesso alle informazioni di allerta precoce è limitato e le comunità vulnerabili, in particolare nelle aree rurali e remote, spesso non dispongono di informazioni climatiche tempestive e accessibili, adattate al loro contesto locale. La situazione generale è aggravata inoltre dalla mancanza di coordinamento tra investimenti e sostegno alle attività legate al controllo del clima. Ciò ha portato a un'erogazione inefficace dei servizi climatici e a una loro scarsa integrazione nei quadri nazionali di sviluppo e gestione del rischio di catastrofi, limitando l’adattamento sostenibile delle popolazioni.
Alcuni risultati ci sono stati. Ma il condizionale sul successo dell’iniziativa resta d’obbligo, dato che i finanziamenti chiesti dall’Onu restano finora palesemente insufficienti, in linea purtroppo con l’arretramento dei principi di multilateralità e cooperazione propri del diritto interazionale. Di tale arretramento, giova ricordarlo, si mostrano ormai incuranti i principali attori internazionali, a partire dalle cosiddette democrazie occidentali che un tempo di quel diritto furono a fondamento e che oggi sembrano ricadere in quella piaga dei nazionalismi miopi ed egoistici all’origine di tutti gli orrori degli ultimi secoli.
Anche questo, forse soprattutto questo spiega il generale ritardo africano nella dotazione di strumenti digitali, nell’estremo paradosso di ingiusto sfruttamento di un continente che delle tecnologie informatiche è il principale fornitore delle necessarie materie prime e il minor fruitore di vantaggi. Nonostante che da parte di alcuni governi continentali ci siano stati investimenti significativi, le infrastrutture digitali africane restano carenti rispetto alle esigenze della popolazione in crescita. Per fare solo un esempio, in Africa oltre 400 milioni di persone vivano attualmente entro dieci chilometri da una rete in fibra ottica, ma la maggior parte di loro è concentrata nelle aree urbane, lasciando le regioni rurali con un accesso limitato. Siamo cioè di fronte a un crescente “divario di utilizzo”, dove un numero crescente di africani è coperto da reti a banda larga, ma non le usa a causa di problemi di accessibilità economica e della mancanza di infrastrutture che raggiungano le loro comunità.
Timidi segnali di progresso
Alcuni segnali di progresso, per quanto timidi, si stanno registrando nei sistemi di allerta precoce in Africa delle minacce degli eventi catastrofici legati ai cambiamenti climatici. Per esempio, in Rwanda, Kenya e Nigeria, sono già stati avviati programmi pilota per fornire previsioni meteo via SMS alle popolazioni rurali, dotandole addirittura di strumenti digitali di pianificazione agricola. Tali sistemi come detto, non possono prescindere dalla diffusione di servizi meteorologici digitali, dall’integrazione regionale delle reti climatiche e idrologiche e soprattutto dall’l’investimento in infrastrutture resilienti. Proprio in Kenya ha preso il via lo scorso anno un ambizioso progetto della Commissione dell’Unione Africana, in collaborazione con Eumetsat, l’organizzazione europea per lo sfruttamento dei satelliti meteorologici, per una migliore raccolta dati per mitigare e prevenire le ricadute dei fenomeni meteorologici estremi, mettendo in sicurezza territorio e comunità località.
Si tratta dell’installazione, appunto in Kenya, della prima di una serie di stazioni riceventi PUMA-2025 specificamente progettate per catturare dati dalla prossima generazione di satelliti geostazionari Meteosat di terza generazione (MTG), quelli dell’Unione europea, gli unici di osservazione della Terra che hanno una visione costante dell’Africa. Simili istallazioni sono in allestimento in altre località africane, tra le quali Cotonou, la capitale del Benin, dove si è tenuto un anno fa il 16° Eumetsat User Forum in Africa, che ha fornito ai meteorologi africani una piattaforma per condividere conoscenze e migliori pratiche sull’uso dei dati Meteosat e discutere prospettive per migliorare i sistemi di allerta precoce, cioè un ultima analisi per sostenere lo sviluppo sostenibile delle comunità locali e proteggere vite umane e mezzi di sostentamento.
